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Eroica Fenice

La categoria Fun e Tech contiene 310 articoli

Fun e Tech

Libra, la nuova moneta di Facebook

Come funziona e quali pericoli si celano dietro Libra, la criptovaluta di Facebook che potrebbe cambiare la finanza come la conosciamo. Nel 2020, Facebook avrà una sua criptovaluta e si chiamerà Libra. Lo scopo di Facebook è quello di creare una moneta stabile (stablecoin), usufruibile da chiunque e in ogni parte del mondo. Una notizia storica che ha suscitato scalpore ma anche tanta incertezza. Se Libra dovesse essere veramente come è stata promessa, sancirebbe una linea di demarcazione nella storia della finanza. Rappresenterebbe la prima moneta globale per di più emessa da dei privati. L’impatto potrebbe essere enorme, considerando che ogni utente di Facebook e Whatsapp, potrebbero ritrovarsi da un giorno all’altro con un “e-wallet” (un portafoglio elettronico) pronti ad usare la nuova moneta. Una vera e propria irruzione nelle vite di miliardi di persone. Cerchiamo di capire come funzionerà e quali pericoli si celano dietro Libra. Libra Association Come riportato nel white paper, a gestire l’emissione e il valore della moneta sarà Libra Association, un’organizzazione non-profit che avrà sede a Ginevra, Svizzera. L’intento è quello di creare un’organizzazione indipendente, supportata da enti privati e pubblici che costituiscono i “fondatori” della moneta. Tra questi troviamo aziende più disparate. Ci sono colossi tech come Uber, Lyft, Booking ed Ebay, ma anche società di comunicazione come Vodafone e Iliad. Una grande parte dei fondatori è ovviamente costituita da aziende che si occupano di pagamenti come Mastercard, Paypal, Stripe e Visa. Infine, aziende di Venture Capital e di blockchain, organizzazioni accademiche e non-profit. Grandi assenti sono le banche, che temono una finanza decentralizzata e l’avvento delle cripto valute. È comunque probabile che entro il 2020, alcune banche parteciperanno alla fondazione, dato che, per funzionare, Libra ha comunque bisogno di interagire con i conti correnti tradizionali. Facebook è ovviamente tra i fondatori, ma il pericolo di interferenza è sventato tramite un sistema decisionale democratico, che assegna ad ogni fondatore un solo voto per quel che riguarda le decisioni cruciali sullo sviluppo di Libra. La stabilità Libra Association, inoltre gestirà le riserve di moneta con le quali sarà garantita la stabilità. Gli asset che compongono le riserve sono principalmente depositi bancari e titoli di stato in moneta con bassa fluttuazione di valore. Questo garantisce a Libra un enorme vantaggio rispetto alle altre cripto valute presenti, che non sono in grado di garantire un valore stabile. Il più grande problema delle monete come Bitcoin ed Ethereum sta proprio nell’incapacità di funzionare come riserve di valore. Il prezzo oscilla troppo, rendendo impossibile l’uso della moneta nel quotidiano, confinando le cripto valute a mero strumento speculativo. Libra, grazie alle sue riserve, sarà capace di mantenere pressoché invariato il suo valore nel tempo, prestandosi ad oscillazioni minime come possono essere quelle nel cambio euro dollaro. A differenza dei bitcoin, il processo di creazione di Libra è infinito e non richiede attività di mining. L’utente che vuole acquistare Libra, deve semplicemente depositare in banca il relativo ammontare in moneta legale, per esempio euro, ricevendo in cambio la valuta di Zuckerberg. […]

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Fun e Tech

Stiamo vivendo in una simulazione?

