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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 52 articoli

Culturalmente

Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

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Riflessioni culturali

Estate 2017: cosa vale la pena ricordare?

“L’Estate sta finendo…e un anno se ne va”, cantavano qualche anno fa (un bel po’, a dire il vero), dei tizi che non avevano nulla in comune con  tutti i guerriglieri delle hit estive che ogni anno vengono puntualmente scongelati ai primi tepori di aprile o maggio, dopo aver passato un anno in banco frigo. L’estate sta finendo, o forse è finita già, come sembra preannunciare l’aria che si è fatta già più elettrica, l’odore della pioggia che suggerisce fantasie di plaid, tazze di tisane che ti bruciano la gola, maratone di film e serie TV, passeggiate nei boschi a respirare l’aroma delle foglie secche e della natura che comincia a ripiegarsi verso una sorta di raccoglimento interiore e intimo. L’autunno è la stagione più intima di tutte: c’è un’intimità sofferta e primordiale nello spegnersi lentamente della vegetazione e negli slanci che portano a mescolare gradazioni e tonalità di colore. Quasi come se il grande corpo della natura accogliesse il desiderio di ristoro, equilibrio e raccoglimento dell’anima, cullandola con carezze dalle sfumature calde e dalle screziature arancioni. I ritmi forsennati dell’estate sono ormai lontani come l’ultimo eco di Despacito, settembre si è già intrufolato nelle pieghe della quotidianità e ci conduce a fare quella cosa odiosissima per cui l’essere umano non si sente mai pronto: i bilanci. Nessun bilancio colmo di rimpianti, melodrammi e isterie, nessun accenno al peso corporeo, a nostalgie improbabili o rimpianti di dubbia qualità. Cosa ricorderemo di questa estate che s’è appena dileguata? Cosa resterà dell’Estate 2017? Di alcune cose non sentiremo la benché minima mancanza, diciamoci la verità. Nemmeno una punta di nostalgia sciocca da discount. Non sentiremo la mancanza di nessuno dei tormentoni estivi, nonostante il rapporto viscerale che noi comuni mortali instauriamo con queste entità mitologiche che sembrano programmate per sfornare hit sempre uguali ogni anno. Rapporto viscerale sì, perché prima li odi in modo bellicoso, meditando la soluzione alla Van Gogh pur di non prestare più l’orecchio a nessun Pasito o Suavecito, ma poi ti ritrovi a ripetere e cantare meccanicamente quelle stesse canzoni che avevano provocato in te cinquanta sfumature di vituperio. Un po’ come i  The Jackal nel loro famoso video. Poi, Sarahah. Inizialmente, sembrava che tutti i contatti presenti sulla Home avessero fuso all’unisono il nome Sarah e la trascrizione di una risata alquanto sguaiata, ma non si capiva cosa fosse. Una risata uscita male? Una tizia di nome Sarah che suscitava particolare ilarità a tutto il popolo di Facebook? E invece no, era l’ennesima app meteora: infatti è durata meno di un gatto in tangenziale. Per due, massimo tre giorni (volendo essere clementi), Facebook è diventata una vetrina di messaggi anonimi, di offese ignote, complimenti improbabili e ammiratori segreti dell’ultima ora. Desiderio di ricevere attenzioni, voglia di emulare gli altri che avevano già installato l’app e febbrile curiosità di sapere cosa gli altri pensino del prossimo sono stati gli ingredienti che hanno determinato il boom di Sarahah che originariamente era nata come strumento per ricevere critiche costruttive sul posto di lavoro. Peccato che su […]

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Culturalmente

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Culturalmente

Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Culturalmente

Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con […]

