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Eroica Fenice

La categoria Cucina e Salute contiene 206 articoli

Cucina e Salute

Come scegliere un marsupio per neonati

Il marsupio per neonati, che viene definito anche porta-bebé, sta ottenendo un sempre miglior riscontro. I genitori del nuovo millennio si affidano a questo strumento con sempre maggior costanza, informandosi sul miglior marsupio, sui parallelismi fra fascia e marsupio e sui dettagli di maggior rilievo per utilizzare al meglio questo pratico babywearing. È provato scientificamente che la vicinanza del corpo del genitore con quello del neonato permette a entrambi di stare meglio e di vivere la vita con maggiore serentià. La posizione del bambino, appollaiato sul petto del genitore, è in perfetta prosecuzione dell’esperienza prenatale, e soddisfa a una necessità vitale biologico e psicologico. A partire dal suo terzo mese di vita si può usufruire anche delle pratiche posizioni sul fianco e sulla schiena. Queste permettono al genitore di avere una maggiore libertà e praticità. Da un lato, grazie al marsupio il bambino è più tranquillo, interagisce più animatamente e con grande intensità. Dall’altro, i genitori sono catturati dalla tranquillità del pargolo e questo infonde sicurezza e serenità. Gli studi che su cui si fondano i marsupi porta bimbi hanno compiuto balzi enormi e ora, in confronto ai primordiali modelli messi in commercio, abbiamo la possibilità di compiere una scelta variegata. Molti neo-genitori preferiscono acquistare un marsupio neonato come perfetto rimpiazzo del passeggino, della carrozzella o della  fascia portabebè. Bisogna ricordare, infine, che le mani libere, quando si fa un’attività di qualsiasi tipo con il bambino, sono un vantaggio considerevole. Se il bambino può restare con la madre mentre ella svolge le quotidiane mansioni, dal lavoro alle faccende domestiche, a guadagnarci, in termini di felicità e salute, sarà tutto il nucleo famigliare. I marsupi porta bebè non sono tutti uguali, ma svolgono in maniera abbastanza similare al loro lavoro: portare il bambino ovunque con voi senza la necessità di passeggini, seggiolini e fasce. I marsupi porta bimbi usciti più recentemente sono una versione pro dei modelli anni ‘90 e tengono molto più a osservare determinate esigenze. Le caratteristiche di maggior rilievo di un marsupio per bebé sono ergonomia, qualità dei materiali utilizzati, praticità all’uso, necessità fisiologiche dell’infante e, perché no, l’estetica del prodotto. La combinazione finale è quella  di un gigantesco come back al marsupio: si decuplicano le offerte negli store e nelle piattaforme web e i genitori possono selezionare fra varie opzioni di marsupio, che riescono a raggiugnere standard qualitativi impensabili sino a qualche anno fa. Con un po’ di sforzo, sfruttare adeguatamente il marsupio sarà facile come cambiare un pannolino! Quasi ogni modello in commercio permette l’uso di tre principali posizionamenti dell’infante: fronte mondo, di lato e sul petto. Nella posizione che permette al bambino di interagire con l’ambiente circostante, ovvero con la schiena appoggiata contro il petto del genitore, l’infante può rivolge lo sguardo all’esterno. Questa pratica non è, però, particolarmente consigliata e andrebbe evitata per lunghi intervalli di tempo. Uno dei migliori punti di riferimento per l’acquisto di un marsupio per neonati è FlokBaby. Il popolare e-commerce è la piattaforma web a cui fare riferimento per trovare il giusto prodotto. I modelli, naturalmente, devono essere conformi alle vostre esigenze e le descrizioni dei marsupi […]

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Gli effetti del Covid-19 sulla bilancia

