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La categoria Notizie curiose contiene 147 articoli

Notizie curiose

Oggetti anonimi: il mondo del No Name Design

Gli oggetti anonimi sono prodotti e oggetti che usiamo ogni giorno e di cui non conosciamo il progettista né, spesso, l’azienda produttrice. Il mondo degli oggetti anonimi è un universo di prodotti sconosciuti, ma con tante intelligenti componenti di progettazione; si tratta ad esempio di tools per l’utilizzo quotidiano, strumenti semplici ed efficaci in cui, osservandoli, possiamo riconoscere valore. Come riconoscere gli oggetti anonimi? In un momento storico in cui la firma è tutto e il brand di un prodotto indica uno status symbol, gli oggetti anonimi si collocano controcorrente. Essi sono prodotti che spesso passano inosservati ma allo stesso tempo sono dei veri e propri evergreen, perché risolvono un problema reale in maniera semplice ed efficiente. Le virtù del design anonimo sono viste come un modello dai designer per l’intelligente progettazione che ha reso i prodotti indispensabili nelle attività quotidiane. La Moka Bialetti, l’Ape Piaggio, le sedie di Chiavari, il cappello Borsalino, la pentola a pressione, il gelato “La coppa del nonno”, la bottiglietta del Campari Soda, la puntina da disegno, il coltellino svizzero, la cerniera Zip, la sdraio da spiaggia, i contenitori Tupperware, il Walkman, molti modelli di orologio Swatch e di occhiali Persol. Questa è la piccola lista di oggetti anonimi proposta dall’associazione disegno industriale italiana ADI. In tutti questi casi il designer di prodotto non è noto e spesso ciò avviene anche per la prima ditta produttrice. Piuttosto è possibile considerare questi oggetti come il risultato di un progetto nato innanzitutto da un’esigenza funzionale. Gli oggetti anonimi risolvono un problema, svolgono il loro lavoro. Nella loro progettazione sono stati considerati gli aspetti economici, di produzione, distribuzione, comunicazione e commercializzazione. La forma data allo strumento è assolutamente adatta allo scopo: semplice, ergonomica al punto giusto, essenziale. Mostre e pubblicazioni sul No Name Design Per quanto anonimi, gli oggetti di questo tipo destano molta curiosità da parte dei designer ma anche dei consumatori. Molte mostre e pubblicazioni sono state dedicate a questi artefatti, ripercorrendo la loro storia ed evoluzione dall’età pre-industriale – e quindi precedente al design industriale – fino ai giorni nostri. Il più famoso collezionista di oggetti anonimi è stato Achille Castiglioni, uno dei più famosi designer di sempre. Nel suo studio egli collezionava gli oggetti anonimi raccolti durante il corso della sua vita. Per celebrare il suo centesimo compleanno, la Fondazione Achille Castiglioni ha organizzato una mostra curata da Chiara Alessi e Domitilla Dardi incentrata proprio sul tema degli oggetti anonimi. Per questo evento è stato chiesto a cento designer italiani e internazionali di donare un loro oggetto anonimo per il maestro Castiglioni. L’evento, chiamato “100×100”, ha raccolto questi oggetti che avrebbero sicuramente destato curiosità nel collezionista, quella curiosità che lo spingeva ad indagare tali artefatti per trovare ispirazione dalla loro funzionalità. Un altro noto nome di collezionista di oggetti anonimi è Franco Clivio, designer e insegnante, in particolare alla Hochschule für Gestaltung di Zurigo. Egli ha raccolto per decenni tutti quegli oggetti di uso quotidiano spesso considerati insignificanti e ha creato una collezione personale […]

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Accento circonflesso: origini e caratteristiche

