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Eroica Fenice

La categoria Cucina & Salute contiene 72 articoli

Cucina & Salute

Cheesecake ed estate: il binomio perfetto

Il cheesecake, il “dolce al formaggio”, è un dessert conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, degustato in una miriade di varianti sia nella forma cotta che fredda. Nella sua versione più nota, ovvero la “New York cheesecake”, è composto da una base di pasta biscotto sulla quale è adagiato uno spesso strato di crema al formaggio fresco, lavorato con le uova, lo zucchero e la panna. Tuttavia tale ascendenza statunitense, avendo diffuso la convinzione che si tratti di una preparazione originaria della Grande Mela, ha velato in realtà un’origine ben più antica. Le origini del cheesecake Benché nella ricetta attuale il cheesecake sia un dolce relativamente recente, pare che la prima torta a base di formaggio di pecora e miele di cui abbiamo memoria fosse servita già nel 776 a.C. agli atleti Greci durante i primi giochi olimpici come corroborante, essendo considerata un alimento altamente energetico – secondo quanto ci tramanda Callimaco, che narra di una tale, Egimio, dilettatosi nella stesura di un testo integralmente dedicato alla preparazione di torte al formaggio. Dai Greci il cheesecake dovette passare ai conquistatori Romani: Catone Il Censore infatti nel suo De agri cultura riporta la ricetta del libum, un dolce a base di formaggio che potrebbe considerarsi un antenato del cheesecake: «Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio, impasta bene col formaggio una libbra di farina o, se lo vuoi più leggero, mezza libbra. Aggiungi un uovo e di nuovo impasta tutto attentamente. Forma la pagnotta, ponila sopra un letto di foglie e falla cuocere lentamente in un forno caldo». Dai Romani il dolce seguì le legioni, espandendosi per le province dell’Impero. È presumibile che il suo trasferimento oltreoceano sia stato agevolato dalla traversata degli immigrati verso il Nuovo Continente; qui, sul finire dell’Ottocento, l’imprenditore americano James Lewis Kraft nel tentativo di ricreare un formaggio francese, il Neufchatel, particolarmente adatto alla preparazione del cheesecake, ideò un formaggio fresco pastorizzato che chiamò Philadelphia. Solo nel XVIII secolo il cheesecake iniziò a poco a poco ad assestarsi nella forma contemporanea diffusa in tutto il mondo, adottato come torta simbolo dei parlanti in Esperanto, “lingua dell’umanità”, nata allo scopo di far dialogare i diversi popoli, creando tra di essi comprensione e pace. Tuttavia, se è vero che al tempo di Greci e Romani il cheesecake era già gustato, come è possibile che non sia rimasta traccia nei territori in cui essi vivevano? In effetti basta riflettere su alcuni dei dolci tipici e più amati della cucina del nostro Paese per accorgerci che il dolce al formaggio fa ampiamente parte anche della nostra tradizione: infatti, che cos’è la deliziosa pastiera napoletana se non un’ottima torta a base di ricotta? E che dire della cassata siciliana, la torta alla robiola, la torta laurina tipica del Lazio e lo sfogghiu, tipico del palermitano? Insomma a ciascuno il suo cheesecake: ve ne proponiamo dunque una duplice versione, dolce e salata, nonché sana e leggera, ideale per deliziare queste torride giornate agostane.  Versione dolce: cheesecake al […]

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La storia di Coco, un’eroica trovatella

