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Eroica Fenice

Musica

Intervista ai Buddha Superoverdrive

Valerio de Martino  e Johnatan Maurano sono due veterani dell’ambiente musicale italiano. Insieme formano i Buddha Superoverdrive, che noi di Eroica Fenice abbiamo avuto il piacere di intervistare in vista dell’ Eco Summer Festival 2015. Intervista ai Buddha Superoverdrive Come e quando nasce il vostro progetto? E con quali obiettivi? I Buddha nascono per caso nel 2012. Io e Jona avevamo molti amici in comune ma non ci eravamo mai direttamente conosciuti.  È stato grazie ad uno di questi (Francesco, bassista dei Vena e nostro papà spirituale) che ci siamo incontrati in un tentativo di suonare insieme che, pur non realizzatosi, ha portato alla nascita dei Vena e, ovviamente, dei Buddha Superoverdrive. Il progetto di un Duo lo avevo in mente già da tempo, ma mi mancava il “batteraio” giusto. Conosciuto Jona è stato tutto molto spontaneo, subito ci siamo messi al lavoro sia su canzoni che avevo già da tempo che completamente inedite, anche grazie a Jonathan che non è un semplice batterista, ma nella composizione ha ruolo attivo  almeno quanto me e nella gestione della band anche di più! Di “Power duo” nel panorama musicale degli ultimi anni ce ne sono stati tanti, dai famosi The Black Keys e The White Stripes ai nostrani Bud Spencer Blues Explosion. Cosa vi ha spinto a suonare in due? E perché la scelta del basso al posto della solita chitarra? L’idea di suonare in Duo come ti dicevo l’ho avuta almeno 3 anni prima dei buddha, e non tanto da quando ho ascoltato i The White Stripes, quanto i Death From Above 1979, stessa formazione nostra, stesso modo “zozzo” di suonare ma più funk di noi. Il perché del basso e non della chitarra è perché, pur avendo studiato e suonato la chitarra per anni ed anni, ho sempre usato 4 corde su 6! Il vostro sound è senza alcun dubbio americano, quello tipico del rock blues spaccarotule. Cosa ha motivato, invece, l’utilizzo della lingua italiana nei testi? I Buddha sono nati dal blues americano (ovviamente stravolto!) e ne conserviamo il sound, ma è importantissima anche la vena cantautorale delle canzoni che scriviamo, e che vogliamo vengano capite. Siamo in Italia e tanta gente neanche l’italiano riesce a comprendere! Avete collaborato con gli “Arduo”, un altro gruppo duo-rock nostrano: sul palco due batterie, articolatissime figurazioni ritmiche e tanto noise. Come s’incontrano i due progetti? Con gli Arduo (Marcello Giannini/Andrea De Fazio) una volta in sala ci dicemmo “…vogliamo fare i Melvins?” e ci siamo inventati questa DuoBattle Buddha.vs.Arduo! Infine vi chiedo qualche considerazione sul panorama musicale underground italiano. Il panorama musicale  italiano (indipendente o meno che sia) se dovessi associarlo al cibo sarebbe uno spaghetto aglio e olio: una cosa all’apparenza inconsistente, difficile da preparare bene e che, quando lo è, neanche il piatto più raffinato può battere.

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Teatro

“Arianna” di Nicola Galiero in scena a Il Primo

“Una cella, tre porte, tre matti. Un labirinto mentale forse senza uscita per chi non riesce a vivere in un mondo complicato, fatto di regole inconcepibili e senza sorrisi. Come Alice nel paese delle meraviglie, Arianna cerca la sua storia, la sua vita, il suo essere felice: Riusciranno i suoi bottoni a procurarle un gomitolo di filo?” “Arianna“, tratto dal romanzo “I bottoni di Arianna” di Paolo Bigniami, va in scena al Teatro “Il Primo” il 30 e il 31 maggio con la regia di Nicola Galiero, rappresentando il contorto e segreto mondo di chi non riesce a vivere la quotidianità sociale con le sue regole ed imposizioni, con le ingiustizie e la continua privazione di libertà che caratterizzano la società umana, un viaggio nella complessità mentale propria di tre uomini i quali alle imposizioni e alla consuetudine hanno voltato le spalle, scegliendo di vivere nell’assoluta naturalezza. Nicola Galiero porta al Primo il disagio psichiatrico  Una donna senza nome vive nella cella di un ospedale psichiatrico, dove è stata internata per la sua stravaganza, per la sua follia. I colori della cella non appaiono tetri, le forme non sono monotone e regolari, e le tre porte, che all’interno contengono luce e specchi, generano serie di colori ed ombre, ed un’alternanza di luci calde e fredde perfettamente aderenti al tono della rappresentazione: questo luogo metafisico sembra non avere netti confini. La reclusione è resa surreale anche dalle improvvise uscite di scena della protagonista: oltre al suo reale compagno di cella, Nicola, con il quale vive un rapporto di urla e schiamazzi, ci sono i suoi amici invisibili, tra le quali c’è Arianna. La Protagonista conserva un ricordo tangibile dei suoi amici eterei: dei bottoni, custoditi gelosamente in una tasca della sua veste. A un certo punto della rappresentazione nella scena irrompe un saltimbanco, uno stravagante artista di strada che mantiene la sua libertà di girare il mondo, continuando a dipingersi la faccia, a sorridere alle persone arrabbiate e a desiderare un mondo più giusto, senza troppe regole, troppa violenza, troppo grigiore: nella cella è questo il desiderio condiviso, che inonda una situazione difficile di tantissima allegria e ingenuità, un po’ come se davanti si avesse nient’altro che bambini sognatori, ma un po’ più grandi. Durante lo spettacolo di Nicola Galiero, ad accompagnare, c’è l’incantevole chitarra di Giampaolo Ferrigno, che dona dolcezza all’ambiente teatrale, contribuendo ad incastonare ogni singola battuta in una cornice metafisica. Davvero fantastico il modo in cui viene affrontato il tema della follia, sopratutto adesso che gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari si avviano verso la chiusura. Uno spettacolo imperdibile, profondo e leggero allo stesso tempo, dai colori forti e, per quanto possa stranire inizialmente lo scambio di folli battute tra i personaggi, usciti dalla sala il loro modo di pensare diventerà familiare, quasi naturale e consueto.