Gli effetti del Covid- 19 sulla bilancia secondo gli studi scientifici selezionati dalla Dott. ssa Martina Chiurazzi, biologa nutrizionista e PhD Student in Terapie Avanzate Biomediche e chirurgiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” Covid-19, ormai non si sente parlare d’altro: un mostro che si è abbattuto su di noi stravolgendo le nostre vite con effetti drastici anche sulle nostre bilance. Per fermare o limitare la diffusione del virus, governi di tutti i paesi nel mondo hanno stabilito numerose restrizioni, quarantena e permanenza a casa; attività commerciali non essenziali quali i servizi di ristorazione, bar, palestre, saloni di bellezza sono stati chiusi. Tutte queste misure hanno portato a grandi cambiamenti nelle finanze, nell’istruzione, nell’occupazione e nello stile di vita dei cittadini, portando alti livelli di stress, ansia e depressione. Una delle conseguenze più frequenti, a tutte le età, per fronteggiare lo stress, l’ansia e la depressione è il ricorso ad un’alimentazione non salutare, sia quantitativa che qualitativa. Mangiare più di quanto si farebbe normalmente e preferendo cibi ipercalorici e poveri di nutrienti essenziali, che associato ad un obbligo di vita sedentaria, comporta inevitabilmente un aumento di peso. Covid- 19 e bilancia: gli studi scientifici Un’analisi di Coldiretti su dati Crea (Centro di Ricerca Alimenti e nutrizione), ha evidenziato che circa il 44% degli italiani ha avuto un aumento di peso durante questa pandemia e i fattori scatenanti principali (o cosiddetti di rischio) sono riconducibili allo smart working e al lockdown, quindi maggiore tempo trascorso tra le mura di casa, sonno inadeguato, ma anche un maggior impegno ai fornelli sperimentando nuove ricette per combattere la noia, ma spesso un’ alimentazione scorretta in risposta allo stress con ad una ridotta attività fisica e anche un maggior consumo di cibo da asporto. Daniel A de Luis Román et al., in uno studio trasversale, dal titolo “Effect of lockdown for COVID- 19 on self-reported body weight gain in a sample of obese patients”, condotto su 284 soggetti adulti obesi, hanno dimostrato che il lockdown decretato durante la pandemia di SARS-CoV-2 ha prodotto un aumento del peso corporeo auto-riferito tra i soggetti obesi, correlato all’aumento del consumo di cibi densi di calorie e ad una ridotta attività fisica. Emily W Flanagan et al., invece, in uno studio basato su un sondaggio online rivolto a soggetti adulti, dal titolo “The Impact of COVID-19 Stay-At-Home Orders on Health Behaviors in Adults” ha stabilito che la pandemia COVID-19 ha causato effetti disastrosi sulla salute, molto più gravi del Coronavirus stesso. In particolare, i ricercatori hanno osservato che i decreti del governo che imponevano dure restrizioni e allo stesso tempo la paura di contrarre il virus hanno avuto un forte impatto sullo stile di vita della popolazione, colpendo in maniera significativa e sproporzionata soprattutto i soggetti già obesi . A questo punto, la domanda è: Come intervenire? Sulla base dei dati presenti in letteratura che mostrano già una situazione abbastanza critica, è fondamentale attivare una prevenzione sul piano nutrizionale e psicologico, per aiutare la popolazione ad adottare […]

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L’igiene intima dei bambini: tutti gli accorgimenti necessari per la loro salute