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Culturalmente

“La Scuola Possibile”: a Torino, tutta un’altra scuola

Partirà da settembre 2017 e avrà sede nel Basic Village di Torino: si chiamerà “La scuola possibile” e sarà una scuola primaria fondata sulla sostituzione di zaini, voti e compiti con esperienze diversificate. Si tratta, innanzitutto, di un istituto privato, nato da un’idea di Laura Milani, direttore e CEO dello IAAD, l’Istituto di Arti Applicate e Design, che spiega come questo progetto abbia preso forma dall’esigenza di «strutturare un percorso alternativo per i più piccoli, capace di rispecchiare la contemporaneità e i suoi bisogni, al fine di evitare che i bambini “ingessino” le proprie attitudini in percorsi didattici preconfezionati e lascino emergere i loro talenti creativi». Il punto cruciale dell’iniziativa è l’assunto per cui il tempo per la scuola e quello della famiglia devono coesistere: “La scuola possibile”, dunque, si propone come una vera e propria officina creativa. L’approccio pedagogico de “La scuola possibile” presenta forti innovazioni – a scuola si entrerà dalle 8 alle 9 e si uscirà dalle 16.30 alle 17.00: un orario lungo ma flessibile, che permetta di conciliare sia i ritmi del bambino che quelli delle famiglie; – la scuola avrà massimo 15-18 bambini per classe, in netta opposizione con le maxi classi della scuola tradizionale, al fine di riservare a ciascuno la dovuta attenzione mediante una didattica fondata sul rapporto di collaborazione attiva tra allievi e maestri; – si svolgeranno solo tre moduli di lezione da 80 minuti, intervallati da lunghe pause per mangiare e giocare: lo svago e l’apprendimento, dunque, si alterneranno ritmicamente, per fare in modo che i bambini non stiano a lungo fermi in un ambiente chiuso e statico, perdendo la concentrazione; – la struttura della didattica non si baserà sulle materie, ma su cinque aree di linguaggio: alfabetizzazione, immagine, scienza, suono e movimento, alle quali si aggiungeranno di anno in anno numerose attività in inglese; l’obiettivo che ci si propone è quello di giungere ad uno sviluppo parallelo e armonico, fatto di percorsi variegati, attraverso i quali il bambino possa costruire un vasto vocabolario comunicativo; – gli studenti non avranno bisogno dello zaino, perché i materiali didattici saranno già negli spazi del Basic Village, né avranno necessità di svolgere alcun esercizio a casa propria: ed è questo il punto cruciale dell’innovazione, argomento, peraltro, alquanto dibattuto. L’Italia, in effetti, risulta essere il Paese che fornisce il maggior numero di compiti ai propri studenti e negli scorsi anni ben due ministri dell’Istruzione, Profumo e Carrozza, si sono dimostrati critici a proposito, così come contrastanti sono le opinioni di psicologi e pedagoghi. “La Scuola Possibile” offre un’alternativa, scegliendo di «responsabilizzare i bambini e renderli indipendenti, credendo nella loro intelligenza e nei loro talenti», come sostiene la responsabile, che aggiunge: «il tempo libero, degli affetti e del privato sono da rispettare e impiegare in altre attività che fanno parte dell’esperienza della vita; i compiti, tuttalpiù, sono per le famiglie, che devono assistere i propri figli nello svolgimento di lavori su cui i piccoli non possono essere autonomi»; – altro elemento radicale è l’assenza di verifiche, che si […]

