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Eroica Fenice

La categoria Notizie curiose contiene 180 articoli

Notizie curiose

Interstizio: l’organo da aggiungere ai libri di anatomia

La scienza non smette mai di stupirci e l’interstizio questa volta ne è la prova. Si tratta di una scoperta in campo anatomico. L’interstizio è un organo, tra i più grandi del corpo umano. È diffuso in tutto l’organismo, sotto la pelle e in diversi tessuti ed è rimasto ignoto per molto tempo… almeno fino ad oggi! Interstizio: dove si trova e a cosa serve Questo nuovo organo si nascondeva sotto la pelle e nei tessuti di rivestimento dell’apparato digerente, dei polmoni, dei vasi sanguigni e dei muscoli. Per anni è stato chiamato come semplice tessuto connettivo. I metodi finora usati per esaminarlo a microscopio lo facevano apparire denso e compatto. Al contrario l’interstizio ha dimostrato di avere una ben differente complessità di struttura. È formato da cavità piene di liquido connesse tra di loro. Queste sono sostenute da fibre di collagene ed elastina. La funzione che riveste nel nostro corpo è quella di ammortizzare. La scoperta in realtà implica un enorme estensione degli orizzonti per la biologia. Diffusione dei tumori, invecchiamento della pelle, agopuntura, malattie infiammatorie degenerative e molto altro sono i campi in cui la scoperta dell’interstizio potrebbe essere determinante. Un’importante scoperta per l’anatomia La notizia è stata resa nota dalla rivista Scientific Reports dall’Università di New York e dal Mount Sinai Beth Israel Medical Centre. L’interstizio è stato scoperto grazie ad una tecnica avanzata: un’endomicroscopia confocale laser. In questo modo i tessuti possono essere visti direttamente dentro il corpo e non devono essere prima prelevati e visti su vetrino. La tecnica è utilizzata su alcuni pazienti malati di tumore che dovevano subire un’operazione chirurgica per rimuovere pancreas e dotto biliare. In questo modo si è potuto scoprire la complessa struttura dell’interstizio. È da quì che si è scoperto che, in realtà, l’interstizio è presente in tutte le parti del corpo che sono interessate nella motricità e nelle aree sottoposte a pressione. Cosa comporta questa scoperta? Il fatto che l’interstizio sia pieno di fluido potrebbe portare ad interessanti scoperte. Il movimento del fluido potrebbe infatti portare delle delucidazioni in ambito oncologico. I tumori che invadono l’interstizio, infatti, si diffondono nelle altre parti del corpo più velocemente. Sappiamo che questo nuovo organo, drenato dal sistema linfatico, è il sito in cui nasce la linfa. Nelle cellule interstiziali interconnesse si trova quindi una sostanza vitale per il funzionamento delle cellule immunitarie che generano l’infiammazione. Ma non è finita. Anche in campo estetico potrebbero esserci entusiasmanti scoperte. Infatti le cellule che si trovano nell’interstizio e le fibre di collagene che le sostengono potrebbero dare importanti informazioni riguardo la formazione di rughe. Ancora, sempre riguardo il collagene, potrebbero esserci scoperte per l’irrigidimento delle articolazioni, le malattie infiammatorie legate a fibrosi e sclerosi. Per l’agopuntura invece ad essere coinvolto è il reticolato di proteine che sostiene l’interstizio, che potrebbe generare correnti elettriche quando le cellule si piegano seguendo il movimento di organi e muscoli. “Questa scoperta ha il potenziale per determinare grandi progressi in medicina, inclusa la possibilità di usare il campionamento del […]

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Dynamic architecture: il primo grattacielo girevole