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Culturalmente

Immagini dal pianeta Terra: Sbaraglia alla Federico II

Immagini dal pianeta Terra, la personale mostra fotografica del maestro Simone Sbaraglia arriva ai musei scientifici della Federico II dopo un viaggio durato 10 anni: di formazione matematica, nel 2005 Sbaraglia abbandona un prestigioso lavoro di ricerca negli Usa, inviato delle riviste Oasis e Natura, gira il mondo immortalando le bellezze naturali nascoste agli estremi del pianeta terra. Dai deserti del sudovest americano alle pianure africane, dalle vaste paludi della Florida alle metafisiche distese glaciali dell’Alaska, tutto raccontato con la poesia e lo sguardo artistico di un vero professionista, in grado di emozionare con ogni singola immagine. Tra i suoi soggetti vi sono fantastiche vedute, anche nostrane come nel caso delle conifere innevate del parco nazionale degli abruzzi, e animali ormai difficili di incontrare su un pianeta che nel 2015 vede l’essere umano continuare a cementificarne la superficie relegando i suoi compagni viventi di specie diversa in angoli sempre più modesti e modificando sempre più il loro habitat. Immagini dal pianeta Terra, un ritorno alle origini. Incredibile è la tecnica usata, che non prevede l’utilizzo di obiettivi potenti, bensì normali macchine fotografiche, costringendo il fotografo ad avvicinarsi tantissimo all’animale, ed entrare in contatto con lui. Questo metodo richiede tempo, dedizione,  giorni passati sulle tracce del branco o trascorsi cercando di stringere un legame con l’animale, tanto da poterlo immortalare a mezzo metro di distanza. E nelle sue immagini il coinvolgimento emotivo tra l’animale e il fotografo è tangibile, aggiungendo incredibile carica emotiva. Finalmente la mostra arriva nei maestosi Musei Scientifici della Federico II, precisamente nella fantastica cornice del Museo Zoologico, che ha una lunghissima storia alle spalle: i musei della facoltà raccontano la geodiversità e la biodiversità proprie del nostro pianeta, creando lo sfondo ideale per questo fantastico viaggio ai margini ai 5 continenti che presta maggiormente attenzione agli animali in via d’estinzione e ad ambienti che a causa dell’uomo saranno sempre più irriconoscibili. “È con gioia che arrivo a Napoli per esporre Immagini dal Pianeta Terra al Museo Zoologico, una cornice antica e maestosa; il mio grazie a tutto lo staff del Centro Musei, che ci ha accolto con professionalità e organizzazione!” – Simone Sbaraglia La mostra è visitabile gratuitamente fino al 31 maggio al museo di zoologia, situato alla facoltà di Scienze Naturali della Federico II a via Mezzocannone.

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Attualità

NoiaNoir: il noir sociale dei Pennelli di Vermeer

Una canzone d’autore dal linguaggio moderno e comprensibile, tinta del giallo tipico dei titoli di cronaca giornalistica: pubblicato a giugno 2014 dalla giovane casa editrice napoletana Marotta&Cafiero Recorder, NoiaNoir, terzo disco della band partenopea “Pennelli di Vermeer“, composta da Pasquale Sorrentino (voce-chitarre-ukulele), Stefania Aprea (canto), Pasquale Palomba (chitarre), Raffaele Polimeno (piano e moog),  Maurizio D’Antonio (basso elettrico), Marco Sorrentino (batteria). Le 14 tracce si articolano in un concept dal sapore cinematografico e moderno in cui il gruppo punta i riflettori sul circo mediatico italiano, distorcendolo e ridicolizzandolo utilizzando le sue stesse armi, come slogan veri e propri e frasi d’effetto alla Barbara d’Urso per mettere in evidenza il suo effetto disinformante. Qualcosa di completamente diverso dagli altri due cd della band e dal b-side project precedente, “La Sacra Famiglia”, che al contrario si presentava come una vera e propria opera musico-teatrale. “La narrazione di NoiaNoir nasce da questi presupposti: è volutamente discontinua e sintetica come l’informazione televisiva, usa frasi e parole ad effetto come le prime pagine dei giornali, confonde come la “babele” dell’informazione che subiamo tutti i giorni. NoiaNoir vuole essere il ritratto di una società voyeuristica e annoiata, senza stimoli nè valori, smarrita nel futile movente di un caso di omicidio, che prova piacere nel guardare con distacco il dolore altrui. Da qui il nostro j’accuse” .[Pasquale Sorrentino] “Taggo, loggo, linko, loggo, taggo!” sono le parole chiave della vita sociale del nuovo secolo, ripetute ossessivamente nella seconda traccia, Ray chat. Mrs rose,  terzo brano dominato da una freschissima chitarra reggae dall’incalzante ritmo e splendidi fraseggi, presentando la morte di una escort avvia un bombardamento mediatico che salta dalle radio, ai giornali, all’incriminatissima televisione per finire sul web, trasformando un triste evento di cronaca nera in un “fenomeno sociale” vero e proprio.  Brano molto interessante, Scoop è la voce del direttore di una tipica testata di disinformazione: “fammi vendere il giornale!”. Appare fuori luogo Torquemada, brano dai ritmi funk che sembra essere fuori dalla linea generale del concept: un errore causato forse dall’ostinata polimorfia stilistica ricercata dal gruppo. Con questo disco i Pennelli hanno dimostrato di non essere una semplice rock band, uscendo del tutto fuori da ogni etichetta generando qualcosa di completamente unico, originale e fuori dai canoni. La stessa via  era stata tentata nel disco precedente, ma la troppa teatralità e il canonico linguaggio cantautorale facevano sprofondare buona parte delle tracce nel calderone del “già sentito”. Ciò non accade in questo lavoro, rendendolo in sostanza un ottimo disco, da ascoltare con molta attenzione. NoiaNoir: il noir sociale dei Pennelli di Vermeer

