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Eroica Fenice

La categoria Cucina e Salute contiene 200 articoli

Cucina e Salute

Moeh Esse, il mestiere del food blogger: intervista

Moeh Esse, food blogger per passione Marco Melito, in arte Moeh Esse, classe 1991, di mestiere food blogger. La sua pagina conta migliaia e migliaia di iscritti su Instagram, forte di una crescita che pare non esaurirsi nonostante il periodo di crisi per la ristorazione, causato dal Covid. Spulciando il suo profilo social è possibile scrollare centinaia di piatti e pietanze in giro per il napoletano, scovando consigli preziosi che, una volta finite le restrizioni, torneranno di certo utilissime. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Marco, e quanto si leggerà è il resoconto di un piacevole scambio di battute avvenuto telematicamente. Ciao Marco, come hai iniziato la tua attività di foodblogger? Da dove nasce Moeh Esse? Questa è una bella storia, almeno per me che la racconto. La passione per la cucina mi accompagna da sempre, da quando da bambino guardavo mia madre ai fornelli. C’è stato, però, un lungo periodo della mia vita in cui sono stato lontano dal cibo e dalla cucina: sono anni di cui non parlo molto volentieri. Col tempo, comunque, quella passione che era stata un po’ lasciata nei cassetti, è tornata quasi con prepotenza. Avevo già iniziato un discreto percorso su Instagram che mi ha permesso di incontrare Valeria Pezzeri, Licia Sangermano e FoodErgoGram, che hanno iniziato ad invitarmi a pranzi e cene “social”, con stampa e altri foodblogger. Da lì, il passo è stato brevissimo: ho iniziato a recensire locali e ristoranti e poi a proporre le mie ricette. È nato “Unconventional Life”, il mio blog, che ora condivido con LaZimbi. Fondamentale per la tua attività è il tuo lavoro su Instagram. Qual è il tuo rapporto con i social media? Tutto ruota attorno a Instagram (e al blog). È, come tutti i social, facile, diretto e veloce. Puoi pubblicare una ricetta e avere subito il confronto con gli utenti e il pubblico. Poi, ora, con la possibilità delle stories e delle dirette, puoi farti conoscere sicuramente di più rispetto ai soli post. Le persone possono vedere come ti muovi ai fornelli, possono ascoltare la tua voce: diventa un contatto e una conoscenza più intimi. Dall’altra parte, ovviamente, bisogna stare attenti  a non dipendere dai profili, né dal parere dei cosiddetti haters, sempre pronti a criticare ogni minimo dettaglio. Per quanto mi riguarda, cerco di proporre un social semplice, essenziale, senza troppe costruzioni anche e soprattutto nelle foto. L’utente medio cerca spontaneità e sincerità, non profili e personaggi (non più persone) costruiti. Influencer, fotografo, critico gastronomico, giornalista. La tua è una attività dai mille volti e dalle mille competenze richieste. Secondo te, in cosa consiste l’essenza del mestiere del foodblogger? Questo è un discorso difficile da far capire, soprattutto da noi al Sud dove food blogger e influencer sono spesso criticati, ed il cui lavoro è ancora più spesso sminuito, non considerato, sottopagato o addirittura non pagato. Non siamo solo “quelli che cucinano e mangiano”. Siamo persone (molte volte lo si dimentica…) che condividono con gli altri una propria passione. Alcuni di noi (soprattutto da Roma […]

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DCA: aspetti psicologici e sociali del disturbo alimentare

