Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 56 articoli

Culturalmente

Intervista a Federico Faccioli, fondatore di Aletheia editore

Aletheia, casa editrice no-profit Aletheia, in greco, è una parola che schiude un ventaglio di sfumature diverse e di concetti affascinanti ed emblematici. L’alfa privativa è una dichiarazione di sincerità, di rivelazione e di verità, ma anche di affrancamento dalle logiche vigenti, dal profitto e dalle dinamiche contingenti; è il disseppellimento di ciò che è nascosto e non è visibile ad un primo sguardo rapido. Aletheia è il nome di una casa editrice emergente e completamente no-profit, nata a Verona e fondata da Federico Faccioli. Il team di giovani che lavorano dietro le quinte di questo progetto è la vera forza di Aletheia editore, che ha il nobile scopo di valorizzare il talento e il reale merito di scrittori volenterosi di esprimersi in una società che è spesso vuota e disintegra le ambizioni covate nel fondo più intimo della propria anima. Abbiamo scambiato due parole con il fondatore Federico Faccioli, instancabile e poliedrica anima del progetto, che spende tutto se stesso e ogni fibra del suo essere 24 ore al giorno per amore dei libri, senza chiedere nessun utile in cambio se non la soddisfazione di essere uno degli ultimi alfieri rivoluzionari della cultura. Ma quella vera, fatta di sudore, sacrifici e intelligenza, e di una grande dose di amore (soltanto per amore si fanno i sacrifici più grandi, no?), non quella millantata per presunzione che sta sempre di più sulla bocca di molti, come inutile orpello del proprio ego. Con lui abbiamo parlato di editoria, crowdfunding e consigli per gli scrittori emergenti. Ma prima di addentrarci nello scambio di domande e risposte con Federico, leggiamo le parole di Laura, responsabile nazionale delle selezioni autori, che proprio di lui vuol parlare. “Devo parlare di Federico punk o del dott. Faccioli serio ed impegnato? Beh Fede è, appunto, una sorta di dottor Jekyll e mr. Hyde! Ma in entrambi trovo solo aspetti positivi (a parte supportarlo con le sue lagne alle due di notte, ma tale è la natura del genio). Ma Federico chi è? Editore scrittore skater artista cuoco punk filosofo poeta personaggio tv brand owner capo del marketing o…o…nessuno lo sa. Ma in tutto quello che fa e che è ci mette una passione disumana. Una passione che o te lo fa amare alla follia (come noi collaboratori di Aletheia) o odiare all’infinito (mai farlo incazzare). Lui dice spesso che pensa troppo e quindi deve usare la sua energia anche di notte…Fede relax! Il mondo ha bisogno di persone come lui. Persone che a quasi 40 anni tengono vivi i valori che noi, col passare del tempo, abbiamo dimenticato. Sei cocciuto sai e per questo ti prego di non cambiare mai”. Intervista al fondatore di Aletheia editore, Federico Faccioli Come nasce l’idea di fondare una casa editrice completamente no profit e che non chiede contributi agli autori emergenti? Parlaci un po’ dei principi che muovono questo progetto. L’idea di fondare Aletheia editore è nata dopo l’estate 2015. Tantissime persone mi scrivevano per sapere le opinioni sui loro libri, ma […]