La corretta igiene intima dei bambini è di fondamentale importanza per loro sin dai primissimi giorni di vita. In questa delicata fase della vita, infatti, le difese immunitarie sono ancora deboli ed è importante scongiurare il più possibile l’insorgenza di infezioni. Ovviamente, nei primi anni di vita è compito dei genitori prendersi cura della scrupolosa igiene intima dei figli, seguendo alcuni accorgimenti che permettono di evitare non solo arrossamenti e pruriti ma soprattutto disturbi più fastidiosi e dolorosi, come infezioni alle vie urinarie, cistiti o infiammazioni intime, molto frequenti nei bambini e nelle bambine. È altrettanto importante, però, insegnare fin da subito ai piccoli alcune buone abitudini di igiene intima, così che le conservino e le concepiscano come qualcosa di naturale. In questo può e deve avere un ruolo anche la scuola, che insieme ai genitori deve educare i bambini ad avere una buona cura di sé, aiutandoli ad acquisire a poco a poco sempre più autonomia in questo ambito. La corretta igiene intima del neonato   Partiamo dalle cose ovvie: il pannolino del neonato e del bambino piccolo va cambiato ogni volta che si sporca, e il bambino va pulito accuratamente ad ogni cambio di pannolino. Ma cosa significa lavare accuratamente un neonato? Contrariamente a quanto si pensi, non servono necessariamente prodotti specifici per la cura del bambino. Anzi, ad ogni cambio di pannolino il bambino andrebbe lavato soltanto con acqua corrente tiepida. I bambini, infatti, si sporcano molto spesso durante la giornata e lavarli continuamente con un sapone, seppur delicato, risulterebbe troppo aggressivo e potrebbe provocare irritazioni e infiammazioni. Il sapone va utilizzato soltanto quando si deve eliminare una sostanza grassa, ma non è questo il caso, poiché urine e feci praticamente non contengono grassi. Nella maggior parte dei casi, quindi, sciacquare con acqua è più che sufficiente, ed è la cosa migliore se si vuole evitare di privare la pelle del primo strato di grasso, che serve proprio a proteggerla. Nel caso dei neonati occorre poi fare una distinzione tra l’igiene intima dei neonati maschi e quella riservata alle neonate, poiché l’igiene intima dei primi necessita di qualche accorgimento in più. Nel caso di neonati e bambini molto piccoli, infatti, il pene va lavato soltanto sulla superficie esterna. Questo perché il prepuzio ha un orifizio minuscolo, appena sufficiente per la minzione, e la pelle è molto aderente al glande, per cui è improbabile che si accumuli sporcizia internamente. Di conseguenza, insistere in quella zona potrebbe causare dei microtraumi che possono creare problemi al neonato. Nel caso delle neonate femmine, invece, vale il discorso fatto precedentemente: è sufficiente sciacquare bene con acqua tiepida. Non si consiglia nemmeno l’uso di talco o borotalco, poiché potrebbero creare irritazioni nel canale vaginale. Come fare il bagnetto ai neonati?   Anche in questo caso la risposta è più semplice di quello che si pensa: niente prodotti specifici e costosissimi da prendere in farmacia, ma solo acqua tiepida, alla quale al massimo si può aggiungere un po’ di amido di riso o di […]

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Cucina e Salute

Torta salata di pane carasau

Le torte e le pizze salate fanno gola a tutti e sono perfette da preparare sia in estate che in inverno, sono estremamente versatili poiché si possono preparare in mille modi e con tanti ingredienti diversi. La proposta di oggi è una torta salata vegetariana preparata con il pane carasau, il tipico pane sardo conosciuto anche con il nome di “carta da musica” per la sua croccantezza. Sono tantissime infatti le ricette con il pane carasau, è comodo e facile da usare, non serve soltanto da accompagnamento ad un pasto ma, come vedremo, può diventare il vero e proprio protagonista! Questa torta salata con il pane carasau è una ricetta furba poiché si può preparare diverse ore prima per poi essere scaldata poco prima del pasto. È perfetta per quelle giornate in cui si ha poco tempo per cucinare o come pranzo da portare in ufficio. Ingredienti: 4/6 fogli di pane carasau 3/4 zucchine 1 peperone 2 cipollotti Una decina di pomodorini 2 cucchiai di formaggio grattugiato Olio extravergine di oliva Sale q.b. Torta salata di pane carasau, preparazione: Pulite e tagliate il peperone a striscioline sottili, fate lo stesso con le zucchine, da tagliare finemente a julienne. A parte, tritate finemente i cipollotti che serviranno per il soffritto. Prendete un’ampia padella, versate dell’olio non troppo abbondante e fate soffriggere leggermente il cipollotto. Aggiungete il peperone tagliato a striscioline e mescolate, qualche minuto dopo incorporate anche le zucchine, mescolate ancora e aggiungete mezzo bicchiere d’acqua, aggiustate di sale e volendo aggiungete del pepe. Fate cuocere per circa una decina di minuti. Nel frattempo passate ai pomodorini, vanno semplicemente tagliati a pezzettini o fettine e conditi con olio e poco sale (senza esagerare con il sale in quanto è già nelle altre verdure). Una volta pronte le verdure, passate alla “composizione” della torta, si procederà realizzando via via più strati con il pane carasau in modo tale da creare una sorta di “millefoglie” salata, così farà anche un gran bell’effetto alla vista! Prendete una teglia da forno o una pirofila in vetro, create un sottile velo d’olio sul fondo in modo tale che la torta non si attacchi al fondo della teglia e disponete le prime fette di pane carasau. Il pane carasau non va bagnato altrimenti rischia di diventare una pappa, considerate che riceverà l’umidità dalle verdure, per cui va lasciato asciutto in modo tale che rimanga croccante e a pezzi piuttosto grandi, come se disponessimo delle sfoglie secche per fare le lasagne. Una volta preparato il primo strato di pane carasau, possiamo aggiungere le verdure condite e ben mescolate tra loro, subito dopo si può spolverare il tutto con un cucchiaio di formaggio grattugiato e procedere con gli strati successivi. Realizzate tanti strati quanti ne desiderate o comunque fino a quando avrete spazio. L’ultimo strato deve essere di verdure con una spolverata più abbondante di formaggio grattugiato, così si creerà una deliziosa crosticina. A questo punto, basterà infornarla per una quindicina di minuti a 180°, quando si sarà formata […]