La psicologa di Eroica(mentis) parla oggi dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Quello dei disturbi alimentari (DCA) è un argomento complesso in quanto sono implicati una serie di fattori fisiologici, psicologici, sociali e comportamentali che non possono non essere indagati e approfonditi in un contesto clinico e di ricerca. Tali disturbi rappresentano oggi tra i giovani, un’elevata percentuale di mortalità, sempre più spesso legati alla società capitalista, ai modelli per cui il corpo diventa il mezzo per essere riconosciuti e apprezzati. Siamo nel pieno di una “rivoluzione della comunicazione” che ha prodotto un aumento della velocità, del ritmo, del flusso, della densità e della connettività della vita sociale ed economica degli individui. In meno di vent’anni, infatti, software, computer, media digitalizzati, internet, la telecomunicazione mobile e il wireless hanno permesso una connessione tra gli esseri umani alla velocità della luce: attraverso il web, è possibile connettersi istantaneamente con più di un miliardo di persone, e di comunicare direttamente e contemporaneamente con ciascuna di esse, permettendo in questo modo, la veicolazione di una quantità di informazioni quasi impossibile da contenere e comprendere. «Abbiamo sempre meno familiarità con noi stessi e la grammatica visiva del nostro tempo ci spinge a vedere il corpo e la nostra immagine come un oggetto che non ci piace mai abbastanza, che si può e si deve perfezionare.» (Dalla Ragione & Mencarelli, 2012). Sicuramente possiamo individuare dei fattori cosiddetti predisponenti ai DCA (genetici, psicologici) che aumentano la vulnerabilità/probabilità che una persona possa sviluppare un disturbo di alimentazione. A questi possono associarci fattori definiti precipitanti costituiti da eventi rilevanti per la vita del soggetto come ad esempio un lutto, un’aggressione, una separazione, ma anche da avvenimenti apparentemente non gravi quali possono essere un brutto voto preso a scuola, essere presi in giro per il proprio aspetto, infine possiamo trovare i fattori di mantenimento ossia tutti quei fattori che possono impedire il ritorno graduale alla “normalità”. I disturbi alimentari insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile rispetto a quello maschile. Secondo gli ultimi dati in Italia sono circa 3 milioni di cui il 95,9% sono donne e 4,1% sono uomini. Nel caso dell’anoressia nervosa l’incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa tra 0,02 e 1,4 nuovi casi. Per quanto riguarda la bulimia si registrano ogni anno 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Si tratta di numeri davvero preoccupanti, che fanno dell’anoressia la terza più comune “malattia cronica” fra i giovani. Una criticità dalle conseguenze molto pesanti, se si considera che i pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni presentano un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un […]

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Mappa delle emozioni durante l’emergenza: cos’è?

La psicologa di Eroica(mentis) oggi parla della mappa delle emozioni generata durante l’emergenza sanitaria. Ogni giorno l’azienda italiana Expert System, la quale si occupa di semantica e intelligenza artificiale, pubblica un monitoraggio delle emozioni e dei sentimenti degli italiani durante questo periodo di emergenza sanitaria nazionale. Come? In pratica viene effettuata un’analisi semantica dei post pubblicati sui social media nelle ultime 24 ore. Come? Una “emotion analysis” effettuata tramite una tecnologia di Artificial Intelligence (AI) è stata ed è in grado di elaborare automaticamente migliaia di testi per avere la sintesi di quello che sentono e pensano le persone scrivendolo sui social media. Per avere uno spaccato in tempo reale delle reazioni dei cittadini e del modo in cui sono cambiate le loro emozioni È quello che ha fatto Expert System, in collaborazione con Sociometrica, per oltre 2 mesi (dal 23 marzo al 29 maggio): sono stati raccolti e classificati, in tempo reale, migliaia e migliaia di testi pubblicati su Twitter, per cogliere, in tempo reale, l’evoluzione dei pensieri e dei sentimenti della popolazione di giorno in giorno. Mappa delle emozioni: come funziona? L’analisi basata sulle emotion consente di andare ben oltre le connotazioni positive e negative di un’emozione. Se infatti la sentiment analysis supporta la comprensione della connotazione positiva / negativa nascosta in un giudizio o in un’opinione, le emotion riescono a riconoscere l’emozione specifica espressa nel testo, garantendo un risultato dell’analisi molto più preciso, e quindi fruibile a livello operativo. Proviamo per esempio di voler applicare la sentiment analysis a un insieme di tweet che commentano una decisione del governo comunicata di recente, come è accaduto in questo periodo di pandemia in cui molti cittadini hanno riportato sui social i pareri su tutte le normative promulgate su distanziamento sociale, uso delle mascherine, bonus economici, smart working ecc. Utilizzando la tradizionale sentiment analysis si potrà arrivare a definire se il giudizio dei cittadini sia complessivamente positivo, negativo o neutro, creando così una mappa delle emozioni. In caso di esito negativo, occorrerà un approfondimento per capire cosa di quel provvedimento non è piaciuto ai cittadini. L’approccio basato sull’emotion detection ci darà invece un’immagine molto più chiara del punto di vista dei cittadini, suggerendo ad esempio che il provvedimento ha suscitato rabbia oppure ansia oppure speranza e consentirà quindi di attuare una strategia comunicativa in risposta, che possa andare a placare o rassicurare i cittadini, oppure a lavorare sul consenso che tale annuncio ha attivato. Tornando al caso specifico del Coronavirus, cosa hanno provato gli italiani durante l’emergenza sanitaria ancor in corso? Dopo le prime settimane di paura, ansia e sofferenza di fronte all’aumento dei casi positivi e tutte le incertezze derivanti da chiusure e spostamenti, sono cresciute molto le emozioni neutrali, e le emozioni cosiddette “maleducate” ( intese dal sistema come parole offensive ). Si sono scatenate le emozioni relative a rabbia e lamentele per le condizioni della riapertura, le lentezze burocratiche, le regole giudicate troppo restrittive, le violazioni delle regole stesse ecc. Non sono mancate emozioni positive (l’amore dimostrato […]

