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Eroica Fenice

Attualità

Internet e la Dichiarazione dei diritti

«L’accesso ad Internet è diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale» è quanto recita l’articolo 2 della Dichiarazione dei diritti in Internet, adottata il 28 luglio 2015 dalla Commissione per i diritti e i doveri in Internet. L’articolo citato pone in evidenza l’importanza ricoperta dal mondo digitale all’interno della nostra società: Internet, nato come utile strumento, si tramuta ora in diritto fondamentale, da garantire e da tutelare affinché l’individuo possa vivere ogni aspetto della società senza limitazioni di sorta. Prosegue l’art. 2 chiarendo che «Ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale», in un chiaro riferimento a ipotetici fenomeni di discriminazione causati dalle dette disparità. Internet e società Tuttavia, alla base del progetto di questa Carta dei diritti non vi è soltanto la volontà di ufficializzare l’importanza di Internet, ma è ben presente la necessità di regolare la cosiddetta vita in rete, al fine di regolamentare i rapporti “virtuali” e soprattutto la privacy di tutti coloro che concedono alla rete dati sensibili per le più disparate ragioni. Internet, oramai largamente diffuso al punto tale da essere utilizzato da privati e istituzioni, è uno spazio in cui si lavora, si operano scambi commerciali, si consulta il proprio traffico telefonico, si stipulano contratti: Internet è la società stessa, non più un canale a essa collegato. In ragione di tutto questo, è di fondamentale importanza che abbia una sorta di “costituzione”, che si diffonda nelle persone la consapevolezza che questa rete virtuale ha una disciplina giuridica, che le norme del buonsenso siano valide anche nell’universo incastrato nello schermo, e che, in ultimo, ogni azione compiuta in Internet abbia ripercussioni reali e non virtuali. La tutela dei dati personali è regolamentata dall’articolo 5, il cui primo comma recita: «Ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano, per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza». “Dignità”, “identità”, “riservatezza”, parole che garantiscono la tutela dell’individuo all’interno della società. Da questo punto di vista la materia non presenta novità, ma ribadisce un concetto già diffuso: utilizzare dati personali in maniera illecita è perseguibile e punibile. Un ulteriore principio a tutela della privacy è sancito dall’articolo 11, il “Diritto all’oblio” e quindi alla cancellazione «dagli indici dei motori di ricerca dei riferimenti ad informazioni che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza pubblica». Il riferimento alla “rilevanza pubblica”, come spiegato nel comma successivo dell’art. 11, è inserito a tutela della società democratica e quindi del diritto all’informazione dell’opinione pubblica. La Dichiarazione dei diritti in Internet (qui il testo), citando il Preambolo redatto dalla Commissione, «è fondata sul pieno riconoscimento di libertà, eguaglianza, dignità e diversità di ogni persona», una Carta indispensabile per l’interattiva società del XXI secolo.

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Attualità

Kepler-452 b: l’esopianeta simile alla Terra

Kepler-452 b è il nome della scoperta più recente della Missione Kepler, la NASA ha difatti annunciato ufficialmente l’esistenza dell’esopianeta il 23 luglio dell’anno corrente. A rendere particolarmente interessante Kepler-452 b sono le somiglianze che, stando ai primi rilevamenti del telescopio spaziale, sembra avere con la Terra, pur distando da essa ben 1400 anni luce, il che rende assolutamente impossibile, con i mezzi attuali, raggiungere fisicamente questo “parente”. In primo luogo, il neoscoperto pianeta è nella zona abitabile, è probabilmente di tipo roccioso e orbita attorno a Kepler-452, una stella della Costellazione del Cigno simile al nostro Sole, da cui differisce soprattutto per l’età più avanzata, che la rende ad oggi più luminosa, e per la maggiore grandezza del diametro. In secondo luogo, la distanza tra Kepler-452 b e la sua stella è comparabile alla distanza che intercorre tra la Terra e il Sole. In ultimo, il pianeta compie il moto di rivoluzione in circa 385 giorni terrestri – con la probabile alternanza tra giorno e notte –, ciò significa che l’anno “kepleriano” non ha una durata così differente da quella dell’anno terrestre. Questo insieme di informazioni, sia pure superficiale e ancora incompleto, lascia ipotizzare che sull’esopianeta vi siano potute essere, o possano esservi oggi, forme di vita. Ciononostante, l’interesse scientifico verte anche su altro e in particolare sulla possibilità di poter osservare il futuro della Terra: se davvero, come appare, Kepler-452 b è legato al nostro pianeta da somiglianze sostanziali, allora sarà possibile, sfruttando l’anzianità dell’esopianeta e della sua stella, tracciare un’ipotetica evoluzione per il Sole e la Terra. Kepler-452 b non è il primo esopianeta simile alla Terra scoperto dalla Missione Kepler, il cui scopo è proprio quello di rintracciare pianeti che abbiano affinità con il nostro, ma per la prima volta si ha forse l’opportunità di osservare l’evoluzione di un pianeta che compie il moto di rivoluzione in un tempo simile a quello terrestre e orbita attorno a una stella con proprietà comuni al Sole. Ecco perché Kepler-452 b è stato etichettato come un “cugino vecchio” della Terra. Tra i tanti punti ancora oscuri, uno dei passi successivi è certamente il tentare di stabilire quale sia il tipo di atmosfera di Kepler-452 b e se vi sia o vi sia stata in passato acqua e in quale quantità; informazioni in grado di spegnere o, al contrario, di alimentare le speranze circa la presenza di forme di vita – che sia stato “l’uomo” ad abitare il “cugino vecchio” della Terra? Se siamo o meno soli nell’universo è, d’altronde, uno di quei dilemmi che tormentano e incuriosiscono l’umanità di ogni tempo, ma non essendo questo un episodio della fortunata serie televisiva “Ai confini della realtà” è difficile credere di essere a un passo dal risolvere la secolare questione. Saranno i prossimi rilevamenti a decidere se Kepler-452 b possa segnare o meno l’inizio di un nuovo capitolo della storia umana. -Kepler-452 b: l’esopianeta simile alla Terra-