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Linguaggio oggettuale: comunicare senza parole

Cosa si intende per linguaggio oggettuale? Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). La comunicazione è un processo complesso, un atto sociale che ci aiuta a vivere entrando in contatto con l’altro attraverso una comune rappresentazione della realtà mediata dal linguaggio. Tuttavia, lo sviluppo del linguaggio verbale non deve essere prioritario rispetto ad altri progressi del bambino. Nell’ottica infantile della costruzione del sé, molto importante diviene la conquista dell’ambiente grazie alla deambulazione. La conquista dello spazio significa indipendenza, autonomia. L’infante si sente distinto e può riconoscersi in quanto entità separata dalla madre. Comunicare per un ipovedente non significa solo parlare, ma vivere intensamente ciò che si cerca di esprimere facendo uso degli oggetti. La mancanza della vista riduce le capacità motorie ed esplorative del bambino per muoversi all’interno dell’ambiente. Il bambino cieco rischia di trovarsi, nei primi mesi di vita, immerso in un universo di suoni e odori che difficilmente riesce a gestire spontaneamente. Per questo motivo, l’esplorazione funzionale dell’ambiente e degli oggetti che lo compongono deve essere, nel bambino ipovedente, stimolata e organizzata dall’adulto: in questo modo gli oggetti che caratterizzano l’ambiente possono diventare contemporaneamente oggetti costitutivi (oggetti funzionali propriamente detti), ed elementi di comunicazione (significanti della comunicazione oggettuale). L’oggetto infatti, costituisce il significante di una richiesta: esso è espressione di quella parola taciuta, mancata, silenziosa. L’apprendimento di questa forma di comunicazione da parte di persone con seri problemi di vista avviene per associazione tra l’oggetto e la situazione stessa che dev’essere immediatamente successiva all’aver dato l’oggetto segnale. ( Es: quando il bambino prende l’oggetto bicchiere significa che ha sete, tale richiesta dev’essere immediatamente soddisfatta dandogli un bicchiere d’acqua). Il linguaggio oggettuale è per questo un sistema di comunicazione trasparente in quanto gli oggetti devono avere una buona somiglianza tattile con l’oggetto originale. Questi processi avvengono tramite la discriminazione di oggetti di uso comune cercando di far comprendere le caratteristiche rilevanti di un oggetto rispetto a quelle di ciascun altro. In questo modo i bambini ipovedenti con difficoltà di apprendimento, possono utilizzare un sistema di comunicazione non verbale legato alle loro abilità tattili e basato sulla rappresentazione di azioni e situazioni attraverso gli oggetti: la ricerca, il riconoscimento dell’oggetto e la sua ostensione all’adulto diventa elemento espressivo corrispondente ad altrettanti significati. Immagine: Pixabay

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ADHD: bambino iperattivo o vivace?