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Riflessioni culturali

Palmira e la stampa 3D al servizio dell’archeologia

Il sito archeologico di Palmira e la stampa 3D; un progetto “incrociato” che parte in seguito alla distruzione da parte di gruppi jihadisti nel maggio del 2015 di gran parte del sito archeologico in Siria, ed in seguito alla proposta delle autorità mondiali che avevano ipotizzato un piano di ricostruzione dei reperti archeologici distrutti mediante l’ausilio proprio della stampa 3D. Palmira e la stampa 3D al servizio dell’archeologia Un progetto, attuato dopo la liberazione del sito, e tuttora in corso volto al risanamento tanto dei danni subiti dai templi, sia quelli subiti dalle statue sfregiate e ribaltate dai loro piedistalli. In questo progetto di ricostruzione parte dell’attuazione è stata possibile per opera dell’archeologia italiana che di recente ha prospettato il successo della ricostruzione di due statue lesionate: l’idea è quella di recuperare, mediante scansione elettronica, le parti mancanti, “stamparle”, applicarle e ricoprire il tutto con polvere di pietra locale. In questo modo le statue, e sostanzialmente l’intero sito, sarebbero “restaurate”. Il restauro del sito di Palmira e la stampa 3D, quindi, si presenta come un esempio di interdisciplinarità, di scambio di saperi, umanistico e scientifico, al servizio dell’uomo. Tuttavia, per quanto all’apparenza il sito riprenderà la sua antica forma, resterà il ricordo di ciò che è stato, delle statue sfregiate e dei templi divelti. E così le questioni culturali si intrecciano a questioni profondamente umane. L’arte dimenticata, la polvere che si stratifica sulle coscienze umane, l’arbitrarietà dell’uno nei confronti della vita dell’altro. Questioni che, seppur nel loro carattere disumanizzante, sembrano purtroppo permeare le situazioni quotidiane. Si pensi allo snaturamento del genuino rapporto tra uomo e natura, tra uomo e terra, e tra uomo e uomo. E si pensi ancora all’aberrante facilità con cui si avvelenano le terre, e l’aria, e la vita stessa, e all’altrettanto aberrante indifferenza con cui si decide e si dispone delle altrui vite. La cronaca, purtroppo, ci fa da specchio, giorno per giorno, di questa condizione. E la questione Palmira non è che un pezzo di questo mosaico. Forse ciò che è venuto a mancare è la solidarietà tra piccoli gruppi sociali, familiari e conoscenti, fino alla grande rete mediatica. Una solidarietà troppo spesso ostentata ma insincera, tanto che viene a mancare nel momento del bisogno. Ma non sempre “perde” questa cultura del rispetto, sia del passato che del presente. Ecco, allora, esserci i volontari davanti al sostegno verso le calamità, d’ogni genere; ed ancora ecco che le rovine di Palmira, rivivono, con il progetto su Palmira e la stampa 3D, nel suo valore di conoscenza ed evoluzione scientifica, assume così un senso importante. Perciò la graduale costruzione del sito e delle sue componenti danneggiate dovrebbe essere visto come tentativo di ricostruzione di un’umanità ridotta in pezzi, ed una nuova unione – utopica forse, ma sempre auspicata – dei popoli nel segno della fratellanza. «Scrivi ciò che vedesti. Manderò la mia voce dalle rovine, e ti detterò la mia storia. Piangeranno i secoli sulla mia solitudine; e le genti s’ammaestreranno nelle mie disavventure». (Ugo Foscolo, Ultime lettere […]

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Culturalmente

Sulle tracce della canzone: dal mito al talent

È difficile stabilire l’origine e le date che segnano l’inizio dell’espressione musicale e letteraria della Canzone. Di fatto oggi è intesa come fusione di musica – scritta o non scritta – e parole. Diciamo che è libera da obblighi metrici. Ma, come nel caso della poesia moderna, affida il giudizio sulle sue qualità a una melodia (nella maggior parte dei casi) e a un testo che, mentre nella poesia ha una sua musicalità indefinibile, nella canzone si fonde alla musica in un rapporto di vicendevole intreccio. Superiamo a volo radente la storia accademica della Canzone. Le sue origini hanno tracce nella mitologia, nella canzone trobadorica, nella chanson des gestes dove sia la parola che la musica sono affidate alla memoria o all’invenzione del “Troubador”. Giungiamo poi alla forma a cui (solamente allo scopo di differenziarla poiché si è già nella fase della sua trascrittura anche musicale) daremo il nome di “Lied”. La canzone – non differentemente dalla musica colta o religiosa, orchestrale o operistica – viene precisamente ripetuta secondo la scrittura della musica e il canto coltivato della parola. Essa entra nella dimensione della musica colta; e ancora oggi è eseguita attenti alle puntualità grafiche. Ma, tutto ciò, tradisce il nostro intento di giungere quanto prima all’immensa produzione globale della canzone nella sua forma libera di contenuti, forma metrica e espressione musicale: ha un successo popolare (e limitatamente, anche colto). La canzone oggi non ha nella sua trascrizione la sua essenza topica. Nel suo percorso, dall’ispirazione fino al prodotto finale grezzo, può avvalersi di registratori (e altro) e soprattutto della collaborazione – anche in fase di elaborazione – di esperti “arrangiatori” capaci di entrare nell’anima di ciò che vuole essere detto e esaltarne le qualità considerando il gusto del momento. O addirittura creare nuovi e inesplorati territori. Concentrandoci sulla sua attualità, abbiamo già segnalato che il suo successo è dovuto alla  semplicità della memorizzazione di strofe o di frammenti della sua melodia e all’associazione con periodi dell’ esistenza individuale. Ora, ordinare o ricercare le fonti dei vari generi o stili è operazione complessa e suscettibile di approssimazioni soprattutto nel riconoscere le precise origini di uno stile o di una tendenza. Semplifichiamo in Pop, Folk, Country, Rock, Hard Rock, Metal, Melodico, Neomelodico, Musica Latina, Rap, R ‘n ‘B, Musica da Discoteca etc. Difficile è anche definire una struttura precisa del prodotto; i relativamente recenti concetti di ritornello e strofa, si riscontrano solo in alcune canzoni. Libertà è la parola d’ordine e, nello stesso tempo, il limite del giudizio influenzato dal gusto. Ma come definire dei parametri di giudizio per una canzone bella o “perfetta”? Innanzitutto, ma non in tutti i casi, differenziamo il valore della musica da quello delle parole – se ci sono parole, se c’è musica. Per quanto riguarda le parole abbiamo già detto che la problematica riguarda i testi delle canzoni come quelle delle poesie. Non è un caso che il premio Nobel della letteratura sia stato assegnato a un Folk Singer, Bob Dylan. Tuttavia, la libertà è anche il limite che distrugge un esempio […]