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Notizie curiose

Matrimonio a termine: curiosità dal mondo

Risale al 2007 la proposta di un politico tedesco di introdurre l’istituto giuridico del matrimonio a termine, vale a dire un tipo di contratto matrimoniale con data di scadenza. La proposta – rimasta tale e mai tramutata in legge – ipotizzava matrimoni della durata di sette anni, al termine dei quali i due coniugi sarebbero tornati single. L’utilità? Far fronte alla mole crescente di divorzi causati, secondo dati raccolti all’epoca, dalla cosiddetta crisi del settimo anno. Dunque, perché affannarsi a divorziare? Limitiamo direttamente la durata a sette anni. Il 2011 vede nascere una proposta simile, ma questa volta da parte di un politico del Messico. Il matrimonio a termine, nella versione messicana, avrebbe avuto una durata di due anni; allo scadere di questo biennio, la coppia avrebbe dovuto scegliere tra lo scioglimento e il rinnovo. Il politico di Città del Messico ha tentato di arginare così il crescente ricorso al divorzio, ricorso attestato in larga parte proprio allo scadere dei primi due anni di unione. Nonostante il matrimonio a termine possa apparire, a prima vista, inconciliabile con la cultura che educa l’Occidente, proposte in tal senso non sono dunque mancate. Matrimonio a termine: cosa accade nel resto del mondo? Una tipologia di contratto matrimoniale “a termine” esiste nella cultura islamica sciita, conosciuta col nome di “nikāh al-mut’a”, letteralmente “matrimonio di piacere” o, come potremmo chiamarlo noi, “matrimonio a termine”: un tipo di unione non molto diffuso, ma che coesiste con il matrimonio tradizionale. La durata è variabile ed è decisa dai contraenti prima dello sposalizio; l’uomo è tenuto a corrispondere un dono nuziale alla donna e quest’ultima è vincolata alla fedeltà – come si conviene a un matrimonio tradizionale – e all’affidare legalmente al marito possibili nascituri durante l’arco di tempo che la vedrà moglie. Nella mut’a la donna è libera di scegliere se sposare o meno l’uomo; inoltre, la moglie “a termine” non ha diritto all’eredità in caso di decesso dell’uomo cui è legata per un tempo prestabilito. Qualche anno fa, l’Italia prestò particolare attenzione all’istituto appena descritto, poiché sembrava essere particolarmente in voga: alcuni quotidiani denunciavano addirittura una sorta di “boom” di matrimoni a termine. Oggi è un fenomeno quasi dimenticato, ma non per questo meno interessante. La mut’a può sembrare una realtà insolita, ma se pensiamo che in tempi non remoti dei politici, ovviamente guidati da motivazioni e basi ben diverse da quelle che la legittimano, hanno proposto alla loro popolazione il matrimonio a termine (che esige un rinnovo per non sciogliersi), è tanto improbabile ipotizzare che in un periodo di crisi come il nostro, dopo il divorzio breve, arriverà anche il matrimonio a scadenza? Dopotutto, questo sì che snellirebbe molto la procedura. -Matrimonio a termine: curiosità dal mondo-

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Attualità

Wi-Fi Free al Vomero: tutti online

Quando si parla di Wi-Fi Free si fa riferimento a un’infrastruttura di rete Wi-Fi in grado di coprire delle aree più o meno vaste all’interno delle quali è possibile navigare online gratuitamente, usufruendo appunto del Wi-Fi Free. Nel mese di maggio, grazie all’accordo tra l’associazione di promozione sociale UnicoVomero e il wisp Bluwireless, è stato inaugurato il progetto Wi-Fi Free che ha come protagoniste diverse zone del quartiere Vomero, in cui è ora possibile connettersi a Internet a costo zero. Per usufruire delle rete gratuita è necessario scaricare l’applicazione “Bluwireless FREE WiFi” sul proprio dispositivo e registrarsi presso gli HotSpot Bluwireless presenti sul territorio. Come è naturale che sia, i cittadini hanno accolto con entusiasmo la novità, forse augurandosi sin da ora che il Wi-Fi Free venga esteso all’intero quartiere o addirittura a tutta la città di Napoli. Il fenomeno della navigazione libera, d’altronde, sembra essere in crescita e non è del tutto utopico credere che l’intero territorio nazionale, in un futuro più o meno prossimo, possa divenire una zona Wi-Fi Free. A rendere credibile l’ipotesi è l’importanza, che sfocia talvolta nella necessità, di avere in qualsiasi momento la possibilità di navigare online – al giorno d’oggi, Internet è un canale che veicola intrattenimento, informazioni e soprattutto lavoro. Chi non ha mai avuto bisogno di consultare la propria posta elettronica? Chi, in mancanza di credito sufficiente sullo smartphone, non ha desiderato di poter utilizzare la messaggistica istantanea di un social o di un’applicazione che consuma byte e non euro? Che piaccia o no, è una società informatizzata la nostra e come tale si avvale anche di relazioni e prodotti virtuali. Siamo abituati a controllare le condizioni meteo fuori casa, a cercare indirizzi, strade e qualsiasi informazione in ogni momento e luogo, a controllare le novità sui social connettendoci dal dispositivo mobile – è un insieme che appare a tutti normale, quotidiano, indispensabile. In una realtà come questa, l’iniziativa del Wi-Fi Free appare del tutto a passo con i tempi, quasi “fisiologica”. -Wi-Fi Free al Vomero: tutti online-