La psicologa di Eroica(mentis) parla del disturbo ADHD. Capita spesso che genitori e insegnanti si trovino di fronte a bambini che appaiono ai loro occhi piuttosto “vivaci”, e se ne lamentano. Sono bambini che non stanno mai fermi, giocano, saltano, mostrano una viva curiosità verso l’ambiente che li circonda, tuttavia vengono solitamente e in maniera impropria definiti come iperattivi. Ma qual è effettivamente la linea di confine tra un bambino definito iperattivo  e un bambino semplicemente un po’ più vivace? Facciamo però un passo indietro. Nel DSM-5 l’ADHD viene classificato come un disturbo del neurosviluppo che si riscontra secondo il manuale prima dei 12 anni. L’aspetto fondamentale dell’ADHD è un persistente pattern di disattenzione e/o iperattività e impulsività che influenza il funzionamento e lo sviluppo. Sul piano comportamentale la disattenzione si manifesta come distrazione/divagazione dal compito, difficoltà a mantenere l’attenzione e disorganizzazione. L’iperattività si riferisce ad un’eccessiva attività motoria, l’assenza di consapevolezza di potersi fermare è un primo indicatore che separa il normale carattere vivace del bambino dal sospetto di iperattività o ADHD. L’impulsività si evidenzia in azioni affrettate senza valutare le conseguenze che queste possono avere. Secondo il DSM-5 vi sono 3 tipi:  variante con disattenzione predominante variante con iperattività/impulsività predominane combinato Ai fini della diagnosi, è necessario, che i comportamenti di iperattività/impulsività e/o disattenzione siano presenti in più contesti e causino una compromissione significativa dell’attività globale del bambino. L’ADHD può presentarsi in associazione a difficoltà di apprendimento, al disturbo della condotta, ad ansia e depressione, al disturbo oppositivo provocatorio etc.. In età prescolare il sintomo prevalente è l’iperattività mentre la disattenzione diventa più preminente durante la scuola elementare. In adolescenza i sintomi iperattivi ( quali correre, saltare) si riducono e emergono sottoforma di irrequietezza, nervosismo o impazienza. In età adulta l’impulsività resta un aspetto problematico da gestire anche quando l’iperattività è diminuita. L’ADHD si manifesta in più contesti (lavoro, scuola, casa). In età evolutiva il contesto privilegiato per l’osservazione dei sintomi, è la scuola in quanto le prestazioni scolastiche risultano spesso ridotte e i risultati vengono raggiunti con molta fatica. Ad esempio, anche l’applicarsi in maniera incostante e/o inadeguata richie un’attenzione prolungata nel tempo difficile da sostenere interpretata dagli altri come pigrizia e irresponsabilità. Come intervenire dunque? Anche se non è possibile eliminare le cause del disturbo in quanto la sua origine è neurobiologica  e interferisce con il normale sviluppo psicologico del bambino, è possibile intervenire sull’aumento della durata dell’attenzione, sul controllo dell’impulsività, sulla consapevolezza delle proprie difficoltà e sull’apprendimento di strategie tramite un percorso integrato che coinvolga il bambino, la famiglia e la scuola. Sviluppare nel bambino abilità di self control e di adattamento e un training per le abilità sociali costituisce a specifiche tecniche e strategie per il miglioramento dei comportamenti problematici. Immagine: Pixabay

