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Eroica Fenice

Culturalmente

Il porto sepolto (e insepolto) di Giuseppe Ungaretti

Il porto sepolto Mariano, il 19 giugno 1916 Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde Di questa poesia mi resta quel nulla d’inesauribile segreto A distanza di più di un secolo i versi di Giuseppe Ungaretti sanno ancora piombare sull’occhio che li attraversa con tutto il peso specifico di una rivelazione. Attraversare è proprio il termine indicato. La sua è una poesia che non si fa leggere, si fa attraversare. Profetica e attualissima al contempo, la sua eco non si disperde, ma rintocca con la cadenza di tutte le cose che occultiamo nel nostro porto sepolto. La solitudine delle parole di Giuseppe Ungaretti è garanzia della loro grandezza, un po’ come accade tra gli uomini. La loro verticalità è simbolo della loro statura, alta, monumentale. Il verso franto infrange la nostra disattenzione, le nostre dissimulazioni. Versi liberi, come lo era lo spirito di Ungaretti, inguaribile sperimentatore ma eternamente classico, alla ricerca di un significato sia nel deserto della sua Alessandria d’Egitto che nelle montagne d’Italia, la prima cosa che lo suggestiona quando decide di visitare Lucca, la terra dei suoi avi. La brevità di questi versi fa la loro longevità. Ungaretti ci consegna la descrizione di una sorta di rito sacro che non capiamo. È lui a capirci. Il suo porto sepolto rende insepolta la nostra verità più recondita. Che cos’è il porto sepolto? Il porto sepolto che Giuseppe Ungaretti menziona nella prima parte della poesia non è solo uno. Sono due. Il porto sepolto della sua infanzia biografica, quello che gli frullava nell’immaginazione per una leggenda che circolava ad Alessandria d’Egitto, suo paese natale. Gliene avevano parlato due amici egiziani, di questo porto inabissato nel mare, che tutti conoscevano e nessuno aveva mai visto. Il secondo è un porto sepolto simbolico, spirituale, un giaciglio color nero pece dove dormono inquietudini, nevrosi, attese e tutte le parole con cui potremmo esprimerle. Ungaretti inventa un viaggio. Immagina di cacciare la testa nell’abisso del mare e di nuotare fino a questo porto sepolto. Di raccattare i canti, i fogli sparsi, gli scritti abbozzati che vi sono conservati, intatti sul suo fondo. Di ordinare i versi che imprimeva, in fretta e furia, nella carta che avvolgeva le pallottole con cui doveva sparare in guerra. È un pellegrinaggio, un viaggio iniziatico che compie per la sua umanità e per la propria umanità. Risale con la stessa testa che aveva cacciato in quell’oscurità e disperde i suoi canti. Cioè ce ne fa dono. E ci restituisce un porto ora insepolto, in cui è ben visibile il nostro segreto, quello che volevano conservare inabissato. Il miracolo della poesia di Ungaretti è proprio questo. Attraverso una parola che diventa assoluta, sacra e solissima, essa sa cantare la verità che ognuno dissimula, il segreto che tentiamo di ottenebrare, il ricordo che non doveva riemergere. Il porto insepolto è un luogo mitico, ma anche tremendo per la sua tangibilità: è l’armadio dove giacciono i nostri scheletri, il letto dove si […]

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Attualità

Morta Inge Feltrinelli, “the queen of publishing”

Morta la notte scorsa a Milano all’età di 87 anni, Inge Feltrinelli era la presidentessa della Casa editrice Giangiacomo Feltrinelli dalla scomparsa del marito avvenuta nel 1972, ma anche un punto di riferimento per la cultura italiana.  Si spegne la donna che i periodici inglesi avevano battezzato “the queen of publishing”, la regina dei libri. Proprio ai libri Inge Feltrinelli ha devoluto interamente la propria esistenza: a quelli che ha difeso, a quelli che ha diffuso, a quelli di cui si era circondata. “I libri sono tutto, i libri sono la vita” asseriva una delle editrici più intraprendenti e temerarie mai affermatesi. La Casa editrice Feltrinelli la commemora con queste parole:“prendendosi l’impegno di continuare a percorrere la strada da lei tracciata” e prosegue definendola “fonte quotidiana di ispirazione per le attività dell’intero Gruppo, Inge Feltrinelli. È stata la guida più esigente e lo sguardo più innovativo, l’entusiasta promotrice di nuove attività come la diga più invalicabile a difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della cultura e di tutte le manifestazioni di pensiero libero. Fotografa, fotoreporter, grande appassionata di moda, di arte e di ogni forma di creatività, aveva difeso con coraggio la stessa esistenza della casa editrice Feltrinelli, alla scomparsa del suo fondatore. Ci lascia una donna che sapeva distinguere la qualità e che ha portato in Italia e a Milano, nel corso degli ultimi cinquant’anni, scrittrici, scrittori, editori, intellettuali internazionali animando un contesto di inestimabile ricchezza” Morta Inge Feltrinelli, ma la sua battaglia sopravvive Inge Schönthal Feltrinelli è stata un’editrice, giornalista e fotografa. Nata negli anni Trenta, figlia di ebrei tedeschi, naturalizzata italiana, era custode vivente della memoria del Novecento. Nella sua vita e nella sua attività rilucevano ancora le polveri di quel ribollire di inquietudini e cambiamenti che ha caratterizzato un secolo grandioso e anche terribile, terminato solo da un paio di decenni. Centrale nell’esperienza di Inge Feltrinelli è stato sicuramente l’incontro, avvenuto nel 1958 con Giangiacomo Feltrinelli, che sposerà due anni dopo. Già a partire dalla clandestinità del marito, la gestione della Casa editrice Feltrinelli è stata affidata alle sue mani sapienti, ma è diventata definitiva solo nel 1972, anno della dipartita del marito. Motivata a salvare dalla disfatta la Casa editrice del marito, Inge credeva davvero di poter cambiare il mondo, anche dopo che suo marito aveva smesso di crederci. Gestì l’ente che aveva ereditato lavorando dietro le quinte, sempre paziente e rispettosa nei confronti del lavoro altrui. Nel frattempo, si dedicava alla formazione umana e culturale di chi, dopo di lei, si sarebbe occupato di quel piccolo gioiello editoriale: suo figlio Carlo. La stessa Inge diceva del figlio “è molto schivo, non ama la vita mondana, però il vero lavoro lo fa lui e lo ringrazio”, mentre il figlio sperava che sua madre un giorno o l’altro si decidesse a scrivere la propria biografia. Ricordata come una donna ironica ma sempre discreta, Inge ha ospitato numerose riunioni del Gruppo Feltrinelli nella casa che condivideva con Giacomo, e quando nella Casa editrice venne introdotto un nuovo amministratore si adattò […]