... continua la lettura
Culturalmente

La fiera del luogo comune sulle discipline umanistiche

Quanto più basso è il livello culturale del contesto sociale tanto più facilmente si allestiscono fiere del luogo comune, il quale luogo comune non è detto sia debellato con una buona cultura. Molto spesso, infatti, il progresso umano viene bloccato da una logica utilitaristica nei confronti del sapere. Il quale, ovviamente, non agisce così da solvente dei prosciutti sugli occhi, ma da mero strumento d’accrescimento personale. Ovviamente tanti e troppi sono i motivi per cui ci si pone in tal modo nei confronti della cultura, a partire da fattori di tipo istintuale a quelli di tipo contestuale; così come tanti e troppi sono i motivi della creazione del luogo comune, erba cattiva e ignorantissima. Chiaramente: «A cosa servono le discipline umanistiche?» è un luogo comune animalesco. Pensare è l’imperativo categorico dell’uomo. Niente paura, non è niente di mostruoso: bastano solo due step. Primo: prendere un libro di Storia Moderna per comprendere quanto forte sia la tradizione culturale occidentale. Secondo e più doloroso step: viaggiare nei paesi del Terzo mondo o qualsivoglia luogo non civilizzato. Terzo (per i più facoltosi): riproporsi la domanda e sforzarsi di dare una risposta che non sia “a niente”. Ovviamente no: non è come il tutorial su come mandare una e-mail – si sarà capito? L’utilità delle discipline umanistiche, nel pensiero dei grandi, contro il luogo comune Numerosi sono gli intellettuali che nel passato si sono interrogati sulla presunta utilità delle discipline umanistiche; tra i pensatori più incisivi per debellare oggi il luogo comune ci sono il napoletano Vico e Ugo Foscolo. Giambattista Vico, Scienza nuova, II libro: Della sapienza poetica. L’intellettuale napoletano vuole andare in percussione verso il passato per ricostruire l’origine del sapere umano. Fissa gli occhi sul mito: è per lui un tipo di linguaggio non razionale, ma fantastico, teso a collegarsi a immagini e figure. È da qui che parte la concezione di Vico: quello di cui si rende conto è lo stesso valore della mitologia, che attraverso palcoscenici su cui si muovono figure eroiche o antieroiche propaga le varie espressioni della vita civile quotidiana dei popoli a cui appartiene. Per cui è fatta: decifrare la mitologia e il suo linguaggio è uguale a ricostruire i modelli organizzativi dell’umanità di quelle epoche. Lo scopo uno solo: tener memoria, per imparare a rapportarsi col futuro. Anche Ugo Foscolo si dimena in termini simili nei Sepolcri. Inizia l’opera; il poeta si chiede: ma a cosa servono le tombe? Tocca ma elude uno svuotamento di significato, facendo divenire le tombe – quelle pubbliche – espressione fisica del memorandum costituito dall’esempio dei virtuosi. Allo stesso modo, verso la fine, Foscolo si chiede: ma a cosa serve la poesia? Ugual funzione dei tumuli, ma più forte e potente. Anche qui lo scopo è uno solo: perpetrare il ricordo. La memoria è civiltà, come la storia, il pensiero e l’arte.