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Tè matcha: la storia antica del verde in tazza

Tè matcha: storia e tradizioni antiche del tè verde giapponese Recentemente – o a causa della prolungata permanenza a casa o di una maggiore propensione per i cofanetti regalo di tè e tisane – si è riscoperto il piacere di gustare nel pomeriggio una fumante tazza di tè non delle “solite” e ormai note varietà (verde, earl grey, nero…): si preferisce, infatti, sperimentare nuovi gusti di provenienza orientale e che si usano, magari, anche in esotiche ricette. È il caso dello smeraldino tè matcha giapponese! Il tè matcha (o maccha, “tè sfregato”) è una varietà di tè verde la cui storia affonda le radici nella Cina imperiale della dinastia Sui nel VI- VII secolo (581-618) nota per aver riunificato la Cina dopo quasi quattro secoli di divisioni intestine e lotte dinastiche, quando le foglie, finemente lavorate, erano usate per le infusioni nella cerimonia del tè (anche il primo codice monastico buddhista ne regola il galateo). Per preparare le polveri, le foglie venivano cotte al vapore allo scopo di preservarne le proprietà nutritive, e dopo averle asciugate, erano ridotte finemente, mentre nella successiva dinastia Tang (618-907) erano pressate, cotte in modo da formare dei panetti da vendere che erano tagliati a fettine e immerse nell’acqua calda salata. Nel periodo in cui regnò la dinastia Song (960-1279) le foglie essiccate erano mescolate con una frusta nell’acqua bollente e mantenevano il brillante colore verde perché prima della raccolta erano coperte in modo da aumentare il contenuto di clorofilla e mantenere gli amminoacidi presenti. Nella preparazione del tè matcha, mescolando con il tradizionale frullino in bambù, il chasen, si nota una leggera schiuma: la polvere di tè ottenuta dalla macinatura (di 1 h per 40 gr) fra blocchi di granito delle foglie essiccate dette aracha (e poi tencha prive di steli e nervature), salendo e restando in superficie, è gustata con l’acqua perché non si crea infusione. Come la maggior parte dei tè questo, soprattutto perché realizzato con i germogli terminali delle piante, possiede proprietà eccitanti (al pari del caffè, quindi attenzione all’abuso!), ed è ricco di vitamine A e C, ferro e minerali, ma soprattutto ha proprietà antiossidanti- più del tè verde!-, create proprio dalla sospensione della polvere di un verde intenso. Per le sue proprietà antiossidanti una tazza di tè matcha corrisponde a 20 tazze di tè verde, quindi previene l’invecchiamento della pelle! Inoltre, ha proprietà dimagranti perché accelera il metabolismo, disintossicanti e drenanti, favorisce la concentrazione e la memoria, è un buon digestivo e, grazie al beta- carotene, previene la formazione di macchie solari e scottature. Oggi esistono due varietà di tè matcha usate nel rituale tradizionale: quella koicha (“tè denso”) con foglie giovani da piante di età superiore ai 30 anni, e l’usucha (“tè leggero”) con foglie vecchie da piante più giovani. Secondo la tradizione sarebbe stato un monaco buddhista, Saicho, a introdurre il tè matcha in Giappone ad inizio del IX secolo, dove oggi esso è usato anche come spezia o come colorante naturale nelle tradizionali sfere di mochi, nella pasta soba e nel […]