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Attualità

Notizie false: la fiducia mal riposta

Notizie false, informazioni errate, servizi televisivi poveri di veridicità rappresentano un estratto della realtà odierna, sempre più disposta a ingannare il prossimo. Gli ultimi e più discussi casi di notizie false che hanno suscitato curiosità e sprezzo nel pubblico sono legati al fortunato TG satirico “Striscia la Notizia”: Fabio e Mingo prima e Fulvio Benelli poi. In entrambe le situazioni a seguire l’accusa è stato il licenziamento dei “bugiardi” e le dichiarazioni di incredulità e innocenza dei responsabili dei programmi coinvolti – è importante, d’altronde, sottolineare l’onestà e l’estraneità del “contenitore” rispetto al “contenuto” falso. Ma quali sensazioni si impossessano del pubblico fruitore di informazioni quando apprende che ciò che ha letto, visto o ascoltato è frutto di menzogne e di recite bene architettate? È probabile che provi dentro di sé indignazione e sconcerto, o forse solo sfiducia. Sfiducia nei confronti di un sistema a cui ha scelto di credere e da cui è stato tradito. La legge n. 69/1963, “Ordinamento della professione di giornalista”, sottolinea nelle parole “è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede” l’importanza imprescindibile della verità; tale concetto è ribadito anche dalla “Carta dei doveri del giornalista” – a quanto sembra, l’esistenza di un codice deontologico preciso e inequivocabile non è però abbastanza per impedire i casi di diffusione volontaria di notizie false. L’estratto riportato, alludendo al dovere di verità, rappresenta un “obbligo giuridico” per chi svolge la professione di giornalista, ma rappresenta anche un “obbligo morale” per qualsiasi figura che si ponga e agisca come fonte di notizie. L’informazione, soprattutto se riguarda la cronaca, forma pareri, convinzioni e talvolta rafforza o crea pregiudizi; chi, attraverso un qualsiasi mezzo, divulga consciamente notizie false ne è consapevole. Si apre qui lo spettro mai vinto della strumentalizzazione della citata informazione: si diffondono determinate “verità” al fine di ottenere un certo tipo di reazioni e conseguenze; e lo si fa sfruttando l’implicito patto di fiducia, profittando quindi di quel pubblico che ha deciso di credere e fidarsi. Ma a minare tale patto non sono unicamente le notizie false, collabora in tal senso anche l’atteggiamento assunto dai vari responsabili dei “contenitori”, i quali, dichiarandosi estranei all’inganno, generano scetticismo nel pubblico sfiduciato: ciò che osservo, ascolto o leggo è dunque il prodotto di un lavoro non sempre sottoposto ad adeguati controlli e verifiche? Se così fosse, ogni servizio o articolo potrebbe potenzialmente contenere notizie false. È questo neonato dubbio figlio della fiducia tradita a far sì che il pubblico, di lì in avanti, prima di formare opinioni o rafforzare pregiudizi sulla base della notizia appresa, cerchi ulteriori fonti e riscontri, tramutandosi in “controllore” di un sistema che, ad oggi almeno, non sembra in grado di assicurare in ogni occasione la verità.   -Notizie false: la fiducia mal riposta-

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Eventi/Mostre/Convegni

Raffaele Bruno in Delirio Creativo

Luci soffuse, entusiasti sorrisi, il suono di una chitarra. È questa l’atmosfera che si respira al “Sottopalco”, il caffè letterario nato all’interno del Teatro Bellini, in occasione della presentazione-spettacolo di “Delirio Creativo”, l’opera di Raffaele Bruno edita dalla Marotta&Cafiero. Il romanzo, il cui titolo richiama il laboratorio teatrale Delirio Creativo ideato dallo stesso Bruno, rientra nel progetto “Criature” dell’Associazione Scuola di Pace ed è stato realizzato grazie al sostegno dell’8×1000 alla Chiesa Valdese. Una parte del ricavato delle vendite finanzierà il progetto “L’innocenza liberata”, che ha come scopo l’istituzione di laboratori teatrali permanenti nelle carceri della regione Campania. Raffaele Bruno è un artista di quelli che nella vita non possono fare altro che “creare”. Parlare di lui nei termini di un autore di racconti e testi teatrali, un regista e un attore sarebbe riduttivo perché  significherebbe ingabbiarlo in una delle etichette che non rendono giustizia alla passione che lo motiva, una passione non solo per la produzione artistica in sé ma per la vita vissuta giorno dopo giorno in ogni sua sfaccettatura. “Delirio Creativo” è una finestra sul quotidiano, quello brutale, crudo, disarmante, il quotidiano vero. Raffaele Bruno, voglioso di instillare il seme della riflessione, di gettare luce su realtà che, seppure conosciute, brancolano nell’indifferenza, non risparmia nulla al lettore. La sua opera cuce insieme sette storie che raccontano la città di Napoli da angolazioni differenti; la narrazione, prendendo il via da un episodio di cronaca, si apre con le mani invischiate nella vita di tutti i giorni e si chiude con una Napoli filtrata dallo sguardo di un uomo sepolto nei rifiuti. Sette racconti, quelli di Raffaele Bruno, colmi di forti sensazioni e intenzionati a porre in evidenza l’uccisione dell’innocenza, il più feroce crimine del nostro mondo. Per presentare al pubblico l’opera, l’autore, avvalendosi della collaborazione degli artisti del laboratorio teatrale Delirio Creativo, mette in scena il testo, raccontando attraverso parole, musica e danza il messaggio in esso contenuto. Non c’è suggestione più grande del poter toccare con mano l’inchiostro che colora le pagine di un libro. “Una musica di dolore e speranza insieme forse solo a Napoli la puoi suonare così forte” è ciò che Stefano Benni dice a proposito della scrittura di Raffaele Bruno. Non resta che leggerla, questa musica di dolore e speranza e lasciare che ci esploda dentro.   -Raffaele Bruno in Delirio Creativo!-

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Attualità

Genocidio armeno: l’etichetta della discordia

In onore della civiltà, del rifiuto della violenza e dell’abitudine di omaggiare il centenario delle tragedie, il Parlamento Europeo ha in questi giorni sentito la necessità impellente di ricordare al governo turco il genocidio armeno del 24 aprile 1915. Gli europarlamentari hanno difatti consigliato alla Turchia di “fare i conti con il proprio passato, riconoscendo il genocidio armeno e aprendo la strada a una genuina riconciliazione tra i popoli turco e armeno” e hanno invitato il governo turco ad aprire gli archivi e permettere di far luce sulla reale mole di vittime e sul patrimonio della cultura armena andato distrutto. Prima ancora dell’Europa politica, il medesimo bisogno è stato avvertito da Papa Francesco, che il 12 aprile, in occasione della messa di commemorazione del centenario, ha unito alle preghiere per la popolazione armena una riflessione sulla tragedia, sottolineando che la persecuzione dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1917 è generalmente considerata il primo genocidio della modernità. La reazione della Turchia a quelle che sono state considerate accuse senza fondamenta non ha tardato ad arrivare: “il genocidio è un concetto giuridico, le rivendicazioni non soddisfano i requisiti di legge, anche se si cerca di spiegarle sulla base di una diffusa convinzione, restano calunnie”, ha affermato il Ministro degli Esteri turco. La posizione della Turchia non è un rifiuto verso l’esistenza della tragedia che ha coinvolto la popolazione armena cento anni fa, è bensì quella di rifiutare l’etichetta genocidio. La conseguenza più evidente delle dichiarazioni sul genocidio armeno è stata l’inasprirsi dei rapporti ad oggi già delicati tra l’universo cristiano e occidentale e il fronte islamico. Ankara ha accusato Vaticano ed Europarlamento di generare ostilità verso tutto ciò che è lontano dalla propria cultura e dunque diverso, sottolineando che il passato è pregno di orrori commessi dalle nazioni europee, le quali dovrebbero quindi preoccuparsi di fare i conti con ciò che le riguarda in prima persona. Difficile non domandarsi, dato il difficile momento storico che stiamo attraversando, se fosse indispensabile creare un’ulteriore occasione di conflitto tra l’Europa della cristianità e la Turchia mussulmana, se fosse necessario etichettare un massacro in un modo piuttosto che in un altro, come se la sostanza dei fatti mutasse a seconda del nome affibbiatole. -Genocidio armeno: l’etichetta della discordia-