... continua la lettura
Riflessioni culturali

La logica perversa del femminismo violento, Non una di meno a Roma

Nel Novecento, il Secolo delle grandi ideologie, l’uomo europeo ha scoperto la natura intima delle masse. Ha scoperto che egli stesso è facilmente manovrabile dall’alto. Remissivo laddove il compromesso tra atrocità e vantaggio, seppur lo scarto sia orroroso, gli sembri piuttosto conveniente. Sembrava che la lezione fosse stata appresa da quando, dalla grande distesa padana, s’alzò il canto ‘Bella ciao’, dopo la Liberazione e dopo tutte le vicende di fine Seconda Guerra Mondiale, compresa la caduta del Muro di Berlino nel 1989, rottura dell’ultimo baluardo che rendeva solido il confine tra due mondi che si ponevano agli antipodi. Non una di meno a Roma, una lezione che fatica a essere compresa Invece no. L’equazione estremismo uguale violenza è ancora poco compresa nella grande stalla umana che è il mondo urbanistico occidentale. Forse l’avvenimento è ciclico, forse no. Il cancro degli ambienti non già praticamente violenti ma ancora fermi a un’idea eufemisticamente poco graziosa, al di là del susseguirsi storico delle convinzioni sociali, è nell’educazione. Se oggi i tg sono popolati da quotidiani casi di cronaca nera, la riflessione è da riferire al fallimento dell’istruzione, la quale, nonostante l’esperienza storica, non riesce a contrastare le conseguenze della frequentazione dell’individuo di ambienti “poco graziosi”. Non una di meno a Roma e l’estremismo violento delle frange femministe Basta andare indietro nel tempo. Un passo indietro et voilà. Si assiste alla realtà come uno spettatore ascolterebbe rapidamente un cantastorie popolano. 25 novembre 2017, Roma. Una fiumana di donne manifestano dietro gli striscioni di Non una di meno, titolo del corteo facilmente riconducibile ad una protesta contro il femminicidio che cresce e preoccupa. Si aggiunge un uomo. L’uomo doveva essere contro qualsiasi forma di violenza e si piazza tra le prime file. Qui accade qualcosa di incredibile. Una capobanda di quella fiumana gli dice che non ha il diritto di manifestare, tantomeno in prima fila. Pam. Buttato fuori. Motivo: qui comandano le donne. Chiaro il concetto, no? Chiodo scaccia chiodo, tutto chiaro, giusto. Se non fosse che a quello che era un solo buco nel muro sociale se ne aggiunge un altro, di senso opposto ma di uguale natura. Il visionario Walter Benjamin scrisse tempo fa una cosa che oggi è men che mai attuale: «L’uccisione di un criminale può essere morale… ma non la sua legittimazione». Luminare. È come se stesse dietro quelle donne e gli dicesse che non è la bandiera a contare, ma il buonsenso. L’humanitas, per i più dotti. Diciamocelo: che la si pianti: la parola sessismo non è più tipicamente novecentesca. È contemporanea e da tale va usata adattandola con semplicità alla realtà circostante e storica. Non è più il maschio carnefice e la donna vittima, ma l’uomo che mangia il suo simile, al di là del sesso. Non una di meno a Roma è stato violento tanto quanto il maschio femminicida e non è giustificabile assolutamente dalla bandiera che erge e dietro cui si nasconde.

... continua la lettura
Culturalmente

La donna tra pressioni e violenza

Questo pomeriggio Serena indossa una camicia che le lascia l’ombelico appena in vista, attraversa la piazza per raggiungere l’amica da poco tornata da una vacanza, mentre viene fischiata da due uomini sulla trentina che le urlano quanto belle siano le sue forme. Chi l’ha vista parecchio infastidita le ha detto di star esagerando e che, anzi, avrebbe dovuto sentirsi lusingata. Perché Serena cammina per le strada di una città in cui la bellezza si misura in apprezzamenti del sesso opposto e vige imperativo il principio secondo cui chiunque può permettersi qualunque cosa per mettere a tacere una vocina che sussurra “che male può fare”. È stato un mediatore culturale (chi si suppone debba essere voce attenta di un coro che non parla all’unisono) ad assimilare lo stupro ad un normale rapporto dopo i primi momenti di resistenza della donna. Sono stati tanti gli uomini e troppe le donne che hanno chiesto “cosa indossavi?” ad una ragazza violentata per verificare che non fosse stato il suo abbigliamento a provocare quell’uomo che ci si ostina a chiamare così ma che di umanità ha ben poco. Da bestie da ammanettare a povere vittime della donna tentatrice il passo è breve. La donna tra le mille sfumature del rispetto L’inesistente distinzione etico-morale tra femmina e donna, la convinzione che basti uno sguardo ammiccante e un apprezzamento per considerare una donna oggetto di proprietà, la disonesta verità che ci si racconta: tanto alla ragazza prima o poi passerà, intanto ci si ride su. Sesso debole, bersaglio facile. Nei giorni scorsi sulla bocca di tutti c’era lo sdegno per l’ultimo (poco spassoso) passatempo di cui si è diffusa notizia dall’altro lato del confine: “pull a pig”, traducendo “inganna un maiale”, in altre parole il gioco in cui vince chi conquista la ragazza più brutta tra tutte, ossia il maiale in questione, per intenderci. La voce giunta fino a noi è quella della giovane inglese Sophie Stevenson, una ventenne cascata nelle dolci bugie di un coetaneo olandese conosciuto in vacanza. Dalla denuncia della ragazza si legge che lo sbruffone l’avrebbe attirata ad Amsterdam, dicendosi desideroso di incontrarla ancora, per poi non presentarsi all’atterraggio della ragazza e lasciare Sophie da sola all’aeroporto, ad aspettare un finto innamorato che non sarebbe mai arrivato e che le avrebbe di lì a poco inviato il messaggio in cui le svelava l’inganno dietro la favola: una scommessa goliardica tra amici, vince chi riesce a portarsi a letto la più grassa e disperata. Una ragazza ridotta a pedina, a puntata vincente. Sophie ha avuto la straordinaria forza di denunciare uno stupido giocatore di uno stupido gioco, un’altra avrebbe potuto non averla. “Pull a pig” è una delle tante etichette apposte sul fenomeno bullismo, una goccia in un mare di allarmi, in cui c’è chi soffre e non tace, accanto a chi tappa la bocca al debole e chi, muto, soccombe. Il forte è destinato a portare a casa il trofeo: no, non la legge di selezione naturale, ma l’assurda convinzione che basti brillare […]