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Covid-19: L’importanza del benessere psicologico

“Non c’è salute, senza salute mentale” ha dichiarato a più riprese l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicando anche un documento contenente diversi messaggi con l’obiettivo di sostenere il benessere mentale e psicosociale tra i diversi gruppi sociali durate la pandemia. Non tutti posseggono infatti le stesse risorse per reagire efficacemente a intense condizioni di stress, angoscia e isolamento. L’emergenza sanitaria ancora in atto ha sicuramente esacerbato alcune nostre paure o ne ha fatte nascere di nuove. Ci sono persone più sensibili che sono predisposte ad insorgenza sintomatologica per età e/o condizioni psichiche preesistenti che può dare origine ad episodi di ansia, deflessione del tono dell’umore o peggioramento di patologie preesistenti. Diverse sono state le indicazioni degli esperti, in particolare di CNOP e ISS, su come “vivere” il più possibile al meglio questo periodo tanto delicato. Creatività e flessibilità sono le risorse che in questo periodo ci possono tornare utili e che probabilmente abbiamo anche già messo in atto senza nemmeno accorgercene. Conviene infatti concentrare l’attenzione su che è possibile fare anziché su ciò che ci è negato fare. Questo aiuta a fare spazio nella mente a tutto quello che è nelle sue possibilità in termini di come è possibile impiegare il tempo rilassandosi e spostando l’attenzione dall’invasione dei media con i suoi numeri e i continui aggiornamenti sull’emergenza minuto per minuto. Questi invece possono essere più funzionali se impiegati per mantenersi in contatto con il mondo esterno, in particolar modo durante le vacanze natalizie. A tal proposito, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha divulgato un Vademecum Psicologico Anti-Panico per i cittadini che consiglia di: – Attenersi ai fatti in maniera oggettiva – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che l’80% dei contagiati guarisce spontaneamente, il 15% presenta problematiche mediche gestibili, il 5% manifesta un quadro sintomatico grave e la metà di essi va incontro al decesso. – Riflettere sul rapporto tra paura ed efficienza in emergenza: quando la paura è nulla o moltissima, l’efficienza nel fronteggiare la situazione viene meno. L’ideale sarebbe vivere l’attuale scenario con consapevolezza e percezione equilibrata dei pericoli portati dal contagio del Coronavirus. – Non mettere in atto strategie sull’onda emotiva dell’allarme e del panico: la messa in atto delle semplici misure di sicurezza proposte è un buon modo per vivere con serenità la situazione. Invece, un’ansia elevata inibisce la capacità di ragionamento senza cui non possiamo garantire a noi stessi e agli altri una gestione ottimale della prevenzione al contagio. Inoltre, il CNOP raccomanda di: – Non ricercare compulsivamente le notizie ma aggiornarsi una volta al giorno e solo da fonti affidabili come il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore della Sanità – Entrare nell’ottica che le misure di sicurezza prese servono a proteggere le altre persone e non a proteggere solamente noi stessi. Per questo motivo è importante che tutti le adottino per il bene della collettività: non ignorare la disattenzione altrui, può essere utile spiegare l’importanza dei comportamenti di sicurezza agli altri con pazienza e calma. Reazioni di rabbia o disprezzo non aiuterebbero […]

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DaD: la scuola “spaziale” funziona davvero?

