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Eroica Fenice

Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Voli Pindarici

Estate 2018 tra sogni, aspettative e novità

Buona estate 2018 a te, che andrai in vacanza da solo per la prima volta con la tua combriccola di amici scatenati, in un’isoletta greca all’insegna del risparmio e con la nomea della vita notturna degna delle aspettative di un ventenne… e piano con quei quad su quelle stradine sconnesse, soprattutto di sera! Buona estate 2018 a chi ha appena visto Dirty Dancing e, per la serie nessuno può mettere Baby in un angolo, spera di vivere un’estate emozionante come quella della protagonista del film, scoprendo l’amore con un animatore bello, sensuale e pronto a tutto per la sua donna, proprio come Johnny. Buona vacanze a chi troverà davvero l’amore in vacanza e a chi si godrà solo qualche avventura; a chi penserà di esseri fidanzata  con il fascinoso bagnino della piscina solo per aver scambiato qualche bacetto con lui la sera prima mentre questi la compagna ce l’ha sul serio, ma a casa. Buone ferie a chi vivrà l’estate dei primi baci, delle prime cotte, delle prime volte e delle ultime; a chi parte per disintossicarsi dopo la fine di una storia sbagliata e a chi vivrà l’agognato viaggio in Nepal con tanto di fotocamera al collo nuova di zecca. Estate 2018: mare o montagna? Buone ferie a quelle persone “strane” che odiano la vacanza al mare, costituita nello specifico da: gente fastidiosa sulle spiagge, caldo asfissiante, lettini dei vicini troppo attaccati ai propri, sabbia incrostata sui piedi, sale sulla pelle, pallonate in riva al mare, ombra che si sposta e, dulcis in fundo, venditori ambulanti aiutiamoli a casa loro ogni trenta secondi tra le file di ombrelloni. Per la stragrande maggioranza dei fan del mare, queste persone vanno inserite d’ufficio nella categoria di quei particolari sociopatici che ad agosto vanno in montagna a godersi il fresco, l’aria rarefatta senza sudare come si fa al mare e che la sera sono addirittura felici di dormire avvolti nel loro plaid scozzese. Comunque, mai “strani” quanto quelli appartenenti alla tipologia dei  tifosi quattro stagioni, cioè coloro i quali scoprono un’improvvisa passione per l’alta quota solo perché a Dimaro c’è il ritiro precampionato del  Napoli. Ma, alla fine, il Trentino dov’è? Buone ferie a tutti quelli che, non si è mai capito perché e a quale titolo, il quindici agosto si scambiano gli auguri come se ferragosto fosse una festa da santificare alla stregua di Natale o Capodanno. Di conseguenza, devono rigorosamente organizzare qualcosa per onorare questa data, proprio come si fa a Pasquetta, e coinvolgere il maggior numero possibile di persone nelle loro fantasiose attività festaiole, che sia una grigliata all’aria aperta, un’improvvisata a Capri o un falò al chiaro di luna con tanto di chitarra, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi… fiumi di alcol. Che  buon  ferragosto sia, soprattutto  per quelli che si ritroveranno ad avere puntualmente la febbre o qualche impedimento vario proprio in quel giorno. E occhio agli imbecilli con gli originalissimi e pericolosissimi gavettoni in piscina. E il campeggio? Beh, una valida alternativa a metà tra le […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – Parte seconda

Proseguo col fondotinta.  L’ho steso proprio dove e come voleva lei, ormai già so dove vuole si camuffi.  Ad ogni tocco di pennello sulle sue cicatrici, sento una fitta al cuore. Ho sempre paura di irritare la sua pelle, magari di causare involontariamente un’infezione proprio in quelle fragili ed evidenti scottature che lei vorrebbe coprire bene. Per questo, prima di iniziare, pulisco ancor più accuratamente i miei pennelli, lavo le mani come se fossi un chirurgo che sta per entrare in sala operatoria e uso su di lei la delicatezza di un papà che accarezza la sua bambina sul viso. Quanto dolore ha chiuso dentro, quanta felicità le è stata spezzata, che  cattiveria gratuita e immorale ha dovuto subire inerme quella dolce ragazza. Meglio passare al trucco degli occhi, prima che scoppi a piangere come un bambino davanti a lei, proprio io che dovrei consolarla o, quantomeno, farle trascorrere spensierata un po’ di tempo a farsi bella come tutte le sue coetanee senza scaricarle addosso l’angoscia di un orrore che non si riesce a combattere né con i pensieri positivi né con i discorsi frivoli tipici del mio mestiere. Il truccatore e gli attrezzi del mestiere Ora le faccio uno smokey eyes bello intenso, con i toni del prugna che si sposano benissimo con i colori dei suoi occhi e del suo incarnato. Procedo sempre con la massima delicatezza, perché perfino sugli occhi porta segni dello sfregio, benchè avesse tentato di proteggerli portandosi le mani davanti al viso al momento dell’aggressione. ma l’acido schizzava ovunque, penetrando ogni poro della pelle del suo viso e insinuandosi rapido tra le pieghe delle palpebre. Ombretti, matita, pennelli, kajal, qualche sfumatura nell’angolo dell’occhio e il trucco è finito. L’ho resa proprio una diva da cinema, bellissima e fragile, coriacea e rabbiosa, grintosa e delicata, con molte lacrime ancora da piangere, tanta rabbia per quello che è stato e intermittente angoscia per i giorni che verranno; un bagaglio di traumatica inquietudine che talvolta prende il sopravvento e un cestino di rara felicità che, nonostante tutto, in certi giorni spunta fuori inaspettata. Finito! Che ne dici? le chiedo Meraviglioso come ogni volta! Vorrei averti per sempre sul mio comodino! Mi risponde Non hai bisogno di un truccatore, tu sei meravigliosa! Tra qualche ora i riflettori si spegneranno e tutti ci saluteremo con un abbraccio affettuoso, felici per le emozioni condivise e un po’ dispiaciuti per la fine di questa esperienza. Non ho idea di cosa farà dopo, se mai la rincontrerò o da dove ricomincerà ma so di certo che le sue ferite me le porterò stampate nei miei occhi,  nelle mie mani da truccatore e nel mio animo di uomo degno di questa parola. Il truccatore e la ragazza sfregiata Io, truccatore per la tv prossimo alla pensione, ho avuto la fortuna di conoscerla, l’onore di valorizzarla con gli attrezzi del mio mestiere e la soddisfazione di renderla felice per poche ore come magra compensazione alla pochezza di un mio simile. Per chiederle scusa a modo […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – parte prima