La realtà è un’elaborazione digitale. O almeno così crede una fetta sempre più grande del mondo accademico. Benvenuti nella teoria della simulazione, la filosofia tech del ventunesimo secolo “Viviamo in una simulazione programmata al computer, e l’unico indizio che abbiamo è un’alterazione della realtà, quando una variabile viene cambiata. Avremmo la schiacciante impressione di rivivere il presente – un déjà vu – forse esattamente nello stesso modo: ascoltare le stesse parole, dire le stesse parole. Ritengo che queste impressioni siano valide e significative, e dirò anche questo: tale impressione è un indizio, che in qualche punto del tempo passato, una variabile è stata cambiata – per così dire riprogrammata – e che, per questo, un mondo alternativo si è ramificato”. Queste parole vennero pronunciate da Philip Dick, nel 1977. Lo scrittore si trovava a Metz, in Francia per una convention di fantascienza. Davanti ad una platea che lo ascoltava con attenzione, Dick procedeva sicuro. Probabilmente sapeva già che alcuni dei suoi colleghi avrebbero riso di quel discorso strampalato. D’altronde è uno scrittore di nicchia e all’infuori di certe convention come quella di Metz, il suo nome dice poco. Anni di problemi mentali e uso di droghe psichedeliche, di certo non aiutavano a metterlo in buona luce. Parola dopo parola, emergono i meccanismi alla base dei suoi scritti. Non fantasia, ma realtà. Una realtà simulata in cui milioni di persone vivono ignare, palesatasi allo scrittore un giorno di qualche anno prima dopo un misterioso flash. Il mondo non è altro che un’elaborazione informatica. Facciamo un salto in avanti di ventisei anni. Nick Bostrom, un filosofo svedese dell’Università di Oxford, nel 2003 pubblica un paper dal titolo “Are You Living in a Computer Simulation?” (tradotto, “stai vivendo in una simulazione informatica?”, che potete leggere qui.). Nel paper Bostrom propone un trilemma, tre possibili ipotesi disgiuntive, che si escludono a vicenda: la civiltà si estinguerà prima di raggiungere un livello tecnologico “post-umano”; la civiltà raggiungerà un livello tecnologico “post-umano”, ma preferirà non sprecare le sue risorse per creare simulazioni convincenti; la nostra civiltà sta già vivendo all’interno di una simulazione. Se si crede alla possibilità che una civiltà possa raggiungere un livello tecnologico che supera di gran lunga i livelli attuali e che anche solo una piccola parte di quella civiltà si dedichi alla creazione di simulazioni, le probabilità di vivere già in una simulazione tendono al cento per cento. Il numero di essere simulati supererebbe enormemente gli esseri reali, perché se le simulazioni possono essere molte (dipende ovviamente dalla potenza di calcolo a disposizione) ma la realtà sarà sempre e solo una. Oltre a diffondersi negli ambienti accademici, il paper in questione riesce a far entrare la teoria della simulazione nei media mainstream. Se è vero che la cultura pop da anni si nutriva di certe tematiche ( la trilogia di Matrix ne è un esempio), Bostrom ha preso una teoria strampalata e gli ha dato una dignità accademica. Non è più lo scrittore di fantascienza a parlarne, ma uno studioso di […]