DaD (Didattica a Distanza): ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Che lo si voglia oppure no, niente divide di più le famiglie, la scuola e la politica riguardo al tema della didattica a distanza, meglio conosciuta con l’acronimo DaD. Se da un lato alcuni genitori temono l’aumento dei contagi e mostrano preoccupazioni per i propri familiari, dall’altra la scuola “spaziale” non convince in termini di efficacia e funzionalità per cui si temono importanti conseguenze sulla formazione e sul futuro dei giovani studenti. La DaD funziona, ma la necessaria distanza formativa e soprattutto emotiva ha importanti ricadute sull’apprendimento a lungo termine. La prima e evidente distinzione da fare riguarda l’età dello studente: la presenza fisica in aula di studenti e insegnante è fondamentale soprattutto per le scuole di primo ciclo. Nella fascia d’età che va dai 6 ai 12 anni, la neuroplasticità del cervello è più elevata in particolare durante i processi di memoria e apprendimento. Anche se geneticamente possediamo grandi capacità di apprendimento ad esempio, se queste non verranno adeguatamente “allenate” e stimolate dall’ambiente e dalle relazioni, tale capacità resterebbe solo una potenzialità inespressa o può addirittura e in certi casi essere compromessa in situazioni future che implicano l’uso di tale potenzialità. La stimolazione cognitiva, emotiva e motoria proveniente nel nostro caso da un contesto altamente formativo ed esperienziale come la scuola, è importantissima in questa fascia d’età affinché i bambini possano imparare ad adattarsi alle esigenze dell’ambiente che li circondano. Fondamentale è l’apprendimento linguistico. Immaginate il caos delle chat, i microfoni delle piattaforme audio-video scarsamente funzionanti, la connessione rallentata, l’immagine del volto insufficientemente messa a fuoco. I bambini che in modo intermittente richiamano l’attenzione della maestra senza riuscire a farsi sentire magari perché sono più timidi, hanno la voce bassa, altri che invece si lasciano distrarre dai loro giochini perché trovano noiosa la lezione fatta a distanza. Manca l’attenzione, il pilastro dell’apprendimento. L’insegnante ha il compito di catturarla e incanalarla, ma questo diventa davvero complesso da fare se di fronte a sé ha uno schermo anziché i bambini in presenza. L’aula è lo spazio che contiene e fermenta la vita sociale dei bambini, l’attenzione e l’apprendimento dipendono molto dai segnali sociali. Ad esempio se al bambino gli si indica qualcosa il suo sguardo sarà rivolto prima al suo interlocutore (la maestra) e solo dopo si girerà nella direzione in cui la maestra sta guardando. Diversi esperimenti hanno dimostrato che quando al bambino gli si insegna una parola nuova, se il bambino interagisce con l’adulto e può seguire il suo sguardo verso l’oggetto che corrisponde alla parola, la impara subito. Se invece la stessa parola viene ripetuta anche più volte attraverso un microfono come accade in DaD, il bambino non la memorizza. La formazione in classe favorisce, inoltre, un altro aspetto importante dell’apprendimento, il coinvolgimento attivo. L’attivazione e lo sviluppo del pensiero riflessivo e ipotetico aiuta il bambino a fare chiarezza sollevando dubbi e ponendo domande rispetto ad un argomento o ad un esercizio che gli può sembrare poco chiaro, […]

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Sistema immunitario ecco come rinforzarlo in modo efficace