Eccomi qui, sono il truccatore delle star, pronto come ogni volta a truccarla. Le luci di scena sono quasi tutte accese, il suo costume è sbrilluccicante di paillettes colorate, i capelli sono raccolti, le scarpe da tango sono belle lucide, in un insieme perfetto e assolutamente coordinato per la messa in onda del personaggio da lei interpretato. Questa di stasera, però, sarà l’ultima puntata e voglio impegnarmi al massimo per renderla felice col mio mestiere, gioia e diletto per tutte le ragazze della sua età appassionate di ombretti, blush e mascara. Sono un professionista e devo truccare il suo volto come quello delle altre, pur consapevole del fatto che, però, lei non è come le altre, sia dentro che fuori e, soprattutto, per me. «Come ci trucchiamo stasera?» le chiedo. «Fai tu, solo copri bene questa parte qui», indicando con la mano la parte della sua guancia che non vuole si veda o, meglio, che non vuole si noti troppo, pur sapendo perfettamente che quelle maledette cicatrici si vedono e si vedranno nonostante l’abbondante cerone, le luci giuste, le inquadrature strategiche e qualche ciuffo di capelli che le cade sul viso, proprio nel punto che lei non vuole svelare eccessivamente. Il truccatore e la ragazza sfregiata Come ogni volta che mi accingo a truccarla, prima ancora di far scivolare il pennello del fondotinta sul suo bel volto, mi vergogno di essere un uomo. Questa sensazione di frustrazione mista ad indignazione non mi abbandona fin quando ripongo i pennelli nel mio beauty case e lei si alza e va via, col suo sorriso che talvolta malcela un infinito dolore. In maniera teneramente delicata cerco di  accarezzarla con i miei pennelli e renderla bellissima, ancor più di quanto lo sia ora.  Quando sfioro le ustioni sul suo viso con la setola del pennello, mi domando come faccia a trovare la forza di alzarsi al mattino, non riconoscersi più in quell’immagine che lo specchio le restituisce e di sopravvivere allo scempio subito. Il truccatore, riflessioni allo specchio Mi domando, senza trovare risposta, come abbia fatto fin ora a continuare a vivere con quella sorta di marchio infame impresso a fuoco sul suo viso perché io, al posto suo, non so cosa avrei fatto. Mi chiedo come un individuo possa lucidamente arrivare ad escogitare e realizzare un piano odioso, diabolico ed offensivo nei confronti della propria donna quale quello di cancellare la sua bellezza con un gesto della durata di tre secondi e dalle conseguenze fisiche ed emotive che si trascineranno indelebili per sempre. Tre secondi per punire, corrodere, sfigurare e cancellare un’immagine, un’esistenza, una psiche, una faccia. Vendicarsi di lei, realizzando questo rito punitivo come nei più lontani angoli del mondo per lavare l’offesa subita con l’acido muriatico e condannare all’infelicità colei che ha macchiato l’orgoglio maschile con l’onta dell’abbandono. Costui si è sentito libero di doverla punire solo per averlo lasciato, puntando ad elidere definitivamente la carta vincente della sua ex fidanzata attuando la più odiosa delle deturpazioni. Ma sono qui per […]

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Lei, inconsistente come la prepotenza

Era impalpabile come l’aria, leggera come una brezza di mare di tanto in tanto tagliente. Anzi, inconsistente. Viveva del personaggio che da sola si era creata, fomentato da coloro che contribuivano a pomparla in maniera del tutto ingiustificata e inspiegabile agli occhi di tutti quelli troppo diversi da lei. Queste stesse persone erano affascinate dal suo modo di fare, così frizzante e coinvolgente, dalla sua indole così spensierata e strafottente che sembrava fregarsene degli altri, tutti ipocriti, benpensanti e schiavi delle convenzioni. Ovunque andasse e con chiunque interagisse, era sempre la parte forte. Era lei che dettava la legge a cui tutti dovevano sottostare se volevano rapportarsi con lei. Bello grande quel piedistallo sul quale si era posta, e tutti gli altri sotto, non per presunzione ma per prepotenza. Era molto semplice andare d’accordo con lei: bastava assecondarla sempre, benchè dichiarasse fermamente di volere qualcuno che le tenesse testa nelle discussioni e nella vita di tutti i giorni. Niente di più falso: un suddito era tutto ciò che cercava. Una dama di compagnia al maschile che la seguisse in tutti i suoi progetti più strampalati senza mai criticare o porre obiezioni in merito, altrimenti i punti a suo favore tenacemente conquistati in precedenza grazie all’accondiscendenza, sarebbero andati irrimediabilmente persi in un batter d’occhio. I “no” non erano contemplati nel suo personalissimo manuale del contraddittorio, pena ritrovarsi di fronte improvvisamente una bambina viziata urlante e scalpitante contro chi aveva osato porre diniego alle sue gesta eroiche. Il confronto: per lei uno sconosciuto Discutere con lei era una lotta ad armi impari, uno sfinimento cerebrale, uno stillicidio di parole che si concludeva in un armistizio dettato necessariamente dalla resa dell’altro, non certo della sua. Ne usciva sempre vincente, arroccata nelle sue convinzioni, anche a costo di perdere qualcuno a cui diceva di tenere. Lei, però, di tanto in tanto abdicava Cosa la portasse a cedere di tanto in tanto il suo scettro, non si era ben capito. Sbandierava fiera la sua indomabile libertà, salvo poi cadere nella tentazione di incanalarsi in una vita ordinaria e tranquilla dettata da quel senso di casa, di famiglia che necessariamente i suoi genitori le avevano inculcato. Forse l’amore per qualcuno, ovviamente vissuto a suo modo; forse a seguito di minacce amorose, ultimatum irrevocabili, out out degni di un conflitto; forse il desiderio recondito di scendere di tanto in tanto a qualche compromesso comunque vantaggioso per lei; forse la noia, forse la stanchezza di cercare il tanto agognato incontro fulmineo, travolgente, sconvolgente, sensuale e avvolgente come nei suoi migliori sogni, portavano misteriosamente a farla riflettere sulla sua vita. Sta di fatto che, a periodi più o meno scadenzati, cedeva ad una vita ordinaria e ordinata. Ma la mascherata durava poco, pochissimo, il tempo di riaversi come qualcuno che si riprende annusando i sali dopo un mancamento improvviso. Lei e i compromessi Il periodo del compromesso, dopo un apparente iniziale convincimento, puntualmente finiva per lasciar venire alla luce la sua vera essenza maldestramente affossata. Vivere la vita di […]