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Attualità

Poletti: il Ministro del Lavoro che bada alla scuola

È del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti l’idea, per ora solo “lanciata”, di ridurre la vacanze estive degli studenti in favore di esperienze di formazione lavorativa, situazione che porterebbe anche a tenere aperte le scuole nei mesi di giugno e forse luglio. Secondo il nostro Ministro, difatti, lo studente italiano ha sin troppo tempo a disposizione per grattarsi la pancia, meglio che tiri su le maniche e che inizi ad “assaggiare” il mondo vero, quello che lo attende dopo il sudato diploma: il mondo del lavoro. Il Governo, nella persona di Stefania Giannini, si è detto concorde con il pensiero di Poletti, specificando che la questione da lui sollevata è stata oggetto di analisi nel Ddl sulla scuola. L’idea formulata da Poletti non è affatto malvagia, l’unico problema che la rende debole e a tratti addirittura comica è che in Italia il lavoro non c’è, non c’è per i disoccupati con a carico famiglie e non c’è per i diplomati in cerca del primo vero impiego. E dinanzi a una realtà simile è impossibile non domandarsi quale senso abbia investire energie e attenzioni nel consentire a dei giovanissimi ragazzi di fare esperienze lavorative per uno o due mesi anziché sfruttare ogni tipo di risorsa economica e intellettuale al fine di creare occasioni reali e remunerative per la grossa massa di disoccupati che schiaccia l’economia italiana. Ma andiamo oltre e cerchiamo di ipotizzare a quale tipo di mansioni potrebbero essere destinati gli studenti per cui Poletti auspica la formazione lavorativa. Nulla che richieda un grado di qualifiche o specializzazioni, certamente. Resterebbero i cosiddetti lavori manuali o di facchinaggio intellettuale: garzone di un esercizio, aiuto-qualcosa, supporto al segretario, bagnino e qualsiasi altra mansione particolarmente richiesta nel periodo estivo. Tutte posizioni lavorative che in genere fruttano uno stipendio, seppur modesto, ai disoccupati maggiorenni con a carico delle spese, che si vedrebbero dunque “rubare” l’occupazione da masse di adolescenti senza interesse e senza necessità di guadagnarsi da vivere; un problema che Poletti non sembra aver preso in considerazione. Poletti motiva la propria idea affermando che per i giovani è utile fare esperienza nel mondo del lavoro prima di abbandonare il percorso scolastico e che tali esperienze possono anche rivelarsi illuminanti nella scelta del percorso universitario. Motivazioni ammirevoli, se non fosse per quell’unico problema già citato, vale a dire l’assenza di lavoro dopo il diploma. È il Codacons, nella persona di Carlo Rienzi, a porre la questione in termini molto diretti: «Ci chiediamo se Poletti sia a conoscenza dei dati sulla disoccupazione giovanile, che in Italia ha raggiunto il 41,2% […] Più che spingere gli studenti a lavorare d’estate, il Ministro dovrebbe spingere le aziende ad assumere giovani e creare occupazione, attraverso provvedimenti specifici». Sulla scia del Codacons, è lecito chiedersi come possa il Ministro del Lavoro Poletti dedicare le proprie energie a un problema in questo momento storico relativamente poco importante come la vacanza estiva dello studente. Sembra quasi che il Ministro ignori l’esistenza dei seri problemi di disoccupazione in […]

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Legge anti-gay in USA: discriminazione legale

“Religious Freedom Restoration Act” è il nome della legge anti-gay firmata dal governatore dell’Indiana Mike Pence per difendere «la libertà di religione di ogni cittadino di ogni fede»; senza dubbio una nobile motivazione, peccato che il cuore pulsante del provvedimento legislativo a tutela della fede religiosa è la discriminazione – e discriminazione e religione, quantomeno idealmente, non dovrebbero coesistere. La legge anti-gay di Pence consente a qualsiasi commerciante o società di rifiutare i propri servizi a persone omosessuali solo perché la religione d’appartenenza dei primi non contempla la possibilità di amore o attrazione tra due individui dello stesso sesso. Il governatore ha difeso il provvedimento adducendo la necessità di tutelare la libertà di professare un credo in ogni suo aspetto, decidendo in tal modo di sacrificare il diritto di ogni cittadino di vivere libero da discriminazioni. Nonostante la forte convinzione del governatore repubblicano, la legge anti-gay ha sollevato polemiche e dure reazioni da parte della cittadinanza dello Stato dell’Indiana e del resto dell’occidente. Non sono solo le associazioni a tutela dei diritti degli omosessuali a essersi schierati contro Pence, ma anche i “beneficiari” della legge anti-gay che denunciano la discriminazione e il pericolo che un provvedimento simile possa scoraggiare turisti, aziende e società a investire in Indiana. Lo stesso sindaco di Indianapolis si era schierato contro la legge anti-gay. Una delle prime ripercussioni di natura economica è stata la decisione dell’azienda Salesforce, che ha annunciato la cancellazione di ogni evento previsto in Indiana per evitare che i propri dipendenti e clienti subiscano discriminazioni legalizzate; al gesto plateale dell’azienda si uniscono atleti e personaggi pubblici, sino ad arrivare a Hillary Clinton che su Twitter definisce «triste» il fatto che in America vi sia una legge anti-gay. Ma chi l’ha voluta, dunque, questa legge se gran parte dell’opinione pubblica si è apertamente schierata contro il provvedimento discriminatorio? Dobbiamo ipotizzare che il signor Mike Pence abbia in antipatia coloro che hanno un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità e abbia agito per se stesso? O è forse lecito credere che chi ha voluto quella che è a tutti gli effetti una legge anti-gay non abbia ora, dinanzi a critiche così aspre, la maturità di “fare coming out”? Tanti i cartelli contro la discriminazione sessuale fioccati nelle vetrine di negozi, bar e ristoranti e tante le persone in strada per protestare contro il razzismo di una legge che usa la religione come scudo, con il bisogno di ricordare agli invisibili chiunque che hanno voluto il “Religious Freedom Restoration Act” che il credo religioso, qualsiasi esso sia, non può e non deve essere utilizzato come valido motivo per discriminare e ledere, perché legalizzare la possibilità di rifiutare servizi a causa dell’orientamento sessuale è un indice dell’involuzione cui la società intera sembra essere esposta. È lodevole lo sdegno dell’opinione pubblica ma il problema reale è comprendere come è potuto accadere, oggi, che il governatore di uno Stato americano abbia firmato un’autorizzazione a procedere per qualsivoglia atteggiamento discriminatorio. Date le pressioni mediatiche è possibile che Pence rivaluti la propria […]