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Cucina e Salute

Moeh Esse, il mestiere del food blogger: intervista

Moeh Esse, food blogger per passione Marco Melito, in arte Moeh Esse, classe 1991, di mestiere food blogger. La sua pagina conta migliaia e migliaia di iscritti su Instagram, forte di una crescita che pare non esaurirsi nonostante il periodo di crisi per la ristorazione, causato dal Covid. Spulciando il suo profilo social è possibile scrollare centinaia di piatti e pietanze in giro per il napoletano, scovando consigli preziosi che, una volta finite le restrizioni, torneranno di certo utilissime. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Marco, e quanto si leggerà è il resoconto di un piacevole scambio di battute avvenuto telematicamente. Ciao Marco, come hai iniziato la tua attività di foodblogger? Da dove nasce Moeh Esse? Questa è una bella storia, almeno per me che la racconto. La passione per la cucina mi accompagna da sempre, da quando da bambino guardavo mia madre ai fornelli. C’è stato, però, un lungo periodo della mia vita in cui sono stato lontano dal cibo e dalla cucina: sono anni di cui non parlo molto volentieri. Col tempo, comunque, quella passione che era stata un po’ lasciata nei cassetti, è tornata quasi con prepotenza. Avevo già iniziato un discreto percorso su Instagram che mi ha permesso di incontrare Valeria Pezzeri, Licia Sangermano e FoodErgoGram, che hanno iniziato ad invitarmi a pranzi e cene “social”, con stampa e altri foodblogger. Da lì, il passo è stato brevissimo: ho iniziato a recensire locali e ristoranti e poi a proporre le mie ricette. È nato “Unconventional Life”, il mio blog, che ora condivido con LaZimbi. Fondamentale per la tua attività è il tuo lavoro su Instagram. Qual è il tuo rapporto con i social media? Tutto ruota attorno a Instagram (e al blog). È, come tutti i social, facile, diretto e veloce. Puoi pubblicare una ricetta e avere subito il confronto con gli utenti e il pubblico. Poi, ora, con la possibilità delle stories e delle dirette, puoi farti conoscere sicuramente di più rispetto ai soli post. Le persone possono vedere come ti muovi ai fornelli, possono ascoltare la tua voce: diventa un contatto e una conoscenza più intimi. Dall’altra parte, ovviamente, bisogna stare attenti  a non dipendere dai profili, né dal parere dei cosiddetti haters, sempre pronti a criticare ogni minimo dettaglio. Per quanto mi riguarda, cerco di proporre un social semplice, essenziale, senza troppe costruzioni anche e soprattutto nelle foto. L’utente medio cerca spontaneità e sincerità, non profili e personaggi (non più persone) costruiti. Influencer, fotografo, critico gastronomico, giornalista. La tua è una attività dai mille volti e dalle mille competenze richieste. Secondo te, in cosa consiste l’essenza del mestiere del foodblogger? Questo è un discorso difficile da far capire, soprattutto da noi al Sud dove food blogger e influencer sono spesso criticati, ed il cui lavoro è ancora più spesso sminuito, non considerato, sottopagato o addirittura non pagato. Non siamo solo “quelli che cucinano e mangiano”. Siamo persone (molte volte lo si dimentica…) che condividono con gli altri una propria passione. Alcuni di noi (soprattutto da Roma […]

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DCA: aspetti psicologici e sociali del disturbo alimentare

