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Eroica Fenice

Voli Pindarici

Il virus della diffidenza: mascherine sugli occhi

Il virus della diffidenza reciproca ci ha contagiati molto prima del ovid. Ci si ricorda a stento qual erano l’odore e la faccia della vita prima della pandemia, eppure era appena l’altro ieri. L’umanità si abitua presto al cambiamento, soprattutto a quello che tutela la sua sopravvivenza. A volte ci sembra che mani inumidite da gel disinfettante, pistole finte puntate alla fronte e maschere di carnevale da chirurgo sotto gli occhi facciano parte della nostra routine da sempre. Sembra già remoto, quasi inverosimile, il ricordo di calche, di abbracci libertini, di stanze affollate e sudori scambiati. Di spazi non misurati, di libertà ammassate, di giorni larghi e ariosi. E ci diciamo affamati della vita di prima, alla quale non facevamo troppo caso, nostalgici del privilegio di stare vicini, di conoscere la tempra dell’altro dalla stretta di mano. L’attuale situazione sanitaria innescata dalla diffusione del nuovo Coronavirus ha portato allo stremo alcune delle tendenze più pericolose della nostra epoca. E l’ha fatto con sottile e agghiacciante senso dell’umorismo. Eppure la vita di prima era già profondamente contagiata, solo che nessuno ne parlava. Non ne parlavano i giornali, inviluppati nella solita spirale triadica politica – economia – cronaca nera. Evitavano di parlarne anche gli amici, dietro alle loro nuvole di fumo nei bar, o gli amanti nella confidenza di una cena per due. Forse non ne parlavi nemmeno tu, e di certo non ne parlavo io. Prima della pandemia eravamo già ammalati, solo che non si diceva. Al virus che sta togliendo il fiato a tutti non manca un brillante sarcasmo, perché pare ostinato a mettere in evidenza alcuni vizi umani che circolavano ben prima dell’inizio del contagio, ma che si rinnegavano per omertà e paura, mettendosi quasi sulla difensiva. Questo è il virus della diffidenza, che si prende beffe dell’uomo come animale sociale decantato dai filosofi per la sua sacrosanta necessità di catene umane, di socializzazione ed empatia. È il virus di un’epoca già ammalata, già asociale. Un virus sardonico, più furbo di noi, che ci sta restituendo la nitida rappresentazione di un’umanità isolata, ritrosa, indifferente, allergica alla compassione. Il virus di una diffidenza non creata dal nulla, ma già esistente, portata solo all’attenzione da uno stravolgimento di abitudini. Mascherina in borsa, meglio anche i guanti, e laviamo le mani una, due, dieci volte, scrupolosamente, ossessivamente. Sparita qualunque traccia di cordialità dalle facce, meno persone incontro più sono salvo. Meno persone tocco, più proteggo me stesso. Mi è andata la saliva di traverso, ma non tossisco, ho paura della reazione della gente. Mi guarderebbe in cagnesco o spaventata, indietreggerebbe, si porterebbe tutte e due le mani sulla mascherina per indossarla meglio. E io mi sentirei portatore di uno stigma discriminatorio. Meglio tenere per me il mio disagio e rintanarmi nei miei spazi sicuri, senza alzare più gli occhi. La verità è che già da un po’ ci si teneva alla larga dall’altro. Una cuffietta schiacciata nelle orecchie e non c’era bisogno di prestare ascolto a qualcuno. Il virus lo ha solo […]