La dynamic architecture è la nuova frontiera dell’architettura e Dubai, città innovativa per eccellenza, accoglierà probabilmente uno dei suoi frutti: il primo grattacielo mobile della storia. Il progetto prevede la costruzione di un edificio alto quattrocento metri per l’anno 2020. La particolarità? Il grattacielo potrà cambiare forma a seconda della scelta degli abitanti. Che cos’è la dynamic architecture? La nuova frontiera dell’edilizia ha fatto vacillare – letteralmente – la più banale immagine di edificio. La dynamic architecture permette di pensare a un edificio che non sia immobile ma possa muoversi, per cambiare a seconda del vento o seguendo la posizione del sole e così via. Nel 2001, a Curitiba, in Brasile è stato inaugurato Suite Vollard, un palazzo composto da quindici piani circolari, di cui undici in grado di ruotare su se stesso di 360 gradi in un’ora. Abbiamo un primissimo esempio di dynamic architecture anche in Italia, a Mercellise, vicino Verona. Villa Girasole, una delle prime case rotanti, è stata costruita tra il 1929 e il 1935 dall’ingegner Angelo Invernizzi e dall’architetto Ettore Fagiuoli. La costruzione, a forma di V, ruotava attorno alla torretta centrale lungo binari d’acciaio che descrivono una circonferenza con diametro di 44 metri. L’edificio, che poteva muoversi di 4 mm al secondo – una rotazione completa richiedeva 9 ore circa – è da qualche anno immobile, a causa di un cedimento del terreno che ha deformato le rotaie. L’architetto italo-israeliano David Fisher è un esperto di dynamic architecture e il suo nuovo progetto è quello di costruire a Dubai un grattacielo di cui gli abitanti possano scegliere la forma. Il risultato è una scultura mobile e mutaforme. Il primo grattacielo mobile a Dubai Il suo nome sarà Dyamic Tower. Il progetto prevede la costruzione di un edificio di quattrocento metri ripartiti in ottanta piani capaci di ruotare indipendentemente l’uno dall’altro di 360 gradi. Tecnologie innovative saranno necessarie per la costruzione di moduli prefabbricati che andranno a costituire le unità strutturali di ogni piano. I piani, prodotti con processi industriali, saranno preventivamente personalizzati dai futuri abitanti. Ognuno di essi sarà portato sul luogo della costruzione del grattacielo con suddivisione di spazi e impianti già realizzati. Più che di una costruzione si tratterà di un assemblaggio sul luogo. I moduli saranno sovrapposti l’uno all’altro e agganciati alla struttura portante in cemento armato, che ospiterà tutti i meccanismi necessari alla rotazione e gli impianti centrali. Alluminio, acciaio e fibra di carbonio: saranno questi materiali a conferire alla struttura la necessaria combinazione tra leggerezza e resistenza. Il risultato prevede buona resistenza sismica, poca manodopera, tempi di costruzione inferiori del 30%; il tutto coronato da un vantaggio economico. La somma orientativamente si aggirerebbe sui 700 milioni di dollari. Ultima ma importante caratteristica è la presenza in ogni piano di turbine eoliche posizionate orizzontalmente e di tetti solari che garantiranno ad ogni piano la totale autonomia energetica. Il progetto, già proposto nel 2014, potrebbe essere realizzato in occasione dell’Expo 2020. Edifici del futuro: pro e contro della dynamic architecture Non è […]

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Torture medievali: gli strumenti del dolore