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Attentato in Tunisia: l’ISIS approva e rivendica

L’attentato al Museo del Bardo di questo mercoledì ha tinto di foschi colori la cronaca europea: l’ultimo bilancio è di ventitré vittime, di cui quattro italiani. La ricostruzione degli eventi vede cinque terroristi tentare un attentato al Parlamento tunisino, che discuteva di misure antiterroristiche, fallire e ripiegare sul Museo, prendendo in ostaggio turisti di tutte le nazionalità col chiaro intento di seminare panico e morte. L’ISIS, stando alla fonti più aggiornate, avrebbe rivendicato l’attentato, minacciando altri attacchi terroristici. Nelle precedenti ore, gli jihadisti avevano comunque manifestato l’intenzione di approvare la strage tunisina: sul profilo Twitter associato a seguaci dello Stato Islamico è comparsa la foto di una vittima italiana segnata da una croce rossa e accompagnata dalle parole “Questo crociato è stato schiacciato dai leoni del monoteismo”. Due terroristi hanno perso la vita durante l’attentato, tre sono riusciti a fuggire. Le ultime notizie descrivono un paese, quello tunisino, a soqquadro: si cerca, si indaga, si arresta, si tenta a tutti i costi di ricostruire i fatti e quietare i timori della popolazione. Nessuno si sente escluso dalla tragedia: dagli Stati Uniti allo Stato Pontifico si levano grandi manifestazioni di affetto nei confronti delle vittime e, al contempo, dichiarazioni di intolleranza nei riguardi dell’attentato tunisino e, più in generale, del fenomeno del terrorismo. La politica italiana rassicura noi cittadini: siamo in allerta, ma l’intelligence è a lavoro, le misure di sicurezza sono pronte ed è tutto sotto controllo. Ma morti, feriti e dispersi – il cui numero è in costante aumento – non è l’unico aspetto agghiacciante dell’attentato. A scuotere è anche la consapevolezza che gli ostaggi hanno svolto il ruolo di fonte di notizie in diretta: alcuni telefonando a familiari e amici in cerca di aiuto, altri caricando su Twitter fotografie dell’attentato, forse con la speranza di lanciare un SOS al mondo. Attimi di panico che evidenziano da un lato l’attentato e i suoi fautori, dall’altro Stati che, malgrado norme di sicurezza e controlli, continuano a essere esposti al terrorismo. E se il presidente della Tunisia Essebsi dichiara “siamo in guerra”, il Ministro Gentiloni, in riferimento all’Italia, afferma che “dire che il paese si deve sentire in guerra, questo penso di no”, pur concordando col presidente Mattarella sull’attacco “alla cultura e alla democrazia”, tratti distintivi dell’Occidente. -Attentato in Tunisia: l’ISIS approva e rivendica-

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Redditi dei politici: l’Italia che non è in crisi

Nel mese corrente sono stati resi noti i redditi dei politici italiani e chiunque voglia sbirciare nei vari portafogli non deve far altro che consultare le piattaforme ufficiali della Repubblica, e lì, tra schede autorevoli e importanti titoli, troverà l’Italia che non è in crisi. I redditi di chi governa il Paese e condiziona con ogni atto il nostro quotidiano difficilmente, se non mai, hanno un indice numerico inferiore a 70 mila euro di imponibile. La stessa dichiarazione del Presidente del Consiglio chiarisce che Matteo Renzi, economicamente parlando, può dormire sonni tranquilli. I Redditi dei politici mostrano un’altra Italia Risulta chiaro, dinanzi a questi redditi, il motivo per cui i politici parlano oramai con scetticismo di crisi economica. Dopotutto, la crisi non c’è nelle loro tasche. Sempre più spesso, difatti, tra un disastro naturale e borse oscillanti, pacate parole ci assicurano che l’Italia è in crescita, il lavoro bussa alla porta di chi aspetta e persino di chi dorme, l’università ha avuto il boom delle iscrizioni e l’italiano medio gioisce della ritrovata tranquillità tra shopping, ristoranti alla moda e vacanze d’inverno e d’estate. Peccato che sia sufficiente mettere il naso fuori di casa per rendersi conto che la situazione è diversa, che i redditi degli italiani non consentono tutti questi lussi. Per le strade, vediamo giovanissimi connazionali seduti sui marciapiedi in attesa di elemosina e altri tentare di vendere piccoli oggetti di comune uso, persone di tutte le età e nazionalità che rovistano nei cassonetti dei rifiuti, negozi e catene importanti uccisi da tasse e sovrattasse che chiudono i battenti. La lista è lunga, ma quanto appena detto è sufficiente a dar ragione, in un certo senso, ai nostri politici: in fondo è vero che l’Italia non è crisi, è proprio affogata nella crisi. Sarebbe curioso, per amore di completezza, unire alle dichiarazioni patrimoniali e di redditi della classe politica anche quelle della popolazione in una sorta di trionfo del paradosso e della disuguaglianza. Consultando la scheda di Matteo Renzi, si legge in alto “Amministrazione Trasparente”, il che fa intuire che il rendere noto patrimoni e redditi sia un atto di rispetto nei confronti della popolazione, un modo per dimostrare che la classe politica non ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi – un intento lodevole davvero. Ma ancor più lodevole sarebbe stato trasformare la dimostrazione di rispetto in un rispetto concreto, iniziando, ad esempio, a dimezzare stipendi e rimborsi spese della classe politica, abolire ruoli assolutamente inutili, eliminare indennizzi, pensioni di platino e affini – in mancanza di questo, dunque di uno scopo concreto, non so immaginare cosa possa importare all’italiano dei redditi della classe dirigente.