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Attualità

Miss Italia 2018, come è oggi e come era ieri

Miss Italia 2018. La 79esima edizione del concorso nazionale di bellezza, la cui finalissima si è tenuta a Milano lunedì 17 settembre, si è conclusa con la vittoria della ventiseienne Carlotta Maggiorana, della provincia di Ascoli Piceno. Prima miss sposata ad essere eletta, non sconosciuta al mondo dello spettacolo per aver recitato nel film “Tree of life”, con Brad Pitt e Sean Penn, in “Un Fantastico via vai” di Leonardo Pieraccioni e nella serie tv  “Onore e rispetto”, ha saputo conquistare l’approvazione della giura e del pubblico con la sua bellezza tipicamente mediterranea. Seconda la napoletana Fiorenza D’Antonio, mentre la medaglia di bronzo spetta a Chiara Bordi, diciottenne nota per essere la prima partecipante con una protesi alla gamba. A condurre in diretta Francesco Facchinetti e Diletta Leotta su La7, mentre in giura si segnalano Massimo Lopez, Tullio Solenghi, Alessandro Borghese, il giornalista Andrea Scanzi, Pupo, Mariagrazia Cucinotta e l’ex nuotatore Filippo Magnini. Miss Italia 2018, origini e progressi Miss Italia esisteva anche prima del 1946, anno ufficiale della sua nascita. Suo antenato è il concorso “5000 lire per un sorriso”, progettato da Dino Villani nel 1939, che prevedeva  il solo invio di foto delle aspiranti al titolo di “Miss Sorriso”, senza che esse dovessero sfilare. Interrotto a causa della seconda guerra mondiale, è stato ripristinato nel 1946 con il nome corrente. I primi concorsi si tenevano a Stresa, in seguito le sedi furono varie. Contestato negli anni del femminismo, ha continuato a ricevere critiche e scetticismo da parte di una società in evoluzione. Tuttavia, il concorso di Miss Italia ha seguito tutte le tappe storiche del nostro paese. Nel 1950 Miss Italia giunge alla trasmissione Radio. Nel 1988 passa alla Rai, e solo nel 2013 a La7. Nel 1959 la direzione viene assunta da Enzo Mirigliani, che la detiene fino al 2013, anno in cui gli subentra la figlia Patrizia Mirigliani. Nel 1990 un ulteriore progresso vede l’abolizione delle misure fisiche canoniche, mentre dal 1994 la partecipazione è aperta anche alle donne sposate o con figli (dopo la squalifica avvenuta nel 1987 della miss neoeletta Mirca Viola, perché madre e moglie). Dal 2002 è consentita la partecipazione solo alle miss che saranno maggiorenni per la finale. In precedenza, invece, erano state elette anche miss quindicenni. Oltre al titolo finale di Miss Italia, molteplici sono i titoli che vengono assegnati durante il concorso (Miss Miluna, Miss Eleganza). Inoltre, dal 2018 sono istituiti titoli di rilievo come Miss Forme Morbide o Miss Sport Italia. Nel 2014 l’età massima di partecipazione delle miss slitta dai 26 ai 30 anni e nello stesso anno si sancisce l’ammissione al concorso di ragazze nate in Italia da genitori stranieri. Numerosi progressi, dunque, per un concorso di bellezza che, per quanto possa essere contestato da un punto di vista ideologico o etico, si annovera tra le tradizioni culturali d’Italia.

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Cucina & Salute

Vegetariano: come, perché diventarlo e cosa mangiare

“Mi chiedono tutti perché sono vegetariana. Lo fanno ogni volta che rifiuto un hamburger, oppure un antipasto di pesce. Ma quasi nessuno ascolta la risposta.” Sono le parole di una delle dieci persone cui ho voluto rivolgermi prima di raccontare in che cosa consiste il vegetarianismo. Di buon mattino mi sono recata da chi ha deciso di sposare la dieta alimentare vegetariana per conoscere, farmi spiegare, per indagare le loro ragioni più recondite. Sono tornata a casa con il computer brulicante di informazioni e la testa brulicante di idee. Persone con lavori, residenze, caratteri, tagli di capelli diversi, tutte convertite a uno stile di vita che esclude la carne, mi hanno dato la chiave d’accesso a un mondo prima di allora per me inedito ma da sempre attraente. Persone con esistenze tra loro anche incompatibili, tutte ugualmente persuase che ogni giorno, sulle nostre tavole, vengano consumati veri e propri massacri. Una scelta complessa quella di diventare vegetariano, un’etica a volte ardua da sposare, dietro cui si celano storie diverse. Che cosa significa essere vegetariano? Prima di indagare le ragioni di chi abbraccia uno stile di vita vegetariano, sono partita dall’ABC. Con umiltà ho chiesto che mi venissero spiegate le basi, risolti dubbi forse scontati. Cosa mangia un vegetariano? Innanzitutto mi è stato spiegato che per vegetarianismo si intende un insieme di pratiche alimentari accomunate dall’esclusione del consumo di carne di qualsiasi animale. Simili abitudini alimentari vengono generalmente adottate per ragioni etiche, religiose o salutistiche. Del vegetarianismo fa parte il latto-ovo-vegetarianismo che prescrive l’astensione da alimenti derivanti dall’uccisione diretta degli animali ma ammette i prodotti animali indiretti, cioè latte e derivati, uova, miele, alghe. Il latto-vegetarianismo presenta la sola peculiarità, rispetto alla dieta latto-ovo-vegetariana, di escludere il consumo di uova, mentre l’ovo-vegetarianismo, all’opposto, le ammette ma bandisce i latticini. Il veganismo, meno conosciuto come vegetalismo, prevede invece l’inclusione di qualunque alimento di origine vegetale e l’esclusione di alimenti di origine animale (dunque anche di uova, miele e latticini). Infine, il fruttarismo, di cui si sente parlare principalmente in questi anni, si fonda sul consumo di frutta dolce e ortaggi con semi, escludendo qualunque parte della pianta diversa dal frutto. Dunque, tutti questi sottogruppi fanno parte dell’unica voce “vegetarianismo”. Ma com’è che lo si diventa? Domanda più che lecita, cui segue l’ovvia risposta. Eliminando la carne dalla propria dieta. Tuttavia pochi sanno in che cosa consista concretamente la piramide alimentare del vegetariano. E ancora meno sono consci della fase di documentazione, di consultazione e di studio che deve precederla. Forti motivazioni devono essere sottese a una scelta di vita simile. Molti si convertono al vegetarianismo per amore verso gli animali, considerati tutti uguali e tutti di pari dignità rispetto all’essere umano. Altri intraprendono questo cammino alimentare per ragioni ecologiche, in quanto la produzione di carne richiede un uso di 15.000 litri di acqua nonché uno spreco mostruoso di terreni coltivabili. Cibarsi di vegetali equivale a salvaguardare l’ambiente, risparmiare notevoli quantità di acqua, sviluppare uno spirito solidale con le creature della terra. Molti […]