Le Torture medievali vengono ricordate come la punizione più terribile che la razza umana abbia inflitto.  Collocata tra la legge del taglione e l’abolizione della pena di morte, quella delle torture è stata una vera e propria epoca. Così come le istituzioni e i costumi della società segnano il progresso – o meno – di un popolo, anche il modo di punire gli uomini è indice di civiltà. E nel Medioevo gli infedeli, le streghe o i debitori avevano una sorte peggiore della morte. Strumenti di tortura o metodi spaventosi erano costruiti o inventati con uno scopo ben preciso: infliggere il maggior dolore possibile. Le torture medievali: dalle più note… Le torture medievali, usate in quel periodo per uccidere o durante gli interrogatori, hanno avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel periodo dell’Inquisizione. Nel 1252 Papa Innocenzo IV ne autorizzò ufficialmente l’uso nei processi contro gli eretici. L’eretico che avesse confessato avrebbe dovuto pentirsi e pronunciare in pubblico l’atto di fede. Per i casi più gravi c’era il famosissimo rogo. Il corpo della vittima, se bruciato, non sarebbe risorto dopo il giudizio universale. Le torture più tradizionali erano anche le più utilizzate. Con la corda si sollevava al suolo il sospettato legato per i polsi e lo si faceva precipitare da diverse altezze, con la stanghetta se ne comprimeva la caviglia tra due pezzi di metallo, con le tenaglie roventi se ne strappavano le carni. Ma c’erano strumenti di tortura medievali anche molto più articolati.  È il caso della fanciulla di ferro nota anche come Vergine di Norimberga, un contenitore di forma umana atto a raccogliere il corpo della vittima da vivo. Il suo interno era ricoperto di lame che non colpivano appositamente gli organi vitali ma fegato, occhi, reni. Il malcapitato, insomma, rimaneva cosciente fino alla fine. Molto note erano la tavola e la ruota. Con la tavola la vittima era attaccata a una tavola di legno tramite funi che, collegate a rulli,  legavano mani e piedi. Quando le funi erano tirate, le ossa erano portate al punto di slogatura e poi di rottura. Nel caso della ruota, invece, il malcapitato era legato alla ruota di un carro, braccia e gambe venivano spezzate da un boia. Il corpo martoriato era esposto al pubblico fino al punto di morte. …alle più terribili È il caso della sega, che prevedeva il segamento del condannato lungo l’asse longitudinale del suo corpo. Il peccatore era appeso a testa in giù e tagliato a metà. Il sangue, fluendo verso la testa, teneva in vita il più a lungo. Sempre lungo l’asse del corpo era altrimenti infilato un palo. Il cosiddetto impalamento era altrettanto atroce. La tortura medievale per le donne era lo strappaseno: letteralmente strappava il seno alle adultere e alle donne che avevano abortito. La pinza con tanto di uncini era usata anche sulle streghe. Lo spaccaginocchia funzionava invece come una morsa per falegnami. Era particolarmente usata dall’Inquisizione spagnola. Con tanto di punte affilate era attaccata al ginocchio dell’eretico e stretta progressivamente. Il risultato non è difficile da immaginare. […]

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Natale nel mondo: usi, tradizioni e curiosità

Immersa nello spirito incantato dell’inverno, la festività del Natale è accompagnata da uno specifico folclore sociale e religioso, variabile da paese a paese; numerose pratiche e simboli natalizi, quali l’albero, il ceppo, l’agrifoglio, il vischio, la stella di Natale e lo scambio di doni, erano già presenti nelle tradizioni del solstizio invernale dei popoli nordici prima dell’introduzione del Cristianesimo. In particolare, i doni conservano un aspetto fondamentale e universale nelle usanze natalizie: capillarmente diffusa in tutto il globo è, infatti, la mitica figura del dispensatore di regali ai bambini, che trae origine da San Nicola di Myra, vescovo di IV secolo, venerato dalla chiesa cattolica e ortodossa, variamente denominato, di cui ancora oggi i personaggi di Santa Claus e Sankt Nicolaus conservano il nome nei paesi nordeuropei.  In Germania, il sovracitato Sankt Nikolaus la notte tra il 5 e il 6 dicembre viaggia in groppa a un asino con il suo grosso sacco per depositare i regali negli stivali che i bambini hanno posto davanti alle porte delle loro case la sera precedente; San Nicola è accompagnato da Knecht Ruprecht, il suo assistente, vestito di abiti scuri, ricoperto di campane e con la barba sporca, che reca con sé un bastone o una piccola frusta per punire i bambini che si sono comportati male. In Svezia, dal 1966, ogni anno al principiare dell’Avvento è eretta una capra di paglia alta 13 metri nel centro della Piazza del Castello di Gävle. La capra è un simbolo scandinavo fin da prima della nascita delle tradizioni legate al Natale e rientra nel folklore nordico legato allo Yule, la festa pagana a cui quella cristiana del Natale si è sovrappone. Una leggenda racconta che il dio Thor viaggiasse nel cielo a bordo di un carro trainato da due capre e che ogni sera le uccidesse per mangiarle, resuscitandole poi il giorno successivo. Purtroppo, delle cinquanta versioni della capra erette fino all’anno scorso, 39 sono state bruciate illegalmente prima che arrivasse il Natale, nonostante i tentativi delle autorità cittadine di proteggerle. In Austria e nelle zone di lingua tedesca, i Krampus, caratteristici diavoletti complici di San Nicola, vagano per le vie della città e spaventano i bambini, minacciando di catturare quelli cattivi; durante la prima settimana di dicembre, molti giovani si travestono da Krampus, terrorizzando i bambini con campane e catene cigolanti. In Norvegia ha luogo una curiosa tradizione del Natale: nel giorno della vigilia, i Norvegesi sono soliti nascondere le loro scope, giacché, secondo un’antica leggenda norvegese, durante la notte di Natale escono allo scoperto anche streghe e spiriti malvagi insieme a Santa Claus, alla ricerca di scope da cavalcare; da qui deriva l’usanza di proteggerle in un posto sicuro, affinché le presenze maligne si serbino lontane dalle calde dimore della gelida Norvegia. Le tradizioni del Natale oltre l’Europa In altre aree del mondo, il Natale è celebrato mediante riti del tutto diversi da quelli specificamente europei. Nelle Filippine, il sabato prima della vigilia di Natale, nella città di San Fernando, ha luogo il Festival […]