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Fun e Tech

Presente e futuro oltre la legge di Moore

Mentre la legge di Moore volge al termine, emergono nuovi interessanti scenari che potrebbero cambiare gli assetti politici mondiali È il 1965, quando la rivista Electronics chiede a Gordon Moore, direttore del settore ricerca e sviluppo della Fairchild Semiconductor, di formulare un’ipotesi sull’evoluzione del mercato dei semiconduttori per i successivi dieci anni. Il risultato, un articolo pubblicato il 16 aprile, prevedeva che per il 1975 sarebbe stato possibile inserire 65000 componenti su un semiconduttore di mezzo centimetro. Le stime si rivelarono esatte, dando vita ad una legge che avrebbe cambiato per sempre l’industria elettronica: la legge di Moore. Per circa 50 anni, la legge di Moore ha dettato i ritmi dell’evoluzione tecnica, ricoprendo il duplice ruolo di metro e obbiettivo per i colossi del settore. È stata a tutti gli effetti una profezia autodeterminante. “La complessità di un microcircuito, così come il numero di transistor al suo interno, raddoppia ogni 18 mesi”, così dettava la legge e così le imprese tech spingevano la miniaturizzazione dei processori fino ai limiti della fisica. Ma oggi qualcosa si è rotto e la giostra, che per anni ha girato vorticosamente regalando processori sempre più performanti, rallenta inesorabilmente. Questo perché la miniaturizzazione non può procedere all’infinito. Al diminuire della dimensione dei circuiti (attualmente Intel sta producendo processori a 10 nanometri) diventa infatti sempre più complicato contenere l’elettrone nel gate del transistor. Poiché il funzionamento del transistor è di tipo booleano, ovvero prevede due stati, 0 e 1 (acceso e spento per intenderci), il passaggio incontrollato di elettroni inficerebbe la determinazione di uno stato rispetto all’altro, rendendone impossibile il funzionamento. I problemi non finiscono qui. All’aumentare della complessità di lavorazione dei transistor, i costi di produzione salgono vertiginosamente. Produrre transistor più piccoli dei 7 nanometri, potrebbe quindi essere antieconomico oltre che difficile da realizzare dal punto di vista ingegneristico. Possibili scenari Per sfuggire alla secca in cui l’industria dei processori rischia di incagliarsi, vecchi e nuovi players muovono verso rotte alternative. Se da un lato c’è chi grida all’inesorabile morte della legge di Moore e immagina un futuro guidato dall’ottimizzazione della potenza di calcolo più che da un incremento della stessa, lo sviluppo di nuove tecnologie potrebbe dare nuovo vigore alle previsioni di Moore e permettere ulteriori livelli di miniaturizzazione. Intel, che fatica a mantenere le promesse sulla produzione di transistor a 10 nanometri, accetta il rallentamento dello sviluppo tecnologico e concentra i suoi sforzi prevalentemente sul perfezionamento di strutture già esistenti. Sull’altro versante ci sono AMD e Samsung, che spingono per transistor sempre più piccoli grazie a tecnologie alternative. AMD, grazie al design “chiplet”, ovvero parti di silicio che possono essere assemblate in moduli per creare chip, ha battuto sul tempo Intel, annunciando transistor a 7 nanometri mentre Samsung, in contemporanea con GlobalFoundries, ha promesso i 3 nanometri per il 2021 (tramite la creazione di nanosheet transitor). Qualora la legge di Moore dovesse arrivare veramente al capolinea, non cambierebbe solo le prospettive per l’aumento di capacità computazionale, ma potrebbe mettere in discussione lo storico predominio […]

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Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Nerd zone

Westeros, il continente occidentale di Game of Thrones

Tutti pazzi per Game of Thrones! Il kolossal televisivo è ormai agli sgoccioli, l’ultima stagione sta andando in onda in queste settimane e orde di fan in delirio sono alle prese con le teorie su chi siederà sull’agognato Trono di Spade e governerà Westeros. La celebre serie, com’è noto, è ispirata alla saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), dello scrittore americano George R. R. Martin, che è riuscito a creare un ampio mondo fantastico, tra i più suggestivi della letteratura fantasy. I romanzi di Martin e la serie, infatti, sono ambientati in due continenti immaginari: il continente orientale (Essos) e l’occidentale (Westeros). Westeros è il continente occidentale nel quale si svolgono quasi interamente gli eventi narrati, eccetto quelli di Daenerys Targaryen, ambientati inizialmente ad Essos. Martin ha affermato che Westeros è circa delle stesse dimensioni del Sud America. Il territorio ha un’estensione notevole dal punto di vista latitudinale, mentre si presenta relativamente stretto da quello longitudinale; ciò ha favorito lo svilupparsi di climi e culture differenti. Il continente è diviso in due parti, note semplicemente come Nord e Sud, separate da un lembo di terra detto “Incollatura“. Ad ovest il continente si affaccia sul Mare del Tramonto; questo grande oceano non è mai stato attraversato, o per lo meno nessuno è mai tornato indietro a raccontare di averlo fatto. A sud, il continente è lambito dal Mare dell’Estate; nel profondo di questo mare giacciono le omonime isole. Verso est si trova invece il continente orientale, separato da quello occidentale dal Mare Stretto. Si tratta di un oceano spesso tempestoso, ma ciò non ha mai fermato i numerosi traffici di merci da e verso le Città Libere, città-stato che si trovano nella parte più occidentale del continente orientale; nella zona più meridionale di questo oceano si trovano anche le Stepstones, una catena di isole che connette Westeros ad Essos; secondo i miti, le Stepstones sarebbero i resti di un antico ponte di terra che collegava i due continenti, distrutto in un cataclisma diecimila anni prima della narrazione. All’estremo nord, nelle terre dell’Eterno Inverno, si erge un colossale muro di ghiaccio detto la Barriera: le condizioni climatiche proibitive e la presenza dei Bruti e degli Estranei hanno da sempre reso le terre Oltre la Barriera un luogo semi-inesplorato e quasi leggendario; ad ogni modo, si crede che Westeros si estenda fino alla calotta polare. Le cinque città principali del Continente Occidentale, in ordine di grandezza, sono: Approdo del Re, Vecchia Città, Lannisport, Città del Gabbiano e Porto Bianco. Prima di essere unificato in seguito alla Guerra di Conquista, il continente era diviso in vari regni indipendenti. Dopo questo conflitto, e la successiva annessione di Dorne, tutte le regioni a sud della Barriera vengono unite sotto il dominio della Casa Targaryen, andando così a creare un unico stato sovrano conosciuto col nome di Sette Regni. Storia di Westeros, il continente occidentale Circa dodicimila anni fa, Westeros era abitato dai Figli della Foresta, una piccola razza non umana, dotata di poteri magici, che viveva in pace e armonia con la natura, venerando gli Antichi Dei della Foresta. Intorno a quell’epoca, i Primi Uomini, una razza umana, […]