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Italicum: cos’è, cosa cambia e come funziona la legge elettorale targata Renzi

Italicum, cos’è e come funziona la nuova leggere elettorale Italicum è il nome che designa la nuova legge elettorale in discussione al Parlamento. Il Capo del Governo è certo che alla prima approvazione della Camera e del Senato seguirà la seconda – Renzi scarta, difatti, qualsiasi ipotesi di bocciatura. Cuore pulsante dell’Italicum è la possibilità di garantire la governabilità del Paese attraverso un premio di maggioranza che assegnerà 340 seggi su 630 alla lista che otterrà il 40% dei voti alle elezioni. Se nessuna lista riuscisse ad ottenere una vittoria tanto schiacciante, subentrerà un ballottaggio tra le liste più votate: di nuovo alle urne gli italiani, chiamati a “decidere” chi premiare con ben 340 seggi. Per tutte le altre liste, il Senato ha deciso la soglia del 3% per avere accesso ai seggi. Ma le novità dell’Italicum non si fermano qui: in accordo alla revisione costituzionale tuttora in corso, che in virtù del bicameralismo differenziato riforma il Senato come organo non elettivo, la nuova legge elettorale è lo strumento utile per eleggere i soli componenti della Camera dei Deputati. Siccome si dibatte di elezioni in un Paese che la Carta Costituzionale definisce ancora democratico, ecco che con l’Italicum si torna a parlare di “preferenze”: ogni elettore, scelta la lista, potrà esprimere due preferenze di genere – un uomo e una donna, al fine di aggirare lo spinoso problema delle quote rosa –, ma non potrà eleggere il capolista, vale a dire l’ipotetico candidato ad essere Capo del Governo o maggiore esponente del gruppo parlamentare votato, egli è difatti imposto. La legge elettorale dà, inoltre, la possibilità ai capolista di candidarsi in dieci collegi diversi sui cento totali. Italicum, pregi e difetti I maggiori pregi dell’Italicum dovrebbero essere il reintegrare la possibilità di scelta da parte del cittadino abolita dalle liste bloccate del Porcellum, l’assenza di coalizioni e una maggioranza alla Camera in grado di governare l’Italia. In realtà, nessuno dei tre requisiti risulta soddisfatto. In primo luogo, il cittadino non elegge il proprio candidato, ma sceglie una lista con un capolista bloccato e opera una preferenza tra i nomi proposti dalla suddetta lista, vincolato a indicare un uomo e una donna e non diversamente, pena l’annullamento della preferenza. In secondo luogo, “lista” non equivale a “partito”, di conseguenza l’ipotesi di una lista che sintetizzi al suo interno esponenti di partiti diversi, previa coalizione per ottenere il 40% dei voti, non è affatto fantascientifica, soprattutto in una Nazione avvezza a patti, interessi egoistici e nessuna traccia di ideale politico. Ciò detto, risulta evidente che il 55% dei seggi alla lista vincitrice non equivale per forza di cose a una schiacciante maggioranza che consenta la governabilità del Paese. Se quel 55% è frutto di coalizioni tra partiti, è un 55% illusorio, che resta in piedi solo se in piedi restano anche gli accordi che hanno condotto alla compilazione della lista. Dopotutto, l’Italicum stesso è frutto di un patto che è già naufragato. L’entrata in vigore della legge che sostituirà l’incostituzionale Porcellum è […]

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Censura: JeSuisCharlie è già lontano

“Si formano parole di rivolta che accecano più di questo vento” Erri De Luca Libertà di pensiero e libertà di espressione sono spesso fuse in un unico concetto, pur essendo due entità distinte: la prima siamo noi come appaiamo a noi stessi, la seconda siamo noi come appaiamo agli altri. Spesso, non si ha il coraggio di mostrarsi alla società per ciò che si è; si ricorre allora a una censura intima, che in noi nasce e di noi si nutre, un’infida scappatoia pur di non assumerci la responsabilità di essere unici con i nostri pensieri, ragionamenti, modi d’essere – molto più semplice essere un volto identico alla folla, che il volto tra la folla. Accade, tuttavia, che uno tra i troppi abbia coraggio e maturità a sufficienza per associare la libertà di pensiero alla libertà di espressione e mostrare a chi gli è intorno il proprio modo di intendere la vita e le dinamiche varie che continuamente plasmano il contesto circostante. È in questi casi che subentra una censura a noi estranea, che viene da quella stessa società civile oggetto di riflessioni: la censura ufficiale. Chiamo censura ufficiale quella esercitata da un organo giudiziario, dalla religione, dalla morale o da qualche potente imprenditore che crede di possedere anche gli individui assieme alle macchine – tutti in corsa per imbavagliare quel “pazzo” che ha avuto l’ardire di esprimersi, di credere sul serio a quel buffo diritto, tutelato da ogni Costituzione occidentale, che vuole il soggetto libero di esprimere il proprio pensiero, qualsiasi esso sia. L’episodio di cronaca nera che ha visto protagonista Charlie Hebdo ha smosso molte coscienze, tutte vogliose di tutelare e soprattutto rivendicare la libertà di espressione. Tra i tanti che si sono sentiti Charlie ha figurato anche Mark Zuckerberg, il più celebre tra i fondatori di Facebook, che si è dichiarato contrario alla censura e, ovviamente, all’attacco alla rivista francese: anche per lui è valso il JeSuisCharlie. Ma nessuno è Charlie, nessuno antepone principi e diritti all’interesse. A poche settimane dalla dichiarazione pro-libertà, il social di Zuckerberg, in conformità a un ordine emanato dalla corte di Ankara, ha dovuto scegliere tra il bloccare tutte le pagine con immagini del Profeta Maometto, ritenute offensive per la religione islamica, e il rinunciare alla rete in Turchia: Facebook ha scelto la censura. Invero, il social dove tutti possono scrivere tutto non è nuovo a episodi di censura: ovunque vi sia un Potere che non ammette campagne avversarie o dei valori che ne escludono altri, Facebook si adegua pur di non rinunciare a una porzione di utenza. La censura del ventunesimo secolo è sofisticata, strisciante, quasi invisibile. Se un tempo un rogo di libri e documenti era la manifestazione evidente della volontà di imporre un limite alla libertà di esprimere il proprio pensiero, oggi è decisamente complesso rintracciare tra le fitte maglie della tela virtuale o tra le trame dei cavilli giudiziari i contenuti censurati, alterati ed omessi completamente. C’è un impegno così ammirevole negli espedienti e nelle decisioni che motivano […]