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La bottega del veleno dall’antichità ai giorni nostri

Protagonista delle più folli procedure politiche, degli intrighi del potere e delle tragedie di Shakespeare, il veleno è una delle armi letali più utilizzate nel corso dei millenni. Il suo successo è dovuto alla morte invisibile e spesso impunita che esso determina. Soluzione ottimale per un omicidio perfetto, il veleno ha una lunga storia. Basti pensare che le prime tracce del suo utilizzo da parte dell’uomo risalgono a diecimila anni fa. Ma le tecniche e le procedure del veneficio sono tanto atroci quanto affascinanti. Veleno: dagli albori all’antichità classica Fin dall’ultimo periodo del Paleolitico l’uomo ha usato il veleno per cacciare. A scoprirlo è stato il paleontologo Alfred Fontan che, nella seconda metà dell’Ottocento, ritrovò in alcune grotte frecce ricavate dalle ossa di animali caratterizzate da particolari scanalature. In Asia, Africa, Amazzonia questa pratica era molto diffusa. In effetti il termine tossico potrebbe proprio derivare dal termine greco toxon (freccia). Nell’antica Grecia il termine pharmakon aveva un duplice significato: rimedio e veleno. È questo il periodo in cui si prende coscienza del fatto che un veleno non può essere definito solo come sostanza capace di mutare le proprietà delle cose. Infatti in latino il venenum è distinto dal malum venenum, per indicare la nocività di quest’ultimo e per distinguerlo dai medicinali – anche se molti veleni sono usati in campo medico. Ciò che rende tale un veleno è, quindi, la quantità somministrata e l’effetto che ha sul soggetto, effetto che varia da uomo a uomo. Come diceva Lucrezio “ciò che per uno è cibo, per altri è amaro veleno”. Le sostanze venefiche più diffuse per la cacciagione erano di origine vegetale: i Galli usavano l’elleboro bianco, i Celti il Ficus Toxicaria. Il veleno più utilizzato era, però, il siero di vipera. Ben presto il veleno diventò un’arma per uccidere l’uomo. Tipico era l’uso di veleni vegetali come cicuta, aconito, belladonna e assenzio e animali come cantaridina, sangue fermentato di toro, polveri ricavati da crostacei e salamandre. Notizie di avvelenamenti sono molto frequenti nella storia dell”Impero Romano. L’imperatore Augusto fu avvelenato dalla moglie Livia, Claudio da sua moglie Agrippina e Britannico per mano di Nerone. Fondamentale per l’arte dei veleni fu l’arsenico. Somministrato in piccole dosi progressive, questo veleno provoca una destabilizzazione che conduce pian piano alla morte. Il quadro clinico di un paziente avvelenato in questo modo non è chiaro e il motivo della morte resta ignoto. Questo fino al 1836, anno in cui il chimico britannico James Marsh ideò un test per scoprire le tracce di arsenico. Un ulteriore motivo per non utilizzarlo era il fatto che, importato dall’India, era venduto a carissimo prezzo. L’arte del veleno nel Medioevo e nel Rinascimento Con gli sviluppi dell’alchimia si sviluppò una vera e propria arte del veleno. Per questo motivo nelle corti si diffuse l’uso dell’assaggiatore. Ma anche questa difesa veniva elusa in qualche modo. Emblematica è la storia del re di Napoli Ladislao I che, noto per le sue numerose amanti, fu ucciso dal veleno applicato sull’organo genitale di una di esse. Tra le tecniche made in Italy […]

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Pezzeculiar: l’Italia promuove la sostenibilità ad Haiti