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Musica

Jimi Hendrix e Curtis Knight: prima dell’inizio

Jimi Hendrix. Membro dei cosiddetti dannati del club 27 (le rockstar defunte a soli 27 anni), con i soli 4 dischi pubblicati nella sua breve e brillante carriera dal ’67 al ’70, è stato capace di stravolgere del tutto il mondo della chitarra elettrica e il suo ruolo nella musica pop rock dell’ultimo mezzo secolo. Tanto importante da essere piazzato in cima alla lista dei 100 migliori chitarristi della storia dalla rivista musicale The Rolling Stone. E guai a muoverlo da lì. Ma della sua febbrile produzione musicale non tutto è stato ascoltato, anzi molte chicche erano fino a qualche anno fa rimaste celate ai più, nascoste in vecchi nastri magnetici, come gli album inediti Valleys of Neptune, pubblicato nel 2010, e People Hells and Angels, pubblicato nel 2013. Molti hanno ritenuto queste pubblicazioni delle semplici operazioni commerciali attuate dalla famiglia del grande talento per ricavare il massimo dal suo patrimonio musicale. Altri ancora hanno invece criticato la sola pubblicazione degli inediti, considerandoli scarti che, se l’artista avesse continuato la carriera, sarebbero rimasti inediti per sempre. Per il 24 marzo la Experience Hendrix LLC, la società della famiglia di Hendrix che ne gestisce l’eredità musicale, annuncia l’uscita di un’ennesimo disco firmato dall’artista. Altri scarti? No. Questa volta siamo di fronte a qualcosa di estremamente diverso, un vero prima dell’inizio: negli anni ’60 Hendrix era parte della band di Curtis Knight, con la quale quale firmò un contratto con la PPX International Inc. di Ed Chalpin e la RSVP Records (etichetta indipendente newyorkese di proprietà di Jerry Simon) per la pubblicazione di alcuni singoli. Delle 14 tracce contenute nella raccolta, registrate presso l’etichetta tra il ’65 e il ’67, ne furono pubblicate solo due. Rimasero agli ultimi posti delle classifiche, facendo calare l’interesse di Chalpin. Un grave errore, considerando che due tracce della sessione sono strumentali composti da un determinatissimo giovane Jimi che aveva oramai intrapreso la strada giusta, quella che ha cambiato la storia della musica. Nei mesi successivi divenne una delle rock-star più acclamate e fu proprio allora che iniziarono le controversie legali con Chalpin, con cui Hendrix aveva firmato un contratto di esclusiva per 3 anni. Il produttore, cavalcando l’onda del successo, rilasciò varie raccolte delle tracce negli anni seguenti, ma su quelle incisioni il contenzioso legale è durato fino al 2003, quando la famiglia è riuscita a rivendicare per via legale il possesso delle tracce. Solo oggi vengono alla luce a prezzo speciale in CD o LP da 150 grammi, portando alla luce una pietra miliare della storia della musica moderna, rilasciando anche Station Break, un brano mai pubblicato. Il missaggio delle tracce è stato affidato allo storico fonico della JH Experience, Eddie Kramer, il quale ha ottimizzato la resa dei vecchi nastri. Ecco la tracklist: 1. How Would You Feel 2. Gotta Have A New Dress 3. Don’t Accuse Me 4. Fool For You Baby 5. No Such Animal 6. Welcome Home 7. Knock Yourself Out 8. Simon Says 9. Station Break (Inedito) 10. Strange Things 11. Hornet’s Nest 12. […]

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Attualità

Violenza al Vomero: la vittima è un anziano

Ancora paura per le strade del Vomero, ancora una volta a causa di una baby gang. Sabato 21 Marzo alle 23:00, un anziano signore di circa settant’anni di ritorno dal Teatro Diana era in attesa su una panchina, in compagnia della moglie, nei pressi della trattoria “Caprese”. Improvvisamente un gruppo di 5-6 ragazzini di età inferiore ai 17 anni lo ha accerchiato iniziando a sbeffeggiarlo, rubandogli il cappello e lanciandolo in un’aiuola. Alla reazione dell’uomo, il quale dopo aver recuperato il copricapo si è avvicinato ai ragazzi per identificare il colpevole, la baby gang ha risposto con irrispettosa e spregiudicata violenza: l’anziano signore è stato colpito più volte da pugni al volto, ha perso i sensi ed è caduto al suolo. Tempestivo è stato l’intervento di 118 e carabinieri ma non sufficientemente da identificare e fermare i colpevoli. Lo stesso uomo, che ha ripreso i sensi solo dopo l’arrivo in ospedale, non è riuscito a ricordare segni particolari degli aggressori. È stato ricoverato presso l’ospedale Antonio Cardarelli di Napoli, dove sono stati effettuati accertamenti che hanno riscontrato solo lievi tumefazioni al viso. Con quest’evento si è senza dubbio superato ogni limite: la baby gang non si è scontrata con coetanei facendo leva sul numero, bensì si è scagliata su un anziano signore, mancandogli di ogni rispetto. Spesso si assiste nei mezzi pubblici a scene raccapriccianti: ragazzini che insultano gli anziani lenti nei movimenti, non cedono i posti o che addirittura glieli sottraggono facendo leva sulla propria agilità. Ma qui davvero siamo di fronte a qualcosa di assurdo, di orribile. Siamo davanti a qualcosa che noi stessi non avremmo mai dovuto permettere. Fortunatamente anche in questo caso l’ennesima azione dei teppistelli di turno si è conclusa con tanto spavento e ferite non permanenti, ma quando si dovrà aspettare prima che ci sia un incremento del personale di vigilanza? È chiaro che le forze schierate non sono sufficienti a impedire avvenimenti di questo tipo. Sulle pagine di questo giornale e su quelle di numerosi quotidiani sono stati segnalati altri episodi di violenza: due pestaggi ingiustificati a Piazza Quattro Giornate, un pestaggio a Via Ruoppolo, molestie a delle ragazzine, ma sono tanti altri gli eventi di cui i rotocalchi non hanno parlato e che sono accaduti nelle strade vomeresi. In risposta all’articolo scritto in precedenza su violenze di questo tipo, il Sig. Eugenio ha commentato in questo modo: “Ragazzo mio, non sarà né l’intervento dei carabinieri né il rinsavimento di questi giovani a mettere fine a questi episodi. Come in molte cose, ci deve scappare il morto perché qualcosa cambi. Vedremo chi sarà sacrificato per il bene della comunità stavolta”. Ma davvero vogliamo questo? Davvero vogliamo che questi teppisti continuino a comportarsi come se le strade fossero di loro proprietà e non lasciando la possibilità di vivere con serenità nella nostra città? Denunciare è fondamentale, denunciare! Portare agli occhi di tutti questi atti riprovevoli!   Violenza al Vomero: la vittima è un anziano