... continua la lettura
Culturalmente

Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Estate 2017: cosa vale la pena ricordare?

“L’Estate sta finendo…e un anno se ne va”, cantavano qualche anno fa (un bel po’, a dire il vero), dei tizi che non avevano nulla in comune con  tutti i guerriglieri delle hit estive che ogni anno vengono puntualmente scongelati ai primi tepori di aprile o maggio, dopo aver passato un anno in banco frigo. L’estate sta finendo, o forse è finita già, come sembra preannunciare l’aria che si è fatta già più elettrica, l’odore della pioggia che suggerisce fantasie di plaid, tazze di tisane che ti bruciano la gola, maratone di film e serie TV, passeggiate nei boschi a respirare l’aroma delle foglie secche e della natura che comincia a ripiegarsi verso una sorta di raccoglimento interiore e intimo. L’autunno è la stagione più intima di tutte: c’è un’intimità sofferta e primordiale nello spegnersi lentamente della vegetazione e negli slanci che portano a mescolare gradazioni e tonalità di colore. Quasi come se il grande corpo della natura accogliesse il desiderio di ristoro, equilibrio e raccoglimento dell’anima, cullandola con carezze dalle sfumature calde e dalle screziature arancioni. I ritmi forsennati dell’estate sono ormai lontani come l’ultimo eco di Despacito, settembre si è già intrufolato nelle pieghe della quotidianità e ci conduce a fare quella cosa odiosissima per cui l’essere umano non si sente mai pronto: i bilanci. Nessun bilancio colmo di rimpianti, melodrammi e isterie, nessun accenno al peso corporeo, a nostalgie improbabili o rimpianti di dubbia qualità. Cosa ricorderemo di questa estate che s’è appena dileguata? Cosa resterà dell’Estate 2017? Di alcune cose non sentiremo la benché minima mancanza, diciamoci la verità. Nemmeno una punta di nostalgia sciocca da discount. Non sentiremo la mancanza di nessuno dei tormentoni estivi, nonostante il rapporto viscerale che noi comuni mortali instauriamo con queste entità mitologiche che sembrano programmate per sfornare hit sempre uguali ogni anno. Rapporto viscerale sì, perché prima li odi in modo bellicoso, meditando la soluzione alla Van Gogh pur di non prestare più l’orecchio a nessun Pasito o Suavecito, ma poi ti ritrovi a ripetere e cantare meccanicamente quelle stesse canzoni che avevano provocato in te cinquanta sfumature di vituperio. Un po’ come i  The Jackal nel loro famoso video. Poi, Sarahah. Inizialmente, sembrava che tutti i contatti presenti sulla Home avessero fuso all’unisono il nome Sarah e la trascrizione di una risata alquanto sguaiata, ma non si capiva cosa fosse. Una risata uscita male? Una tizia di nome Sarah che suscitava particolare ilarità a tutto il popolo di Facebook? E invece no, era l’ennesima app meteora: infatti è durata meno di un gatto in tangenziale. Per due, massimo tre giorni (volendo essere clementi), Facebook è diventata una vetrina di messaggi anonimi, di offese ignote, complimenti improbabili e ammiratori segreti dell’ultima ora. Desiderio di ricevere attenzioni, voglia di emulare gli altri che avevano già installato l’app e febbrile curiosità di sapere cosa gli altri pensino del prossimo sono stati gli ingredienti che hanno determinato il boom di Sarahah che originariamente era nata come strumento per ricevere critiche costruttive sul posto di lavoro. Peccato che su […]