  Pezzeculiar è una singolare Start-up, divenuta da poco vero e proprio marchio di abbigliamento, ideata dalla giovane italiana Valentina Sardella, originaria di Orta Nova, che sta letteralmente sconvolgendo i pregiudizi riguardanti l’uso di materiali riciclati, celebrando il connubio tra capi usati e tailleur: sì, perché la prima innovazione del progetto, in piena adesione ai concetti di commercio equosolidale ed ecosostenibile, sta proprio nella tipologia di capi, nati dalle sapienti mani di giovani artigiane locali, a partire da abiti usati o dismessi, convertiti in disegni accattivanti, consegnati a nuova vita e reintrodotti sul mercato, con impatto ambientale minimo e risultati originali; inoltre, a rendere questa avventura ancora più speciale, sta l’idea di realizzarla a Petionville, quartiere di Port au Prince, capitale di Haiti, il piccolo paese caraibico che, dopo il terribile terremoto del 2010 e la conseguente epidemia di colera, prova ora a ricostruire un nuovo futuro nuovo, tra mille problemi, follie e speranze, vissute quotidianamente dalla popolazione locale. Come nasce il progetto e marchio “Pezzeculiar” Valentina ha iniziato a considerare il concetto nel novembre del 2016, benché non rientrasse nel campo della sua formazione professionale: laureata in Scienze Politiche all’Università “L’Orientale” di Napoli, ha svolto diverse esperienze con agenzie di sviluppo nell’ambito della cooperazione internazionale, lavorando dapprima per una ONG in Niger, poi per l’Unione Europea nel settore migrazione, occupandosi di produrre opportunità di lavoro per i migranti; tuttavia, frustrata dal lavoro d’ufficio che la allontanava dalla realtà concreta della popolazione locale e avvertendo i limiti dell’istituzione comunitaria, burocratizzata e legata a eccessive normative, ha deciso di voltare pagina, alla ricerca di un progetto maggiormente tangibile, ecologico e creativo, sviluppando un’idea slegata da qualsiasi pantano burocratico, che arrivasse in modo diretto al beneficiario. Così, trovandosi casualmente ad affrontare la problematica dell’enorme quantità di rifiuti prodotta dal mercato della moda, e riflettendo su tali negativi risvolti capitalistici percepibili anche ad Haiti – dove oggi vive con il compagno e i suoi due figli, in una realtà caratterizzata da vere e proprie catene di schiavitù basate sullo sfruttamento disumano della manodopera a basso costo -, è stata come “folgorata” dall’idea di lavorare con i vestiti di seconda mano, trattandosi di una materia prima estremamente accessibile: «Penso che sia stata l’incredibile energia creatrice e artistica che trabocca da questo paese a contagiarmi. Ho sempre adorato gli abiti, anche se non sono una che spende tanti soldi per questo», ha dichiarato Valentina alla rivista francese Challenges, alla quale riferisce anche il senso della misura e il buon occhio per i prodotti sartoriali, che le sono stati trasmessi dalla nonna. È proprio a Haiti che nasce la collaborazione con l’Acadèmie “Verona”, da anni in crisi a causa del massiccio calo di iscrizioni e della crisi economica. Così Valentina spiega al portale d’informazione Il Megafono: “Investendo una somma di denaro, ho assunto due sarte diplomate in questa scuola, affinché mi aiutassero a concretizzare la mia idea. La boutique e il laboratorio di produzione sono proprio all’interno di questa sede, in modo da creare una dinamica di […]

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Relampago del Catatumbo: il faro del Maracaibo