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Notizie curiose

Capitan Barbossa: l’ironico Hector dei Pirati dei Caraibi

Ecco il profilo si uno dei personaggi più famosi dei Pirati dei Caraibi: Capitan Barbossa. Non sono incline a ottemperare alla vostra richiesta… Vuol dire NO! (Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna). Hector Barbossa, meglio noto come Capitan Barbossa. Si tratta di uno dei personaggi principali della saga cinematografica dei Pirati Dei Caraibi, nonché uno dei più amati. Ad interpretarne il ruolo è l’attore Geoffrey Rush, pluripremiata star del cinema e premio Oscar australiano. Egli indossa nella saga le vesti di un antieroe, Capitan Barbossa, il lato oscuro di Jack Sparrow, occasionalmente suo alleato ma pur sempre rivale. Nei diversi episodi cinematografici – cinque in totale – si assiste a un’evoluzione di questo personaggio che lo porta ad assumere un ruolo sempre meno definito ma di maggiore rilevanza. Capitan Barbossa è il cattivo? Cosa si nasconde dietro la sua maschera? Chi è Capitan Barbossa? Perdersi è l’unico modo per trovare un posto che sia introvabile altrimenti tutti saprebbero dove trovarlo. (Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo). Hector è un pirata dagli occhi azzurri, i capelli castani e lunghi, un viso cosparso di rughe e una profonda cicatrice sullo zigomo destro. Il suo aspetto è proprio quello di un vero pirata: denti gialli, unghie nere, barba ispida e, solo da un certo punto della saga, una gamba di legno. Chi avrà conosciuto Capitan Barbossa parlerà di lui come un uomo persuasivo, astuto e spietato. È l’eterno amico e rivale di Jack Sparrow a cui è sempre legato da un rapporto che oscilla tra l’alleanza, il rispetto e la vendetta.; basti pensare che la scimmietta che accompagna sempre Capitan Barbossa si chiama Jack. Capitan Barbossa è cupo e temerario, sveglio e intelligente. I suoi consigli sono sempre i più saggi. È un uomo eloquente e sa di esserlo, motivo per cui usa quest’arma a suo favore ingannando e manipolando le persone. Una delle caratteristiche principali del suo personaggio è l’umorismo asciutto. Condottiero temutissimo e maestro della strategia navale, Barbossa è capace di battersi con la spada con grandissima maestria ed esperienza. Proprio come Jack Sparrow, anche Barbossa tiene molto alla Perla Nera e fa di tutto pur di sottrarla al rivale di turno. Evoluzione del personaggio: chi è davvero Hector Barbossa? Nel corso della saga il personaggio di Capitan Barbossa subisce diverse modifiche. Nel primo film assume chiaramente il ruolo di antagonista, uno spietato pirata che cerca solo di sciogliere la maledizione di cui è schiavo. Nel terzo film, dopo essere stato resuscitato, diventa una sorta di politico: lo vediamo infatti all’opera come pirata nobile del Mar Caspio, titolo di cui è insignito. Nel quarto film Barbossa diventa addirittura un corsaro della marina inglese per poi ritornare nelle vesti di pirata per vendicarsi contro Barbarossa. Nel capitolo finale della saga Barbossa, ricchissimo, si mostra disposto a tutto pur di salvare i suoi affari. Tuttavia, alla fine del film, Hector compie un atto eroico nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, figlia che aveva abbandonato da bambina dopo […]