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Ipocondriaci, internet e tv

Possono gli ipocondriaci guardare fiction e programmi a sfondo medico-scientifico senza correre dal medico di base accusando i sintomi di tutte le malattie del mondo? Immaginiamo un soggetto impressionabile vedere spiattellate sul proprio schermo ad alta definizione operazioni a cuore aperto, ferite zampillanti sangue, diagnosi sbagliate o difficili, malattie rare, conseguenze invalidanti di incidenti banali e svariate patologie di natura varia. Il televisore, da strumento di compagnia, potrebbe tramutarsi per lui in un’arma letale peggiore di una reale sindrome conclamata. In principio fu E.R., il serial tv che lanciò il mitico George Clooney, alias il Dottor Ross, nello sfavillante mondo del cinema direttamente dal triage del pronto soccorso di Chicago. In seguito, sulla stessa scia dei pionieri medici in tv, seguirono Nip/tuck, con i due chirurghi plastici più sexy, promiscui e spregiudicati di Los Angeles; Doctor House, alias il mago degli internisti, con il suo bastone e il suo caratteraccio, sempre infallibile nel formulare diagnosi impossibili; Grey’s Anatomy, ossia l’incastro perfetto di casi clinici di particolare gravità con la storia d’amore tra la dottoressa Grey e il dottor Sheperd. Che dire di Scrubs che, seppur divertente e sicuramente più spensierato degli altri serial, sempre di malattie parlava. L’ultimo medical drama apparso in tv in ordine di tempo è Code black, ambientato in un grande pronto soccorso di un ospedale americano: nel titolo contiene quell’esplicito richiamo al colore nero che è un chiaro buon auspicio per chi voglia rilassarsi la sera davanti alla tv. Dato il crescente interesse del pubblico verso il mondo della medicina, anche le trasmissioni televisive a sfondo medico/divulgativo si sono moltiplicate nel tempo a perdita di telecomando alla pari delle fiction: dall’immarcescibile Elisir alle più recenti Malattie imbarazzanti, Diagnosi misteriose, The Doctor Oz show e 24 ore in sala parto, programmi di punta dei palinsesti delle nuove reti del digitale terrestre. Ma non bastano solo questi programmi pseudo scientifici ad influenzare il rapporto con la televisione di un malato immaginario. Anche trasmissioni tranquille e “asintomatiche” come Sconosciuti implicano sempre la presenza di una grave malattia a rompere l’idillio del racconto dei protagonisti. Proprio mentre si cena, tra l’altro. Insomma, le patologie e il terrore di averle tutte sono sempre in agguato, anche quando si guardano programmi televisivi apparentemente insospettabili o si gioca ai videogiochi o si scommette su tutti i casino online. Ipocondriaci si nasce o si diventa? Se la predisposizione a sentirsi vittima di tutti mali del mondo non è necessariamente genetica, con l’avanzare dell’età la propensione al malessere può fare capolino nelle nostre vite da un momento all’altro e condizionarle pesantemente. Nei casi più disperati di ipocondria acuta, una donna potrebbe pensare persino di avere problemi alla prostata. È questo il campanello d’allarme che fa comprendere almeno a noi femminucce che, oltre ad essere terribilmente suscettibili in tema di malanni, è forse il caso di smettere una volta per tutte di vedere simili fiction e trasmissioni tv. Ipocondriaci 2.0 Ma non è finita qui. Al binomio ipocondria–televisione manca l’anello di congiunzione tra una semplice impressionabilità ed il tracollo irreversibile del […]

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Lei, lui e quello strano dovere di amare – parte 2

Dovere. Amare. Ma da quando e perché  un sentimento come l’amore, che dovrebbe nascere, crescere ed evolversi in maniera libera e spontanea, era diventato il sinonimo incontrovertibile di un obbligo morale, quando in realtà niente dovrebbe avere a che vedere con le imposizioni? Lei aveva sempre pensato che certe scelte, specie in campo sentimentale, andassero fatte con convinzione e non per convenzione. Quanto senso del dovere c’era da parte di lui dietro la volontà di contrarre matrimonio con la sua compagna, quanta voglia di non deludere le aspettative delle rispettive famiglie si nascondeva dietro la scelta di impostare una vita secondo gli standard tradizionali, e quante speranze per un’unione serena c’erano davvero guardando in prospettiva? Se davvero lui credeva di accomodarsi la vita dentro un matrimonio e accontentare così tutti con l’accondiscendenza propria del suo carattere, aveva imboccato una strada a dir poco tortuosa. Lei e l’altra Il punto era sempre lo stesso: come faceva a stare con quella lì. Ma che diamine ci trovava? Più si arrovellava il cervello, più si moltiplicavano le domande senza risposta  e le considerazioni razionali su quella coppia sgangherata. Ormai lei doveva mettersi bene in testa che quello che aveva connotato sin ora come un vincolo ineluttabile vissuto con pseudo costrizione da parte di lui, agli occhi del suo amato, invece, poteva essere vero amore sancito da una libera scelta. Di conseguenza, aveva promesso a se stessa che avrebbe smesso quanto prima di pensare a quei due insieme, di avere rimorsi su quanto non dichiarato a lui e, soprattutto, di soffrire ancora per quel circo balordo di emozioni a cui aveva in qualche modo preso parte. Soprattutto, visto l’esito della vicenda, aveva giurato a se stessa che avrebbe smesso di appellare l’ “altra” come brutta, orrenda, insulsa, insignificante o con qualunque altro terribile aggettivo possa definirsi una donna  e che non l’avrebbe più incolpata dell’amaro sapore dei sentimenti che provava in quel momento. Brutta o bellissima che fosse, alla fine lui aveva scelto inspiegabilmente proprio quella donna lì e le motivazioni intime, reali o inconsce le conosceva solo lui. Si tenessero pure il loro amore stropicciato, la loro vita incasellata dentro schemi precostituiti e i loro precisissimi calcoli mascherati da sentimenti. Forse la vita e l’amore sono fatti di incroci, precedenze, bivi e strade senza uscita. Lei e lui si erano incrociati, ma c’era prima l’altra. Aveva la precedenza, anche se il rischio di un grosso botto era tristemente in agguato. Lei, il presente e il futuro D’ora in poi, lei avrebbe guardato solo uomini bellissimi, sia dentro che fuori, si sarebbe innamorata solo di ragazzi che la ricambiassero follemente e non più di un tizio con un piede sull’altare. Avrebbe amato un uomo idealista, passionale, libero e sensibile, indipendente e scevro  da imposizioni e dogmi di nessun tipo;  affascinante, di quelli talmente belli da far voltare la testa alle donne per strada. Un uomo talmente meraviglioso che avrebbe suscitato l’invidia di tutte, anche della futura moglie del suo amato, fosse solo per una stupida […]

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Lei, lui e quello strano dovere di amare