Il sistema immunitario si compone di un organismo complesso di sistemi e cellule che operano per proteggerci dall’aggressione di batteri e virus responsabili di malattie e patologie. Contrarre virus e infezioni spesso dipende dalle difese immunitarie basse, che segnalano uno stato di salute del nostro corpo non proprio efficiente. E’ comunque possibile rinforzare in maniera efficace le difese immunitarie, ecco tutte le soluzioni per ottenere ottimi risultati. Osservare un’alimentazione ricca di antiossidanti Gli antiossidanti assicurano un enorme supporto al sistema immunitario, bloccano le reazioni a catena innescate dai radicali liberi, proteggono i grassi contenuti nelle membrane cellulari e svolgono un ruolo determinante nel riparare il DNA danneggiato, rafforzando le capacità di autoriparazione proprie dell’organismo. I cibi costituiscono la fonte migliore di antiossidanti, in particolare quelli che contengono la vitamina E, che si trova negli oli, soprattutto quello di girasole, nella frutta secca, ma anche nelle verdure a foglia verde come spinaci e broccoli. Altri cibi ricchi antiossidanti sono anche carciofi, cioccolato, pomodori, mele, fagioli rossi, caffè. Anche gli acidi grassi omega-3 sono importanti per rafforzare le difese immunitarie e per avere un apporto giornaliero sufficiente inserire nella dieta il pesce, in particolare quello azzurro, sardine, sgombro e tonno. Aglio e zenzero proprietà disinfettanti e disintossicanti Due alimenti particolari per risollevare un sistema immunitario debole sono aglio e zenzero. L’aglio è antisettico, antifungino, antibatterico e disintossicante naturale, contrasta la nausea e aiuta a combattere le infezioni. I sui effetti benefici risiedono anche nelle sue proprietà anti-infiammatorie, che aiutano il sistema immunitario a funzionare al meglio e favoriscono la moltiplicazione delle cellule che hanno il compito di proteggere dalle malattie. Anche lo zenzero svolge pressappoco le stesse funzioni e contiene numerosi antiossidanti che aiutano a contrastare l’invecchiamento cellulare, scongiurando l’ossidazione delle cellule. Lo zenzero è disponibile in polvere oppure sotto forma di radice da consumare a pezzetti o aggiungere alle pietanze. Praticare una regolare attività fisica Una regolare attività fisica, oltre che stimolare la circolazione, aumenta la circolazione dei globuli bianchi, il cui scopo principale è quello di distruggere gli agenti patogeni responsabili di malattie. Questo contribuisce ad aumentare la resistenza allo stress e quindi a rafforzare il sistema immunitario. In genere sono sufficienti 30 – 45 minuti al giorno di allenamento moderato all’aria aperta per ottenere come risultato un rafforzamento delle difese immunitarie, che può consistere in jogging, ciclismo, nuoto, sollevamento pesi oppure una passeggiata ad andamento sostenuto. Evitare di esagerare e non trasformare un’attività sana e benefica in stress che può invece indebolire le difese e ottenere l’effetto contrario. Il sonno rinforza le naturali difese dell’organismo Lo difese dell’organismo hanno una stretta relazione con la qualità del sonno e la sua durata. La quantità di cellule immunitarie naturali necessari al nostro corpo per difendersi da batteri e virus aumenta durante il sonno. Ecco perché bisogna dormire a sufficienza, ovvero almeno 7-8 ore, ritenute indispensabili per assicurare un ritmo equilibrato del ciclo sonno-veglia, per migliorare la produzione di citochine anti-infiammatorie e delle cellule killer. Un sonno ristoratore aumenta le capacità dell’organismo […]

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Disabilità: quando “l’essenziale è invisibile agli occhi”

Disabilità: inclusione, diritti, differenza. Un salto nel passato o un tuffo nel futuro. Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Se pensiamo che appena il 31,4% delle persone affette da sindrome di Down con più di 24 anni lavora, prendiamo atto dell’esistenza di una manchevolezza legata ad alcuni riposizionamenti organizzativi all’interno di un contesto complesso che contiene ed accoglie la differenza come qualità specifica e irrinunciabile alla base del cambiamento sociale. Cosa manca effettivamente? Il collante. Una dinamica relazionale che riesca a tenere insieme l’impegno strettamente istituzionale con quello più largamente educativo e progettuale agito e promosso sul territorio. «L’essenziale è invisibile agli occhi» affermava il noto scrittore francese. La disabilità diventa un numero che aumenta a dismisura, ma senza lasciare traccia, senza un dopo famigliare e sociale. Questo fenomeno si manifesta in misura maggiore dopo l’uscita dal contesto scolastico che conduce il soggetto disabile alla dissolvenza sociale, all’assenza di un impegno lavorativo e al conseguente e inevitabile sovraccarico famigliare. Percentuali che sfidano la messa in gioco dell’autonomia, del senso di collaborazione, di una politica dell’inclusione che si ponga tra accettazione e sfida continua. 1 italiano su 4 dichiara di non aver mai incontrato nel corso della propria esperienza lavorativa persone disabili, senza trascurare che per 2 italiani su 3 la disabilità viene percepita come una limitazione fisica più che intellettiva. Bisognerebbe farsi carico della disabilità per vivere l’autonomia nella sua essenzialità, nel suo significato più profondo, per essere capaci di vivere l’indipendenza come prerogativa dell’organizzazione collettiva. Sorge la necessità di educarsi per educare, e questo esempio dev’essere dato da una buona politica attraverso un processo di coscientizzazione ed individuazione di quelli che sono i servizi e le possibilità offerte dal territorio per l’inserimento della disabilità nel mondo del lavoro. Appare evidente come oggi ci concentriamo sui molti disoccupati senza lavoro sottovalutando il dato di fatto che le persone con handicap hanno maggiori difficoltà di accesso nei contesti lavorativi limitando di fatto la partecipazione attiva all’interno della comunità, senza tralasciare uno spreco inaccettabile di competenze. Per fare questo è necessario entrare nella “loro” realtà, conoscendo le loro peculiari caratteristiche per organizzarle e inserirle in particolari contesti che li valorizzino. Un investimento sociale ed economico senza precedenti. Una sfida alla crisi economica, all’individualizzazione, ai mercati finanziari, alla globalizzazione. Rimettere in gioco i contesti organizzativi significa generare conflitti, creare disordine, quest’ultimo non deve intendersi come assenza di ordine ma va letto come una mancanza di relazione tra ordini diversi. La possibilità di includere la differenza costituisce un valore aggiunto al capitale umano in quanto apre prospettive inedite, di emancipazione e di crescita superando il limite che ci impone il nostro esclusivo punto di vista. Significa superare il confine della paura e del rischio per accedere al cambiamento e alla conoscenza dell’altro rimettendo in discussione se stessi e le proprie convinzioni. Sorge la necessità di recuperare una solidarietà collettiva di integrazione della differenza superando quelle barriere di rigidità e indifferenza che ostacolano la nascita di ecologie relazionali possibili e costruttive. Significa superare la mera […]