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Fun e Tech

Edoardo Adamuccio, intervista al Life Lover

Dire che Edoardo Adamuccio sia più di ciò che appare è comunque un eufemismo. Autoproclamatosi “Life Lover”, Edoardo è uno studente di farmacologia ed un attore. Si è iscritto ad Instagram nel 2013 ed il suo profilo è cresciuto ad oltre 13 mila follower. Il suo obiettivo è quello di intrattenere attraverso un mix di stile e arte e dimostrare che una persona può fare più di una sola cosa che lo appassiona. Abbiamo chiaccherato con Edoardo per discutere dei social media, del loro ruolo nella sua vita e di cosa avrebbe fatto un domani se i social dovessero essere spenti per sempre. Grazie per il tempo che ci dedichi Edoardo. Iniziamo con le generalità e qualche info di base, presentati. Salve a tutti, mi chiamo Edoardo Adamuccio, ho 22 anni, vengo da Martina Franca, Puglia. Edoardo Adamuccio, quand’è che hai iniziato ad utilizzare i social media e qual è stata la motivazione per iniziare? Il mio primo incontro con i social media è stato nel 2012 con Facebook. Ho aperto il mio account Instagram l’anno seguente. All’inizio, era tutto un gioco, erano app super popolari (lo sono tuttora) e mi sono iscritto perché tutti avevano un profilo. È stato un conformarsi. Il tuo account Instagram ha un pubblico di nicchia? Cosa speri di dare ai tuoi follower con i tuoi post? Cerco sempre di raggiungere il maggior numero di persone possibile senza limitarlo a un certo tipo o gruppo di persone. Ho fondato il mio profilo sull’originalità e un po’ di autoironia. Il mio obiettivo è far divertire le persone quando guardano le mie storie o sfogliano i miei post. Pubblico post che vanno dal lifestyle alla moda, ma anche foto che scatto per prendermi in giro da solo o immagini di cose bizzarre che vedo ogni giorno intorno a me. Le persone tornano se gli piace quello che vedono e mi piace quando le persone tornano… significa che abbiamo costruito un qualche tipo di fiducia. Edoardo Adamuccio, quanto tempo dedichi ai social media? È curioso il fatto che non dedico molto tempo al mio profilo instagram o ai social media in generale. Ho giorni prestabiliti in cui posto qualche contenuto, scelgo l’hashtag o scatto foto. Cerco solo di organizzare il mio tempo in modo da non sprecarlo. Parlando invece del mondo reale… come si è evoluto il tuo stile personale con Instagram? Cambia se sai che devi pubblicare qualcosa? Non ho uno stile personale specifico. Prendo ispirazione da ciò che vedo. D’altra parte, l’importante è sentirsi bene con se stessi. Dovremmo sempre cercare di dare una buona impressione di noi stessi, indipendentemente dal fatto che sia per i social media o meno. Se fai star bene le persone, starai bene anche tu. L’immagine non dipende da Instagram, ma è costituita dall’esperienza di vita di tutti i giorni. Dedico più attenzione ai dettagli quando so che sto per creare un post sul mio stile e cerco sempre di non lasciarmi influenzare dai commenti o dai “like” che ottengo dai […]