In questo articolo approfondiremo alcuni aspetti legati all’accentazione linguistica, riguardanti in particolare il meno conosciuto accento circonflesso. L’accento intensivo, detto anche dinamico o espiratorio, e l’accento melodico, detto anche musicale o cromatico, producono un succedersi periodico di fonemi articolati più energicamente o su un tono più alto dei fonemi contigui: le sillabe si collegano, infatti, nella parola e nella frase, in modo da formare unità ritmiche, cioè complessi fonici scalati secondo l’intensità o l’altezza musicale. Quando si indica l’accento intensivo come caratteristico, per esempio, dell’italiano, in realtà si afferma che in questa lingua il parlante sente l’intensità piuttosto che la melodia; e quando si attribuisce, per esempio, al greco antico un sistema di accentazione melodico, si viene a dire che in quella lingua il parlante sentiva la melodia a preferenza dell’intensità. Inoltre, spesso, all’intensità dell’accento è legata la quantità della vocale accentata: ad esempio in latino si hanno pālus “palo” e pălūs “palude”, sērō “tardi” e sĕro “io intreccio”. Si denomina accento acuto il grafema ˊ, accento grave il grafema ˋ  e accento circonflesso, il grafema ^; il loro valore non è unico, variando secondo i sistemi grafici nazionali e, nell’ambito di molti di questi, secondo le abitudini individuali. L’accento circonflesso nel greco antico, nel francese e in matematica Premesso ciò, occupiamoci ora del valore e delle caratteristiche dell’accento circonflesso. Innanzitutto, nel periodo classico (V-IV secolo a.C.) gli accenti di parole non erano indicati per iscritto, ma dal II secolo a.C. in poi furono ideati alcuni segni diacritici; i tre segni adoperati per indicare l’accento nel greco antico, l’acuto (ά), il circonflesso (ᾶ), e il grave (ὰ) sono stati introdotti da Aristofane di Bisanzio, filologo e grammatico a capo della biblioteca di Alessandria in Egitto all’inizio del II secolo a.C., epoca in cui si registrano i primi papiri con segni di accentazione. Tra il II e il IV secolo d.C. la distinzione tra acuto, grave e circonflesso scomparve e tutti e tre gli accenti vennero pronunciati come accento identico, generalmente ascoltati sulla stessa sillaba. Nell’ortografia politonica del greco, il grafema ~ può comparire soltanto su un dittongo o una vocale lunga poiché è un accento composto – formato da una mora accentata e una atona (cioè da un innalzamento della voce sulla prima mora e un abbassamento sulla seconda), dunque indicante una combinazione tra accento acuto e grave, ossia un iniziale innalzamento di tono, che termina con un abbassamento, oppure prodotto dalla contrazione di due vocali – e soltanto sull’ultima o penultima sillaba di un vocabolo. Una serie di norme regolamenta il suo uso: – per la legge del trocheo finale, se in una parola greca l’ultima sillaba è breve e la penultima lunga (cioè termina con un trocheo, — ∪), e l’accento cade sulla penultima, questo sarà obbligatoriamente circonflesso; – quando due vocali contraggono, se l’accento cade sul primo elemento della contrazione l’accento sarà circonflesso; – il risultato della crasi – ovvero la contrazione di una vocale aspra finale con la vocale aspra iniziale della parola seguente – è sempre […]

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Cosa fare quando ci si annoia? Alcuni consigli per allontanare la noia