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Trauma psicologico: definizione e approcci

L’esperta di Eroica(mentis) ci parla di trauma psicologico. Iniziamo a definire l’etimologia del termine «trauma» che dal greco significa «ledere», «danneggiare» in riferimento al corpo (ad esempio, una lacerazione). Dal punto di vista psicologico, può essere definito «ferita dell’anima», come qualcosa che impatta negativamente sulla realtà della persona alterando il suo equilibrio. Esistono diverse forme di trauma psicologico a cui può andare incontro una persona nell’arco della vita, come i «piccoli traumi», esperienze negative e disturbanti non particolarmente intense e destabilizzanti (ad esempio, un’umiliazione), discussioni con persone significative della nostra vita. Accanto a questi «piccoli traumi» definiti anche «traumi t» , vi sono i «grandi traumi» o «traumi T». Essi fanno riferimento a tutti quegli eventi che portano alla morte o che possono ledere in maniera significativa e determinante l’integrità fisica propria o delle persone a cui teniamo. A questa categoria appartengono eventi di grande impatto traumatico come disastri naturali, abusi, incidenti. Diversi studi hanno tuttavia dimostrato che nonostante le diverse tipologie di trauma psicologico, gli individui reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi. Questo è un dato molto significativo, in quanto evidenzia come le persone rispondano al trauma in maniera completamente differente: alcune di queste, ritornano, entro un breve periodo di tempo, a condurre una vita normale, altre reagiscono in maniera più intensa e grave tanto da impedire la ripresa normale della propria quotidianità. Ma quali sono le conseguenze? Essere stati coinvolti in un evento traumatico porta ad alcune conseguenze non solo di carattere emotivo, ma anche fisico. Alcune ricerche hanno dimostrato che gli individui che hanno impattato con un evento traumatico, portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala. Un’esperienza traumatica molto forte si ripercuote anche sul corpo rilevandone una stretta connessione. Questo accade perché l’elaborazione delle informazioni è un meccanismo innato per cui l’esperienza traumatica viene “digerita” a livello mnestico in maniera riadattata e ricostruita quando la persona narra l’accaduto. Molte persone continuano ad avere pensieri intrusivi relativi al trauma anche molto tempo dopo l’accaduto. Riportano sensazioni angosciose che impediscono di condurre una vita serena e soddisfacente, il passato continua a farsi presente tutte le volte che può o quando nell’ambiente vi sono elementi che fungono da “riattivatori” dell’accaduto successivamente all’evento. Il soggetto rivive continuamente la situazione traumatica provando le stesse emozioni e le stesse sensazioni giù vissute. Il senso di irrealtà (la sensazione di essere dentro ad un film) dove tutto ciò che circonda la persona diventa irrilevante associato alle reazioni fisiche (tachicardia e nausea) e la ricerca di aiuto e vicinanza, sono le reazioni tipiche che proteggono da un crollo psicologico. Ci sono poi diverse reazioni successive all’evento, tra queste: problemi di sonno (sonno leggero, si hanno incubi o sogni ricorrenti), difficoltà di concentrazione durante la lettura, mentre si guarda un film), vulnerabilità (paura del futuro, facile irritabilità), pensieri intrusivi. Quando vi sono reazioni di questo tipo è bene rivolgersi ad un professionista specializzato nel trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress traumatico. […]