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Musica

Endkadenz vol.1, sesto capitolo dei Verdena

«Endkadenz – effetto scenico teatrale – per la sua realizzazione Kagel prescrive: “Colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”». Endkadenz, sesto album in studio dell’affermata band bergamasca che rompe un silenzio durato 4 anni, prende nome dal folle atto teatrale citato da Guido Facchin in Le percussioni. I Verdena, nati ad Albino nel ’95 dai fratelli Luca (batteria) e Alberto (voce, chitarra e tastiere) Ferrari, ai quali si è successivamente aggiunta al basso Roberta Sammarelli, ne hanno percorsa di strada, affermandosi tra le migliori band dello stivale. Stiamo parlando non di un disco finito, bensì del primo volume di un’opera che sarà completa solo nella seconda metà del 2015, con l’uscita di Endkadenz Vol. 2. «A differenza dei dischi precedenti, abbiamo fatto tutto assieme, jam e qualche costruzione di pezzo. Più che altro creiamo improvvisando, non stiamo a pensare alle note. Se Wow era più studiato, Endkadenz è venuto fuori più naturalmente». [Alberto F. per il Mucchio] Il trio si è trovato a lavorare su circa 300 brani, una mole incredibile di materiale. L’imprevista rottura degli strumenti di registrazione ha agito da catalizzatore, allungando i tempi di composizione e spingendo il gruppo a lavorare su brani acustici scritti al pianoforte, questa volta acustico, rispetto al piano elettrico usato in Wow. Di questi brani 26 sono stati scelti per la pubblicazione, ma l’uscita dei due volumi separati è stata obbligata dall’etichetta Universal, la quale da qualche anno non pubblica doppi dischi. Ma con le sue 13 tracce il disco appare completo, ben organizzato e definito. Non quindi un discorso abbandonato a metà: al brano di apertura Ho una fissa, il primo ad essere composto ed il più incisivo e industrial (a cui tiene testa Derek, con sonorità noise) seguono brani come Puzzle e Nevischio, in cui la fanno da padrone strumenti acustici, o  come Diluvio, nella quale si riconoscono i colori di Blue veins dei The Raconteurs, giungendo ad Inno del perdersi, penultimo brano, le cui tracce sono quelle della jam session originale con l’aggiunta di testo e finale (un trionfo chitarristico di eccezionale bellezza, ispirato a capolavori d’atri tempi come Sysyphus dei Pink Floyd e Bohemian Rapsody dei Queen). Per concludere con Funeralus, dall’inizio classicheggiante ma che muta rapidamente introducendo sonorità elettroniche scure ed attuali che ricordano i Radiohead di In Raimbows. Un lavoro nuovo per i Nirvana italiani, che alterna colori caldi e freddi, mettendo un po’ da parte la loro indole più heavy ed industrial, alla quale è comunque lasciato il debito spazio. Davvero ottimo il missaggio che riesce a far convivere un orchestra sintetico di archi e fiati con le chitarre, sia molto distorte dal sound vintage che limpide ed acustiche. Diversa dal solito è la voce: minore  è il numero di controvoci rispetto ai precedenti lavori, ma il vuoto è colmato dal fuzz Petra, prodotto da Effettidiclara, il quale oltre a sporcare aggiunge un’ottava, ottenendo un risultato fumoso. A […]

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Teatro

Tutto andrà nel migliore dei modi al teatro Il Primo

Tutto andrà nel migliore dei modi è un romanzo di Rosalia Catapano pubblicato dalla casa editrice Homo Scrivens. Parole Alate, associazione culturale e compagnia teatrale, con la regia di Paquito Catanzaro l’ha portato in scena al Teatro Il Primo il 27 e 28 febbraio. Una storia genuina, ambientata nel ventennio ’50-’70 tra Capri, Napoli e Barcellona, che vede varie generazioni a confronto in un mondo che sta cambiando: nel 1954 Francesca Romana Ludovici, rimasta incinta di un musicista turnista, per evitare lo scandalo, è costretta dal padre (il conte Ascanio Ludovici) a sposare il cugino Ferdinando Acquaviva  in cambio di una cospicua dote. La storia si trasferisce a Capri, dove Laura Acquaviva cresce ignara della sua illeggittimità. Vivono nella tenuta del conte Ascanio, Villa Floris, meta di turisti provenienti da tutto il mondo dove la giovane, ormai cresciuta e superato il lutto della morte del padre, conosce un giovane diplomatico Barcellonese, Gabrio Ortega, con il quale intraprende una relazione e si trasferisce a Napoli, a Via Duomo. Qui la vicenda si sprovincializza, perchè entrando a contatto con la famiglia spagnola del ragazzo entra in scena Blanca, una giovane stilista che vive la rivoluzione artistica di quegli anni tra Parigi e New York, della quale sono protagonisti artisti del calibro di Andy Warhol e Freddie Mercury. La coppia vive in amore e dà alla luce dei bambini. In seguito ad una controversia matrimoniale nata dalla relazione extraconiugale di Laura con un pianista, la quale proprio come sua madre  ha ceduto al fascino di un musicista, i due trovano la morte in un incidente causato dall’alta velocità e dalla distrazione. E qui rientra in scena Blanca, che malgrado la sua volontà di non avere avere figli porterà con se a Barcellona i nipoti orfani, facendo sì che tutto vada nel migliore dei modi. Davvero ottima è stata l’interpretazione dei personaggi resa dalla compagnia, che ha centrato molti obiettivi rendendo a pieno sul palco le forti emozioni presenti su carta. Il regista per rappresentare quest’opera è ricorso allo stratagemma del set cinematografico, dove un gruppo di attori recitava le varie scene per rappresentare il romanzo della Catapano, sia per ripresa che per prova. Ma questo modus operandi, riportando un fitto incrocio di scene, rende difficile l’immediata comprensione della trama anche a causa di FlashForward, permettendo il ricongiungimento di tutti gli anelli solo al termine della rappresentazione. Forse è davvero l’unico modo per portare in scena un romanzo così articolato e ambientato in spazi geografici così grandi e distanti, soprattutto con un cast così piccolo rispetto al gran numero di personaggi. Personaggi che presentano diverse culture, diverse aperture mentali, portando sulla scena una fotografia psicologica di quegli anni, cruciali per comprendere a pieno il mondo occidentale. Uno spettacolo molto interessante frutto di una fantastica collaborazione tra casa editrice e compagnia teatrale, che tornerà in scena al Teatro Il Primo il 15-16 maggio con il romanzo di Aurelio Raiola Sirena. Tutto andrà nel migliore dei modi: Parole Alate porta in scena il romanzo di R. Catapano