Relampago del Catatumbo: è così che in Venezuela è conosciuto un particolare fenomeno atmosferico, strano almeno quanto il nome che porta. La traduzione è fulmini del Catatumbo. Si tratta di una tempesta senza fine che avviene da migliaia di anni nel cielo venezuelano.  I fulmini iniziano di solito un’ora dopo il tramonto, 160 notti all’anno, 10 ore al giorno e fino a 280 volte all’ora. Sono visibili a 400 km di distanza tanto da essere stati usati come punto di riferimento. Per questo motivo il luogo prende il nome di faro del Maracaibo. Il fenomeno si verifica sul punto in cui il fiume Catacumbo sfocia nel lago Maracaibo. Il sito è oggi riconosciuto come il più grande generatore di ozono troposferico al mondo. Come si spiega il Relampago del Catatumbo? Numerose sono le teorie avanzate. È probabile che il gas ionizzato delle torbiere emesse dal Catatumbo, incontrando le nubi temporalesche che scendono dalle Ande, crea la condizione ideale per il verificarsi del fenomeno. In realtà è molto più sostenuta l’ipotesi secondo la quale lo scontro tra i freddi venti provenienti dalle vette della cordigliera e l’aria calda e umida che evapora dal lago porti alla ionizzazione delle particelle d’aria. Ad ogni modo la massa di nuvole temporalesche crea un arco voltaico a più di cinque chilometri d’altezza. Il risultato è una sinfonia luminosa che lascia a bocca aperta migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Il primo scrittore che ne parlò fu lo spagnolo Lope de Vega nel poema La Dragontea del 1597. Egli raccontò del tentativo da parte di Sir Francis Drake di prendere la città di Maracaibo, tentativo sventato dalla luce dei fulmini che mostrò la posizione degli uomini. Ma la tempesta di fulmini fu anche descritta da naturalista  tedesco Alexander Von Humboldt e dall geografo italiano Agostino Codazzi. Lo spettacolo, che va avanti da migliaia di anni, si interruppe solo nel gennaio del 2010. I fulmini cessarono per poi riapparire dopo tre mesi. La causa di questo cambiamento fu forse dovuto alla variazione di temperatura che interessò il Venezuela in quel periodo e causò diversi problemi legati alla siccità.  Attualmente il governo del Venezuela sta facendo in modo che l’UNESCO riconosca il sito del relampago patrimonio dell’umanità. Il relampago del Catatumbo è osservabile dallo stato di Zulia, che reca sulla sua bandiera proprio il simbolo di un fulmine. In alternativa possiamo goderci parte dello spettacolo qui.

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Il numero phi della proporzione divina: 1,618

Cos’è la proporzione divina? Partiamo dal 1,618, il numero più discusso e più enigmatico del mondo. Si cela dietro ogni aspetto della natura, dalla botanica all’anatomia, dall’architettura all’informatica, tanto da essere considerato come una firma del creatore stesso. Per questo motivo il numero Φ (=phi) è definito il numero della proporzione divina. Proporzione divina e successione di Fibonacci: Φ nella sezione aurea Quando parliamo della serie di Fibonacci ci riferiamo a una sequenza di numeri in cui ognuno è dato dalla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89 … Lo scopo del matematico pisano Leonardo Fibonacci era quello di studiare la crescita di una popolazione di conigli. Tuttavia la successione di Fibonacci non è rilevabile solo in questo aspetto della natura: Gran parte dei fiori hanno un numero di petali pari ai numeri presenti nella successione Le infiorescenze sui girasoli seguono due spirali che girano in senso orario e antiorario: ogni spirale contiene un numero di semi presente nella successione (di solito 34 o 55). La stessa cosa avviene per le pigne e per molti altri fiori Solitamente le foglie allineate su un ramo di un albero sono pari a un numero presente nella successione. Vari tipi di conchiglie, come quella del mollusco Nautilus, hanno forme a spirale. Questa particolare forma geometrica, chiamata spirale di Fibonacci, è data dai quarti di circonferenze inscritte nei quadrati con lati equivalenti ai numeri della successione Il rapporto tra le falangi di un uomo è un numero di Fibonacci, come anche il rapporto della lunghezza del braccio e dell’avambraccio Ma cosa c’entra Fibonacci con il numero Φ? Per ottenere il nostro magico numero basterà calcolare il rapporto tra due numeri vicini nella successione. Il valore ottenuto sarà tanto più approssimato al numero 1,618, quanto più in numeri considerati sono alti. Le sue infinite cifre decimali sono state approssimate a diecimila… fin ora! Oltre ad essere il più difficile da approssimare facendo un rapporto tra due numeri interi, è presente in ogni forma e in ogni aspetto. Rapporto, sezione o numero phi aureo: può un numero regolare le leggi dell’universo?  Sì. Il numero della divina proporzione si trova, oltre che in geometria: Nei frattali, come coefficiente di omotetia In arte. Secondo alcune teorie molti artisti hanno fatto uso della sezione aurea nella pittura, con i disegni appositamente scelti per generare gradimento. È il caso di Giotto, Cimabue, Leonardo, Seurat e molti altri. In architettura invece la sezione aurea è oggetto del Modulor – letteralmente modulo d’oro – di De Corbusier Nella musica. Il violino deve il suo suono alla particolare forma della cassa armonica che, secondo alcuni, è ottimale proprio quando segue la geometria aurea; il pianoforte, con i suoi 13 tasti delle ottave, distinti in 8 bianchi e 5 neri, divisi in gruppi di 2 e 3, segue lo schema dei numeri di Fibonacci. Ma non è tutto: già Pitagora aveva osservato che gli accordi musicali ottenuti da corde le cui lunghezze siano in rapporto come numeri interi piccoli (phi) risultassero particolarmente gradite. Tutti i […]