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Voli Pindarici

Temporali estivi e perché amarli: il bisogno di respirare

I temporali estivi sono la pausa di riflessione che si prende l’estate da se stessa, squarci di frescura nella coltre dell’afa. Nessuno può fare a meno di fermarsi a guardarli, magari proprio mentre ci si accingeva a buttarsi di nuovo tra le onde. Nel cielo uniformemente azzurro di un attimo primo, un broncio improvviso, un umore nero, ed ecco l’irrompere di tuoni, borbottio lontano ma distinto, e l’addensarsi di nubi e grigiore. Tutti hanno almeno un ricordo legato ai temporali estivi. Nessuno può fare a meno di amarli almeno un po’. Sono il paradosso dell’estate, l’imprevisto che turba ma affascina proprio per lo sconquasso che provoca. Davanti ai temporali estivi ci si sente piccoli e scioccamente fiduciosi. Proprio il caldo di cui ci si lagnava fino a poche ore prima, proprio l’estate salda e compatta che pareva durare per sempre, proprio la stagione dell’invincibilità e dell’esaltazione, adesso rivelano la propria fragilità, spazzati via da quello che sembrava un innocuo raduno di nuvole. Impeccabile metafora della vita. Nessuno può passare indifferente davanti a un temporale estivo senza dedicarvi un minuto, un’attenzione. Ogni volta, come se fosse il primo, ci fanno ammutolire. Sbigottiti dalla velocità del cambiamento, da quello spettacolo d’aria che restituisce respiro, finalmente, a volte invece disgraziatamente. Ira del cielo che si fa bianco, solidarietà di nubi che si danno appuntamento per manifestare malcontento. La leggerezza dell’attimo primo, il drink freddo ancora in pancia, musica che martella i timpani, le braccia ustionate dal sole, il sale tra le dita, lasciano spazio ad altro. A una senso di disgregazione, di fascino sinistro, di polvere tra quelle stesse dita. I temporali estivi hanno l’odore della tregua, di resa, di piacevole abbandono, di sabbia sporca che manda le sue polveri da paesi remoti. Li si immagina come momento di commozione, quasi di cordoglio dell’umanità durante una comune resistenza al torrido, al torbido. Prezioso e inaspettato attimo di riflessione che si spalanca nel fracasso dell’estate, nella concitazione della follia, nel vociare indistinto. Durante i temporali estivi si sta in silenzio, si torna a guardare, a pensare. In compagnia ci si stringe, un abbraccio sfugge dalle braccia improvvisamente infreddolite. Chi patisce il caldo spalanca le narici per farselo entrare vicino al cuore. Li ama anche chi di solito si getta a capofitta nel ritmo bollente di salsa, nel mare fino alla pelle d’oca, nel sole quando acceca, nelle ore piccole e nelle grandi, spericolate esplorazioni, a testa in giù nella vita. In solitudine ci si fa spazio. I grilli per la testa, i grilli che nelle notte afose cantano la loro ninna nanna, ora ammutoliscono nella pioggia che chiazza le finestre. Quando piove chi pensa troppo si dà tregua, si limita ad osservare il divenire, conscio che quella volta non potrà fare niente per cambiare le cose. I temporali estivi sono l’imprevisto, la perdita di controllo in cui si fa conoscenza con la bellezza di lasciarsi andare e di aspettare che passi. Mani contro i vetri e si acciuffa il temporale. Si prende aria, non […]