Cosa fare per combattere la noia? Scoprilo, leggendo qui! Nella quotidianità può capitare di annoiarsi: frequentemente capita di provare noia e di non sapere cosa fare; naturalmente esistono diversi rimedi, o meglio attività, da intraprendere, proprio quando ci si annoia. Le cose da fare, si differenziano in base alla categoria di attività con le quali si ha più affinità, strettamente collegate alla personalità di chi le sceglie o svolge. Una tra queste potrebbe essere la musica, oppure l’arte, o ancora il bricolage. Insomma, una serie di possibilità che consentono di impiegare il proprio tempo libero senza annoiarsi. Uno dei consigli più semplici e spesso considerati quasi banale, è quello di leggere un bel libro, magari una storia coinvolgente, un romanzo d’amore o un giallo, che sappia appassionare e coinvolgere al tempo stesso. Se si sceglie di leggere come attività “anti-noia”, è molto importante trovare un ambiente confortevole e accompagnare la lettura con una tisana calda o qualche pasticcino, che contribuiranno a rendere speciale quel momento. Dunque, un libro è un buon alleato quando ci si annoia, ma non a tutti piace leggere, e infatti, esistono altre attività, diverse tra loro, da svolgere, per impiegare il proprio tempo. Un’altra simpatica attività, potrebbe essere il giardinaggio, anche in questo caso, se la persona che decide di svolgerlo, ha una forte passione per il verde. Trascorrere del tempo all’aria aperta, a contatto con la natura, permetterà di rigenerare la mente e caricarsi di energia positiva. In tal senso, un’altra cosa da fare, potrebbe essere una passeggiata, magari ascoltando della buona musica, osservando e fotografando ciò che quotidianamente, a causa degli impegni che attanagliano, sfugge all’attenzione, nutrendosi di nuovi particolari e sfumature paesaggistiche, culturali, ambientali. Dal punto di vista psicologico, la noia è uno stato d’animo, che prova una persona che vorrebbe fare qualcosa, ma è bloccata in una sorta di stallo emotivo. Spesso ci si annoia a causa dei vari impegni di routine, che creano un circolo vizioso, ovviamente di natura passiva, che irrimediabilmente conduce ad uno stato di noia. Tra le varie attività, alcune molto semplici e simpatiche, si sconsiglia l’uso di internet, in quanto, esso è parte integrante della vita di tutti i giorni, e dunque, utilizzarlo per riempire anche i cosiddetti momenti “vuoti”, non rappresenta una vera e propria distrazione. Leggere, scrivere (magari un diario segreto o un romanzo) suonare, fotografare, cucinare, dipingere, riordinare, dedicarsi alla cura del corpo, telefonare, meditare, studiare, fare sport, sono tutte potenziali attività da scegliere qualora ci si annoiasse. Qualsiasi di essa si scelga (questa è solo una breve lista) bisogna sempre ricordare che annoiarsi è un modo per sviluppare l’immaginazione, ma è anche un motivo in più per capire cosa fare nella vita e come sfruttare il proprio tempo. Magari, tra le tantissime attività da fare quando ci si annoia, una di esse, potrebbe col tempo diventare una passione o anche una professione. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/pioggia-bambini-triste-annoiato-20242/

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Anno sabbatico tra origini e usanze moderne