... continua la lettura
Culturalmente

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

... continua la lettura
Culturalmente

Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori d’artista come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento […]

... continua la lettura
Culturalmente

“La Scuola Possibile”: nel Basic Village di Torino, tutta un’altra scuola

Partirà da settembre 2017 e avrà sede nel Basic Village di Torino: si chiamerà “La scuola possibile” e sarà una scuola primaria fondata sulla sostituzione di zaini, voti e compiti con esperienze diversificate. Si tratta, innanzitutto, di un istituto privato, nato da un’idea di Laura Milani, direttore e CEO dello IAAD, l’Istituto di Arti Applicate e Design, che spiega come questo progetto abbia preso forma dall’esigenza di «strutturare un percorso alternativo per i più piccoli, capace di rispecchiare la contemporaneità e i suoi bisogni, al fine di evitare che i bambini “ingessino” le proprie attitudini in percorsi didattici preconfezionati e lascino emergere i loro talenti creativi». Il punto cruciale dell’iniziativa è l’assunto per cui il tempo per la scuola e quello della famiglia devono coesistere: “La scuola possibile”, dunque, si propone come una vera e propria officina creativa. L’approccio pedagogico de “La scuola possibile” presenta forti innovazioni. Tutte le novità della scuola sita nel Basic Village di Torino. – a scuola si entrerà dalle 8 alle 9 e si uscirà dalle 16.30 alle 17.00: un orario lungo ma flessibile, che permetta di conciliare sia i ritmi del bambino che quelli delle famiglie; – la scuola avrà massimo 15-18 bambini per classe, in netta opposizione con le maxi classi della scuola tradizionale, al fine di riservare a ciascuno la dovuta attenzione mediante una didattica fondata sul rapporto di collaborazione attiva tra allievi e maestri; – si svolgeranno solo tre moduli di lezione da 80 minuti, intervallati da lunghe pause per mangiare e giocare: lo svago e l’apprendimento, dunque, si alterneranno ritmicamente, per fare in modo che i bambini non stiano a lungo fermi in un ambiente chiuso e statico, perdendo la concentrazione; – la struttura della didattica non si baserà sulle materie, ma su cinque aree di linguaggio: alfabetizzazione, immagine, scienza, suono e movimento, alle quali si aggiungeranno di anno in anno numerose attività in inglese; l’obiettivo che ci si propone è quello di giungere ad uno sviluppo parallelo e armonico, fatto di percorsi variegati, attraverso i quali il bambino possa costruire un vasto vocabolario comunicativo; – gli studenti non avranno bisogno dello zaino, perché i materiali didattici saranno già negli spazi del Basic Village di Torino, né avranno necessità di svolgere alcun esercizio a casa propria: ed è questo il punto cruciale dell’innovazione, argomento, peraltro, alquanto dibattuto. L’Italia, in effetti, risulta essere il Paese che fornisce il maggior numero di compiti ai propri studenti e negli scorsi anni ben due ministri dell’Istruzione, Profumo e Carrozza, si sono dimostrati critici a proposito, così come contrastanti sono le opinioni di psicologi e pedagoghi. “La Scuola Possibile” offre un’alternativa, scegliendo di «responsabilizzare i bambini e renderli indipendenti, credendo nella loro intelligenza e nei loro talenti», come sostiene la responsabile, che aggiunge: «il tempo libero, degli affetti e del privato sono da rispettare e impiegare in altre attività che fanno parte dell’esperienza della vita; i compiti, tuttalpiù, sono per le famiglie, che devono assistere i propri figli nello svolgimento di lavori su cui i piccoli non possono […]

... continua la lettura