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Petrus Gonsalvus: il gentiluomo che ispirò “La Bella e la Bestia”

Il remake disneyano de “La Bella e la Bestia”  (qui recensito) ha senz’altro stimolato le ricerche riguardanti uno dei più amati classici dell’animazione. Il modello dell’affascinante e famosa fiaba europea, che ha incantato e fatto sognare intere generazioni in molteplici varianti, s’incentra sul fascino dell’apparente diversità, sulla trasformazione e la redenzione conclusiva, che trae le sue origini da alcuni testi della letteratura greco-latina del II secolo d.C., tra i quali spicca la favola di “Amore e Psiche”, narrata nella celebre opera “Le Metamorfosi” (o “L’asino d’oro”) di Apuleio, autore di formazione platonica nato nella provincia romana della Numidia. A partire da questa materia, nel 1550 lo scrittore italiano Giovanni Francesco “Straparola” avrebbe riplasmato il racconto originale, realizzando in tal modo la prima versione scritta de “La Bella e la Bestia” nel suo libro di racconti “Le piacevoli notti”. Ebbene, oltre i numerosi adattamenti e trasposizioni che questa fiaba ha conosciuto in tutta Europa, fino alla prima versione edita nel 1740 ad opera della scrittrice francese Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, alcune chiare similitudini hanno indotto popolarmente ad associare il racconto a una storia vera, conclusasi sulle sponde del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo. La fiaba scritta dallo Straparola, infatti, pur rispolverando un materiale precedente, parrebbe ispirarsi all’incredibile vicenda del nobile Petrus Gonsalvus, nome latinizzato di Pedro Gonzales, appartenente alla corte di Enrico II di Francia, uno dei personaggi più noti nell’ambiente aristocratico del XVI secolo. Storia di Petrus Gonsalvus: da Tenerife alla corte di Francia Nato a Tenerife, discendente dei “mencey”, i re dei Guanci, aborigeni delle Canarie, sconfitti e resi schiavi dalla conquista spagnola alla fine del ‘400, Pedro aveva una caratteristica che lo rendeva singolare: era affetto da ipertricosi congenita, un’alterazione genetica che si manifesta con l’eccessiva crescita di una folta e lunga peluria su tutto il corpo, compreso il volto. All’età di dieci anni, pare fosse inviato come “regalo” dalle Canarie al Re Carlo V d’Asburgo, nei Paesi Bassi, ma durante la traversata in mare un’incursione di corsari francesi portò alla cattura del piccolo Pedro, che fu recato, invece, come dono di matrimonio ad Enrico II di Valois, re di Francia, il quale latinizzò il suo nome e lo accolse nella sua corte. Qui la patologia che lo affliggeva destò grande curiosità nella regina Caterina de’ Medici, donna di forte personalità, amante entusiasta dell’esotico, che rivelò fin da subito un estremo interesse e orgoglio nell’ospitare tra i suoi cortigiani una testimonianza così straordinaria; si occupò, pertanto, di fornire alla sua “icona esotica” la più alta formazione culturale del tempo, fondata sullo studio della lingua latina e delle discipline umanistiche, sì che Petrus crebbe come un vero gentiluomo. Giunto in età da matrimonio, la regina fece in modo di trovargli una sposa tra le più proprie dame di corte, scegliendo la più bella, Catherine Raffelin: la quale, si narra, svenisse alla vista del giovane. Tuttavia, sia le doti intellettuali dell’acculturato e solitario Petrus, sia i lineamenti regolari al di là della peluria e la corporatura imponente caratteristica […]

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