Lei, lui e quello strano dovere d’amare Dopo l’annuncio del loro matrimonio, lei continuava a chiedersi con sgomento sempre crescente cosa diamine lui ci trovasse in quella tizia. Era così insulsa che si meravigliava del fatto che un uomo avesse potuto trascorrere ben tre anni di fidanzamento con quella donnetta, per poi volerla sposare. Sì, proprio lui, che lei amava in silenzio da un anno, alla fine aveva deciso per le nozze con “l’altra”, tirato certo un po’ per la giacchetta, ma comunque determinato a dare una svolta a quella relazione, tra il dovuto e il voluto.  Lei e ” l’altra” Ai suoi occhi, quella sottospecie di femmina non aveva niente di bello né dentro né fuori, nessun tipo di appeal o dote che potesse attirare a sé un uomo di media intelligenza, figurarsi proprio colui che lei considerava perfetto alla luce del suo amore. La sua rivale era di bassa statura, dai capelli radi e perennemente arruffati, il viso arcigno e a tratti inespressivo, sgraziata nella voce e nelle movenze. Non era particolarmente intelligente né colta, aveva un modo di pensare astruso e presuntuoso nonché una concezione della realtà del tutto avulsa dall’oggettività dei fatti che le derivava dagli insegnamenti della sua famiglia, altrettanto insensata e nevrotica come  lei. Dai racconti dell’uomo, aveva evinto pure con sommo dispiacere che era anche fintamente bigotta e terribilmente moralista. Quando la guardava, le veniva in testa quel noto aforisma di Oscar Wilde che recita “Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è inevitabilmente brutta”.  Lei si sforzava di trovare spiegazioni sensate a quell’amore paradossale in una massima condita da sano realismo pur di non cedere all’indignazione. Lei e l’altra: il confronto Sì, quella tizia era terribilmente brutta, a differenza sua. Lei sapeva che certi aggettivi non dovrebbero mai essere usati nei confronti di una persona, che la bellezza è negli occhi di chi guarda, che l’amore è cieco, che de gustibus non disputandum est  ma insisteva nel definirla così, non fosse altro che per la rabbia e una buona dose di insana invidia che nutriva nei suoi confronti. Era brutta come la peste, e non c’era storia. Quando non si conosce la compagna dell’uomo amato, la si immagina sempre in qualche modo migliore rispetto a sé sotto svariati punti di vista, tali da impedire e giustificare il mancato distacco dell’uomo verso un’altra donna. Ma, come in questo caso, quando quelle sembianze dapprima immaginate si manifestano in tutta la loro dirompenza, i perché senza risposta non potevano non affollarsi nella sua mente.  Lei si domandava come facesse a stare con la fidanzata, ancora e nonostante tutto, come riuscisse a sopportare la sua voce, la sua presenza, le sue pretese, i suoi stupidi ragionamenti, come facesse a vedere un futuro con lei nonostante le continue lamentele che confidenzialmente l’uomo le rivelava. Si chiedeva perché non avesse mai avuto il coraggio di guardarsi attorno e come sarebbero andate le cose tra loro  se solo lei si fosse dichiarata. Non […]

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Ero solo andata in vacanza

Stavolta è toccato a me. Qualche mese fa ho pianto ascoltando la notizia dell’attentato di Manchester, di quei poveri padri, madri, ragazzini e umanità varie straziati da una bomba innescata durante un concerto. Però il pensiero dell’imminente vacanza a Barcellona con la mia famiglia mi tirava su di morale. Tanto, mica ci capiterà qualcosa? Ripetevo impaurita per autoconvincermi che niente sarebbe potuto accadere a chi, come noi, andava solo in vacanza dopo un anno di duro lavoro. Invece ho sbagliato in maniera clamorosa. Sono diventata anch’io un titolo di giornale, la protagonista di un doloroso fatto di cronaca a cui dedicare un editoriale, perché la mia storia è stata sicuramente la più straziante tra tutte quelle raccontate sui morti e i sopravvissuti di quell’attentato. Ma cos’è successo qui? Una strage? La guerra? Io ero solo andata in vacanza Mi sono ritrovata ad essere vittima inopinata di una guerra che non si vede ma c’è. Una violenza a sprazzi, una di quelle subdole che colpiscono i civili inermi, preferibilmente occidentali, classificati come “infedeli” da qualche “mente superiore” che brandisce la propria religione come arma di distruzione di massa, benchè le motivazioni sottese alla loro guerra  siano ben altre. Non è uno di quei conflitti tra tre, quattro nazioni contrapposte come quelli che si studiano a scuola, che durano un paio di anni e poi si concludono con la resa incondizionata di qualcuno, un bell’armistizio e la rinnovata pace che trionfa. Questa guerra non si sa con precisione tra quali nazioni venga combattuta, è ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Nessuno può sentirsi totalmente al sicuro. Questo conflitto non si manifesta quotidianamente in tutta la sua efferatezza ma è una sorta di malattia cronica che appare e scompare ma che c’è sempre, con forme subdole o plateali, con cadenza mensile, trimestrale o a discrezione di qualche cane sciolto. La guerra in vacanza Tra le vittime di questa guerra ci sono finita anch’io con la mia famiglia, durante un’agognata vacanza in un caldo giorno di sole. Ora mi sento accomunata nella mia triste sorte ai parenti delle vittime e ai superstiti degli attentati di New York, di Parigi, di Londra, di Madrid, di Manchester, visti dapprima solo nei tg come poveri  disgraziati la cui vita è stata spezzata da una sofferenza inenarrabile e ora improvvisamente così simili e vicini al mio dolore e alla mia storia.   Mi sono chiesta se ci sia differenza tra paura e terrore, dato che questa scia di sangue che ci perseguita si chiama proprio terrorismo, nemmeno fossimo ai tempi della fine della Rivoluzione Francese o negli anni ’70 in Italia. Forse la paura si ha occasionalmente nella vita, mentre il terrore serpeggia sempre fin quando qualcuno o qualcosa non stronca le sue ombre in maniera definitiva. Il terrore è un sentimento più penetrante della paura e si insinua nella tua vita fino al punto di paralizzarla o, quantomeno, fortemente limitarla nelle sue forme e manifestazioni più alte  di pienezza e libertà. Ed è proprio così che sono […]