Era una sera di primavera quando, ritornando da un’uscita con gli amici, Mattia trovò sotto casa una cagnolina. Le si avvicinò per controllare se avesse il collare: forse si era persa? Nulla. Non ce l’aveva. Sembrava piuttosto magra ed era tutta sporca, così Mattia, vedendo che la piccola lo seguiva, decise di portarla su con sé per darle da mangiare e da bere. Mai gesto più fu bello. Davanti a certe situazioni, si è sempre indecisi sul da farsi e spesso si deve tener conto di altre persone, che possono pensarla diversamente da te. Mattia infatti, agendo d’impulso e, soprattutto, con il cuore, non considerò cosa poteva succedere nel suo nucleo familiare: la madre aveva terrore dei cani e il padre non voleva animali in casa. Aiutare un animale indifeso in quel momento era la priorità e, tanta della compassione, senza riflettere troppo sulle conseguenze, entrò in casa con lei, in tarda nottata, con grande sgomento dei genitori. Mattia pensava che Coco non sarebbe rimasta nemmeno per la notte successiva, invece così non è stato. Da piccolo, un’esperienza negativa con un cane gli aveva sempre impedito di instaurare rapporti con altri e, in generale, non era mai stato un amante degli animali fino a quando non conobbe il cane della fidanzata; la quotidianità e l’interazione necessaria perché dovuta alla convivenza con l’animale stesso, gli aveva finalmente fatto scoprire un nuovo mondo: quello bellissimo, dove si intrecciano rapporti con gli animali e la bellezza del prendersi cura di un cane o di qualsiasi altro animale domestico e non. Ma mai avrebbe pensato che un giorno avrebbe voluto un cane. Tornando al ritrovamento della cagnolina, il giorno seguente, la prima cosa che fece fu controllare se avesse il microchip: nulla. Nessuna identità e apparentemente nessun padrone. Chiese aiuto per sistemarla ma, ancora una volta, la risposta fu negativa: era il periodo degli abbandoni, le volontarie piene di cuccioli ritrovati nei posti più impensabili e nelle condizioni più terribili, i canili pieni e disposti a prendersi cura della trovatella solo se pagati, perché auto sovvenzionati quindi senza l’aiuto del Comune e l’Asl veterinaria, un posto dove i cani si vede quando entrano ma non si sa quando escono. Davanti a uno scenario così negativo, Mattia cominciò a vivere alla giornata, senza dare un nome alla trovatella e mantenendosi a distanza, soprattutto emotivamente. Sapeva che il cane non poteva rimanere, che era difficile prendersene cura, ma l’ha fatto lo stesso: la portò dalla veterinaria. Non avendo avuto molta assistenza dal pubblico, si riferì al privato per le cure. Coco, il nome della piccola che piano piano si stava insinuando nel cuore di Mattia, riportava segni di percosse su varie parti del corpo, malnutrita, aveva numerose e grasse zecche che le invadevano la cute e la coda tagliata. Grazie alle indicazioni della dottoressa e alle costanti attenzioni di Mattia, Coco è diventata una cagnolina allegra, sana e felice. Questo lungo percorso ha privato Mattia di tante cose, sia economicamente che psicologicamente, lo ha messo a […]

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L’insalata greca e la salsa tzatziki: viaggio di sola andata nella terra degli dei

«Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo». Così scriveva Ippocrate, padre della medicina, vissuto tra il V e il IV secolo a. C. Chissà se, quando pensava al “cibo come medicina”, avrebbe mai immaginato che, proprio nella sua terra d’origine sarebbe stata creata la meravigliosa χωριάτικη σαλάτα, ovvero l’insalata greca (detta anche “estiva“, perché consumata nella bella stagione). La ricetta originale della greek salad, facilissima da preparare e molto gustosa, prevede ingredienti tipicamente mediterranei quali pomodori, cetrioli, cipolla, olive, senza dimenticare l’olio d’oliva e l’immancabile formaggio greco, la Feta. Le lisce olive, nello specifico della varietà Kalamata, prodotta nell’omonima città peloponnesiaca, di solito conservate nell’aceto di vino o in olio d’oliva, sono di colore viola e di consistenza carnosa. Insieme alla cipolla (che si rende meno piccante grazie alla strizzatura con il sale e al bagno in aceto) conferiscono un gusto acre all’insalata, mentre i pomodori, ricchi di antiossidanti, e i cetrioli, ricchi di sali minerali e di vitamina C, rendono l’insalata un ottimo piatto estivo, rigenerante e dai forti effetti depurativi, ideale anche nelle diete prive di tossine. Ma a farla “da padrona” in questo piatto è sicuramente la bianca Feta, prodotto DOP, ottenuta con latte di pecora e caglio: dalla consistenza pastosa (è a pasta semidura), è un formaggio molto saporito a causa della sua lavorazione che prevede una permanenza nella salamoia per un periodo che varia dai due ai tre mesi. Nelle isole, oltre alle erbe aromatiche quali l’origano, spesso vengono aggiunte anche le foglie della pianta di cappero e, a volte, anche i capperi sottaceto, mentre nella Grecia continentale settentrionale, si aggiungono anche i peperoni tagliati crudi oltre ai pomodori. Tuttavia sono molteplici le varianti dell’insalata khoriatiki e molto spesso, invece del solito condimento costituito dall’olio d’oliva, sale e origano, si preferisce usare la salsa tzatziki, usata anche come accompagnamento di antipasto in Turchia e in Albania. Questa salsa a base di yogurt di pecora, bianca, si presenta schizzata di verde per la presenza di cetrioli spezzettati o aggiunti dopo averli frullati, ed ha un gusto molto aromatizzato a causa dell’abbondante aglio aggiunto. Anche questa salsa presenta numerose varianti e, a sostituzione dell’aglio o del cetriolo, in alcune regioni della Grecia continentale si preferisce usare erbe aromatiche quali la menta, l’erba cipollina, il coriandolo, l’aneto o altre spezie, magari aggiunte insieme ad un abbondante cucchiaio di aceto. L’insalata khoriatiki si serve dopo aver apparecchiato la tavola per stimolare l’appetito dei commensali nell’attesa dell’arrivo dei piatti principali, in un’unica insalatiera dalla quale tutti gli invitati attingono in una vera e propria celebrazione della condivisione del cibo ordinato e del tempo da trascorrere, fra un trancio di pita con il quale si accompagna il boccone di pomodori e Feta alla bocca e uno sguardo al mare e al cielo greci dello stesso colore azzurro intenso. Dopo aver letto la descrizione dettagliata di uno dei piatti cardine della cucina greca, mediterranea e internazionale, è nato in voi il desiderio di preparare un’insalata […]

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Cook this page: cucinare non è mai stato così semplice

Cook this page è una novità firmata Ikea. È un “food poster”, una carta da forno con sopra stampati i disegni degli ingredienti necessari per la ricetta scelta e le loro quantità. L’inchiostro commestibile aiuterà anche i principianti nei loro esperimenti ai fornelli. Come funziona Cook this page? Cook this page permette di cucinare in pochi minuti e con pochi strumenti. Il principio che segue è il target di Ikea: così come possiamo montare un armadietto, possiamo cucinare la cena. Le istruzioni per montare il nostro piatto sono scritte sulla carta forno e questa volta non possiamo proprio sbagliare. Cook this page è un kit che comprende non solo la carta forno, ma anche la teglia. Il primo passo è “montare” gli ingredienti: ognuno va disposto sull’apposito disegnino stilizzato. Il pizzico di sale sulla casella del sale, un filo d’olio sulle apposite linee, i mirtilli in fila indiana, ognuno al proprio posto. Dopo aver completato il puzzle passiamo al secondo step: basta arrotolare la carta per mescolare tutti gli ingredienti. Infine basta infornare per il periodo tempo indicato. Semplice no? Il concetto del “fill the blanks” (riempi le caselline) applicato dai cruciverba alla gastronomia. Cook this page: dal Canada ai mercati internazionali Ad avere quest’idea è stata l’agenzia Leo Burnett per Ikea Canada. Per questo motivo Cook this Page non è ancora disponibile in Italia, ma è un’esclusiva canadese. Negli store di Toronto e dintorni le ricette commestibili sono già disponibili sul mercato e sono promosse da molte iniziative culinarie che si coinvolgono tutti i clienti interessati. Semplice e meccanico, questo nuovo modo di cucinare ha suscitato la disapprovazione di molti. I tradizionalisti ritengono che si impari a cucinare solo bruciando le portate e sperimentando i dosaggi. Tuttavia, una volta diventati esperti, nulla ci impedisce di personalizzare la nostra ricetta. Cook this page può essere anche solo un aiuto per i cuochi ai primi passi. In questo modo si può facilmente passare dal meccanico assemblaggio al fantasioso esercizio creativo. Tuttavia quest’idea ha già conquistato il marketing a causa della sua simpatia, del design  accattivante, inequivocabilmente firmato Ikea e della funzionalità. La nuova invenzione passa da uno schermo all’altro attraverso un video – ormai virale – che mostra il funzionamento della magica carta da forno. Come risulta nella campagna pubblicitaria, con Cook this page “Ikea vuole dimostrare che essere creativi può essere deliziosamente semplice”.