Cos’è davvero un anno sabbatico? Come prendersi un anno di pausa dal lavoro o dagli studi, per dedicare il tempo alle passioni e agli affetti? “Mi prendo un anno sabbatico” è una di quelle frasi più sentite nei film o nel gruppo dei pari, ma la sua definizione ha origini molto antiche. La sua denominazione deriva dall’ebraico “shabbat”, ovvero sabato, il giorno destinato al riposo. Nella cultura ebraica, l’anno sabbatico non era una possibilità eventuale, ma una festività che ricorreva ogni sette anni. In onore di Dio, secondo le leggi Mosaiche, ogni sette anni, si lasciava riposare la terra, si condonavano i debiti e gli schiavi potevano tornare in libertà. In particolare, per quanto riguarda la questione schiavitù c’è una precisazione da fare: gli schiavi erano quelle persone che per debiti non estinti o reati commessi, dovevano lavorare presso una famiglia, in genere appartenente alla schiera del creditore, fino a risarcire del tutto i danni. Ad oggi l’anno sabbatico può essere denominato anche come “gap year” o “career break”. Esso consiste nella possibilità di interrompere il proprio lavoro o gli studi, per dedicarsi ad altro, come inseguire un sogno professionale, realizzare un progetto o praticare volontariato. Il gap year è molto comune tra i giovani negli Stati Uniti. Gli studenti statunitensi si permettono un anno di pausa tra la fine delle superiori e l’inizio dell’università, o tra la fine degli studi universitari e la prima esperienza lavorativa. La maggior parte degli studenti decide di passare il proprio anno sabbatico all’estero per imparare una nuova lingua, o per inseguire una vocazione artistica. Diversi studi attestano che chi decide di prendersi un anno di pausa, dopo le superiori, in media ha un rendimento migliore al college. In tempi recenti, tale pausa si è diffusa anche tra i meno giovani, soprattutto se si tratta di categorie che svolgono un lavoro di forte stress (come manager o professionisti della finanza). Gli uomini d’affari sembrerebbero dedicare il loro anno sabbatico alla famiglia. Come prendersi un anno sabbatico in Italia Sono poco conosciute ad oggi, in Italia, due possibilità che seguono la scia del gap year: gli istituti dell’aspettativa non retribuita e il congedo formativo. Si tratta nello specifico, di periodi di pausa dal lavoro non retribuiti, dove alla fine dei quali il lavoratore riavrà il suo posto di lavoro. Possono accedere a tale diritto, i lavoratori che abbiano maturato più di cinque anni di anzianità in un’azienda o presso un altro ente, ed è necessario una richiesta scritta e firmata dal lavoratore stesso. La durata massima è di 11 mesi, ma durante il periodo di pausa, il lavoratore non potrà svolgere alcuna attività retribuita. Si potrà fare richiesta una sola volta nella vita lavorativa all’interno della stessa azienda. È da ricordare che durante l’anno di pausa, il lavoratore non maturerà ferie né scatti di anzianità professionali, ed ovviamente alcun contributo pensionistico. I congedi nel nostro Paese sono disciplinati dalla legge n.53 del 2000, conosciuta anche come legge Turco. Tale normativa ha come obiettivo principale quello […]

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Borse e borsette italiane: i marchi del Made in Italy

Borse e borsette italiane, accessori irrinunciabili ed elementi di stile per esprimere personalità. Il mondo delle borse è un universo immenso e ricco di modelli che variano per forma, materiale, dimensioni e utilizzi. L’Italia vanta una tradizione secolare per quanto riguarda la lavorazione della pelle e dei tessuti, che affonda le radici addirittura nelle botteghe medievali. Le marche di borse Made in Italy sono nate nei primi anni del ‘900 e hanno saputo compiere i primi passi nell’industria della moda fino ad arrivare ad esserne capisaldi indiscussi. Le marche più famose di borse e borsette italiane: Gucci Gucci è un colosso della moda italiana ed è molto famoso per la produzione, oltre che di abiti, proprio di accessori da pelletteria. Nel 1921 Guccio Gucci apre l’omonima e prima azienda a Firenze, proprio per la produzione di articoli da pelletteria. Qualità dei materiali, realizzazione, design; le cifre caratteristiche della moda italiana sono impersonate da questo marchio che, dagli anni ’50, ha visto sempre crescere la sua fama. Dalla prima apertura dello store a New York Gucci esso è diventato assolutamente internazionale ed è uno degli esempi più famosi di design e manifattura italiana nel settore dell’alta moda. Peccato che oggi la proprietà del marchio non sia più italiana! Infatti, fa parte del gruppo Kering con sede a Parigi che controlla altre industrie del lusso come Saint Laurent e Alexander McQueen. Ad ogni modo la sede principale è ancora a Firenze e il direttore creativo del marchio è italiano. L’azienda Gucci è famosa per la produzione di borse e borsette di ogni tipo ma alcune delle più caratteristiche sono quelle a bauletto in tela monogram, modello la cui esclusività è però attribuita alla francese Louis Vuitton. L’eleganza di Armani Giorgio Armani è uno stilista che con la sua unicità ed eleganza ha saputo conquistare negli anni fama mondiale. Il marchio Armani è stato fondato nel 1975 da Giorgio Armani e Sergio Galeotti a Milano. L’azienda da sempre produce abiti da uomo e donna ma è anche famosa per i suoi accessori. Fin da subito a caratterizzare l’azienda sono state le giacche flosce da uomo e donna, la morbidezza delle stoffe, i colori sfumati, la portabilità degli abiti. Nel 1980 Giorgio Armani vestì Richard Gere in “American gigolò”, il film che rese popolare lo stilista in tutto il mondo. Dal 1981 alla collezione principale di alta moda, Giorgio Armani affiancò la linea Emporio Armani, con collezioni meno costose e più accessibili. Eleganza, misura, design pulito, colori rilassanti e sofisticati. Armani è uno dei marchi che ha più contribuito al successo del Made in Italy. Le borse e borsette italiane con questo marchio sono divise in quelle più giovanili e trendy e quelle più classiche: le prime hanno colori vivaci e originali, materiali e finiture varie e prezzi che si aggirano su qualche centinaio di euro, le seconde invece risentono di uno stile più classico, con linee più eleganti e colori più austeri e prezzi che si aggirano sui mille euro. Il colosso Prada […]