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Cucina & Salute

Mango: tutto sul frutto tropicale che sta spopolando

Il mango, frutto originario dell’India, deriva da un albero sempreverde chiamato Mangifera indica dalla corteccia ruvida e rossastra, che produce foglie dal colore variabile dall’arancione al vinaccia e fiori bianco-rosati raggruppati in pannocchie. La fioritura viene indotta da un riposo prolungato, e lo sviluppo del frutto è un evento estremamente raro. Il frutto del mango può essere distinto in due tipologie peculiari: la filippina-indonesiana detta anche Camboya, caratterizzata dalla forma allungata e dal colore giallo-verde e l’indiana, nota anche come Mulgoba, dal colore più violaceo e la forma più grossa. Un’informazione che molti ignorano è che il mango appartiene alla stessa famiglia di pistacchi e anacardi. Il mango è un frutto esotico dalla polpa particolarmente profumata e dalla buccia gialla, rossa o verde di forma ovale. Oggi è possibile reperire e mangiare mango tutti i giorni sebbene esso venga coltivato nelle zone tropicali. Negli ultimi anni la sua fama è cresciuta proporzionalmente al suo consumo. Pro, contro e curiosità sul mango, frutto tanto amato I benefici del mango risultano numerosi e particolarmente apprezzati anche per il gusto gradevole del frutto e per le svariate modalità con cui è possibile consumarlo (a fette, a cubetti, essiccato, aggiunto a pietanze o a macedonie, sotto forma di salsa, “a cucchiaio”). L’assunzione del mango consente di combattere i rischi cardiovascolari. Esso è un’arma efficace contro il diabete, addirittura può prevenirne la patologia e dare man forte alla lotta contro l’obesità. Gli estratti di mango posseggono benefici antiossidanti e antinfiammatori e aiutano a trattare il dolore neuropatico. Tra le qualità terapeutiche più notevoli di questo frutto colorato e nutriente si deve annoverare indubbiamente la capacità di inibire la mutagenesi delle cellule, quindi ha proprietà antitumorali. La ricchezza di fibre consente di contrastare la stitichezza, mentre la presenza di vitamina C consente la produzione di collagene che ritarda l’invecchiamento della pelle e ne garantisce una maggiore elasticità, una funzione che condivide con il lupeolo. Il discreto contenuto di betacarotene lo rende un frutto particolarmente apprezzato e mangiato in estate per la sua azione stimolante della melatonina. Rafforza il sistema immunitario, stimola le funzioni cerebrali grazie alla presenza di vitamina B6, ed è utile a curare depressione e insonnia. Ancora, esso è utile per contrastare la ritenzione idrica e può essere assunto anche in un regime alimentare ipocalorico come alimento alleato per la perdita di peso corporeo. Un frutto medio apporta circa cento calorie, dunque può essere consumato come spuntino. Si sconsiglia la conservazione in frigo perché alcune delle sue proprietà organolettiche potrebbero disperdersi. Inoltre è possibile mangiarne solo la polpa, dopo aver opportunamente eliminato la buccia. Nonostante le ottime proprietà legate a questo alimento fresco e energizzante, è da sconsigliare a chi è soggetto a irritabilità del colon. Per la sua abbondanza di fibre esso potrebbe essere causa di coliche e diarrea. Inoltre esso può innalzare i livelli di glicemia basale. Tuttavia risulta evidente che i benefici associati al suo consumo superino di gran lunga le controindicazioni appena elencate. Oltre al suo più discreto ma ugualmente utile […]

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Culturalmente

Il caffè a Napoli: storia, benefici e rischi del nostro “oro nero”

Il caffè a Napoli è una cosa seria, e non è facile parlarne! Non è come raccontare di una qualunque altra bevanda. È una scommessa con la propria nascita, con la propria educazione e con le proprie abitudini. In questo caso, anche con il proprio lettore. Il caffè a Napoli non può essere descritto come una qualsiasi bibita, di cui indicare benefici e controindicazioni. Appellato spesso con l’emblematica espressione “oro nero”, il caffè a Napoli è simbolo di socialità, di incontro, di convivialità. Con il suo profumo riconoscibilissimo, che ci salva miracolosamente tutte le mattine da risvegli più o meno piacevoli, esso incarna perfettamente il calore, l’empatia, la freschezza e il bisogno di contatto umano che sono sempre state additate come caratteristiche del più autentico spirito napoletano. Il caffè si presenta: origini, evoluzione e curiosità In realtà, il caffè e il rituale legato ad esso non sono nati a Napoli. La pianta del caffè è originaria dell’Etiopia, poi diffusasi in Arabia e Turchia. L’oro nero di Napoli, dunque, è in realtà un prodotto importato. Diverse storie circolano sulla sua successiva diffusione in suolo partenopeo. Quella più nota racconta che il caffè, scoperto dalla città europea di Vienna, divenne centro degli elegantissimi Caffè viennesi, che ne avrebbero consacrato la fama. Fu poi Maria Carolina D’Asburgo, sposa del re Ferdinando IV di Borbone e grande bevitrice di caffè, a volerlo introdurre nei costumi di corte. Prima della sua fatidica scelta, il caffè circolava già a Napoli, ma demonizzato dalla Chiesa che, per il suo colore scuro, lo considerava la bevanda di Satana. Un’altra delle leggende più popolari circa la diffusione del caffè a Napoli riguarda il musicologo Pietro Della Valle. Stabilitosi a Napoli per un certo periodo, egli sarebbe partito per un viaggio in Terra Santa dove vi avrebbe trascorso dodici anni. Al suo ritorno, avrebbe portato con sé una squisita bevanda chiamata kahave, già acclamata in alcune lettere scritte ai suoi amici durante la lontananza. Altre versioni, invece, riconducono l’arrivo del caffè a Napoli ad Alfonso d’Aragona, le cui navi trasportavano in tutto il Mediterraneo (compreso il territorio partenopeo) prodotti derivanti dall’Oriente, tra cui si annovera il caffè. Si dovrà attendere l’Ottocento perché per le strade di Napoli si diffonda il buon odore di caffè: a partire da questo secolo, infatti, i vicoli meridionali si affollano di venditori ambulanti di caffè che contribuirono alla divulgazione di questa moda. Anche l’usanza del cosiddetto caffè sospeso risulta essere uno dei nerbi dell’anima partenopea. Sospeso, in quanto chi si apposta al bancone per consumare un caffè –perché il vero caffè napoletano deve, secondo i più, consumarsi al bancone, accompagnato da un bicchiere d’acqua e magari da qualcuna delle dolcezze tipiche della pasticceria napoletana– ne paga due per consentire questa piccola coccola anche ai meno benestanti. Un atto solidale, un gesto di umanità che ci contraddistingue e contribuisce a fomentare la nostra identità sociale. Il caffè appare proprio, per essere poetici, il sangue stesso dei napoletani, il loro veneratissimo oro nero. Il caffè, vizi e virtù […]

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Culturalmente

Associazione culturale Suadela, buon appetito con i Romani a Ostia antica!