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Teatro

“La musica dell’oceano” di Katia Tannoia: vivere sull’acqua nell’antico Novecento

La musica dell’oceano va in scena il 21 e 22 febbraio al teatro “Il Primo”. La rappresentazione è tratta dal monologo teatrale “Novecento” di A. Baricco, interpretato da Peppe Romano con la regia di Katia Tannoia. Da quanto tempo non ti concedi di sognare? Uno di quei sogni in cui tutto può succedere. Basta salire sul Virginian, chiudere gli occhi e aprire le orecchie. Lasciarsi cullare dalle onde e dalla musica che – forse – solo dove la terra è lontana si può udire. Nessuna sirena a cantare, ma Novecento ad incantare: le sue note bianche e nere a sconvolgere ogni cervellotico tentativo di spiegazione. Un pesce fuori dall’acqua che mai sarà anfibio. Emozioni che, condite della salsedine, cristallizzano l’anima. Conati di meraviglia a smuovere le viscere. Ondate di date che non scandiscono il tempo dato. Un viaggio tanto lungo da non finire con la fine. Katia Tannoia racconta una vita intera  Una storia che passeggia una vita intera sull’oceano, trascinando su e giù per i ponti di un transatlantico, dalla sala macchine alla prima classe, tra chi viaggia con lusso e chi con la sola speranza di una vita nuova nelle Americhe, a danzare con un pianoforte sulle onde con l’energia della tempesta e vivere una vita sull’oceano. Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, neonato, venne abbandonato in terza classe e trovato da un macchinista di colore e cresciuto nelle calde viscere della nave dove uomini combattono con il fuoco per spingerla a 20 nodi, per farla volare sull’oceano su e giù, tra il vecchio e il nuovo Continente. Novecento non si è mai spinto oltre il terzo gradino, mai ha posato un piede sulla terra ferma, ha passato la vita a bordo tra emozioni, amicizia e soprattutto musica. Una musica diversa da quella conosciuta sulla terra, emozionante come nulla, dotata di una forza che solo l’oceano può regalare ai mortali. Una sincera amicizia non annientata nemmeno dalla distanza, che finisce solo con la morte, in un finale da fuochi d’artificio, nel dolore della dannatissima guerra che ha piegato in due il mondo. Una rappresentazione travolgente quella di Katia Tannoia capace di proiettare nel passato e di donare immagini incredibili, a cavallo tra sogno e realtà, destinate a divenire indelebili. Una storia tanto lontana quanto infinitamente umana, una leggenda vissuta nella prima dolorosa metà del 1900, accompagnata dalle autentiche note del jazz, del blues e del ragtime, che è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Uno spettacolo da non perdere.

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Attualità

Violenza al Vomero: la baby-gang continua

Violenza gratuita, sempre più spesso, sotto gli occhi di tutti: a meno di venti metri una fermata della metro Linea 1 e la caserma dei Carabinieri. Piazza Quattro Giornate nei giorni scorsi è stata teatro di numerosi episodi di violenza che hanno coinvolto adolescenti, dai 15 ai 18 anni, che hanno riportato ferite più o meno gravi, ma soprattutto hanno perso la possibilità di trascorrere tempo in serenità in un punto di ritrovo vicino casa. Il 29 dicembre scorso tra le 19 e le 20, due diciottenni vengono aggrediti con un pretesto banale. Ce lo racconta una delle due vittime: Eravamo seduti in piazza. Tre ragazzi ci hanno chiesto un accendino, e dopo averlo ricevuto si sono allontanati dicendo “vabbuò grazie po’ regalo”. Nemmeno il tempo di reagire verbalmente che siamo stati accerchiati da un gruppo di 15-20 persone. Si sono divisi, tra me e lui. Mi hanno buttato a terra, mi hanno riempito di calci su tutto il corpo, soprattutto busto e viso. Nel frattempo anche il mio amico è stato spinto a terra e viene pestato: usando una bottiglia di spumante lo hanno colpito più volte, fino a rompergliela in testa. A questo punto sono scappati tutti, dopo avermi tirato altri calci in viso. Violenza da ragazzi a ragazzi, in un luogo in cui da sempre ci si riunisce per una partita a calcio, o una a carte. E invece ci si ritrova venti contro due, armati di bottiglie, a picchiare coetanei per il puro gusto di far male. L’altra vittima racconta l’agghiacciante reazione dei passanti e delle forze dell’ordine: I passanti se ne fottevano di come stavamo, volevano solo sapere cosa fosse successo. Abbiamo chiamato l’ambulanza e ci siamo subito recati alla caserma dei Carabinieri, che si trova esattamente a venti metri da noi. L’unico carabiniere in servizio a quell’ora pareva davvero poco interessato, ci ha fatto qualche domanda e poi si è avviato fuori a fumare dicendo “che schifo, che schifo…”. L’ambulanza è arrivata dopo un’ora, ci hanno controllati, medicati, hanno preso i nostri dati. Mi hanno messo tre punti in testa e siamo tornati a casa con contusioni in ogni angolo del corpo. Il giorno dopo siamo ritornati in caserma, perchè non era possibile che passasse inosservata una tale violenza avvenuta a venti metri esatti da lì. Arriviamo alle 18, ma il maresciallo è occupato; aspettiamo 3 ore e ci viene chiesto di ritornare il giorno seguente. Inutile dire che non ci siamo tornati. E sabato 3 gennaio scorso, a pochi giorni di distanza, nello stesso luogo e con lo stesso modus operandi altri ragazzi vengono pestati, ancora a sangue, apparentemente dallo stesso gruppo. L’unica cosa che cambia è il pretesto: dei ragazzini di 13-14 anni gettano acqua addosso ai ragazzi seduti in piazza, nell’emiciclo. Lo avevano già fatto altre volte ma erano stati ignorati, si sa che vogliono solo attaccare briga. Ma questa volta un ragazzo reagisce cercando di allontanarli; in un attimo vengono raggiunti dai più grandi, e si ripresenta il branco con il suo solito […]