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Foglia d’oro: tecniche e utilizzi di ieri e di oggi

La foglia d’oro è un sottilissimo strato d’oro disponibile in diversi carati, spessori e dimensioni. Una patina dorata che da sempre è stata utilizzata nei più svariati modi per arricchire, adornare e decorare le produzioni artistiche di ogni tipo. La sua storia è molto antica ma i suoi utilizzi sono più che attuali! Dorature decorative, cosmesi, food design sono solo alcuni dei campi di applicazione della pregiata foglia dorata. Tecniche di produzione della foglia d’oro, dall’antichità ai giorni nostri La produzione della foglia dorata è un processo molto antico che si ripete oggi con poche variazioni, nonostante la scoperta e l’invenzione delle nuove tecnologie. Al giorno d’oggi non sono molti gli artigiani che producono la foglia d’oro e che lo fanno utilizzando le stesse procedure che risalgono al Rinascimento. Le notizie sulla foglia d’oro risalgono a circa 5000 anni fa. Essa era molto utilizzata in Oriente, soprattutto in Cina e in Giappone. Il culmine del suo utilizzo si ritrova sicuramente nelle produzioni dell’arte bizantina e rinascimentale, quando veniva impiegata con scopi ornamentali nella produzione di dipinti su tavola di legno per raffigurare le aureole dei Santi, la luce del sole e tutto ciò che di immortale ed eterno poteva essere associato al nobile metallo. La foglia d’oro zecchino è da tempo utilizzata per i restauri delle opere d’arte ma oggi trova impiego nei più svariati campi e richiede quindi delle tecniche e miscele specifiche a seconda dell’utilizzo a cui è destinata. Le tecniche per la sua produzione sono i processi di deformazione a caldo e successiva battitura. Il processo avanza per gradi: dal lingotto si ricava una lamina di 6 cm che è progressivamente assottigliata fino a raggiungere i 0,3 mm. La lamina così ricavata è tagliata in quadrati che vengono impilati alternativamente a strati di carta. La pila è poi posizionata tra due strati di pelle animale e sottoposta a diversi cicli di battitura, a seconda dello spessore richiesto. Le foglie in commercio si distinguono in: Foglie libere, adatte per decorazioni di intarsi e per la doratura di superfici lisce, soprattutto nel settore del mobile di lusso Foglie a decalco, appoggiate su uno strato di carta velina che ne facilita la presa, adatte per la decorazione di superfici piane e in esterno Foglie a filo, tagliate a misura del libretto, utilizzate soprattutto nel mercato francese per la doratura a missione Foglie in rotolo, appoggiate su un rotolo di carta velina, per le grandi superfici. Gli svariati utilizzi della foglie dorate La foglia d’oro per la doratura è utilizzata sia a caldo che a freddo. Il processo di utilizzo a freddo è più versatile e si usa molto in legatoria o per decorare le superfici in metallo, legno e vetro. Questo tipo di applicazione necessita di ingredienti come colle, gessi, argilla, albume d’uovo che si sovrappongono seguendo le istruzioni tramandate dagli artigiani rinascimentali. La foglia deve riposare alcuni giorni ed è lucidata con attrezzi di agata e ricoperta di vernici trasparenti. Il processo a caldo è invece il più utilizzato […]