Ostia antica ci invita a pranzo con i romani nelle giornate di 23 e 24 giugno. È questa la brillante e innovativa proposta dell’Associazione culturale Suadela, che ha allestito nelle domus romane di Ostia antica un ciclo di rappresentazioni per raccontare la storia del cibo presso gli Antichi Romani. Due giorni per far conoscere a curiosi e appassionati prelibatezze e abitudini gastronomiche in voga presso il popolo che ha fatto la nostra storia, due giorni per entrare in contatto con il passato attraverso un’offerta culturale senza precedenti, che usa sapientemente la cultura alimentare per istruire anche sulla politica, il costume e le gerarchie sociali del popolo romano. Associazione culturale Suadela: in scena cibi e usi dei Romani Il Molino del Silvano, ex azienda romana di età imperiale, ospiterà i panettieri. Verrà riprodotto un rilevante impianto industriale, testimonianza del fatto che nelle fasi repubblicane, di particolare benessere economico, il pane veniva acquistato e non preparato in casa dai cittadini. Il Caseggiato di Diana invece sarà teatro delle vitalissime botteghe romane. Certamente appetibile per i visitatori risulterà l’idea di mettere in scena la cucina di strada. A tale scopo si ricorrerà alla ricostruzione della tipica locanda romana (la popina) e alla rielaborazione delle antiche attività goliardiche e di intrattenimento. Ancora, sarà allestita la produzione di birra, per la gioia dei fruitori di questa iniziativa. La via di Diana, invece, ospiterà la produzione di una popolare salsa di pesce chiamata garum, con annessa spiegazione delle tecniche e delle sue diverse tipologie. Il banchetto vero e proprio verrà impiantato nella Domus della Fortuna Annonaria, dove dalle ore 12 alle ore 17 i rievocatori dell’atmosfera e dei gusti del palato dei Romani consumeranno le varie portate. Saranno rispettate ordine e gerarchie delle portate, utilizzate ceramiche da mensa, replicata l’antica disposizione dei commensali. La scena del banchetto e la cerimonia della frumentatio avranno luogo in orari specifici. La frumentatio, in particolare, implicava la distribuzione di farina alla popolazione, pesata e assegnata in base al censo, risulta essere emblematica delle peculiarità e dello spiritoso della Romanitas. Inoltre saranno distribuite apposite guide con orari e mappe per giungere e partecipare alle varie attività. Una ventina di rievocatori, immedesimati nei loro ruoli di impeccabili cittadini dell’Impero romano, si cimenterà in spiegazioni e illustrazioni dei vari aspetti della vita dei romani. Il mercato delle specialità romani, la produzione di birra e pane e la cucina di strada, saranno ripetuti continuamente, affinché i visitatori possano fruirne a più riprese durante la giornate. Puntualizza questa lungimirante trovata l’archeologo Alessandro Pirrone dell’Associazione culturale Suadela. Ostia antica diviene promotrice di un’originale immersione nel nostro passato storico. L’archeologia si pone servizio degli amanti dell’arte e della cultura per tramandare nella maniera più comunicativa e attraente possibile non soltanto le grande gesta della Romanità, ma anche le abitudini più spicciole…molto più simili alle nostre di quanto immagineremmo.

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Culturalmente

Generazioni a confronto: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Siamo i pessimi eredi delle generazioni che ci hanno messo al mondo. Una sbirciatina non troppo superficiale in una scuola, in un bar o in una palestra potrebbe capacitarci di qualcosa di scandaloso. I nostri figli nasceranno tutti orfani. Orfani, perché non avremo nulla da offrire loro. Avremo già spazzolato via tutto, con l’ingordigia e l’ingratitudine con cui abbiamo ingurgitato e ruttato il patrimonio delle generazioni che ci precedono, della storia che ci ha fatto nascere. Siamo i figli troppo obbedienti dei nostri genitori. Troppo obbedienti, perché loro hanno voluto per noi la vita sfaccendata e voluttuosa che era totalmente al di fuori dei loro orizzonti. Noi, da prole premurosa, abbiamo intascato facilitazioni, comodità, agi, senza chiederci da dove provenissero. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Si intitola così un’opera di Gauguin. Anche se, tristemente, abbiamo smesso di domandarcelo. Le domande esistenziali sono perite per sempre. Spaparanzati davanti alla serie tv della nostra vita, siamo spettatori passivi e ipernutriti di quello che altri hanno deciso per noi. Non siamo stati in grado di erigere più alcuna Piramide. Abbiamo fatto molto meno dei Greci, ci siamo fatti beffe dell’austero Impero Romano. I nostri dei si chiamano Inettitudine e Tracotanza. Sbuffiamo pigramente per le vite che conduciamo senza immaginare di non meritarle affatto. Da dove veniamo? Veniamo da gente in gamba, che si è rimboccata le maniche per andare oltre la propria storia, per riscattarsi. Che faticosamente ha cominciato a capire cos’era la cultura, ad abbordarla timidamente, e quando non poteva abbordarla ha almeno imparato l’arte della dissimulazione. La generazione che ci precede è figlia di massaie e veterani, venuta appena dopo una guerra in cui non si poteva dissimulare proprio niente. Figli di massaie e veterani che hanno già cominciato a fare meno di loro, ma sono stati autori di una scoperta interessante: che c’è qualcosa al di là della mera sopravvivenza. I nostri genitori si sono sforzati di diventare animali intellettuali, di fare vacanze di piacere e di bisticciare per motivi che non erano la vita e la morte. Hanno avuto i primi contatti con l’inutile, con il bello gratuito, con la cura di sé. Hanno capito il senso di una pedagogia che non ha a che fare con la pura riverenza patriarcale. I nostri genitori hanno avuto vite difficili, meno difficili dei loro genitori. Il processo è stato scalare; e su una scala da 1 a 10 di difficoltà, la nostra esistenza prende l’ascensore. Chi siamo? Siamo il grasso, un pacco sproporzionato portato a stento da una cicogna con il mal di schiena per i troppi voli a digiuno. Abbiamo coniato il concetto di ipocondria e anche un umore standardizzato per ogni giorno della settimana. Abbiamo defecato senza tante cerimonie sulla meritocrazia, sull’etica del lavoro, su qualunque discernimento tra giusto e sbagliato. Non veniamo più a contatto con niente che non abbia prima valicato la dogana dell’omologato e del confortevole. La verità è che il nostro progresso ci decapita, perché mozza il nostro ingegno, la nostra inventiva e […]