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Attualità

Almaviva Contact e la questione licenziamenti

Nonostante il pericolo licenziamenti per i lavoratori delle sedi di Napoli, Roma e Catania sembrasse scongiurato in virtù dell’accordo sottoscritto tra Almaviva Contact Spa, Sindacati e Ministero dello Sviluppo Economico lo scorso 31 maggio, ora la spada di Damocle degli esuberi sembra ripresentarsi sulla testa dei lavoratori più minacciosa di prima. Almaviva, infatti, ha dichiarato nuovamente l’apertura delle procedure di mobilità per un totale di 2.511 lavoratori operanti nelle sedi di Napoli e Roma, a fronte delle perdite mensili di circa due milioni di euro rilevate nel bilancio aziendale degli ultimi tre mesi.  Le motivazioni di Almaviva I licenziamenti appaiono la conseguenza del mancato arginamento delle politiche di delocalizzazione attuate dalle società committenti, che impediscono ad Almaviva Italia di competere nel settore outsourcing alla stessa stregua delle altre società straniere. Le aziende committenti (Tim, Enel, Telecom, Vodafone ed altre), infatti, continuano ad utilizzare ormai da anni la nota tecnica della delocalizzazione della manodopera in paesi europei o addirittura extraeuropei, nei quali gli operatori costano ai call center circa 1/3 in meno in termini di tasse e retribuzione,  venendo per questo nettamente preferiti ai colleghi italiani. La scelta costante, poi, di aderire alle cosiddette gare al massimo ribasso, ha prodotto il risultato di far vincere appalti a quelle società che offrono costi inferiori di manodopera a scapito non solo della qualità della prestazione lavorativa dell’operatore, ma anche del servizio reso all’utente, con una stima di risorse sottratte al nostro Paese vicina ormai al miliardo di euro l’anno. L’art.24 bis richiamato nella vertenza Almaviva A tutela di questa situazione oltremodo squilibrata a danno dei lavoratori, sarebbe dovuta intervenire l’attuazione dell’art. 24 bis del decreto legge 83/2012. Tale norma dispone che, quando un cittadino effettua una chiamata ad un call center, deve essere informato preliminarmente sul Paese estero in cui l’operatore con cui parla è fisicamente collocato e deve poter scegliere che il servizio richiesto sia reso da un operatore collocato nel territorio nazionale, al fine di poter essere garantito rispetto alla protezione dei suoi dati personali. La norma persegue l’astratta finalità di tutela dei lavoratori dei call center e della concorrenza di settore contro il fenomeno di delocalizzazione di servizi in Paesi esteri, introducendo vincoli organizzativi, operativi e gestionali a carico delle aziende che impiegano call center che abbiano almeno venti dipendenti e che siano localizzati all’estero. Una norma che però, a detta dei lavoratori, di fatto non è stata mai applicata, dato che le commesse su cui anni addietro gli operatori italiani lavoravano regolarmente, vengono ormai da tempo trasferite presso call center operanti in paesi stranieri. Ad ogni modo, il Presidente di Almaviva, Tripi, è irremovibile sull’ipotesi di ristrutturazione aziendale, confermando il prospettato numero di licenziamenti durante i numerosi incontri tenutisi in questi giorni a Roma al MiSE, mentre l’Amministratore Delegato Antonelli scarica su Governo e Sindacati le colpe del mancato rispetto dell’accordo siglato a maggio a tutela dei lavoratori. Qual è la situazione dei lavoratori Almaviva? I dipendenti Almaviva vanno avanti da svariati anni con la stipula reiterata di contratti di solidarietà, in virtù dei quali, […]

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Voli Pindarici

Se voi foste il giudice: a proposito di femminicidio

La Settimana Enigmistica propone spesso un gioco chiamato Se voi foste il giudice, nel quale il lettore, calatosi nei panni di un magistrato giudicante, deve risolvere un caso giudiziario realmente accaduto. Cimentandomi nel passatempo e districandomi tra fattispecie giuridiche civili e penali in esso proposte quali separazioni giudiziali, eredità giacenti, lesioni dolose e colpose, ho riflettuto sul fatto che in Italia esiste un delitto che sta diventando comune alla pari del furto d’auto e reiterato quasi quanto la rapina, intaccando il primato di quest’ultima quale reato più commesso nel nostro Paese nel 2015. Facciamo così: oggi propongo io un caso e lo risolvo, posto che, purtroppo, di ludico non c’è proprio niente. Il caso sottoposto al giudice Tizio uccide la propria moglie nonché madre dei suoi due figli minorenni sferrandole un numero imprecisato di coltellate su tutto il corpo. Dall’autopsia effettuata sul cadavere della donna si evince chiaramente che la stessa ha tentato di difendersi in tutti i modi dalla violenza cieca del marito ma che, disarmata, sorpresa alle spalle e fisicamente meno forte di lui, nulla ha potuto contro quel vortice letale di coltellate. Ad assistere alla scena, il figlio della coppia che sopraggiungeva proprio mentre la madre giaceva ormai inerme sul pavimento di casa, in un lago di sangue, e il padre impugnava ancora l’arma del delitto ricoperto di tracce ematiche della donna. Arrestato, Tizio sostiene di aver agito in preda ad un raptus e che la sua razionalità era offuscata dall’uso di psicofarmaci, assunti per cercare di superare il periodo di grave depressione che stava attraversando da circa un anno, da quando cioè sua moglie gli aveva chiesto la separazione. A detta di testimoni e familiari della defunta, però, Tizio aveva posto in essere comportamenti vessatori nei confronti della moglie già da parecchi anni, tant’è che la morte della donna è purtroppo apparsa ai loro occhi come l’ovvia, attesa e tristemente tragica conclusione dell’escalation di soprusi di ogni tipo subiti dalla stessa fin dall’inizio del loro matrimonio. Considerando che Tizio non abbia affatto agito in preda ad un raptus, che abbia operato nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e che l’omicidio della donna sia stato da questi lucidamente premeditato, se voi foste il giudice, che tipo di condanna infliggereste all’uomo? Se io fossi il giudice Tralasciando la quantificazione della pena detentiva, se io fossi il giudice, applicherei accanto a quest’ultima una pena accessoria innovativa, seppur inventata. Condannerei, cioè, il reo alla “pena fotografica”, consistente nell’affissione in cella delle immagini dettagliate del corpo della sua vittima martoriato di colpi, della pozza di sangue nel quale è stato ritrovato, delle pareti di casa sporche di schizzi di sangue, dell’obitorio nel quale è stato trasportato nonché del funerale della donna straziato dal dolore immenso di tutti i suoi parenti. Aggiungerei a queste, però, anche altre foto che ritraggono i momenti più felici dei figli con la madre, e altre ancora dei bambini rimasti ormai soli, come se fossero orfani, affidati nella migliore delle ipotesi a qualche familiare o, nella peggiore, a […]