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Notizie curiose

Folletto irlandese, tra folklore e mitologia

Abito e cappello verde agrifoglio, capelli e barba rossiccia, scarpette con fibbie d’argento e pantaloni alla zuava, una pentola d’oro splendente, la cui immagine è talvolta affiancata da un arcobaleno e/o da una pipa fumante: sono le caratteristiche generiche che nell’immaginario moderno accompagnano la figura mitologica del folletto irlandese, un essere fastidioso, dispettoso e combina guai, che vive nella natura incontaminata e vigorosa, proprio come sono i territori più maestosi dell’Irlanda. Ma da dove nasce il mito? E cosa significa? Il lepricano (o leprechaun, forma inglesizzata dall’irlandese leipreachán), detto più comunemente gnomo o folletto irlandese, è una tipica figura mitologica e folkloristica che viene dall’Irlanda. Il nome, secondo le versioni più accreditate, deriva dal gaelico leipreachán apparso per la prima volta nell’opera letteraria del 1604 “The honest whore” dei drammaturghi britannici Thomas Middleton e Thomas Dekker, e che significa “piccolo spirito”, a sua volta derivato da luchorpán, cioè “spiritello acquatico”. Secondo invece l’Oxford English Dictionary (OED), il dizionario storico della lingua inglese antica e moderna, la parola deriverebbe da leath bhrógan, cioè “ciabattino”, perché queste piccole creature sono spesso rappresentate nell’atto di riparare scarpe. Un’altra versione etimologica farebbe derivare il lepricano da luch-chromain, ossia “piccolo storpio Lugh” (Lùg era una divinità celtica, dio della luce, a capo di uno dei primi popoli preistorici che colonizzarono le terre irlandesi). Il folletto irlandese: uno dei simboli della festa di San Patrizio Nonostante molte leggende sul folletto irlandese siano storie di tradizione pagana, la sua figura iconografica viene associata ogni 17 marzo alla celebrazione di San Patrizio (St. Patrick’s Day o Paddy’s Day), una festa di origine cristiana in onore del patrono d’Irlanda. La festa è la commemorazione dell’arrivo del cristianesimo nel V secolo d.C. grazie al patrono, allora vescovo. San Patrizio infatti viene ricordato anche come il portatore del cristianesimo celtico, in cui il culto cristiano si mescola con alcune credenze celtiche: ad esempio egli introdusse nella croce solare, il simbolo che rappresenta la ruota di un carro, quella latina, dando vita alla celebre croce celtica. Un’altra leggenda irlandese curiosa spiega che San Patrizio è legato anche all’emblema della nazionalità irlandese, il trifoglio (shamrock), con il quale raccontò ai suoi seguaci il significato della Trinità. Si dice, secondo la mitologia celtica, che i lepricani vivessero nel mondo immaginario, tra boschi e foreste, insieme ad altre figure leggendarie come le fate, prima dell’arrivo dei celti: in luoghi magici e misteriosi, i folletti irlandesi giocano, hanno personalità bizzarre, talvolta solitari ma subdoli, e si dicono a volte benevoli a volte no – tanto da, in alcuni casi, confessare dove si trovino le loro immense ricchezze, che sono soliti nascondere con molta scaltrezza in luoghi inaccessibili. Da questa storia, nasce una curiosa leggenda irlandese sull’origine dell’arcobaleno: si narra che un arcobaleno nasca da una pentola d’oro di uno dei folletti, a guardia del tesoro. La leggenda dice che un contadino di nome Barry un giorno incontrò un folletto che si lamentava di essere troppo vecchio per salire sulla cima del monte dov’era appunto custodita la pentola d’oro. […]

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Notizie curiose

Il gatto di Schrödinger, le interpretazioni del paradosso

Il paradosso del gatto di Schrödinger fu ideato, attraverso l’ipotesi di un’applicazione reale e praticamente spiegabile, per dimostrare i limiti della fisica quantistica. Oltre all’interpretazione di Copenaghen che venne messa in discussione proprio con questo paradosso, nel corso del tempo gli furono affiancate diverse altre interpretazioni, che affermano l’applicabilità o meno dell’esperimento. Il gatto di Schrödinger, dall’interpretazione di Copenaghen a quella “a molti mondi” Quante volte abbiamo sentito parlare di questo paradosso, in alcuni casi per spiegare la probabilità degli eventi (ricordate il divertente battibecco tra Sheldon e Penny nella serie tv The Big Bang Theory?), senza sapere cosa sia davvero? Il paradosso del gatto di Schrödinger nasce come esperimento mentale del tutto immaginario nel 1935 dal fisico austriaco da cui prende il nome, Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger. Famoso soprattutto per i grandi apporti che dette alla meccanica quantistica e all’equazione a lui intitolata (che determina l’evoluzione temporale dello stato di un sistema, ossia una parte dell’universo soggetta ad indagine) e per la quale vinse il premio Nobel per la fisica nel 1933, Schrödinger formula il paradosso del gatto di Schrödinger per illustrare come l’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, definita “ortodossa”, fornisca risultati paradossali se applicata ad un sistema fisico macroscopico (il paradosso venne annunciato nel saggio del fisico dal titolo “La situazione attuale della fisica quantistica”, in cui l’autore argomenta anche come alla luce dei nuovi risultati della meccanica, la fisica non costituisce una rappresentazione oggettiva di essa). L’esperimento chiamato il paradosso del gatto di Schrödinger immaginato dallo scienziato prevede un gatto chiuso all’interno di una scatola: non possiamo sapere se sopravvive o muore – uno stato noto come sovrapposizione quantistica. Dal saggio: “Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger (un misuratore di radiazioni che rileva l’avvenuto decadimento della sostanza) si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. […] in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso”. La quantistica è la parte della fisica moderna che studia le leggi valide per le particelle elementari, come neutroni, elettroni, protoni e fotoni. Secondo la fisica quantistica, il comportamento di una particella elementare non è infatti prevedibile con esattezza, ma solo in modo probabilistico: si può dire cosa accadrà alla particella ma non quando. Si diceva che tale incertezza non è presente invece per i sistemi macroscopici, cioè se si analizza una parte dell’universo composta da milioni di atomi riuniti: una volta conosciuti alcuni dati, si può sapere con esattezza che cosa […]