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Attualità

In Costarica la natura fa miracoli: da una discarica nasce una foresta

A prima vista quello che si è verificato in Costarica appare un miracolo. Può una foresta rigogliosa sorgere da un terreno sterile, usato come discarica? Può. Per miracolo, o meglio per l’ineccepibile potenza della natura. Una storia quasi miracolosa in Costarica Negli anni Novanta la ditta Del Oro, azienda produttrice di succhi commerciali, era alla ricerca di una sede dove riversare i suoi scarti di arancia. Due ecologisti dell’Università della Pennsylvania, Daniel Janzen e Winnie Hallwachs, ebbero a quel punto un’intuizione decisiva: dato che l’azienda Del Oro confinava con l’Área de Conservación Guanacaste in Costarica dove loro lavoravano come consulenti, offrirono un’area dove scaricare le bucce di arancia prodotte. In cambio, la ditta Del Oro avrebbe dovuto donare al parco di Guanacaste una porzione dei loro terreni boschivi. L’area proposta dai consulenti Janzen e Hallwachs per essere utilizzata come discarica era una zona arida, quasi desertica. Dopo l’accordo, nel 1998, più di mille camion vi riversarono un’ingentissima quantità di scarti di arancia. Tuttavia l’azienda Del Oro fu denunciata da una ditta rivale (la TicoFruit) per aver inquinato con rifiuti organici il parco di Guanacaste, patrimonio dell’Unesco. La discarica fu dunque abbandonata in seguito alla delibera della Corte Suprema del Costarica. Ed è qui che si colloca il “miracolo” compiuto dalla natura. Janzen, uno dei due consulenti dell’Area de Conservación Guanacaste della Costarica, nel 2013 decise di verificare cosa ne fosse stato del luogo. Come mai? Timothy Treuer, laureando a Princeton, aveva contattato i consulenti per scrivere una tesi proprio sull’evoluzione di quella zona arida. Janzen, giunto sul luogo, scoprì che il miracolo era avvenuto davvero: al posto dell’area degradata ceduta all’azienda Del Oro nel 1998, rinvenne una foresta florida e in pieno sviluppo. In cosa consiste il “miracolo”? Le bucce di arancia hanno arricchito il suolo di micronutrienti, arginando la desertificazione del luogo. Da questa concimazione spontanea è sorta una foresta miracolosa, di alberi rigogliosi. A costo zero, la natura ha provveduto a riabilitare un’area arida, in cui nessuno riponeva più speranze. Gli scarti organici hanno aumentato del 176% la biomassa in quasi metà del terreno dove sono stati riversati. Una differenza abissale rispetto all’area utilizzata come discarica di un’azienda produttrice nel 1998, tanto da far apparire lo stesso luogo negli anni “due ecosistemi diversi”. La rivista Restoration Ecology ha pubblicato gli studi effettuati dai biologi Timothy Treuer e Jonathan Choi su questo incredibile sviluppo. Si è occupato di studiare questa singolare vicenda anche David Wilcove, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra aziende private e associazioni ambientali al fine di darsi a questa intelligente forma di riciclaggio, che utilizza gli scarti produttivi per riabilitare aree naturali non valorizzate. Una vicenda unica ed emozionante, che dimostra ancora una volta di quanto la natura sopravanzi l’uomo, sostituendo la sua opera per realizzare degli autentici miracoli.

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Culturalmente

Il complesso di San Domenico a San Gimignano e il suo sogno di riqualificazione

San Domenico, suggestivo convento del Quattordicesimo secolo e luogo di detenzione fino all’anno 1993, è un caratteristico complesso ubicato in Toscana, precisamente a San Gimignano, proclamato Patrimonio dell’Unesco nel 1990. La sua fama scaturisce soprattutto dal fatto che il complesso è stato polo delle vicende storiche e politiche legate a San Gimignano. La storia di San Domenico È facile, quasi inevitabile, smarrirsi nel fascino di un complesso architettonico traboccante di storia come questo. Il rilievo dove si articola la costruzione iniziò a essere frequentato nell’età etrusca. Durante l’età romana, invece, il luogo sprofondò della desolazione. Nel corso del Cinquecento alcuni frati domenicani, spianando una collinetta nel proprio orto, riportarono alla luce una sepoltura costituita da cinque camere contenenti reperti e situata attorno al colle di San Gimignano, frequentato tra l’età arcaica e quella ellenica. Dall’Alto Medioevo fino all’età comunale San Gimignano fu sede vescovile. Nel 1208 i possedimenti vescovili divennero proprietà degli esponenti di una potente famiglia che si faceva chiamare De Turri o Della Torre. Malgrado le obiezioni dell’istituto comunicale che si era affermato in quegli anni, nel 1211 la famiglia entrò in possesso dell’intera proprietà che conservò fino al 1348, anno in cui fu venduta a Firenze. Nel 1353 fu siglata la definitiva sottomissione di San Gimignano a Firenze. Più tardi si procedette all’edificazione di un convento e di una nuova chiesa. Entro il 1380 l’ala orientale del complesso era stata ultimata, nella sua strutturazione a due livelli: la sagrestia, la sala capitolare, il refettorio, la cucina e un l’ospizio si stagliavano a piano terra; il dormitorio dei frati invece era situato al livello superiore. Donazioni e testamenti risultarono numerosi per tutto il Quattrocento. Vari lavori furono eseguiti soprattutto per merito delle sovvenzioni comunicali e dei contribuiti di singoli individui o famiglie. Verso la metà del Quattrocento la struttura si ampliò e si proseguì alla fondazione del chiostro. I lavori per le ali settentrionali e occidentali del convento si conclusero invece tra il 1480 e il 1511.a libreria. Un muro venne innalzato per circoscrivere la piazza che sorge dinanzi al fronte principale della chiesa e fu portato a termine il progetto di una libreria. Le intemperie furono causa del crollo di una porzione di torre campanaria della chiesa nel 1527. Tanto gli edifici quanto le ornamentazioni di San Domenico nel corso dei secoli furono oggetto di lavori di manutenzione. Tuttavia nel 1787 come conseguenza del diminuito numero dei frati si decise di proporre la soppressione del convento. Il nostro excursus sulle origini di San Domenico si addentra fin nell’era napoleonica: dopo la caduta di Napoleone, negli anni del ritorno in patria di Ferdinando III di Lorena, San Domenico fu destinata all’oblio e, abbandonata, conobbe gli albori della propria progressione erosione. Venduto nei primi decenni dell’Ottocento a un certo Antonio Turbiglio, che aveva progettato di trasformare il complesso di San Domenico in una fabbrica di specchi, esso fu reinserito nel demanio granducale per l’emergere di problematiche economiche. Inutilizzato per gran parte dell’Ottocento, dal 1833 al 1922 San Domenico fu […]

