Caterina Medici di Brono di Achille Mauri, a cura di Margherita De Blasi | Recensione

Caterina Medici di Brono, di Achille Mauri

Caterina Medici di Brono. Novella storica del secolo XVII è il frutto delle fatiche letterarie di Achille Mauri, studioso di teologia e poi precettore nelle scuole, vicino alla cerchia manzoniana. Pubblicato a puntate sull’«Indicatore lombardo» dal 1829 al 1831 in sette tomi, e  in volume nel 1831 presso l’editore Luigi Nervetti a Milano, Caterina Medici di Brono è definita dal suo autore una «novella». Un’altra edizione da menzionare è quella pubblicata a Livorno nel 1831 da Glauco Masi in due tomi, probabilmente senza l’autorizzazione dell’autore. Altre si sono succedute fino alla fine dell’Ottocento.

Il romanzo pubblicato nel 2022 da Officina libraria con la curatela di Margherita De Blasi, completo di introduzione e nota al testo, riprende la prima edizione pubblicata a Milano nel 1831, che rispetto alla pubblicazione in rivista presenta un’introduzione e approfondimenti storici a opera dell’autore . Il testo riproposto, seguendo criteri in prevalenza conservativi, consente di penetrare all’interno di un’opera in cui sono riconoscibili diversi e preziosissimi apporti: l’orma manzoniana è quasi palpabile, così come l’influenza dell’Illuminismo e dell’opera di Verri. Il romanzo di Mauri pare dunque inscriversi nella stessa temperie culturale che ha prodotto le Osservazioni sulla tortura verriane e la Storia della colonna infame di Manzoni, e può fornire un’altra interessante e assai godibile prospettiva su quel contesto storico.

Caterina Medici di Brono: storia di un’eroina “moderna” 

La vicenda di Caterina Medici di Brono verte sulla tragica parabola di Caterina Medici, serva originaria di Broni, in grado di leggere e di scrivere grazie all’educazione impartitele dal padre, e per questo guardata con sospetto dalle figure maschili che la circondano. Caterina è infatti accusata di stregoneria, sottoposta a processo e mandata al rogo, a causa di un malessere allo stomaco che affliggeva il suo padrone, il Senatore Melzi convinto dal Capitano Vacallo, a sua volta precedente padrone di Caterina e animato da sentimenti ambigui nei suoi confronti, ad attribuire proprio a lei l’origine di quel male inspiegabile.

– Una forese che sa leggere e scrivere, una serva che parla così bene da intrattenere amenamente il padrone, non sono casi naturali; son casi che escono dall’ordine costante delle cose. –

(p. 10)

Storia e romanzo restano uniti in tutta la narrazione. La vicenda di Caterina, che ha affascinato molti altri scrittori nel tempo, è stata trasmessa da un riassunto del suo processo ritrovato nell’archivio di famiglia del Senatore Melzi. Tuttavia, i documenti storici attestano una versione dei fatti talvolta anche notevolmente diversa da quella romanzata. Nella realtà il Capitano Vacallo, uno dei personaggi storici che popolano il romanzo, si sarebbe innamorato di una giovane serva di nome Caterinetta e avrebbe accusato Caterina, serva più anziana, di aver indotto quella passione attraverso un maleficio. Le “Caterine” della Storia, pertanto, sono due: una è l’oggetto della passione del Capitano, l’altra è l’espediente da lui trovato per giustificare quella relazione illegittima. Ma Mauri decide di fonderle in un’unica eroina da romanzo, che non esita a difendere a più riprese nello svolgimento della vicenda: l’autore parteggia apertamente per la donna, dipingendola come vittima del potere e di aberranti superstizioni:

– E il nome forse di Caterina Medici, di questa povera serva derelitta, tornerà a suonare sulla terra accompagnato da quella simpatia, che si congiunge perennemente ai nomi delle vittime dell’ingiustizia, del fanatismo, e della superstizione. –

(p. 367)

Anche il processo subito da Caterina, raccontato da Mauri negli ultimi capitoli, presenta notevoli differenze con la realtà storica nella quale Caterina già all’inizio del processo confessa e racconta minutamente i propri presunti atti di stregoneria. Nel 1617, anno di inizio del processo, Caterina è impiccata e bruciata in piazza Vetra. Nella versione di Verri, invece, Caterina professa a gran voce la propria innocenza fino all’inizio delle torture, quando poi è costretta ad autoaccusarsi di stregoneria:

– Quello che ho già detto – rispose la prigioniera – lo dico e lo ripeto ancora: io sono innocente. –

(p. 338)

Dunque l’autore talvolta prende le distanze dalla stessa biografia di Caterina, con lo scopo di connotarla come un’eroina rispondente a modelli classici, una “Gertrude manzoniana” con cui empatizzare. Il destino di Caterina diventa il destino di tutte le donne, trattate brutalmente dalla Storia, che non ha avuto un posto per loro se non in quanto capri espiatori di ciò che non si conosceva o non si capiva. In questa prospettiva, Caterina assume su di sé una voce corale che chiede riscatto da un passato di ingiustizie sociali e terrificanti superstizioni.

La Storia della Milano seicentesca, e specialmente del Senato di Milano, si affaccia frequentemente tra le pagine di Mauri. Sulla scia di Manzoni e Verri, anche in questa «novella storica» si coglie un accenno di critica alla politica della città. Come anticipato, quindi, il modello manzoniano è ben presente: dalla scelta di un narratore onnisciente, che conosce i fatti e guida il lettore attraverso un commento incalzante, a vere e proprie citazioni dell’opera di Manzoni con il quale i contatti erano assidui, come testimoniano le lettere pervenuteci.

I dialoghi portati sulla pagina da Mauri risultano avvincenti e le descrizioni dei personaggi vivide e calzanti. Il gusto per le digressioni contribuisce a rendere godibile la lettura. Dalle pagine di Caterina Medici di Brono emergono un monito contro lo strapotere che le credenze infondate possono esercitare sul sentire comune e un messaggio attualissimo sulla sorte delle donne che nella Storia sono state vere e proprie martiri di luoghi comuni al giorno d’oggi ancora ardui da sradicare.

Fonte dell’immagine:  https://www.officinalibraria.net/libro/9788833671703

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A proposito di Duilia Giada Guarino

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