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Barefooting: camminare a piedi nudi (non solo nel parco!)

«Paul, sei addormentato? Solo le mani e i piedi». I cinefili più nostalgici sicuramente ricorderanno questa battuta tratta dal film A piedi nudi nel parco scambiata tra la solare sposina Corie e lo scontroso neo-marito Paul che, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, cammina a piedi nudi nel parco, abbandonandosi per la prima volta alla spontaneità e semplicità della vita, e ritrovando il senso di radicamento al suolo e contatto con la natura. Di recente sembra che la libertà, inaspettatamente scoperta dal giovane Robert Redford, protagonista del film, sia divenuta uno dei motivi principali della diffusione del nuovissimo barefooting, ovvero il “camminare a piedi nudi”. Questa tendenza, sicuramente recente e molto praticata in America, rientra in un’attività che – non tutti sanno – apporta molteplici benefici all’organismo. Primi tra tutti il senso di benessere e di serenità, che nasce dal senso di libertà del camminare senza scarpe, calze, sandali, calzini, tacchi alti. Inoltre la scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, e il carico del corpo non si distribuisce, gravando solo sull’avanpiede. I benefici del barefooting (a piedi nudi) non solo del corpo, ma anche della psicologia Al contrario, camminare scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, migliora la traspirazione, dal momento che sotto la pianta dei piedi si concentra la maggior parte della ghiandole sudorifere. Infatti poggiare la pianta dei piedi a terra non solo migliorerebbe la circolazione del sangue e il senso di pesantezza alle gambe (e questo, soprattutto per le donne, anche in gravidanza, diminuirebbe il rischio di vene varicose e di trombosi), ma favorirebbe anche il ruolo degli elettroni che riducono l’effetto dei radicali liberi sui tessuti sani.  Riattivando la circolazione, si contribuisce a migliorare i dolori cronici e, in alcuni casi, anche i disturbi del sonno. Camminare correttamente aiuta a correggere anche la postura (soprattutto per gli adolescenti che tendono all’atteggiamento scoliotico e cifotico), prevenire dolori alla schiena e i tanti e fastidiosi problemi dei piedi, come calli o bollicine. Ma questa pratica è sconsigliata nel caso si soffre di particolari patologie del piede come la fascite plantare, la tallonite o la spina calcaneare. Non è solo l’organismo a beneficiare del barefooting: camminare a piedi scalzi, magari immersi nella natura, favorisce non solo l’aumento dell’autostima, ma accresce anche la concentrazione e la memoria, soprattutto se si unisce la presenza di aria pura e del verde che aiuta nel rilassamento e nella generazione di pensieri positivi (ritrovando anche il contatto con la natura-earthing). Questa pratica oggi è in voga anche nelle grandi metropoli e perfino nei locali pubblici o per le strade molti neofiti del barefooting si lanciano nella “falcata delle Valchirie”, dimenticandosi dei possibili e, spesso, frequenti inconvenienti di questo “hobby“: ad esempio, la scarsa igiene derivante dalla sporcizia di strade e pavimenti e quindi la possibilità di incorrere in funghi e verruche o la presenza di pezzi di vetro. Ecco perché, è sempre preferibile seguire percorsi guidati (non […]

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Cipolla rossa: antiossidante naturale contro il cancro