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Culturalmente

La casa del comandante rivede la luce a Roma durante gli scavi per la metro C

Roma, stazione Amba Aradam. 2 marzo 2018. Queste le coordinate spazio-temporale di una scoperta eccezionale, come l’ha definita la responsabile dello scavo, Rossella Rea. Disseppellita domus romana durante gli scavi per la metro C, la cosiddetta casa del comandante collegata ai dormitori della caserma rinvenuta nel 2016. Gli scavi per la realizzazione della metro hanno una notevole rilevanza anche dal punto di vista archeologico in quanto consentono di scendere a grandi profondità, in questo caso fino a 12 metri e si progetta di scendere di altri 5 metri. A farlo presente è ancora Rea, che sottolinea l’importanza storica del ritrovamento. La caserma riportata alla luce nel 2016, di impianto traianeo e con modifiche risalenti al tempo di Adriano, è direttamente connessa ai 14 ambienti della domus scoperta questo mese. Ritrovati anche resti delle due ali che completano il complesso dei dormitori della caserma romana. Tuttavia, il polo magnetico di questa sensazionale scoperta risulta essere la casa privata di un comandante d’età imperiale, di particolare pregio. Disgiunta dai dormitori attraverso un cancelletto, mentre una scala conduceva a quello che doveva essere l’ufficio del comandante, essa risale al secondo secolo d.C. La casa del comandante presenta numerose ristrutturazioni, come si può evincere dalla sovrapposizione di diverse pavimentazioni risalenti a più epoche storiche. Ricalca la struttura tipica delle case romane, organizzata intorno a uno spazio centrale aperto. Peculiare è anche la presenza di una fontana di marmo bianco con un sistema di scolo per l’acqua in accesso. Caratterizzata prevalentemente da mosaico, la pavimentazione risalta per il biancore del marmo e il grigiore dell’ardesia, entrambi trapunti di elementi geometrici. Un satiro lotta o danza con un amorino sotto una vite, questa la scena che decora la sua superficie. Si è presupposto che l’ambiente fosse riscaldato, per la presenza di un’intercapedine per il passaggio di aria calda costituita da mattoni e posta al di sotto del pavimento (sono le note suspensurae). è l’archeologa Simona Morretta, direttrice scientifica dello scavo, ad informarci delle fattezze della domus riesumata. La casa del comandante, una mini Pompei romana. La casa del comandante, tesoriere di inestimabili ricchezze storiche se si considera che a Roma non è mai stato dissepolto niente di simile e anello di congiunzione di precedenti scoperte: è già stata definita una mini Pompei. Un pianeta in miniatura, smembrato, da ricomporre con dedizione. Un vero e proprio quartiere militare dotato di corridoi, blocchi di travertino per immagazzinare merci e eccedenze alimentari, sistemi di canalizzazione acquifera. «Forse la struttura ospitava i servizi segreti dell’imperatore» ipotizza Rossella Rea. Sorprendente anche la riesumazione di oggetti di uso comune, come anelli d’oro, amuleti, pugnali rivestiti di avorio, mosaici e pavimenti in mattoncini disposti a spina di pesce. La casa del centurione è dunque il vero focus di interesse degli archeologi: la straordinaria complessità e l’impeccabile stato di conservazione dei ritrovamenti acuiscono il loro appetito. Rivede la luce miracolosamente dopo secoli di oblio, come è avvenuto per le campane Pompei o Ercolano. Un’altra storia che scalpita per avere altra aria, un passato obnubilato […]

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Attualità

Energia rinnovabile: medaglia di bronzo all’Italia

Italia e fonti di energia rinnovabile. Un binomio ampiamente studiato, dibattuto, poiché nel corso degli anni il nostro Paese è spesso impallidito nel confronto con i livelli di uso del rinnovabile da parte di paesi come la Germania, la Francia o il Regno Unito. Eppure l’Italia ha superato le aspettative per il suo consumo di fonti di energia rinnovabile, con un rialzo sostanziale registrato dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). I dati che testimoniano l’incremento sono quelli riportati dal Rapporto Statistico 2016, l’ultimo a divulgare i livelli di utilizzo dell’energia rinnovabile nel settore elettrico, termico e dei trasporti. A seguito di una revisione dei consumi di carbone e di prodotti derivati in Italia, il GSE ha riconsiderato tale documento, riportandovi il rialzo in uno studio denominato “Fonti Rinnovabili in Italia e in Europa, verso gli obiettivi al 2020”. L’Italia si posiziona terza in Europa per impiego di fonti di energia rinnovabile, spiccando per una quota complessiva di consumi energetici rinnovabili uguale al 17,41%. Una medaglia di bronzo meritatissima, se consideriamo che dal 2005 al 2016 l’Italia ha raddoppiato i propri consumi di energia green. Se si vuole ricorrere a termini percentuali, su un consumo complessivo europeo di 195 Mtep di energia da fonti rinnovabili, l’Italia rappresenta circa l’11%, collocandosi al terzo posto nella classifica dei consumi da FER dopo Germania e Francia e prima del Regno Unito. Prendendo in considerazione i consumi complessivi di energia (quindi includendo la fonte fossile), il nostro Paese occupa invece il quarto posto, coprendo il 10,6% del totale europeo. Un rapporto redatto da Navigant Research prevede la crescita dell’Italia soprattutto nel settore delle biomasse, in cui raggiungerà valori di 11,5 miliardi di dollari di fatturato annuo per il 2020. Il commercio di pellet da biomassa risulta in crescita, in quanto l’energia derivante da biomassa appare affidabile e facilmente distribuibile, e mediante incentivi e sussidi connessi al sostegno del governo si potrebbero potenziare ulteriormente gli obiettivi di energia rinnovabile. Alla conquista della medaglia di bronzo da parte dell’Italia le varie regioni hanno contribuito in maniera differente. Il 76% dell’energia elettrica prodotta da fonte idrica, ad esempio, si concentra in sole 6 Regioni del Nord Italia. 6 Regioni del Sud Italia sono invece responsabili del 90% dell’energia elettrica prodotta da eolico. La Toscana si presenta in qualità di sede di impianti geotermoelettrici. Infine la Lombardia, in termini di quota FER regionale sul totale FER nazionale, è da segnalare in quanto fornitrice del contributo maggiore, seguita dalle regioni del Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana. Il nostro Paese può brindare a un traguardo degno di essere notificato per la sua rilevanza a livello ambientale ed economico, che dimostra la straordinaria versatilità, lo spirito di adattamento e la capacità di miglioramento dell’Italia.

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Culturalmente

La Gioconda diventerà itinerante: la svolta culturale parte dalla Francia

“Senza tabù”: così che la ministra della Cultura francese, Françoise Nyssen, ha intenzione di trattare questioni culturali considerate da sempre delicate. Il quotidiano francese Le Figaro ha riportato la cronaca di un incontro verificatosi tra Nyssen e il presidente del Museo Louvre, Jean-Luc Martinez, durante il quale la ministra ha anticipato diverse iniziative culturali rivoluzionarie da portare a termine nel 2018. Tra di essi, emerge il progetto di “prestare la Gioconda” al fine di opporsi alla segregazione culturale. La promozione e l’allargamento spazio-temporale della cultura si fanno rivoluzionari a partire dalla Francia: la tradizionale inamovibilità della Monna Lisa, capolavoro iconico proveniente dal genio di Leonardo Da Vinci, nonché ritratto più celebre al mondo, verrà abolita. Il suo prestito ad altri musei è sempre apparso estremamente utopico: dipinta su una tavola di pioppo particolarmente erodibile, la Gioconda ha subito danneggiamenti derivanti dal tempo ma anche da atti vandalici. Inoltre, nel 1911 essa fu soggetta a un furto, particolarmente scandaloso non solo perché verificatosi al Louvre ma anche perché risultò il primo furto di opere d’arte della storia. Preservata dietro una teca di vetro infrangibile, a temperatura e umidità controllate, la Gioconda ha sempre suscitato fascino, curiosità e una carica emotiva eccezionale nei visitatori del Louvre, che decantano il sorriso enigmatico della giovane donna raffigurata, la posa delicata delle mani, la naturalezza del paesaggio entro cui si inscrive. La Gioconda, ritratto di respiro internazionale. E ancora, l’universalità e la monumentalità della Gioconda si coniugano alla spontaneità e alla concretezza di un ritratto che non ha niente delle pose ufficiali e un po’ fisse della ritrattistica quattrocentesca. La resa pittorica sublime sottace un’enigma, che è sia l’enigma dell’identità del soggetto rappresentato che quello del suo autore, sia l’enigma dell’introspezione psicologica ben visibile nell’opera. Nel 2011, la richiesta di trasferire temporaneamente la Gioconda alla Galleria degli Uffizi di Firenze per il centesimo del suo furto fu respinta. Ciò rende ancora più eccezionale il piano itinerante della ministra francese Nyssen, che medita di regalare la visione della sua ambiguità ai visitatori di altri musei. La ministra sottolinea che uno dei pilastri per combattere la segregazione culturale è rappresentato dalle opere itineranti. La filiale del Louvre a Lens potrebbe rivelarsi la prima meta che la Gioconda toccherà, avendo il sindaco Sylvain Robert già presentato domanda al presidente della Repubblica. La Gioconda dunque si presta a un’iniziativa intelligente per la liberalizzazione dell’arte, che concepisce il prestito dell’arte come strumento di diffusione della cultura. La svolta culturale, radicale e priva di tabù, scaturisce dall’esigenza di svincolare la Gioconda dalla “paralisi” che la tiene segregata nella sua scatola di vetro da dove viene prelevata per il check-up annuale solo per poche ore, restando all’interno della galleria. La fine della segregazione culturale potrebbe aver origine proprio dalla condivisione di un’icona dell’arte di respiro universale che finalmente mette piede nel mondo.