La psicologa di Eroica(mentis) parla oggi dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Quello dei disturbi alimentari (DCA) è un argomento complesso in quanto sono implicati una serie di fattori fisiologici, psicologici, sociali e comportamentali che non possono non essere indagati e approfonditi in un contesto clinico e di ricerca. Tali disturbi rappresentano oggi tra i giovani, un’elevata percentuale di mortalità, sempre più spesso legati alla società capitalista, ai modelli per cui il corpo diventa il mezzo per essere riconosciuti e apprezzati. Siamo nel pieno di una “rivoluzione della comunicazione” che ha prodotto un aumento della velocità, del ritmo, del flusso, della densità e della connettività della vita sociale ed economica degli individui. In meno di vent’anni, infatti, software, computer, media digitalizzati, internet, la telecomunicazione mobile e il wireless hanno permesso una connessione tra gli esseri umani alla velocità della luce: attraverso il web, è possibile connettersi istantaneamente con più di un miliardo di persone, e di comunicare direttamente e contemporaneamente con ciascuna di esse, permettendo in questo modo, la veicolazione di una quantità di informazioni quasi impossibile da contenere e comprendere. «Abbiamo sempre meno familiarità con noi stessi e la grammatica visiva del nostro tempo ci spinge a vedere il corpo e la nostra immagine come un oggetto che non ci piace mai abbastanza, che si può e si deve perfezionare.» (Dalla Ragione & Mencarelli, 2012). Sicuramente possiamo individuare dei fattori cosiddetti predisponenti ai DCA (genetici, psicologici) che aumentano la vulnerabilità/probabilità che una persona possa sviluppare un disturbo di alimentazione. A questi possono associarci fattori definiti precipitanti costituiti da eventi rilevanti per la vita del soggetto come ad esempio un lutto, un’aggressione, una separazione, ma anche da avvenimenti apparentemente non gravi quali possono essere un brutto voto preso a scuola, essere presi in giro per il proprio aspetto, infine possiamo trovare i fattori di mantenimento ossia tutti quei fattori che possono impedire il ritorno graduale alla “normalità”. I disturbi alimentari insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile rispetto a quello maschile. Secondo gli ultimi dati in Italia sono circa 3 milioni di cui il 95,9% sono donne e 4,1% sono uomini. Nel caso dell’anoressia nervosa l’incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa tra 0,02 e 1,4 nuovi casi. Per quanto riguarda la bulimia si registrano ogni anno 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Si tratta di numeri davvero preoccupanti, che fanno dell’anoressia la terza più comune “malattia cronica” fra i giovani. Una criticità dalle conseguenze molto pesanti, se si considera che i pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni presentano un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un […]

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Mappa delle emozioni durante l’emergenza: cos’è?

La psicologa di Eroica(mentis) oggi parla della mappa delle emozioni generata durante l’emergenza sanitaria. Ogni giorno l’azienda italiana Expert System, la quale si occupa di semantica e intelligenza artificiale, pubblica un monitoraggio delle emozioni e dei sentimenti degli italiani durante questo periodo di emergenza sanitaria nazionale. Come? In pratica viene effettuata un’analisi semantica dei post pubblicati sui social media nelle ultime 24 ore. Come? Una “emotion analysis” effettuata tramite una tecnologia di Artificial Intelligence (AI) è stata ed è in grado di elaborare automaticamente migliaia di testi per avere la sintesi di quello che sentono e pensano le persone scrivendolo sui social media. Per avere uno spaccato in tempo reale delle reazioni dei cittadini e del modo in cui sono cambiate le loro emozioni È quello che ha fatto Expert System, in collaborazione con Sociometrica, per oltre 2 mesi (dal 23 marzo al 29 maggio): sono stati raccolti e classificati, in tempo reale, migliaia e migliaia di testi pubblicati su Twitter, per cogliere, in tempo reale, l’evoluzione dei pensieri e dei sentimenti della popolazione di giorno in giorno. Mappa delle emozioni: come funziona? L’analisi basata sulle emotion consente di andare ben oltre le connotazioni positive e negative di un’emozione. Se infatti la sentiment analysis supporta la comprensione della connotazione positiva / negativa nascosta in un giudizio o in un’opinione, le emotion riescono a riconoscere l’emozione specifica espressa nel testo, garantendo un risultato dell’analisi molto più preciso, e quindi fruibile a livello operativo. Proviamo per esempio di voler applicare la sentiment analysis a un insieme di tweet che commentano una decisione del governo comunicata di recente, come è accaduto in questo periodo di pandemia in cui molti cittadini hanno riportato sui social i pareri su tutte le normative promulgate su distanziamento sociale, uso delle mascherine, bonus economici, smart working ecc. Utilizzando la tradizionale sentiment analysis si potrà arrivare a definire se il giudizio dei cittadini sia complessivamente positivo, negativo o neutro, creando così una mappa delle emozioni. In caso di esito negativo, occorrerà un approfondimento per capire cosa di quel provvedimento non è piaciuto ai cittadini. L’approccio basato sull’emotion detection ci darà invece un’immagine molto più chiara del punto di vista dei cittadini, suggerendo ad esempio che il provvedimento ha suscitato rabbia oppure ansia oppure speranza e consentirà quindi di attuare una strategia comunicativa in risposta, che possa andare a placare o rassicurare i cittadini, oppure a lavorare sul consenso che tale annuncio ha attivato. Tornando al caso specifico del Coronavirus, cosa hanno provato gli italiani durante l’emergenza sanitaria ancor in corso? Dopo le prime settimane di paura, ansia e sofferenza di fronte all’aumento dei casi positivi e tutte le incertezze derivanti da chiusure e spostamenti, sono cresciute molto le emozioni neutrali, e le emozioni cosiddette “maleducate” ( intese dal sistema come parole offensive ). Si sono scatenate le emozioni relative a rabbia e lamentele per le condizioni della riapertura, le lentezze burocratiche, le regole giudicate troppo restrittive, le violazioni delle regole stesse ecc. Non sono mancate emozioni positive (l’amore dimostrato […]