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Aggressioni filmate: la moda degli automi

Anni addietro, se in una scuola veniva malmenato uno studente o per strada veniva consumata un’aggressione, l’istinto del passante o di qualsiasi terzo estraneo alla vicenda era quello di dare l’allarme, chiamare soccorsi, far qualsiasi cosa, insomma, perché la violenza fosse stroncata. Oggi le cose sono cambiate. La nostra tecnologica e civilissima società registra atteggiamenti ben diversi nei soggetti che assistono ad atti violenti: non denunce, ma aggressioni filmate. Non è più necessario, infatti, tuffarsi in un film d’azione o in un vivace gioco virtuale per essere spettatori della violenza, è sufficiente guardare un telegiornale a caso o girovagare annoiati per il web, che una o più aggressioni filmate fresche di giornata saltano fuori grazie alla moda degli automi. Gli automi non sono macchine, né originali personaggi fantascientifici, ma i “genitori” delle aggressioni filmate, coloro che hanno preferito essere spettatori della vessazione piuttosto che andare in cerca di soccorsi. Lo strumento da loro prediletto è il cellulare, che consente di filmare l’aggressione e di condividerla in diretta su qualsiasi social network. È agghiacciante. Ma ancora più agghiacciante è che molto spesso la società premia gli automi con lodevoli parole, poiché le aggressioni filmate possono essere prove visive per incastrare gli aggressori. Possibile che a nessuno venga in mente di chiedere perché stare immobili a registrare un proprio simile malmenato, insultato, torturato, terrorizzato anziché correre in cerca di soccorsi? È forse paura? Del branco, delle conseguenze? Può darsi. Ma molto spesso l’automa, nonostante si professi apertamente innocente, è colui cui appartengono le risate che fanno da sottofondo alle aggressioni filmate, è lo stesso che incita – assieme ad altri automi – il malcapitato aggredito a difendersi o, peggio, il branco a rincarare la dose. L’automa non ha più una coscienza propria, è schiavo della pseudo-coscienza della massa. No, gli automi non sono diversi dal branco, sono parte del branco, e la società dovrebbe smettere di ignorare che sono anche pericolosi e involuti come il branco. Preoccuparsi delle aggressioni filmate e fare da spettatore è un tacito consenso alla violenza, è affermare d’essere indifferenti alla sopravvivenza della vittima, alla sua salute, alla sua condizione di essere umano. Le aggressioni filmate sono una delle varie prove tangibili che in molti hanno oramai accettato un mondo fatto di violenza e derisione, reputando “normale” l’atto di bullismo in una scuola e le aggressioni lungo le strade. -Aggressioni filmate: la moda degli automi-

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Grecia: aria di crisi per l’austerity?

Il 25 gennaio 2015 potrebbe essere una data storica per la Grecia e per l’Europa intera, se SYRIZA dovesse vincere le elezioni. A costringere la Grecia alle elezioni anticipate sono state le votazioni del dicembre appena trascorso, che hanno visto concretizzarsi il mancato accordo in Parlamento per l’elezione del Presidente della Repubblica: il candidato del governo di Samaras, Stravos Dimas, non è riuscito a superare i 168 voti favorevoli. Differentemente dalla Costituzione italiana, la Costituzione della Grecia, in occasione della nomina del Presidente, concede ai trecento parlamentari la possibilità di ripetere lo scrutinio tre volte, se neanche alla terza votazione è raggiunto il quorum di 180 voti unanimi, il Parlamento viene sciolto ed è necessario ricorrere alle elezioni anticipate. Questa situazione di improvvisa instabilità sembra favorire proprio l’ascesa di SYRIZA, Coalizione della Sinistra Radicale, maggior partito d’opposizione della Grecia e primo partito greco alle elezioni europee del 2014, guidato da Tsipras. A caratterizzare SYRIZA è l’avversità all’austerity imposta dall’Unione Europea. Il Premier uscente Samaras, dinanzi alla possibilità di vittoria dell’avversario politico Tsipras, dichiara che alle prossime elezioni è in gioco la permanenza della Grecia nell’Europa e nell’euro. Contrariamente a quanto potrebbe apparire, SYRIZA non nasce come partito antieuropeista, ma diviene col tempo contrario alle rigide politiche economiche europee; nel programma di Tsipras figura difatti la volontà di consentire alla popolazione greca di rimettersi in piedi e alla Grecia di ripartire. Tra i vari interventi: contratti a tempo indeterminato, abolizione del ticket per usufruire dei servizi sanitari, sostegno ai disoccupati e alle famiglie con basso reddito, energie rinnovabili, abolizione dei privilegi dei deputati, riduzione delle spese militari, depenalizzazione delle droghe per combattere il traffico, abolizione dei privilegi fiscali della Chiesa e degli armatori navali, introduzione di tasse speciali per i beni di lusso, referendum vincolanti per accordi e trattati rilevanti europei, uscita dalla NATO, nazionalizzazione delle banche. Pur non approfondendo l’intero programma e soffermando l’attenzione su questi interventi, è evidente il motivo che fa “tremare” l’Europa dell’austerity e la Borsa alla possibile vittoria di SYRIZA in Grecia: ogni singolo punto del progetto di Tsipras cozza con le politiche economiche attualmente volute dall’Unione Europea, cui è soggetta la stessa Italia. SYRIZA parla alla Grecia di stabilità contrattuale, abolizione dei privilegi, tutela delle classi meno agiate, trattati europei vincolati al parere popolare in un contesto in cui a vincere sono invece la flessibilità contrattuale, la tutela dei “privilegi dei privilegiati” e l’imposizione di ulteriori tasse su cittadini e famiglie monoreddito, disoccupati o disagiati. Il 25 gennaio comunicherà all’Europa la scelta della Grecia, e se, come dicono i sondaggi, dovesse realmente vincere SYRIZA, i giorni a seguire ci diranno se il programma pro-popolazione è davvero così attuabile come afferma Tsipras, se dovesse esserlo, ad entrare in crisi è molto probabile che sarà proprio l’austerity. -Grecia: aria di crisi per l’austerity-

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Revisione costituzionale: un’Italia nuova?