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Voli Pindarici

Fenomenologia dell’imbecille medio

Una delle prove a cui a volte la vita ci sottopone è quella di dover avere a che fare con un imbecille. Colonie di esemplari di questa fastidiosa categoria umana si annidano felici nei settori più disparati del sistema sociale: in famiglia, tra gli amici, tra i vicini di casa; tra i governanti e i vertici del potere, delle istituzioni, delle aziende o anche nei posti di lavoro più alla portata di tutti. Identikit dell’imbecille Di indole ridanciana, prevaricatrice, inetta, presuntuosa benché tendenzialmente ignorante, l’imbecille attecchisce generalmente su di un humus costituito da soggetti umanamente predisposti alla sottomissione o, peggio ancora, intellettualmente più limitati di lui. Di norma, l’ottuso non riesce proprio né a comprendere certi concetti basilari né a formulare ragionamenti leggermente più articolati di quelli partoriti solitamente dalla sua mente bacata. La sua ristrettezza intellettuale fa spesso trasecolare il malcapitato interlocutore di turno, il quale, al cospetto di risposte o affermazioni illogiche orgogliosamente fornite dallo stolto, purtroppo ha solo due possibilità di sopravvivenza davanti a sé: arrendersi disarmato di fronte a cotanta stupidità senza nemmeno saggiamente replicare oppure intraprendere un blando ma coraggioso contraddittorio, sprezzante di quanto acutamente affermato secoli fa dal sempre veritiero Oscar Wilde: «Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza». L’imbecille fortunato e i suoi successi inspiegabili In realtà, c’è una punizione esistenziale ancora più crudele della frustrazione intellettuale dovuta al mero interagire quotidiano con un imbecille: quella di dover guardare attoniti i successi da lui ottenuti a scapito o a differenza di soggetti ben più meritevoli di lui. Per chi osserva la vita di un ebete con un minimo di spirito critico e dall’alto di un livello di intelligenza non necessariamente sopra la media, la facilità con cui l’imbecille raggiunge determinati obiettivi appare ammantata dal mistero più fitto, quando in realtà per lui servirebbe quasi un amministratore di sostegno. Dal conseguimento del diploma a quello della laurea, dall’inserimento nel mondo del lavoro alla creazione di un proprio nucleo familiare, la vita dell’imbecille sembra un enigma indecifrabile agli occhi dei più, i quali non possono far altro che appellarsi all’avvento di raccomandazioni e manne simili per spiegarsi almeno in parte i suddetti fenomeni paranormali. È alquanto irritante, poi, dover spesso amaramente constatare come all’imbecille vada sempre a buon fine qualsiasi azione insulsa da lui compiuta, a dispetto di chi cerca di campare secondo principi basilari quali il buon senso, la diligenza, il rispetto e, ciononostante, non sempre venir per questo premiato dalla vita. L’imbecille, infatti, è abilissimo nel realizzare gesta eroiche senza pensare alle conseguenze nefaste delle stesse, forte non solo della sfacciata fortuna che lo assiste in toto, ma anche di una inspiegabile aura di immunità verso le sciagure che ha molto spesso del miracoloso. Un mondo senza imbecilli Facile concludere la disamina dello scemo affermando che, in un mondo quasi perfetto, gli stolti non dovrebbero esistere. Magari giusto una sparuta minoranza, una media di un imbecille su trecento abitanti giusto per dare una nota di colore all’esistenza ed avere sempre un soggetto di cui sparlare […]

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Notizie curiose

Memorandum per la sposa perfetta

Cara sposa, finalmente oggi convolerai a giuste nozze con l’uomo della tua vita! Come tutte le future mogliettine, vuoi che in questo giorno speciale ogni dettaglio sia perfetto e che niente vada storto per nessun motivo al mondo. Gli imprevisti e la sfortuna, però, sono sempre in agguato prima, durante e dopo la cerimonia nuziale. Quando la memoria ti avrà inaspettatamente abbandonato, facendoti dimenticare persino il nome del tuo futuro marito; quando tua mamma inizierà ad inveire contro il placcaggio casalingo dei fotografi; quando tuo padre non vedrà l’ora di allentarsi il nodo della cravatta; quando tuo fratello/ sorella inizierà a maledire tutto e tutti per il fastidio che questo giorno sta arrecando alla sua collaudata routine casalinga, non dare di matto! Affiggi questo promemoria al centro del muro del salone di casa tua, in modo tale che tutti i protagonisti di questa giornata possano leggerlo, applicare le semplici regole sapientemente tramandate di generazione in generazione in esso sancite e attuare con te gli importanti riti scaramantici contro il malocchio in esso previsti. Se seguirai pedissequamente ogni punto di questo vademecum, il tuo matrimonio sarà perfetto e soprattutto fortunato! Leggiamo insieme il promemoria della sposa perfetta! Sul parrucco: la sposa dovrà inserire nella sua acconciatura almeno 3 fiorellini freschi, raccolti dalle piante della vicina di casa che però sia inquilina e non proprietaria dell’appartamento nel quale vive, pena l’afonia dello sposo. Sul trucco: la truccatrice dovrà essere rigorosamente un’amica della sorella della cognata della zia di primo grado della mamma della sposa e compirà tre avvitamenti carpiati sul pianerottolo prima di entrare in casa, altrimenti il maltempo si abbatterà sulla cerimonia. Sulla vestizione. Le calze dovranno essere infilate da una sorella vergine della sposa; in caso di sorelle non illibate, subentrerà la figlia del fioraio, purchè già sposata; in caso di assenza di sorelle ma presenza di un fratello, quest’ultimo verrà giustamente esautorato da questa imbarazzante pratica, anche per far sì che dalle semplici invettive contro gli astanti non passi al turpiloquio in aramaico. La giarrettiera sotto l’abito da sposa dovrà essere rigorosamente infilata da un’amica non incinta; le scarpe dalla moglie del portiere, ma solo se salirà a piedi le scale del palazzo. In caso di assenza di servizio di portierato, ci si rivolgerà al salumiere di fiducia, purchè serva la famiglia della sposa da almeno cinque anni consecutivi. Il vestito lo infilerà la sposa da sola, ma non prima di aver effettuato cento flessioni intonando “Like a Virgin” di Madonna; lo stesso le verrà poi abbottonato dalla sua migliore amica, purchè non invidiosa. Sugli accessori. Gli orecchini saranno infilati uno dalla cugina più piccola e uno dalla cugina più grande della sposina; la collana gliela chiuderà la mamma, ma solo se avrà smesso di imprecare contro i fotografi, altrimenti si verificheranno 45 gradi all’ombra anche a dicembre. Il bouquet sarà portato a casa della sposa dalla suocera, ma solo dopo che quest’ultima avrà ascoltato un giornale radio regionale, pena l’appassimento dei fiori. La cosa blu sarà regalata da un’amica […]