Ciò che mangiamo incide notevolmente sulla nostra salute. La rivista scientifica Food Research International ha lanciato importanti scoperte circa la “Ruby ring Onion”: le cipolle rosse sono una potente arma anti cancro. La notizia arriva dal Canada, in seguito ad uno studio compiuto presso l’Università di Guelph, testando cinque diversi tipi di cipolle cresciute in Ontario. Dalla ricerca è stato evidenziato che la varietà più proficua è proprio la cipolla rossa, molto efficace contro il cancro al colon e al seno, grazie alla presenza di un alto contenuto di quercetina. La quercetina è un flavonoide piuttosto comune, presente in alcuni alimenti tra cui il cappero, l’uva rossa e il vino rosso, il tè verde, il mirtillo, la mela, la propoli, il sedano. Durante lo studio, un estratto di questa sostanza è stato messo a contatto con le cellule tumorali del cancro al colon prima e di quello al seno poi. Oltre a svolgere una funzione antiossidante, la quercetina è considerato un inibitore naturale di vari enzimi intracellulari. Per tali proprietà è stata studiata in campo oncologico sperimentale, nella delucidazione dei meccanismi di proliferazione cellulare e della cancerogenesi. L’azione della quercetina è favorita ed arricchita da una classe di pigmenti, gli antociani, anch’essi appartenenti alla famiglia dei flavonoidi, che danno all’ortaggio il classico colore rosso. Uno dei ricercatori, Abdulmonem Murayyan, spiega: “Le cipolle attivano percorsi che incoraggiano le cellule tumorali a subire la morte cellulare. Promuovono un ambiente sfavorevole per le cellule tumorali e disturbano la comunicazione tra le stesse, cosa che ne inibisce la crescita“. I ricercatori stanno lavorando ad un metodo di estrazione della quercetina, libero da sostanze chimiche, che consenta di assumerla sotto forma di pillole. La cipolla, un alimento sempre presente ma poco conosciuto La cipolla è una pianta erbacea attribuita alla famiglia delle Liliaceae. In Italia, cresce sui terreni fertili dell’Emilia-Romagna, della Campania, della Calabria, della Sicilia e della Puglia, anche se in genere predilige una temperatura piuttosto fredda. La cipolla è una pianta bulbosa dalle radici superficiali e la parte commestibile, cioè il frutto, è una capsula. Questo “bulbo” centrale di cui ci nutriamo può essere consumato sia crudo che cotto. Diverse sono le varietà della specie, che si distinguono in base alla forma del bulbo, al colore delle tuniche e al sapore; la più conosciuta è la cipolla rossa di Tropea, più aromatica rispetto a quella bianca, seguita da quella di Suasa, quella di Breme, la “ramata” di Monitoro e la Borrettana. La denominazione della cipolla rossa associata al toponimo “Tropea” sembra sia dovuta al fatto che gli ortaggi, trasportati su carri trainati da buoi o da somari, venivano convogliati a Tropea dove vi era uno scalo ferroviario che permetteva di spedirle ovunque. La cipolla rossa, un alleato della nostra salute Come già osservava nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, la cipolla rossa è un ottimo rimedio per curare una serie di mali e di disturbi fisici. La cipolla rossa di Tropea è principalmente usata come alimento e condimento, grazie […]

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Storia e diffusione della pizza: un orgoglio tutto italiano