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Attualità

Sabotaggi sulle linee dell’ alta velocità: la risposta di Alfano

Il 2014 è stato l’anno record dei sabotaggi alle linee dell’alta velocità: ce ne sono stati dieci, di cui due nei giorni immediatamente precedenti i festeggiamenti natalizi, per colpire la linea in un momento cruciale e di massimo affollamento. Immediato è stato il collegamento tra l’attività terroristica e gli attivisti del movimento “No Tav”, che dagli anni ’90 si oppongono alla realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione in Val di Susa. Alberto Perino, leader storico del movimento, che un anno fa venne arrestato con Beppe Grillo per aver violato i sigilli di un cantiere della Tav e condannato a quattro mesi, in passato avrebbe sostenuto i sabotaggi, in quanto rimasti l’unica pratica non violenta utile ad impedire la realizzazione dell’opera. Ma lo stesso in quest’occasione invita a riflettere prima di accusare i No Tav per tutti i sabotaggi: Bisogna vedere se è un atto di protesta o se nasce dalla volontà di qualcuno che vuole creare problemi. Se la prende anche con le parole del presidente del consiglio: La cosa che fa specie è quello che dice Renzi, secondo cui quest’opera è inutile e non andrebbe fatta. Ma ormai sono stati presi degli impegni e allora va fatta. Ma siamo scemi? Con tutto quello che costa e nonostante lo stato delle finanze italiane? Dura è stata la risposta ai sabotaggi di Angelino Alfano, Ministro dell’Interno, in occasione della conferenza stampa  tenutasi il 22 dicembre scorso al Viminale in occasione del bilancio di fine anno: Chi si oppone all’alta velocità sappia che non intimidirà lo Stato italiano. Il nostro governo e il nostro paese non hanno paura, hanno democraticamente deciso di realizzare un’opera e quell’opera sarà completata. Non ci faremo intimidire. Una risposta che ha scatenato l’ira degli oppositori e di chi da vent’anni cerca in ogni modo di far sentire la propria voce per impedire lo stupro della propria terra e che non si arrende, tanto che pur di vedere applicata la democrazia invocata dal ministro Alfano, è giunto al terrorismo. Ma tanti sono a favore di questo collegamento ferroviario: l’alta velocità potrebbe essere un’irripetibile occasione utile a modernizzare il nostro stato e le sue linee di comunicazione oltre che incentivare il turismo. Certo, dimezzare i tempi di attraversamento ferroviario delle Alpi sarebbe sicuramente un incentivo al turismo, ma in quest’opera vengono spese cifre molto alte che potrebbero essere investite per risolvere i problemi che diffamano il nostro paese agli occhi degli stranieri: beni culturali non valorizzati o in pessime condizioni, ampie zone inquinate da rifiuti tossici, la terra dei fuochi, la colmata di bagnoli, l’acciaieria di Taranto e così via formando una lista che potrebbe essere davvero molto lunga. Forse per invogliare chi ci vede da fuori a visitare il nostro paese sarebbe utile partire dalle piccole cose, come la pulizia delle strade oppure tenere aperto il sito archeologico di Pompei il giorno di Natale e migliorare i nostri collegamenti ferroviari interni. O forse basterebbe evitare di rovinare con ponti e gallerie di cemento quel poco che ci […]

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Culturalmente

S.Fairey: al Pan, l’uomo che ha detto OBEY al mondo con “The Giant Has a Posse”