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Pipernia forte: tanti usi e proprietà benefiche

La pipernia forte, conosciuta anche come piperna, è un’erba aromatica, coltivabile sia in vaso che in giardino, dotata di rinomati benefici fisioterapici e molto utilizzata in cucina, nella preparazione di piatti tipici della tradizione. L’erba aromatica è diffusa soprattutto in Campania, in particolar modo ad Ischia, piccola isola del Golfo di Napoli, dove da sempre è utilizzata in campo culinario. Dal punto di vista fitoterapico, essa ha diverse proprietà, è drenante, depurativa e astringente, inoltre risulta essere un ottimo aiuto per le difese immunitarie, ha potere antisettico e combatte i parassiti dell’intestino. Infine, non certo per importanza, è ipocalorica (si calcolano circa 70 calorie per 100 grammi). Sicuramente uno dei benefici più apprezzati è quello di riuscire a stimolare il metabolismo, contribuendo in questo modo a bruciare grassi e allo stesso tempo ad inibire l’assimilazione degli stessi, riducendone di conseguenza l’assorbimento. La pipernia forte è una pianta perenne, alta circa 80 cm, caratterizzata da steli piuttosto sottili, dai quali fuoriescono le foglie di colore verde e dal piacevole quanto intenso profumo. Proprio grazie alla profumazione, oltre che in ambito prettamente gastronomico, la pipernia, è utilizzata anche nella preparazione di tisane e decotti, e soprattutto in campo cosmetico, per la realizzazione di oli essenziali, creme e profumi. La coltivazione della pipernia predilige terreni ovviamente feritili, umidi e sempre ben drenati, ecco perché essa cresce rigogliosa sull’isola d’Ischia, dove il sottosuolo è ricco di sali minerali e soprattutto riesce a mantenere un tasso di umidità costante. La pipernia forte, come accennato in precedenza, è una pianta aromatica antica, utilizzata in passato dalle massaie dei piccoli borghi (soprattutto campani) per arricchire zuppe e piatti tipici della tradizione locale. Essa è una pianta piuttosto resistente, difficilmente attaccata da parassiti o agenti esterni, e facile da coltivare, soprattutto in giardino. Grazie alle proprietà fitoterapiche e balsamiche (infatti è molto utile in caso di tosse e raffreddore) la pipernia forte, il cui nome deriva dal greco e significa “Coraggio”, i soldati romani solevano bagnarsi con acqua di Timo, alla quale spesso è associata, per acquistare vigore fisico e coraggio, è molto conosciuta ed apprezzata per il retrogusto amarognolo che la identifica. Una pianta dal sapore unico, dal profumo avvolgente, che racchiude nel suo esile fusto, l’essenza di una spezia dalle mille proprietà. Un vero e proprio concentrato di benessere, sia per chi ama lo sport, sia per coloro che la gustano, utilizzandola semplicemente come spezia, o ancora, per quanti usufruiscono dell’efficacia in campo medico. – Immagine in evidenza: Verde In Fiore

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Plopping: come gestire i capelli ricci