Ogni giorno in Italia si preparano e si vendono circa 5 milioni di pizze. È il più tipico dei piatti italiani, amato da molti se non da tutti. Come sappiamo, prima di fare il giro del mondo è nato dall’ingegno del napoletano Raffaele Esposito, figura  ormai mitica. Ma è stato davvero lui ad inventare la pizza? «L’amante perfetto è quello che si trasforma in pizza alle quattro del mattino» – Charles Pierce Siamo nel 1600 ed è ormai assodato l’uso della “schiacciata di pane“. Non è altro che pasta per pane cotta nel forno a legna e condita con aglio, strutto e sale grosso. La sua versione barocca aveva persino caciocavallo e basilico! Ne fu creata la variante con le acciughe, con la mozzarella, con i “cicinielli” – i bianchetti napoletani – e ancora la variante a portafoglio, ripiegata su se stessa, o quella con ripieno, l’attuale calzone. Ma il primo vero e proprio passo verso la pizza moderna fu sostituire lo strutto con l’olio. Non manca qualcosa? Un tassello principale, la salsa di pomodoro. Importato dal Perù, solo nella seconda metà del 1800 qualcuno ebbe l’idea di stendere il pomodoro sulla pizza. Ed eccoci arrivati alla fatidica data: 1889. I sovrani d’Italia Umberto I e sua moglie Margherita, in visita alla città di Napoli, assaggiarono in questa occasione tre pizze preparate dal più grande pizzaiolo napoletano, Raffaele Esposito: la pizza alla Mastunicola (strutto, formaggio, basilico), la pizza alla Marinara (pomodoro, aglio, olio, origano) e la pizza pomodoro, mozzarella e basilico. Quest’ultima, richiamando i colori del vessillo italiano, fu dedicata alla regina. Ella apprezzò tanto il gesto e ringraziò il pizzaiolo per iscritto. Lusingato egli si sdebitò dando alla sua creazione (sua?) il nome di Margherita. «Ti offro una bella pizza… i soldi ce li hai?» – Totò La prima pizzeria nasce a Napoli, naturalmente. Anno 1830: la Pizzeria Port’Alba – aperta tutt’oggi – si trova a fianco dell’arco che da piazza Dante immette in via Costantinopoli. Molto tempo dopo, divenne un ritrovo di artisti e scrittori famosi. Si dice che lì D’Annunzio scrisse i versi della canzone A vucchella. Tra i frequentatori illustri ricordiamo anche Salvatore Di Giacomo, che alla pizza ha dedicato molti versi, e Alexandre Dumas. Egli scrisse che « la pizza è una specie di stiacciata come se ne fanno a St.Denis: è di forma rotonda, e si lavora con la stessa pasta del pane. A prima vista è un cibo semplice: sottoposta a esame apparirà un cibo complicato ». E così la pizza potè iniziare il suo tour. Arrivò prima in America che nel nord Italia! Solo dopo la seconda guerra mondiale con le emigrazioni verso il triangolo industriale la pizza esce dai confini del meridione per sbarcare al nord. Dal 1989, con la caduta del muro di Berlino, si assiste ad una nuova migrazione verso l’Europa dell’Est. E così la nostra pizza arriva in tutti i continenti e, dove arriva, conquista. «Fatte ‘na pizza e lievete ‘o sfizio» – Pino Daniele E mettendo la nostra pizza nelle mani degli altri non potevamo evitare le numerose variazioni o meglio… aberrazioni! Basta pensare alla pizza […]

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Ettore, un piccolo grande animale eroico