Dopo l’incredibile successo riscosso dall’esposizione di opere del celebre Andy Wahrol la quale ha registrato ben 45.000 biglietti venduti, il Pan (Palazzo delle Arti Napoli) ha organizzato un’altra fantastica esposizione, portando nella città partenopea le opere di Shepard Fairey, in arte “OBEY”. Nato nel 1970 nella Carolina del Sud e diplomato presso l’accademia d’arte nel 1988, l’anno dopo ha dato vita al progetto “The Giant Has a Posse”, disseminando sui muri e in tutti gli angoli della sua città adesivi raffiguranti una riproduzione stilizzata del volto di “Andrè the Giant”, famoso wrestler. Questo movimento ha avuto un’incredibile diffusione, tanto che altri artisti hanno replicato l’idea in altre città. Fairey ha dichiarato di aver scelto casualmente l’immagine di Andrè: il suo obiettivo era dimostrare la potenza che ha sulla mente umana la ripetizione dell’immagine e soprattutto dire a tutto il mondo “obey”, OBBEDISCI. Obiettivo riuscito, anche grazie alla linea di abbigliamento di successo tra i ragazzi che rappresenta su cappelli e magliette la scritta bianco su rosso, che ha contribuito a portare ad ogni angolo delle città il messaggio dell’artista.  Nel 2008, nel rovente clima delle elezioni presidenziali statunitensi, Fairey ha realizzato numerose opere artistiche di propaganda in favore di Barak Obama: il volto del candidato era rappresentato in policromia (quasi come una nuova Marylin) al quale erano sovrapposte le parole “HOPE”, “CHANGE”, “PROGRESS”, “VOTE”. Ma lo stesso si è dissociato dal movimento, a causa dell’illegalità dell’arte di strada. Una volta eletto, il presidente ha inviato una lettera di ringraziamento all’artista: Ho il privilegio di essere parte della tua opera e sono orgoglioso di avere il tuo sostegno.  –Barak Obama Nel 2009, durante la 53esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, a Shepard fu permesso di realizzare opere per la valorizzazione culturale della città e la sensibilizzazione dei cittadini al patrimonio artistico: in quell’occasione Fairey è stato capace di realizzare collage nei quali il duro volto di “The Giant” è perfettamente in armonia con donne dai tratti orientali. Grazie alla legalità della sua opera, realizzata in strada ma su supporti asportabili, l’artista ha avuto la possibilità di lavorare per tempi lunghi rispetto agli standard e sopratutto sotto gli occhi della folla. Tu puoi contaminare il mondo, Shepard, dirgli obey, OBBEDISCI, ma come farlo su una città che nasce, vive e muore sull’acqua? […] Rimanendo nel terzo millennio ma immaginando di essere nella splendente Venezia dei Dogi, rimanendo sovversivo ora come allora senza perdere il rispetto per la città mito. –M. Sgroi Al PAN sono esposte, per la prima volta in uno spazio italiano, più di 100 opere dell’artista americano, da “The Giant Has a Posse” alle opere più recenti. Un evento da non perdere. Info: PAN – Palazzo delle Arti Napoli – Palazzo Roccella (via dei Mille 60) Aperta al pubblico dal 6 dicembre 2014 al 28 febbraio 2015.  Orario di apertura: dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle ore 19.30, domenica dalle ore 9.30 alle 14.30.   S.Fairey: al Pan, l’ uomo che ha detto “OBEY” al mondo  

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Musica

Fabi-Silvestri-Gazzè: il padrone della festa

Fabi-Silvestri-Gazzè. Tre cognomi noti alla maggioranza, tre artisti entrati di diritto nella storia della musica italiana, messi in fila, uno dopo l’altro, sulla copertina dello stesso cd. Lo desideravamo da tempo, quasi ce lo aspettavamo. Negli anni 90 (quelli della scuola romana) erano state molte le occasioni di collaborazione, ma erano solo sporadici eventi e nulla di organico. Fazio, nella scorsa edizione del Festival di Sanremo, aveva espresso apertamente il suo desiderio di sentirli insieme in un unico progetto. Si sono presi il giusto tempo e nel giusto momento hanno esaudito il suo e il nostro (e sicuramente anche loro) desiderio: il padrone della festa, idea nata dopo un viaggio nel sud del Sudan dai tre cantautori, pubblicato il 14 settembre 2014 e seguito da un tour che dopo alcune date europee si è spostato nei palasport di tutto lo stivale. Un tour reputato dai tre come un tributo al banana republic di Dalla e De Gregori, anche se i tempi sono diversi e con essi sono cambiati i gusti del pubblico, che, tuttavia, ha saputo apprezzare, dando alla tournée un discreto successo. Esattamente metà del disco è stata scritta a sei mani, mentre gli altri sei brani sono realizzati individualmente e con gli altri che cantano a supporto, lasciando nei pezzi tratti classici dello stile dell’autore che li ha composti. Diverso è il risultato dei pezzi scritti insieme, frutto di un lavoro di gruppo e realizzati secondo uno schema ben preciso, dichiarato in un’intervista ai tre realizzata da Piero Negri per il giornale La Stampa: l’idea poetica è di Fabi, le divagazioni stilistiche sono affidate a Silvestri lasciando nelle mani di Gazzè le svolte impreviste. Al primo ascolto colpiscono la dolcezza e il calore dei suoni, frutto di una minuziosa attenzione ai particolari dagli stessi autori che hanno una grande esperienza nel campo della registrazione e del mastering e che, per dare alla luce questo piccolo capolavoro, hanno preso in affitto strumenti e apparecchiature dei celebri abbey road studios. Apprezzabili sono gli arrangiamenti di archi e fiati perfettamente inseriti nei brani e spesso si lascia posto a strumenti estranei alla nostra tradizione cantautorale come ukulele e sitar, senza che sia riscontrabile la minima forzatura. Anche la scelta dei musicisti è stata molto curata: partendo da Paolo Fresu alle trombe a Roberto Angelini e Adriano Viterbini dei BSBE alle chitarre. Il disco nasce con immagini quasi rubate al Montale, presentando un caldo pomeriggio estivo che finisce nell’arco di soli tre versi in un botto e con la sirena di un’ambulanza…un disco che nasce e che cresce tra le mani di tre maestri della poesia musicata, che passati i 46 anni e con il sopraggiungere della crisi di mezza età non sono caduti in un calo creativo, bensì hanno fatto sapientemente fruttare la loro esperienza con un disco che emoziona genuinamente e sinceramente. Sembra difficile trovare errori e pecche, ed è forse questo il problema del disco: al primo ascolto non si riesce ad apprezzare quella gerarchia dei brani che usualmente ci guida negli ascolti e che ci […]