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Notizie curiose

Caratteristiche dello sposo (im)perfetto

Caro sposo, anche per te il giorno tanto atteso è arrivato: finalmente prenderai in moglie la donna che ami per la gioia di parenti, amici e soprattutto per la tua, così questo snervante teatrino dei preparativi matrimoniali avrà fine! Sei contento? Non dovrai più avere a che fare con: lista nozze – tu, che non sai nemmeno cosa sia una padella antiaderente, figurarsi un materiale pregiato quale la ceramica di Limonges tanto caro a tua suocera, non dovrai spendere mai più i tuoi preziosi pomeriggi nei negozi ad essa dedicati; fotografi – tu, che scatti una foto ogni dieci anni nonostante il tuo cellulare di ultima generazione sia dotato di una fotocamera da tre milioni di megapixel, finalmente non dovrai più posare di fronte al tramonto con sguardo sdolcinato verso tua moglie; partecipazioni – l’ultima volta che sei entrato in una tipografia, eri uno studente universitario che doveva fotocopiare un manuale di tremila pagine da imparare in una settimana e nel momento cruciale della scelta dei miliardi di caratteri, colori e materiali delle partecipazioni più trendy del momento, hai rimpianto quei bei tempi di sano terrore pre – esame; snervanti tours della Campania alla ricerca della location perfetta nonché organizzazione dei tavoli al ricevimento – che inenarrabile  tormento far sì che nessuno degli invitati ti odi a morte per aver inaspettatamente trovato al proprio tavolo quel maledetto/a dell’ex, magari già con nuova fiamma al seguito; bomboniere dalle fogge più oscene – tu, che da piccolo usavi quelle gelosamente esposte a casa tua come birilli tirandovi contro il Super Santos per fare strike, hai dovuto subire il supplizio della selezione e della scelta del tanto odiato oggettino ricordo; fiori – tu, che non sai distinguere un girasole da un tulipano, sei lieto del fatto che la prossima volta che dovrai avere a che fare con un fioraio sarà in pieno febbraio per S. Valentino, ma in quel caso la scelta sarà facile. Differenze comportamentali tra sposo e sposa Se le sposine sono iperattive, accentratrici e decisioniste, gli sposini sono quasi sempre assolutamente inermi e passivi di fronte alle loro pretese. Non offenderti caro sposo, ma anche tu, però! Con le solite frasi ad effetto del tipo “per me va bene qualsiasi cosa; se piace a te, piace a me; hai carta bianca, fai tutto tu”, ci hai intortato con la bella cantilena del fidanzato accondiscendente, quando in realtà volevi solo elegantemente sottrarti alle infinite grane dell’organizzazione del tuo matrimonio. Certo, le eccezioni rispetto a questa figura mitologica di sposo falsamente inerme e realmente strafottente esistono: ho visto uomini interessarsi davvero all’organizzazione del proprio matrimonio, dedicare tempo alla ricerca di dettagli particolari ed originali da scovare in internet o essere attenti al proprio look il giorno delle nozze. Ma sono mosche bianche. Il ruolo sociale dello sposo Del resto, da che mondo è mondo, il trattamento a tutto tondo che l’universo del wedding riserva alla sposa è ben diverso da quello previsto per lo sposo. Vorrei simpaticamente infilare il coltello nella piaga: hai notato, futuro marito, che in tv non esistono pubblicità […]

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Attualità

Ospedale Annunziata, TIN a rischio chiusura

“Salviamo l’Ospedale Annunziata di Napoli”, questo il grido che da giorni echeggia nella città.  C’era una volta la Santa Casa dell’ Annunziata di Napoli,  un complesso monumentale che racchiudeva in sé una chiesa, un ospedale, un ospizio per i trovatelli e un conservatorio delle cosiddette “esposte”. La fama dell’istituzione era dovuta principalmente alla presenza della “ruota degli esposti”, ossia un marchingegno di forma cilindrica posto all’esterno dell’ospedale dove i “figli della Madonna”, ossia bambini nati fuori dal matrimonio, da relazioni extraconiugali o semplicemente da genitori indigenti, venivano abbandonati in anonimato per essere così affidati alla Santa Casa dell’Annunziata, che provvedeva al loro mantenimento.  C’era una volta e c’è ancora l’ospedale dell’Annunziata Maggiore a Forcella, anche se, purtroppo,  di anno in anno perde pezzi importanti. Nel cuore di Napoli esiste e resiste uno degli ospedali pediatrici più importanti del Mezzogiorno il quale, dopo la chiusura dello storico reparto di maternità, assisterà a stretto giro anche allo smantellamento della TIN, ossia il reparto di Terapia Intensiva Neonatale. Cos’è la Tin dell’ Ospedale Annunziata di Napoli? La TIN dell’Ospedale Annunziata di Napoli è un reparto che si occupa in maniera prevalente dell’assistenza continua al neonato patologico e prematuro. In particolare, all’interno di esso viene assicurata l’assistenza intensiva e sub intensiva con supporto ventilatorio mediante tutte le più moderne strategie di ventilazione, compresa la somministrazione di ossido nitrico per via inalatoria, il monitoraggio dei paramenti vitali, gli accessi vascolari periferici e centrali, l’alimentazione parenterale ed enterale. In questo presidio si effettuano con competenza e professionalità molti esami clinici specifici del danno neurologico mediante EEG convenzionale e ad ampiezza integrata, l’ecografia cerebrale ed altri esami specifici. La TIN dell’Ospedale Annunziata è un centro di riferimento regionale per la terapia ipotermica dell’encefalopatia ipossico-ischemica, nonché per la diagnosi di cardiopatie congenite. Presso questo reparto è attivo un ambulatorio specialistico per il follow-up del neonato a rischio e per la prevenzione dell’infezione da virus respiratorio sinciziale mediante anticorpo monoclonale. È altresì sede di una unità operativa STEN per il trasporto del neonato patologico. Lo smantellamento di un’eccellenza campana Un sistema di eccellenza, quindi, destinato però ad essere smantellato a stretto giro e dislocato presso la Seconda Università di Napoli  e l’ospedale pediatrico Santobono, a seguito dei tagli alla sanità decisi dal Governo attuale e dalle conseguenti ricadute economiche a livello regionale circa lo stanziamento dei fondi locali da investire nella sanità. Medici e infermieri verranno così assegnati ad altri nosocomi cittadini, senza però nessuna garanzia sullo svolgimento delle stesse mansioni di cui da anni sono titolari all’Annunziata presso le nuove sedi di destinazione. È grazie alla loro abnegazione incondizionata che la struttura del centro storico, benché obsoleta, è andata avanti per anni assicurando il funzionamento di reparti di come la TIN e la costante cura specialistica dei casi clinici pediatrici più disperati. Come spesso avviene nei grandi ospedali del Sud, laddove le carenze delle strutture e del personale permangono tali nell’indifferenza generale, medici e infermieri sopperiscono ad esse con passione e professionalità, anche ben oltre l’orario di lavoro.    Quando poi, molto probabilmente, verrà smantellato l’intero Ospedale […]