Quando Diamante aprì l’anta dell’armadio non poteva crederci: Birba, la gattina di casa, con grande sorpresa di tutti, aveva partorito! Tre mesi prima, Diamante e la sua famiglia erano stati in vacanza in una casa in Calabria dove la micia aveva completa libertà di uscita; per lunghe ore, infatti, indisturbata vagava per i dintorni. Avendola cresciuta in un cortile, la famiglia di Diamante era abituata a vederla in giro perché poi, tornava sempre. E anche durante quella vacanza tornò, portando con sé una piccola sorpresa. Insomma, tra i vestiti di Diamante, allora una bimba di dieci anni, si accoccolavano tra loro piccole palle di pelo bianche, dal pianto affamato. Tra questi, uno catturò la sua attenzione: Ettore. Dal giorno in cui Diamante posò gli occhi su quel piccolo, capì che non si sarebbero più separati Diventarono uno il quotidiano dell’altra; la mattina, seduti a tavola facevano colazione, lei la sua tazza di latte, lui le sue crocchette. Questa abitudine nacque quando una mattina, lasciata la tazza colma sul tavolo per un attimo, tornata, la trovò vuota. Dopo essersi interrogata sul suo stato mentale, capì che non era stato un vuoto di memoria o un sintomo di pazzia ma semplicemente Ettore che si era appropriato della sua colazione. Nonostante crescesse, invece di fare come gli altri gatti che dopo essere stati svezzati acquistano la loro indipendenza, continuava a cercare nutrizione dalla madre che esasperata dall’insistenza di quel gatto (che giorno dopo giorno la superava in peso e in grandezza) prese a cacciarlo duramente. Ettore, il gatto “mammone” Ettore era un gatto “mammone”, un rapporto che ha conservato con Birba fino a quando quest’ultima non li ha lasciati, purtroppo a causa di un errore medico. Nonostante la perdita della sua mamma, Ettore, gatto che sfata i miti sulla sua specie, consolava Diamante e la famiglia, riempiendoli di attenzioni e baci, mostrando tutta la sua compassione e comprensione. Pian piano, come succede quasi alla maggior parte degli animali domestici, si stava “umanizzando”. Diamante si sentiva capita da lui in quei momenti, d’altronde entrambi avevano appena perso una figura importante nella loro vita eppure si facevano forza a vicenda, armati di tanto affetto l’uno per l’altra. Oltre ad essere “mammone” e affettuoso, nutriva sempre più nei confronti di Diamante un senso di protezione. Quando avvertiva il pericolo, si mostrava fiero e pronto a combattere per la sua amica, mamma e sorella. La fifa spariva, lasciando spazio a soffi arrabbiati e zampe pronte a partire. Un vero cavaliere. Ogni mattina, quando lei andava a scuola, lui l’accompagnava fino all’ingresso del palazzo per poi aspettarla lì, al suo ritorno. E la sera, quando lei usciva, lui l’aspettava ancora, a volte addormentandosi in piedi perché Ettore, senza Diamante, non riusciva a dormire. Condividevano il letto. Accucciato sul suo petto, con le fusa si abbandonava al mondo di Morfeo e, anche d’estate, non esitava a lasciare il suo petto, perché era lì il suo posto sicuro. Diamante ci ha raccontato che spesso soffriva d’insonnia e quindi, immaginarsi lei […]

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Forasacchi, questi sconosciuti! Sintomi e conseguenze

È una calda giornata di giugno, sala di attesa della clinica veterinaria. Numerosi quattro zampe, insieme ai loro padroni, passano davanti, chi per una semplice visita di controllo, chi per una vaccinazione, chi per una medicazione. D’un tratto, l’apparente stato di quiete che domina viene spezzato da uno schiamazzo proveniente dal parcheggio: è una donna sulla quarantina che cerca, affannosamente , di portare all’interno della clinica il proprio Cocker Spaniel, evidentemente impossibilitato a camminare ed a respirare. I medici veterinari accorrono immediatamente, e di lì, di corsa in sala operatoria. In tali circostanze si possono fare numerose ipotesi, ma la sorpresa si ha quando, a distanza di qualche frazione di ora, si vede comparire di nuovo la donna, questa volta col volto colmo di sollievo. La diagnosi è “Perforazione del polmone destro causata da penetrazione di forasacchi”. L’estrazione è andata a buon fine ma occorrerà inevitabilmente un’operazione chirurgica. Cosa sono i Forasacchi? Perché sono così pericolosi? Sebbene il nome possa sembrare ironico, non stiamo trattando dei classici insetti che attaccano i nostri amici a quattro zampe, bensì di un nemico di gran lunga più subdolo. I Forasacchi si presentano come spighe di frumento che, fin tanto che sono freschi e verdi, crescono liberamente ed innocuamente nei prati o per le strade, ma che, una volta seccati ed assunto il tipico colore giallastro, diventano armi letali per il cane, in quanto sfruttano il manto dell’animale per depositare e far spargere i propri semi. Essi appaiono in concomitanza con i comuni insetti come zecche e zanzare, ovvero con l’arrivo del caldo, con picchi da giugno a settembre. Sebbene  non sempre l’attacco di un forasacco rappresenti un pericolo mortale, la nocività della loro presenza dipende strettamente dal luogo che colpiscono e, soprattutto, dalla tempestività dell’intervento post-aggressione. Difatti, data la loro singolare conformazione, essi possono insinuarsi in differenti siti, tra cui i più frequenti sono rappresentati dalle zampe, orecchie, occhi, gola e naso. Per quanto sia richiesta la rimozione subitanea anche nei primi tre casi (con particolare attenzione alle orecchie ed agli occhi, in quanto potrebbero provocare rottura del timpano e problemi alla vista), è negli ultimi due che la celerità dell’azione può rivelarsi fatale, come nel caso sopracitato. Tenendo in considerazione dunque cosa siano, quali conseguenze comportino e quali siano le zone di rischio – in sostanza qualsiasi zona in cui si possa portare il proprio cane a passeggio -, ci si domanda quali siano i sintomi e quali gli interventi richiesti da parte del proprietario che, inerme, si accorge del problema. Difesa, sintomi ed intervento È indubbio che, per quanto detto sopra, è pressoché impossibile difendere il proprio animale dall’attacco, in quanto i forasacchi non solo possono crescere nelle parti più disparate, ma si rivelano anche di difficile riconoscimento. Ragion per cui, le uniche armi di difesa sono rappresentate dal controllo dell’intero manto del cane una volta rientrati. Fondamentale importanza è tener presente che l’attacco porta con sé numerosi sintomi, quali possono essere lo starnuto (nel caso del naso), scuotimento della testa (orecchie), zoppicamento (zampe), […]