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Attualità

Raffaele Giglio: The gentlemen’s Agreement

In una ventosa serata infrasettimanale, Piazza Bellini è inaspettatamente vuota e priva della sua usuale confusione. Ho appuntamento con Raffaele Giglio per intervistarlo sui suoi “The gentlemen’s agreement”. Dopo una birra e un paio di chiacchiere, iniziamo a parlarne. Da chi nascono i “The gentlemen’s agreement” e soprattutto con quali intenti espressivi? Il progetto nasce da me e da un nucleo che non esiste più. Questo perché alla fine i musicisti si dividono in chi ci crede davvero, e in chi decide di lasciare la musica per uno stile di vita che a me non piace proprio, ovvero quello del lavoro e basta. Con quali intenti espressivi è difficile dirlo, perché ogni disco cambia e ha curiosità differenti. Semplicemente ognuno è ciò che ascolta e ciò che ha ascoltato e io ho una gran famiglia che mi ha dato tanto, dal blues alla bossanova, ed ha influenzato tanto i vari dischi. “Apocalypse town”, vostro ultimo disco, è dominato dai temi della città e della fabbrica, che si ritrova oltre che nei testi anche in molti campionamenti. Quale compito svolgono questi “rumori su rumori”? La fabbrica è presente nella mia vita da sempre. Ho abitato al Lanificio (ex fabbrica) per un anno e 4 mesi e faccio il falegname da vent’anni. I suoni campionati sono presenti nella mia vita di tutti i giorni e la cosa interessante è che il rumore è anche un suono, ha un proprio ritmo. Mi hanno ispirato molto sia un artista brasiliano, Tom Ze, sia “Apocalypse town: cronache della fine della civiltà urbana”, un libro di Alessandro Coppola. Il disco è stato realizzato con la formula del baratto, grazie a Stefano Manca che ci ha proposto di insonorizzare con finiture in legno le parete di una sala del suo studio in cambio di un mese di registrazioni e grazie al Lanificio, che, in cambio di una direzione artistica, ci ha lasciato una casa e un teatro in cui provare con il gruppo per un anno intero e noi in cambio abbiamo fatto il disco e gli abbiamo “riservato” la presentazione del disco. Il baratto ha funzionato, e ancora una volta, abbiamo trovato come svincolarci dalla fabbrica, che per noi deve esistere, ma non con il sistema di lavoro attuale. Può essere considerato orientato politicamente? La politica è anche dove vai a comprare la Coca-cola e dove vai a fare la spesa! Siamo alla Spilleria perché li conosco e so che sono brave persone. Non credo nella scelta della rappresentanza politica, di un mondo di potenti che nei loro accordi non ci considera minimamente, né in sistemi politici utopistici che vivono solo negli ideali, anche perché gli ideali non ti permettono di portare la pagnotta a casa! Io sono per la politica tangibile, vivo con la convinzione che non bisogna pensare ai propri venti metri quadri con individualismo, ma con lo spirito comune del far bene. Poi sono più che convinto che nella vita non ci sia la necessità di lavorare tanto, ma il necessario: io uso […]

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Attualità

BSB3: un tramezzino firmato Bud Spencer Blues Explosion

Bud Spencer Blues Explosion. Un nome che ormai non suona più strano agli appassionati dell’indie rock italiano. Il duo rock-blues romano ha macinato molti chilometri dalle prime apparizioni del 2007, raggiungendo un sound e uno stile ben marcati, che si mostrano pienamente in BSB3, il terzo capitolo. Un disco pieno di spiritualità, espressa dai titoli e dai temi di molti brani: nulla di nuovo per il gruppo che ha utilizzato titoli di questo genere per i dischi precendenti (il disco dal vivo Do it yourself-nel giorno del signore, dove DO IT, che è anche il titolo del secondo disco in studio, sta per Dio Odia I Tristi), ma che in questo caso (come ha rivelato il chitarrista) ha voluto essere dissacrante, utilizzando un tramezzino per rappresentare la trinità. Per la prima volta la band ha lavorato in una co-produzione: ai lavori ha partecipato Giacomo Fiorenza, fondatore dell’etichetta 42 records e bassista del progetto moltheni. Bud Spencer Blues Explosion, un mare di influenze I ragazzi accolgono molte influenze, dalla musica africana all’elettronica che in questo disco diventa sempre più spinta: partendo dal brano di apertura, duel, dall’indole a dir poco metal, passando per pezzi come hey man e mama in cui si avverte molto il rock-blues tipico dei primi dischi, finendo con camion, nel quale il duo prova di saper ancora incendiare un blues a fuoco lento, anche se ibridato con la musica africana e suoni elettronici d’ambiente. Miracoli è, invece, un brano avvolto in un alone di spriritualità, considerabile quasi un tributo ai The Black Keys, uno dei duo americani (come i The White Stripes) ispiratori del gruppo. Come nel precedente disco in studio, l’ultima traccia abbassa i toni, e lascia all’ascoltatore la bocca dolce: è il turno di troppo tardi, un brano dai colori caldi e dall’avvolgente tranquillità. I videoclip due singoli estratti duel e miracoli sono realizzati dal maestro Alex Infascelli, regista di H2Odio, che ha saputo fondere i brani della band con la sua arte dando vita ad uno spettacolo di arte visiva che segue la musica in ogni suo movimento e in tutte le sue dinamiche. Come abbiamo potuto imparare è nelle esibizioni dal vivo che il duo rende di più, e in BSB3 i Bud Spencer Blues Explosion si sono riproposti l’obiettivo di portare le tracce con la stessa incisività e la stessa energia delle esecuzioni live. Sono state evitate sovraincisioni, tranne in qualche brano in cui invece possiamo sentire suoni di tastiere…un ottimo lavoro che rende davvero il sound elettrico del gruppo: la profondità della cassa di Cesare Petullicchio e la spazialità del sound della chitarra di Viterbini (grazie al suo octaver che a tratti rende la sua chitarra un vero e proprio bass synth, colmando il vuoto lasciato dall’assenza del basso) donano al disco quel sound un po’ dubstep che da qualche anno caratterizza le loro esibizioni ad alto volume. Missione compiuta, almeno sotto questo punto di vista. BSB3: un disco che può sia piacere sia essere odiato. Ricco di sostanza e personalità, ma di certo non […]

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