Il plopping è una tecnica molto conosciuta ed è utilizzata per modellare e dominare i capelli ricci, spesso ribelli e ingestibili. Il termine deriva dall’inglese plop e significa letteramente “raccogliere i capelli in un panno”, che può essere un turbante in spugna o un asciugamani in microfibra. Il procedimento prevede che i capelli bagnati subito dopo lo shampoo vengano appunto arrotolati all’interno di un ‘panno’. Questa semplice e “banale” azione è utile in quanto consente di creare ricci morbidi o semplicemente delle onde voluminose, eliminando quel fastidioso effetto “paglia” che spesso affligge chi ha i capelli ricci. Anche se i prodotti per detergere e curare i capelli ricci (shampoo, maschere per capelli, spume, balsamo) sono sempre più numerosi, il problema della definizione del riccio interessa sempre più persone. Sembrerebbe infatti che la tecnica del plopping sia nata proprio per ovviare a questo problema, con un metodo semplice e soprattutto realizzabile da tutti. Plopping, il procedimento passo passo Una volta raccolti capelli tenendo la testa in giù, bisogna aver cura di sistemarli al centro del panno disposto su una superficie orizzontale. Il lembo anteriore del panno va appoggiato dietro la testa, dirigendolo verso la nuca; il lembo posteriore del panno va arrotolato in due estremità che devono essere attorcigliate tra loro dietro la testa per formare un turbante. Per quanto riguarda il cosiddetto“tempo di posa”, il mondo del web, dove sono numerosissimi i video tutorial a tal riguardo, si divide: c’è chi per l’appunto consiglia di tenerlo su tutta la notte; e chi invece sottolinea che il tempo di posa non debba superare i trenta minuti. Indipendentemente da questo, una volta rimosso il “panno”, strumento indispensabile per realizzare il plopping, basterà definire i capelli con le mani, senza aprire le varie ciocche, ma chiudendo ognuna di esse in una sorta di pugno chiuso, per dare una maggiore definizione al riccio; svolta questa semplice azione, si passa all’asciugatura, possibilmente con il diffusore, (applicando prima un buon termoprotettore, che permetterà di non bruciare i capelli con il calore sprigionato dall’asciugacapelli) senza toccare i capelli e asciugandoli  a testa in giù. I capelli ricci non sono facili da gestire, ma il plopping, con una serie di accorgimenti, può donare definizione e morbidezza ai propri capelli.   Immagine in evidenza:  Foto di Karen Arnold da Pixabay

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Le 5 domande più temute del Natale in famiglia

Finalmente, è Natale. Freddo, che quest’anno è tardato ad arrivare. Regali sotto l’albero, da scartare a mezzanotte. Buoni propositi per l’anno nuovo, gli stessi ogni anno. Decorazioni che rallegrano l’atmosfera. Tavole imbandite ricche di prelibatezze. La tipica cena di pesce della vigilia. Struffoli e pastiera, anche se la tradizione napoletana vuole sia un dolce pasquale. Panettone o pandoro, a seconda dei gusti: una faida che si ripropone ogni anno a tavola. E ancora, l’immancabile insalata di rinforzo, che nessuno riesce mai a gustare per bene, già troppo sazio. Tanto si sa, nessuna dieta (r)esiste fino al 6 gennaio. Ma soprattutto, il Natale è momento di riunione familiare. Che si tratti degli stessi parenti che vedi ogni domenica, o dei cugini oltreoceano, parte della magia del Natale risiede proprio nel ricongiungersi tutti attorno ad immense tavolate. E ogni Natale, tra una portata e l’altra, all’appello non mancano mai le solite domande di rito, le più sgradevoli e moleste che si possano immaginare, quelle domande che rompono l’atmosfera idilliaca post cenone, quelle domande che stanno ad un’allegra tavolata come il gesso stridente sta alla lavagna nell’ora di matematica. Domande da non fare, domande che, forse proprio per questo, si ripropongono ogni anno durante le feste. Le 5 domande più temute a Natale… e non solo! E il fidanzatino? E la fidanzatina? La più classica, la più frequente, nonché più indesiderata da single, zitelle incallite e soggetti riservati. E se finalmente, per rompere il solito schema di ogni anno, hai finalmente qualcosa da raccontare con orgoglio, sia pure un’avventura di due giorni che rompe la tua monotonia di single, veloce come un fulmine arriverà la controdomanda, più molesta della precedente: E quando ti sposi? Quando ti laurei? La domanda più temuta dai trentenni fuoricorso, l’unica domanda in grado di far sentire in colpa perfino le matricole, che di esami in arretrato ancora non ne hanno ma già sentono insinuarsi il timore di finire a prendere una triennale in 10 anni, come quell’amico scansafatiche da cui ti vedi mettere in guardia circa quindici volte al giorno. Realizzi improvvisamente che, mentre tu sei lì seduto a tavola a gozzovigliare, i libri da studiare per l’esame in agguato subito dopo le feste sono sulla scrivania a prendere polvere da una settimana. E non hai ancora finito il programma… Ansia! Hai trovato lavoro? Ti sei finalmente laureato o hai scelto di fermarti dopo il diploma? Non sentirti escluso, abbiamo domande moleste anche per te. Ti si potrebbe chiedere, per esempio, quanto guadagni. Sempre nell’eventualità di una risposta affermativa alla prima domanda. In caso contrario, preparati a ricevere tutto il calore e la compassione della tua famiglia. C’è crisi… Andrà meglio il prossimo anno, vedrai! E la dieta come va? Cara zia salutista, non puoi chiedermi una cosa simile dopo il pranzo da 15 portate della nonna, davanti ai dolci! Cosa fai a Capodanno? Troppo triste ammettere di passare il capodanno in compagnia di Carlo Conti su Rai 1, dite? Il prossimo che me lo chiede, rischia di non vederlo, il Capodanno. Buone domande, buone risposte e buone feste a tutti!