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SnapFood: la community per foodlovers e foodbloggers

Interamente e orgogliosamente italiana è l’applicazione di ultim’ordine che ha già conquistato gli smartphone-addicted di tutto il mondo: SnapFood. Quando l’amore per la buona (e bella) cucina incontra la voglia di condividere le prelibatezze che hanno lasciato il segno, nasce un’intesa che non può che avere la fortuna che merita nell’era digitalissima di cui siamo protagonisti. Diranno i sostenitori del buon vecchio passaparola che ci sono cose che uno schermo non può sostituire (l’odore della pasta al forno, ad esempio) e che iniziative di questo tipo, più che novità da sperimentare, appaiono come un’ulteriore forzatura verso una realtà tutta hi-tech. Eppure, non si conta il numero di giovani e non, che, nella sala di un ristorante o ai tavolini di una pasticceria, chinerà lo sguardo e si assenterà per qualche secondo, per il tempo necessario a scattare una foto della pietanza preparata a puntino, per poi inviarla all’amico affamato con annesso il sarcastico e intramontabile “buon appetito”. SnapFood: scatta, assaggia e condividi! Perché non creare, allora, una vera e propria community che possa andare oltre la semplice condivisione di un piatto preparato ad arte? È questa l’idea da cui nasce SnapFood, una guida scritta dalle esperienze gastronomiche dei suoi utenti, un menù virtuale e in costante aggiornamento che offre nomi e luoghi delle delizie migliori sul mercato. “Scatta, assaggia e condividi i piatti più buoni in circolazione!”, recita lo slogan dell’applicazione, già disponibile su iOS e Android: da poco scaricabile gratuitamente su App Store e Play Store, SnapFood ha già ottenuto più di 10.000 downoload. L’applicazione è anche semplicissima da usare: basta fotografare il piatto ordinato, assegnargli un voto e condividerlo sul proprio profilo. Così come è possibile cercare sulla piattaforma il piatto perfetto da gustare, una ricerca, per di più, che è possibile fare in base al luogo dove si preferisce mangiare, al tipo di cucina di cui si ha voglia o bisogno, al prezzo pagato e così via. Grazie alle “prova fotografica” allegata dai recensori, diminuirà notevolmente la possibilità di imbattersi una spiacevole sorpresa anni luce lontana dall’idea prospettata dal menù! Se davvero indispensabile è diventato fotografare e postare il #foodporn da mille likes, tanto vale mettere a disposizione la propria esperienza gastronomica e migliorare quella degli altri! Addio spaghetti allo scoglio dal sapore di pasta al tonno, benvenuto SnapFood.          

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