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Riflessioni culturali

Berberi e linguistica. Etimologia, identità e caffè

Berberi. Mustafa mi guarda dritto negli occhi e, posata la tazzina con il caffè ancora caldo, sorride in modo beffardo pronunciando un sotteso “loro sono Amazigh. Chi si definisce berbero non conosce la sua storia”. A volte, le cose che abbiamo a portata di mano, quelle che l’essere umano nomina con un processo cognitivo e linguistico automatico, sembrano talmente banali e scontate da perdere il loro significato. Un illustre professore dell’Università di Cagliari, linguista per professione e vocazione, diceva sempre che, come sosteneva anche Lévi-Strauss, “nominare è classificare, è creare categorie, prendere una posizione”. Quel giorno, le parole di Mustafa mi avevano riportato a quella dimensione metalinguistica per la quale l’uomo ha la facoltà di riflettere su ciò che dice, di studiare la lingua, analizzarne i discorsi e le singole parole. In quel momento, la parola “berbero” (come tutte quelle parole che noi usiamo in modo automatico e per convenzione) nascondeva in realtà un grande equivoco e, quel semplice discorso davanti ad un (napoletanissimo) caffé tra una sarda e un marocchino, aveva sollevato una questione tutt’altro che scontata. Capitava spesso che, durante la pausa pranzo, io e Mustafa parlassimo del più e del meno, di cose ordinarie che accomunano due persone durante una giornata di lavoro. “Tu hai i lineamenti del Mediterraneo!”, mi diceva. Il Mediterraneo. Mi è sempre piaciuta l’idea di questo spazio transculturale che conserva una fratellanza ancestrale tra popolazioni che oggi si guardano con sospetto, ma che in realtà hanno in comune molte più cose di quanto pensiamo. Berberi: etimologie categorizzanti Ma perché, allora, mettere l’accento su una differenza irrilevante come quella tra “Berbero” e “Amazigh”? In effetti, con quel termine, gli invasori avevano definito quelle popolazioni “barbare” in contrapposizione a loro stesse. Il nome deriva infatti dal termine francese berbère, a sua volta derivato dall’arabo barbar, il quale, probabilmente, corrisponde alla parola greco-romana barbaro, ovvero colui che non parla latino o greco. Questa popolazione molto numerosa stanziata nell’Africa settentrionale, tra il Sahara occidentale e la Libia, si differenzia storicamente e culturalmente anche dagli Arabi, che vivono nelle stesse zone a partire dal VII secolo d.C. I Berberi non hanno mai vissuto in un loro Stato unitario, ma sono stati governati da diversi regni e imperi, divisi in tribù appartenenti a diversi contesti nazionali. Gli Stati -quelli ufficiali- spesso non riconoscono la loro loro lingua e la loro cultura. Questa è un po’ la storia che accomuna tutti: fin dall’alba dei tempi, il mondo è stato diviso in due parti, quella dei dominatori e quella dei dominati. E io la conosco bene quella storia, so bene che autodefinirsi barbaro o berbero fa poca differenza, io che nomino spesso la zona interna e montuosa della mia isola chiamata “Barbagia”, luogo impervio e inaccessibile, difficile da conquistare anche per i predatori più feroci, i Romani. I sardi barbaricini, come i berberi, si definiscono in un modo in cui per primi sono stati definiti da altri, e così sarà sempre, perché la storia, la toponomastica, le parole che usiamo per parlare di […]