Alla Camera dei Deputati è attualmente discusso il disegno di legge sulla revisione della parte II della Costituzione italiana. La revisione costituzionale è stata presentata in Parlamento l’8 aprile 2014 dal Governo Renzi e ha già ottenuto la prima approvazione dal Senato della Repubblica. Ma cosa si discute in Parlamento? Quali cambiamenti interesseranno lo Stato italiano se davvero venisse modificata la Costituzione? La parte II della Costituzione riguarda l’Ordinamento del nostro Stato e le modifiche introdotte dalla legge di revisione costituzionale ineriscono soprattutto al Parlamento e al titolo V, dedicato alle Regioni, Province e Comuni. In particolare, l’iniziativa legislativa governativa si propone di superare il bicameralismo paritario, di ridurre il numero di Parlamentari, di contenere i costi legati alle istituzioni, di revisionare il suddetto titolo V e di sopprimere il CNEL. In riferimento al superamento del bicameralismo paritario, la revisione costituzionale conferma alla Camera dei Deputati i compiti previsti dal testo vigente, aggiungendo che i soli deputati rappresentano la Nazione ed affidando al Presidente della Camera – non più al Presidente del Senato – il compito di sostituire il Presidente della Repubblica in casi di necessità. Il Senato della Repubblica perde, in coerenza al bicameralismo differenziato, i compiti attualmente affidatigli, poiché diviene organo rappresentativo delle istituzioni territoriali con la funzione di fungere da punto di raccordo tra lo Stato, gli enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea, interessandosi delle politiche pubbliche e della politica dell’UE. La funzione legislativa è concessa al Senato solo in particolari casi – leggi di revisione costituzionale, ad esempio –, e secondo rigide modalità stabilite dalla Costituzione – dunque, non è più l’organo legislativo. La revisione costituzionale riduce, inoltre, il numero di senatori: da trecentoquindici a novantacinque – o cento, stando all’ultimo emendamento –, tutti scelti tra i sindaci e i consiglieri delle singole regioni dagli stessi consigli regionali e non più dai cittadini. La durata in carica dei senatori coincide con la durata della funzione regionale svolta, mentre ai deputati è confermata la durata in carica di cinque anni. Novità ci sono anche per i senatori a vita eletti dal Presidente della Repubblica. La revisione costituzionale vincola tale carica alla durata del mandato presidenziale: sette anni, e senza possibilità di rielezione. Nel disegno di revisione costituzionale l’indennità parlamentare è corrisposta ai soli deputati. L’indennità prevista dalla nostra Costituzione è una somma di denaro indirizzata ai membri del Parlamento per permettere loro di svolgere la funzione parlamentare anche se non godono di una situazione economica agiata. La modifica dovrebbe quindi favorire una certa riduzione della spesa pubblica, ma non si può fare a meno di notare che l’indennità è salva per la Camera che non ha subito riduzioni di tipo numerico – i deputati sono e restano seicentotrenta. Cambiamenti interessanti riguardano anche l’iniziativa legislativa popolare: non più cinquantamila firme per presentare un progetto di legge, ma ben centocinquantamila – ancor più complesso, quindi, l’intervento del popolo nel meccanismo legislativo. La revisione costituzionale prevede, ad ogni modo, l’introduzione di referendum propositivi e di indirizzo, mentre il quorum […]

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José Mujica: presidente del nostro tempo

Legalità, giustizia, onestà, equità, tutti termini insozzati dalla mortificante leggerezza con cui vengono pronunciati. Che a dirli siano politici, impiegati, religiosi ha ben poca importanza: sono termini oramai deboli, privi di qualsivoglia significato. A bistrattarli sono stati coloro che hanno sputato promesse, sentenze, ambizioni, traguardi, coloro che avrebbero avuto la forza di far assaporare l’importanza di ognuno di loro. Ma cosa definisce questi concetti? A chi può esser venuto in mente di chiamare giustizia un atteggiamento volto a premiare i meritevoli e punire coloro che usavano ledere la società stessa in cui agivano? Forse, è venuto in mente a chi è stato in ginocchio, percependo le ruvide pietre scorticare pelle, tessuti, ossa, scorticare l’anima stessa. Un individuo costretto da ingiuste leggi a piegarsi agli oppressori è un individuo destinato a sviluppare una sensibilità diversa, più acuta, che lo condurrà o a estraniarsi dal mondo o a odiarlo e desiderare violenza oppure a battersi affinché nessuno viva ciò che egli stesso ha patito. Trascurando per una volta gli uomini straordinari del passato, della religione e della leggenda, guardiamo al presente, a chi oggi tenta di ridare lustro a legalità, giustizia, onestà, equità. José Mujica, presidente dell’Uruguay in carica sino al primo marzo 2015, non è un santo, né vuole esserlo. È un politico che in passato ha combattuto la dittatura e ha pagato la propria ribellione con oltre dieci anni di reclusione. È il presidente che rinuncia a buona parte del proprio stipendio dorato in favore dello stato, che ha legalizzato la marijuana per stroncare il narcotraffico, i matrimoni tra omosessuali e il diritto di abortire, che ha promosso le fonti energiche rinnovabili. José Mujica è, in sintesi, un individuo che ha tentato di restituire un significato a legalità, giustizia, onestà, equità. Una politica, la sua, che può essere condivisibile o meno, ma che ha oggettivamente traghettato l’Uruguay verso lidi migliori, accrescendone produzione, benessere e peso internazionale. A noi italiani appare assurdo che José Mujica o qualsiasi altro politico possa vivere come un comune cittadino, privo dello sfarzo e della presunzione che caratterizzano questa fascia di popolazione. Noi italiani siamo abituati a non dare alcun peso alle parole dei politici – perché sappiamo essere impregnate di quell’ottimismo utile a tenere buono il bestiame – a guardarli con diffidenza, da lontano, scortati nelle loro auto d’ordinanza. José Mujica, figlio ribelle della dittatura e della repressione, ha forse maturato in sé la convinzione che un buon politico è colui che vive come il popolo che rappresenta, che lo comprende, che si batte affinché quel popolo che gli ha dato fiducia viva dignitosamente. José Mujica afferma di rinunciare allo sfarzo perché lo sfarzo è superfluo e il superfluo è sinonimo di spreco, e lo spreco è per lui l’offesa più grande all’impegno umano. Promotore di sobrietà, impegno e giustizia, José Mujica nei suoi quasi cinque anni di mandato ha abbattuto un tabù dopo l’altro con determinazione e convinzione: “non legalizzare significa torturare le persone senza ragione” dichiara in riferimento ai matrimoni tra omosessuali. Una […]

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