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Attualità

Almaviva, lavoratori a rischio licenziamento

Almaviva Contact Spa è una società di outsourcing nata nel 1998 per fornire servizi di customer care alle grandi compagnie telefoniche nazionali  quali Telecom, Tim, Wind e Vodafone. Conta oggi varie sedi sia in Italia, (Milano, Napoli, due sedi a Palermo, Roma, Rende, Catania) che all’estero (Brasile, Cile, Colombia, Tunisia Sudafrica, Belgio). Nonostante la massiccia presenza di sedi sparse in tutto il mondo, nonostante sia il 6° Gruppo privato italiano per numero di occupati al mondo, il 3° a guida imprenditoriale con un fatturato pari a 709 milioni di euro, dal 21 marzo 2016 Almaviva Italia lamenta perdite per circa 800.000 euro al mese. In conseguenza di ciò e in forza di un programma di ristrutturazione aziendale, la società ha dichiarato l’apertura delle procedure di mobilità per un totale di 2.988 lavoratori operanti nelle sedi di Napoli, Roma e Palermo. In particolare, solo presso la sede del capoluogo campano ben 400 unità operative, cioè la metà della forza lavoro presente nella sede di Via Brin, rischiano di perdere il proprio posto di lavoro nel giro di qualche mese. Il ventilato licenziamento collettivo dei lavoratori di Almaviva, in realtà, non appare motivato  da un reale calo delle commesse, ma piuttosto da motivazioni contingenti quali l’assenza di un piano industriale di sviluppo nonché l’eccessivo costo complessivo di gestione delle sedi lavorative. Di fatto, le politiche aziendali della società Almaviva, negli ultimi anni sono confluite in primo luogo nell’utilizzo della ben nota tecnica della delocalizzazione della manodopera, a causa del quale gli operatori di call center stranieri, che costano molto meno all’azienda in termini di tasse e retribuzione in virtù della legislazione del paese di appartenenza, sono nettamente preferiti nelle assunzioni rispetto ai lavoratori italiani, rei di pesare troppo nei bilanci aziendali per emolumenti e diritti. In secondo luogo, l’altra consolidata prassi di aderire alle cosiddette gare al massimo ribasso, dove il prezzo più basso è determinato al netto delle spese relative al costo del personale, produce il risultato di far vincere appalti alle società che offrono sì manodopera a costi bassi, ma a scapito della qualità della prestazione lavorativa, della dignità del lavoratore e anche a svantaggio dell’utente finale. Al momento sia il presidente di Almaviva Marco Tripi che l’AD Andrea Antonelli, anche a seguito dell’incontro del 1 Aprile tenutosi presso la sede dell’ Unione Industriali, sono rimasti fermi sull’ipotesi aziendale di ristrutturazione, confermando il prospettato numero di licenziamenti e  rimandando al mittente la proposta del Governo di prorogare l’accesso agli ammortizzatori sociali fino al 2017. Qual è la situazione dei lavoratori Almaviva? Nel 2007, dopo anni di lotta dei lavoratori assunti con contratto di Co.co.co, Almaviva ha stabilizzato circa 4000 lavoratori precari. Con la firma di una liberatoria, migliaia di operatori di call center hanno però rinunciato al pregresso spettante di diritto per ottenere un contratto a tempo indeterminato part-time a 20 ore settimanali, con una retribuzione di circa 8000 euro l’anno, pari a circa 650 euro al mese. Negli ultimi tre anni, a seguito della crisi economica che ha investito svariati settori dell’economia nazionale, i dipendenti di Almaviva […]

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Culturalmente

La Fontana di Trevi restaurata

Imbattersi nella meravigliosa Fontana di Trevi mentre si percorrono le strade della Capitale, è per gli occhi di chi l’ammira uno spettacolo suggestivo ed indimenticabile. La fontana, fresca di restauro, appare di un bianco limpido e luminoso, che incornicia in maniera ancor più scenografica la già di per sé incantevole Piazza di Trevi. La storia della realizzazione della spettacolare Fontana di Trevi va di pari passo con quella della costruzione dell’acquedotto Vergine, il più antico di Roma, l’unico che non ha mai smesso di fornire acqua alla città dall’epoca dell’imperatore Augusto fino ai giorni nostri. Fu proprio il genero dell’imperatore Augusto, Agrippa, a far arrivare l’acqua corrente fino al Pantheon ed alle sue terme proprio grazie alla costruzione dell’acquedotto Vergine, il cui nome sarebbe stato ad esso dato dallo stesso Agrippa in ricordo di una fanciulla (Virgo) che indicò il luogo nel quale si trovavano le sorgenti ai soldati che ne andavano in cerca. Le vicende storiche legate all’edificazione della Fontana sono strettamente connesse non solo a quelle dell’avvicendarsi dei Papi a Roma, ma anche al succedersi degli architetti e scultori quali Leon Battista Alberti, Gian Lorenzo Bernini, Carlo Fontana, Nicola Salvi e Giuseppe Pannini di volta in volta nominati dai Papi per abbellire o modificare l’aspetto della Fontana stessa e dell’antistante Piazza di Trevi. Il tema della scultura della Fontana di Trevi, meravigliosamente incastonata su Palazzo Poli, è il mare La scenografia è dominata da un cocchio a forma di conchiglia sul quale è adagiata la grande statua di Oceano, opera di Pietro Bracci, affiancata nelle nicchie laterali dalle statue della Salubrità e dell’Abbondanza, entrambe realizzate da Filippo della Valle; il cocchio è trainato da cavallucci marini, a loro volta preceduti da tritoni. Nella fontana, scultura e architettura barocca si compenetrano e si fondono perfettamente, dando vita ad un suggestivo spettacolo acquatico scandito dal suono piacevolissimo dello scorrere dell’acqua che confluisce nell’enorme vasca ovale. Dopo un intervento di restauro avvenuto a cavallo degli anni 1989-1991, la Fontana di Trevi è stata profondamente ristrutturata nel 1998 quando, oltre ad un ripristino della facciata, è stato ammodernato e sistemato anche l’impianto idraulico ad essa sottostante. L’ultimo e definitivo rifacimento è avvenuto grazie ai contributi della prestigiosa casa di moda Fendi e si è concluso il 3 novembre 2015 quando, con una spettacolare inaugurazione, la Fontana di Trevi è restituita in tutto il suo splendore alla città. Appare quasi  scontato sottolineare che Roma trabocchi di bellezza ad ogni angolo di strada e che un pezzo della sua storia, nonchè una delle sue fontane simbolo, segua di pari passo questo felice destino. Il restauro appena ultimato, però, le conferisce uno splendore nuovo, vivido, scenografico ed impattante, grazie anche ad una sapiente illuminazione notturna. Infatti, con il calar della sera, la Fontana di Trevi acquista un fascino speciale: se si ha la fortuna di incappare dinanzi ad essa in un tardo pomeriggio dal cielo terso color blu cobalto in contrasto con il candore della facciata e con il verde mare dell’acqua della vasca, l’impatto cromatico sarà indimenticabile. Provare a gettare una monetina […]

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