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Riflessioni culturali

Kafka e il dramma dell’uomo moderno

Kafka è uno dei più grandi autori della letteratura occidentale. Usiamo il verbo essere al presente non perché sia vivo, ma perché la letteratura, come l’arte e la musica, non muoiono finché vi è un pubblico che continui a renderle vive. Sicché Kafka è ancora vivo nelle sue pagine. Kafka nasce nel 1883, in una famiglia della piccola borghesia ebraico-tedesca. Studia Giurisprudenza a Praga e lavora alle assicurazioni. Ha così una doppia vita, di impiegato e di scrittore. Nel 1912 scrive Il Disperso, pubblicato nel 1927. Scriverà poi La Metamorfosi, pubblicato nel 1915. Nel 1914 inizia Il Processo, incompiuto. Pochi anni dopo gli verrà diagnosticata la tubercolosi, che lo condurrà alla morte nel 1924. Perché parlare ancora di Kafka? Francamente, chiedersi il motivo del perché si legga ancora Kafka, o qualunque grande classico, equivale a chiedersi perché uno scrittore scriva. Parafrasando Flaubert, per sopravvivere l’Arte è forse l’unico modo di sopravvivenza. Kafka, curiosità In realtà Kafka in vita non ha pubblicato nessuno dei suoi romanzi, tranne La Metamorfosi nel 1915. Tutti i suoi romanzi e racconti, per lo più incompiuti, rimanevano nel cassetto. Sebbene non vi fosse la stessa spudorata ambizione di uno scrittore del nostro tempo, in lui c’era un’enorme voglia di fare letteratura, che supera ogni vacuo narcisismo moderno. Perché? Un’altra domanda a cui troveremo mille risposte, e nessuna risposta. In punto di morte consegnò all’amico Max Brod i suoi manoscritti, con esplicite istruzioni: sarebbero dovuti essere distrutti alla sua morte; Kafka scrisse: “Carissimo Max, la mia ultima richiesta: tutto quello che lascio dietro di me… diari, manoscritti, lettere (miei e di altri), bozze e così via, [sono] per essere bruciate e non lette”. Max Brod, per fortuna, ignorò questa richiesta. Kafka, panorama storico-culturale Per comprendere Kafka bisogna inquadrare l’epoca in cui si muove. Nei primi del 1900, importanti scoperte epistemologiche vengono poste in essere. In generale, ci si rifà a tre importanti pensatori che hanno rivoluzionato il modo di vedere il mondo. I cosiddetti “maestri del sospetto”: Marx, Freud, Nietzsche, e ognuno a proprio modo è un maestro dello scetticismo ed ha proposto una certa liberazione delle coscienze. Il Comunismo, la morte di Dio, la Psicoanalisi. Queste tre grandi correnti, unite alla relatività di Einstein, influenzano enormemente la letteratura. In tutto il ‘900, si possono notare due dati interessanti per rendersi conto del mutamento socio-culturale: il suicidio di molti intellettuali – citiamo Hemingway e Pavese – e la perdita del ruolo di vate dell’intellettuale. Leitmotiv dominante diventa l’Inettitudine. Si smette di andare in avanti, si smette di correre veloce, si smette di desiderare il progresso. Ciò va contro la storia stessa, la quale ci narra di Futurismo, guerre, di un progresso forzato ed insostenibile. Il ‘900 per la massa è stato il secolo del progresso; per gli intellettuali e per gli scrittori, il secolo dell’ossesso, della paranoia, della perdita del ruolo sociale. Questo, naturalmente, nei primi del ‘900. Dopo le due guerre si tenderà una ripresa, inutile, del ruolo dello scrittore. Kafka incarna al meglio il dramma dell’uomo moderno, e non perché l’intellettuale o/e lo scrittore sia […]

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