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Napoli & Dintorni

Restaurate tre domus pompeiane, simbolo di riscatto e di rinnovamento

Tre domus pompeiane delle tante che il mondo ci invidia. Tre domus della città mai morta che rendono Pompei un simbolo di riscatto e di rinnovamento. Tre domus pompeiane recentemente restaurate che offrono spettacolo di loro stesse ai visitatori che, nel 2017, sono giunti addirittura alla quota di 3 milioni e mezzo. Situate nei pressi di Porta Nocera, uno degli accessi della città che conducevano coloro che dal suburbio desideravano recarsi a Pompei per assistere agli spettacoli del poco distante Anfiteatro, le tre domus pompeiane furono dissepolte negli anni Cinquanta del Novecento solo parzialmente, ma divennero oggetto di studi negli anni Ottanta. Sono state oggetto di restauro nell’ambito del progetto Grande Progetto Pompei. Ma approfondiamo la conoscenza delle Tre domus restaurate All’anagrafe sono riconosciute così: Edificio Domus e Botteghe, Casa del Triclinio all’aperto e Casa del Larario Fiorito. Mai aperte al pubblico e restaurate nell’ambito del Grande Progetto Pompei, dal giorno 23 dicembre 2017 sono visitabili. In tale data il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha presenziato alla loro inaugurazione, accolto dal prefetto di Napoli Carmela Pagano e dal sindaco di Pompei, Pietro Amitrano. Anche quest’anno, dunque, il Parco archeologico di Pompei ha riservato ai suoi visitatori un regalo di Natale davvero imperdibile. L’offerta espositiva è stata resa ulteriormente allettante dall’apertura della mostra Pompei@Madre, elaborata sulla base di un programma di collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e il museo campano di arte contemporanea Madre. Essa consente di comparare le varie campagne di scavo a Pompei – con i relativi documenti, mezzi e manufatti – a opere e documenti contemporanei. Il progetto Pompei@Madre è stato curato da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, e da Andrea Viliani, Direttore generale museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli. Le parole di Franceschini nel corso dell’inaugurazione sono state profuse di calore e soddisfazione. “Pompei è il simbolo di una storia di riscatto e di rinascita ” ha dichiarato, sottolineando il passaggio della città da un momento di difficoltà a un sapiente utilizzo dei finanziamenti europei ottenuti. Ha invitato tutti a provare orgoglio per questa “bella storia italiana” e ha ricordato come i brillanti risultati conseguiti siano stati frutto del lungo, silenzioso e professionale impegno di molte personalità dei beni culturali. Pompei, insostituibile gioiello europeo: Pompei, con questa trionfale restaurazione, ha voltato pagina per iniziare un capitolo di rinnovamento e intelligente politica culturale. Dimostrazione tangibile di un utilizzo intelligente dei fondi europei, riconferma il proprio di polo di attrazione turistica internazionale, insostituibile gioiello annoverato nel Patrimonio dell’UNESCO. Nel 79 d.c, in seguito a un eruzione del Vesuvio, come testimoniato da Plinio il Giovane tra altri storici contemporanei, la città di Pompei era stata interamente seppellita da ceneri e lapilli derivanti dall’esplosione. Tuttavia, oggi, una sua straordinaria e impeccabile conservazione ci fa dono del miracolo di una figurazione nitida dell’organizzazione e della conduzione della vita ordinaria nelle città romane.  

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Culturalmente

Genova commemora la Shoah con “Segrete – tracce di Memoria”

Alla Torre Grimaldina, presso il Palazzo Ducale di Genova, dal 18 gennaio al 3 febbraio, si svolge il viaggio evocativo e memoriale per la commemorazione della Shoah. La rassegna d’arte contemporanea “Segrete – tracce di Memoria” è stata inaugurata per la sua decima edizione nelle celle della Torre Grimaldina di Palazzo Ducale. Come nelle precedenti edizioni, la rassegna, ideata e curata da Virginia Monteverde, riunisce un gruppo di artisti contemporanei di levatura internazionale in collaborazione con gallerie artistiche e associazioni culturali. In un luogo intriso di suggestioni e memorie, come quello delle antiche carceri di Genova,  è stato allestito un percorso fortemente emozionale nel quale, grazie a varie opere e installazioni, si fanno riaffiorare i drammatici eventi del terrificante genocidio. Gli artisti offrono interpretazioni e spunti di riflessioni sulla giornata della Memoria. La loro arte, mezzo di comunicazione sociale e informativo, si propone come punto d’incontro tra passato e presente e fonte di sensibilizzazione, rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Si occupano dell’introduzione di riflessioni le personalità di Andreas Blank, Andreas Burger, Jan Kuck, Federica Marangoni, Giuseppe Negro, Silvano Repetto, Daniele Sigalot, e diversi giovani artisti che partecipano al Peace Project curato da Martina Campese. Numerosi eventi sono previsti a scopo pedagogico, emozionale e informativo. Un incontro con le scuole, la mostra fotografica di Roberto Menardo, esposta nelle prossimità del Binario 21. Due le esibizioni teatrali, “Lezioni elementari. Monologo sul maestro Gabriele Minardi” di e con Roberto Mussapi, in scena il giorno sabato 20 gennaio, e “Scalpiccii sotto i Platani-L’eccidio di Sant’Anna di Stazzemma” di e con Elisabetta Salvatori e Matteo Ceramelli al violino, prevista per il giorno 1 febbraio. L’evento sarà concluso da un reading di poesia di cui si è occupato Claudio Pozzani, direttore del Festival internazionale di poesia di Genova. “Segrete – tracce di Memoria”: un’ iniziativa commovente e incisiva La Torre Grimaldina, che fino al Trecento era simbolo del potere esercitato prima dal Comune e poi  durante la Repubblica di Genova, si trasforma in un simbolo di tragedia e di commemorazione grazie all’iniziativa “Segrete – tracce di Memoria”. Nel Medioevo era stato luogo di detenzione di numerosi intellettuali e personaggi politici. Il suo ambiente tetro e suggestivo, aperto al pubblico a partire dal 2008, è stato dunque trasformato in teatro di opere d’arte che si scoprono attraversando porte e inferriate dove in passato erano raccolti i prigionieri di Genova. L’arte nelle sue svariate utilizzazioni ha consentito di stimolare la memoria e la riflessione intorno a una tragedia umana e storica che non può conoscere l’oblio per gli orrori che ha provocato. “Segrete – tracce di Memoria” si è rivelata una rassegna incisiva, commovente e efficace.