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Tè matcha: la storia antica del verde in tazza

Tè matcha: storia e tradizioni antiche del tè verde giapponese Recentemente – o a causa della prolungata permanenza a casa o di una maggiore propensione per i cofanetti regalo di tè e tisane – si è riscoperto il piacere di gustare nel pomeriggio una fumante tazza di tè non delle “solite” e ormai note varietà (verde, earl grey, nero…): si preferisce, infatti, sperimentare nuovi gusti di provenienza orientale e che si usano, magari, anche in esotiche ricette. È il caso dello smeraldino tè matcha giapponese! Il tè matcha (o maccha, “tè sfregato”) è una varietà di tè verde la cui storia affonda le radici nella Cina imperiale della dinastia Sui nel VI- VII secolo (581-618) nota per aver riunificato la Cina dopo quasi quattro secoli di divisioni intestine e lotte dinastiche, quando le foglie, finemente lavorate, erano usate per le infusioni nella cerimonia del tè (anche il primo codice monastico buddhista ne regola il galateo). Per preparare le polveri, le foglie venivano cotte al vapore allo scopo di preservarne le proprietà nutritive, e dopo averle asciugate, erano ridotte finemente, mentre nella successiva dinastia Tang (618-907) erano pressate, cotte in modo da formare dei panetti da vendere che erano tagliati a fettine e immerse nell’acqua calda salata. Nel periodo in cui regnò la dinastia Song (960-1279) le foglie essiccate erano mescolate con una frusta nell’acqua bollente e mantenevano il brillante colore verde perché prima della raccolta erano coperte in modo da aumentare il contenuto di clorofilla e mantenere gli amminoacidi presenti. Nella preparazione del tè matcha, mescolando con il tradizionale frullino in bambù, il chasen, si nota una leggera schiuma: la polvere di tè ottenuta dalla macinatura (di 1 h per 40 gr) fra blocchi di granito delle foglie essiccate dette aracha (e poi tencha prive di steli e nervature), salendo e restando in superficie, è gustata con l’acqua perché non si crea infusione. Come la maggior parte dei tè questo, soprattutto perché realizzato con i germogli terminali delle piante, possiede proprietà eccitanti (al pari del caffè, quindi attenzione all’abuso!), ed è ricco di vitamine A e C, ferro e minerali, ma soprattutto ha proprietà antiossidanti- più del tè verde!-, create proprio dalla sospensione della polvere di un verde intenso. Per le sue proprietà antiossidanti una tazza di tè matcha corrisponde a 20 tazze di tè verde, quindi previene l’invecchiamento della pelle! Inoltre, ha proprietà dimagranti perché accelera il metabolismo, disintossicanti e drenanti, favorisce la concentrazione e la memoria, è un buon digestivo e, grazie al beta- carotene, previene la formazione di macchie solari e scottature. Oggi esistono due varietà di tè matcha usate nel rituale tradizionale: quella koicha (“tè denso”) con foglie giovani da piante di età superiore ai 30 anni, e l’usucha (“tè leggero”) con foglie vecchie da piante più giovani. Secondo la tradizione sarebbe stato un monaco buddhista, Saicho, a introdurre il tè matcha in Giappone ad inizio del IX secolo, dove oggi esso è usato anche come spezia o come colorante naturale nelle tradizionali sfere di mochi, nella pasta soba e nel […]

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