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Disturbi specifici di apprendimento: il ruolo della scuola

Disturbi specifici di apprendimento: qual è il ruolo della scuola? Negli ultimi anni e in particolar modo nei contesti scolastici e formativi, si è sempre più sentito parlare di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Se da un lato questo favorisce una maggiore conoscenza e sensibilizzazione al tema, dall’altra genera situazioni in cui diventa ancora oggi complesso caratterizzare il disturbo sulla base di una diagnosi che necessita la considerazione di diversi indicatori. La legge 170 del 2010 definisce i diritti dei soggetti con specifiche e/o differenti modalità di apprendimento, primo fra tutti avere un P.D.P. (Piano didattico personalizzato) mediante il quale il bambino ha diritto ad usufruire di provvedimenti dispensativi e compensativi. Il piano dovrà contenere le strategie e le metodologie didattiche più idonee ai fini di una maggiore efficacia dell’apprendimento. Diventa, ad oggi rilevante considerare la connessione intrinseca tra gli aspetti emotivi, cognitivi, motori e osservare come il termine «disturbo dell’apprendimento sia un’espressione ombrello che raccoglie una gamma diversificata di problematiche nello sviluppo cognitivo e nell’apprendimento scolastico, non imputabili a fattori di handicap grave» [C. Cornoldi]. I Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), così come evidenziato dalla Consensus Conference del 2010, sono di origine neurobiologica, lasciano intatto il normale funzionamento dell’intelligenza, non compromettendo di fatto altri tipi di abilità se non quelle dominio-specifiche che possono riguardare la lettura, l’orotografia, la grafia e il calcolo. I DSA costituiscono un diverso stile di apprendimento dovuto ad una neurodiversità. Una scuola a misura di bambino Oggi è fondamentale una scuola che crea e non una scuola che replica. Bisognerebbe uscire per questo dall’idea secondo la quale “l’errore è da evitare” e rivoluzionare un sistema di credenze e attribuzioni controverse che incidono sull’idea che ci facciamo dell’apprendimento e di guardare alla conoscenza come ad un processo dinamico e aperto. Quelli che noi consideriamo “bravi studenti” posseggono non solo una competenza specifica relativa al compito da risolvere, ma un’abilità sociale nel riuscire a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali all’interno di una sistema di attese reciproche (studente-insegnante). Diventa difficile all’interno di uno scenario variegato e in continua evoluzione, gestire la complessità, accoglierla e conoscerla assumendosene rischi e responsabilità. Il concetto di apprendimento comprende tutto l’arco di vita del soggetto, e la scuola insieme agli insegnanti deve essere in grado di rispondere alla pluralità delle differenze promuovendo una concezione di sapere differenziale e flessibile attraverso l’uso di strumenti in grado di rispondere in maniera efficace alle attitudini personali di cui ogni soggetto è portatore nel rispetto e per la valorizzazione di competenze diverse. Motivazione e autostima predittori dell’apprendimento Se un insegnante crede che uno studente sia meno dotato lo tratterà, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri. Lo studente interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza. L’autostima è un predittore della capacità di apprendimento, in quanto fornisce una rappresentazione del sé, delle proprie abilità e delle proprie competenze. I bambini con DSA – secondo numerose ricerche – presentano bassi livelli di autostima, bassa motivazione e stili di attribuzione disfunzionali. È dunque necessario individuare le caratteristiche di ogni […]

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