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Interviste vip

Francesco Nicodemo, intervista all’autore di Disinformazia

Un piglio vivace, alla mano, da divoratore del mondo. Così si presenta Francesco Nicodemo quando gli propongo un immaginario salottino letterario in cui confrontarci. Autore del saggio Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media, edito da Marsilio Editori, e perito di comunicazione a Palazzo Chigi, con quattro chiacchiere mi presenta, senza mettere in vetrina, il suo campionario di idee e esperienze. Gli chiedo, innanzitutto, cosa lo ha spinto a occuparsi di comunicazione. Mi rivela subito che è stata proprio la curiosità a spingerlo in questo settore, l’ansia di dover leggere la realtà e di doverla comunicare. Ha incontrato persone lungo il suo iter che gli hanno dato fiducia, che lo hanno fatto lavorare sodo in un campo in continua evoluzione. Immediatamente fa trapelare la sua passione per la scrittura. Occupandosi di comunicazione politica ha potuto produrre molti contributi scritti. Aveva un blog, scrive su diverse testate giornalistiche, sui social network, ha uno spazio su Medium. Un vero e proprio animale sociale, al passo con i tempi ma anche capace di sorvolare sulla realtà per indagarla meglio. Francesco Nicodemo descrive con autentica devozione il suo lavoro, che lo porta a studiare e aggiornarsi di continuo. Un curioso che, nel suo campo, ha ragione di esserlo e di nutrirsi di fenomeni sempre nuovi. La parte che preferisce è il dialogo, il confronto. È un grande conoscitore dell’uomo, e lo si nota dalla sua voglia di coinvolgere, di capire cosa la gente pensa realmente. Non si distrae mai, sa che la chiave è prestare attenzione a tutto. La fonte di forza e motivo di perpetuo miglioramento è da sempre la sua famiglia. Dove si colloca Disinformazia nel mondo di Francesco Nicodemo? Passo a chiedergli qualcosa del suo libro, Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media. Mi interessa sapere come si inserisce la scrittura di un saggio sulla socialità e la comunicazione in un’epoca come la nostra, in cui tutto sembra in crisi. “Ogni epoca ha i suoi valori predominanti e di solito c’è chi rimpiange quelli persi. Credo che ci sia un’evoluzione continua e che sia necessario adattarsi ai tempi e alle nuove esigenze che emergono. Non si va necessariamente verso un sistema di valori migliore o peggiore, di base sono un ottimista ma se posso esprimere un auspicio, è quello di coltivare maggiormente il senso di comunità, lo stare assieme, il confrontarsi e il condividere. Anche in Disinformazia parlo di questo aspetto. Il discorso parte dalle dinamiche della rete ma sottolineo come sia online che offline, la dimensione collettiva sia indispensabile ad affrontare le sfide che ci attendono anche perché a grandi linee sono le medesime per tutti, il destino è comune.” Sottolinea che scrivere un libro è stato diverso da tutto il resto, perché è come mettere ordine tra le idee. Ha messo al mondo Disinformazia raccogliendo suggestioni lette e sviluppate nel corso del tempo. Il salottino letterario si tinge della policromia dell’arte. Da alcuni tweets di  Francesco Nicodemo avevo desunto la sua passione artistica. Lui si dichiara perennemente attento a […]

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Culturalmente

La Donazione di Costantino: falsa da 500 anni

Donazione di Costantino: storia e curiosità Considerata una delle più grandi imposture della storia, la Donazione di Costantino continua a suscitare fascino e curiosità. Nel 2017 il trattato di Lorenzo Valla, che ne smaschera la clamorosa falsità, ha compiuto 500 anni dalla sua pubblicazione. Il più celebre alibi del radicamento del potere della Chiesa sulla terra fatta a brandelli da uno studio filologico: è così che il grande umanista ha distrutto un intero passato storico di falsa testimonianza. Distrutto, ma anche salvaguardato. Donazione di Costantino: quali bugie racconta? Nella sua Donazione, datata 30 marzo 315, l’imperatore Costantino I Il Grande avrebbe conferito a papa Silvestro I la giurisdizione civile su Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente, ammettendo la superiorità del potere papale su quello politico, su tutti i sacerdoti del mondo, sui cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme). Chiara legittimazione delle mire temporali universalistiche delle istituzioni ecclesiastiche nel Medioevo, la Donazione di Costantino riporta un editto che Costantino non aveva mai emesso. Tale documento godette del rispetto e dell’adesione di molteplici figure nel corso della storia: riesumata da papa Leone IX nel 1053, è citata anche da Dante Alighieri nel De Monarchia, il quale però la priva del suo valore giuridico. Secoli di storia canzonati dal tentativo di rendere perfettamente giustificabile l’autorità del papato su quella del sovrano. La Donazione di Costantino racconta moltissimo dell’epoca in cui realmente fu registrata, probabilmente compresa tra il 750 e l’850, e della ricerca spasmodica una legittimazione temporale da parte della Chiesa. Nessuno ha mai dubitato per anni della veridicità dell’editto – perfino i nemici del potere temporale della Chiesa lo assurgono come veritiero – e questo ha generato le conseguenze più durature. 500 anni fa la Donazione di Costantino si scopre falsa: i meriti di Valla A porre rimedio al più grande falso della storia è stato Lorenzo Valla, eccelso umanista, filologo, scrittore, nato a Roma e mai morto per i contributi elargiti al mondo della cultura. Avverso all’aristotelismo e alla cultura scolastica, allarga la sua polemica a tutto ciò che è astrazione e dogma e erge la lingua a eccelso strumento di comunicazione. Sviluppa un metodo filologico attento alla storicità e connette il proprio amore per le humanae litterae all’impegno civile. Proprio in quest’ottica si inserisce la stesura del suo De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, redatto nel 1440 e pubblicato esattamente cinquecento anni fa, nel 1517. Lorenzo Valla si avvale delle proprie competenze storiche e linguistiche, e anche di una certa dose di indignazione, per dimostrare che la Donazione di Costantino è stata realizzata negli ambienti ecclesiastici durante il Medioevo. I suoi studi filologici rivelano in maniera inequivocabile che il latino adoperato non poteva essere antecedente rispetto alla proclamazione di Costantinopoli come capitale nel 330. Mette in rilievo la presenza di barbarismi, di concetti come quello di feudo, che non potevano sussistere all’epoca dell’imperatore Costantino. 500 anni fa il mondo veniva a conoscenza di una delle più scandalose menzogne storiche conservatasi nei secoli. Lorenzo Valla, intellettuale critico […]

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