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Fun e Tech

Videogiochi classici: 5 da riscoprire per browser online

Dai più celebri arcade fino ai giochi di ruolo, come riscoprire alcuni dei videogiochi classici giocando online in modo gratuito Una delle prime console ad utilizzo casalingo fu la Magnovox Odyssey, che venne progettata nel 1972 negli Stati Uniti da Ralph Baer ma messa in vendita in Italia solo 3 anni dopo nella sua versione Odissea. Conosciuta come la “Brown box” (la scatola marrone), la console non ottenne il successo commerciale sperato, ma oggi addirittura conservata nel National Museum of American History dello Smithsonian Institution a Washington e ricercata da tantissimi collezionisti di videogames. Cresce la tecnologia e anche l’entertainment digitale, anche se ancora ad una sola dimensione, e gli anni Ottanta sono stati il trampolino di lancio per molti videogiochi che oggi consideriamo dei grandi classici da giocare a tutte le età; giochi intramontabili nella loro semplicità, che hanno fatto la storia e, nonostante l’evoluzione dell’interattività e della tecnologia attuale, risultano essere i migliori proprio perché così d’impatto. Parole come Commodor 64 (home computer più venduta nella storia dell’informatica, che fu presentata in Italia nel 1982) e NES – acronimo di Nintendo Entertainment System – acquistano importanza in quella che sarà poi la storia dei videogiochi. I retro-games, quelli che chiamiamo ora “vintage”, che spopolavano rendendo la giusta fama mondiale a colossi del videogaming (come la Nintendo, Atari, SEGA console), acquistano maggiore virtualità e sviluppo a partire dalla quarta generazione di console, quando la grafica, la rappresentazione della storia e la giocabilità migliora e diviene più elaborata: la prima console firmata SEGA diventa mega drive e nasce il Super Nintendo, oltre ai primi videogiochi portatili, molto prima dell’immissione sul mercato della PlayStation o della più recente X-box. Grazie a piattaforme attuali di videogiochi per browser online gratuiti, molti videogiochi classici entrati nell’olimpo degli dei possono essere riscoperti in tante varianti, per ricordare (o provare per la prima volta) quella nostalgia che fa tornare la nostra mente ai pomeriggi passati a meravigliarci e divertirci da bambini… Le colonne portanti del videogaming di sempre: 5 grandi videogiochi classici Videogiochi classici Super Mario Bros Come non accennare in una qualsiasi classifica di videogiochi, classici o online, Super Mario? Sentendosi troppo stretto per poter spiccare nell’arcade game Donkey Kong, l’idraulico italo-americano più amato di tutti i tempi prende posto in prima fila per la prima volta in Giappone nel 1985, ovviamente per la Nintendo. Fu Shigeru Miyamoto che inserì nelle avventure di Mario tubi e tartarughe che da sempre popolano gli scenari del personaggio. Super Mario ancora oggi fa sognare i giocatori, e lo farà ancora per molto tempo. Pac-Man Ideato da Toru Iwatani e prodotto dalla Namco nel 1980 nel formato arcade da sala, è essenzialmente il videogioco classico per eccellenza. Chi non ha mai provato a mangiare tutti i puntini nel labirinto cercando di non farsi beccare dai quattro fantasmi? The Legend of Zelda Molto più di logica quanto di sviluppo della trama, Zelda e le sue successive saghe ebbero ed hanno un importantissimo successo nella storia dei videogiochi classici d’azione a tema fantasy. La principessa […]

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