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Come vedono i cani: quali sono le differenze col suo padrone

Come vedono i cani? Ecco le differenze sostanziali con l’uomo! Un’idea molto diffusa è quella che i cani vedano il mondo in bianco e in nero, nulla di più sbagliato! Il cane vede un mondo meno colorato del nostro, più sbiadito, ma non fatto solo di bianco e nero. Infatti distingue il colore blu, il giallo e il bianco, ma confonde tra loro il rosso, l’arancione, il giallo e il verde. Il motivo tecnico è legato ai “coni”, ovvero quella parte dell’occhio deputata alla distinzione dei colori. L’occhio del cane ha solo due tipi di coni, mentre l’occhio umano ne possiede tre. Questo fa si che nonostante una veduta più ampia, il cane distingue un numero inferiore di colori. Per i cani l’arcobaleno è fatto da blu scuro, blu chiaro, verde, giallo chiaro, giallo scuro, e un verde grigio molto scuro. Per gli umani invece è fatto dal viola, blu, verde, giallo, arancione e rosso. Sostanzialmente quindi i cani vedono il mondo nei colori giallo, blu e grigio. I nostri amici a quattro zampe, quindi, vedono anche relativamente poco bene da vicino e dalla media distanza (ad esempio, quello che una persona può vedere da 23 metri, un cane lo vede sfocato già da 6 mt.) mentre vedono bene da lontano e vedono molto meglio ciò che si muove rispetto a ciò che è fermo. Un cane da caccia, come un segugio italiano o un levriero, ha una visuale di circa 270°, mentre per le altre razze canine che presentano musi meno affinati, come quelli da compagnia, il campo visivo arriva a 250°. I cani con un muso schiacciato, come ad esempio i carlini, hanno un ampliamento visivo di 180° che gli permette di visionare solo piccole porzioni di spazio. In sostanza si può constatare che più il cane ha il muso allungato e appiattito, e più il suo campo visivo è ampio. Più gli occhi del cane sono frontali (come nel caso del pechinese e del bulldog), maggiore sarà la visione binoculare, ma a discapito del campo visivo. Al contrario, più gli occhi del cane sono posti lateralmente (come nel caso del pastore tedesco), più la visione binoculare sarà ridotta con conseguente vantaggio sul campo visivo. Una delle cose più curiose che riguarda gli amici pelosi è senz’altro la brillantezza dei loro occhi. Perché gli occhi canini al buio sembrano brillare? La spiegazione è molto semplice. Dietro la loro retina gli amici a quattro zampe, hanno una struttura che si chiama tapetum lucidum. Ciò consiste in uno strato di cellule molto riflettenti, che permette agli occhi dei nostri amici di catturare tutta la luce possibile e vedere anche al buio. Immagine by:  Pixabay

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