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Culturalmente

Muse e mitologia: figlie di Zeus, madri della cultura greca

Muse e mitologia: alla scoperta delle divinità delle arti Creature leggiadre, sublimi, altere divinità e splendide figlie di Zeus, le Muse costituiscono una delle gemme della mitologia greca. Incarnazione dell’arte, le Muse hanno davvero permeato ogni branca dell’ambito artistico, ricoprendo un ruolo centrale nelle arti figurative, nella letteratura, nella musica. Le Muse non sono ricordate soltanto come figlie di Zeus, ma anche di Mnemosine, la Dea della memoria. Nove graziose fanciulle, dette anche Eliconie per il fatto di abitare il monte Elicona, in principio erano venerate come ninfe delle sorgenti. Ben presto il loro mito si consolidò e iniziarono ad essere adorate come divinità olimpiche, qualifica che condividono con il padre Zeus. Numerosi i luoghi sacri a loro votati, così come i sacrifici che venivano rivolti loro o le offerte perlopiù consistenti in latte, miele e acqua. Le nove Muse sono frequentemente associate alla figura del dio Apollo e con lui ritratte nella maggior parte delle occasioni. Invocate dagli artisti più influenti della storia, e in particolare dai poeti, la malia e il mistero che aleggiano intorno alle Muse, ai miti, alle tradizioni e all’iconografia, di cui sono state protagoniste nel corso dei secoli, non hanno mai cessato di suggestionare. Figlie di Zeus, le Muse sono tra le madri fondatrici della bellezza imperitura dell’arte greca. Muse e mitologia: le nove gemme della cultura greca Muse e mitologia costituiscono una combo suggestiva, che continua a fare breccia negli appassionati di cultura e di arte. Ma chi sono le nove Muse che hanno segnato tanto indelebilmente la mitologia greca e la cultura di cui siamo eredi? Conosciamole meglio Calliope: il nome, altisonante, sensuale e maestoso, significa letteralmente dalla bella voce. Calliope era la musa della poesia epica, raffigurata anticamente con una lira in mano, mentre in seguito, sempre più spesso, con una tavoletta di cera e uno stilo o una pergamena. Adorata e invocata dalla costellazione degli artisti per secoli (tra i quali basti citare Omero o Dante), resta nella memoria per il suo ruolo di protettrice della poesia. Si annovera senza dubbio tra le Muse più famose e amate della storia dell’arte. Clio: vicina alla Musa Calliope per l’importanza rivestita nella mitologia greca, in particolare in campo letterario, Clio era considerata la protettrice della Storia, in quanto diligente custode dei passati degli uomini. La sua funzione era quella di ispirare i letterati che avrebbero dovuto cantare le gesta dei grandi dell’umanità. In principio raffigurata con una tavoletta o una pergamena, il simbolo cui venne in seguito più frequentemente associata è una pila di libri. L’etimologia di questo bel nome, ancora oggi utilizzato, è legato alla sua capacità di rendere celebri gli uomini. Thalia: Muse e mitologia si intersecano ancora per descrivere una delle Muse più iconiche della tradizione greca: quella della commedia. Thalia è associata al ridere, alla beffa, all’allegria, per questo è sovente raffigurata con una maschera in mano, un’edera intorno al capo e un’aria sbeffeggiatrice e leggera. Per la legge del contrappasso, spesso Thalia è stata anche collegata alla […]

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Voli Pindarici

Horror vacui: perché temiamo il vuoto, il silenzio, l’intimità

Da una veloce ricerca sul web si può apprendere che horror vacui sia una nota locuzione latina traducibile in terrore del vuoto. Riferendoci al mondo della fisica, Aristotele asseriva che l’horror vacui è letteralmente il rigetto della natura per il vuoto: secondo la sua teoria, avversata dalla scuola pitagorica, ogni molecola tende a riempire ogni porzione di spazio esistente proprio per evitare il vuoto. Per Aristotele il vuoto semplicemente non esiste, perché non previsto dalla natura. Spostandoci in ambito artistico, l’horror vacui diventa la volontà di saturare tutti gli spazi vuoti, tipica dello stile islamico o longobardo. Mario Praz assume questa affascinante locuzione per denunciare l’oppressione ispirata dall’arte vittoriana, la cui l’ossessione di affollare il vuoto è rivelata, in particolare, dalle scelte e dalle caratteristiche del suo arredamento. Riempire il vuoto: da cosa deriva questa necessità di cui pochi sono consapevoli ma che tutti cercano di soddisfare? Che cos’è il vuoto di cui parliamo, questo baratro, buco nero in cui si tenta di infilare cose a caso con l’obiettivo di soffocarlo o di negarne l’esistenza? Perché incute terrore? Il vuoto è il bianco, è assenza di colore. È lo spazio privo di segnaletica, il tempo senza orologi, è tutto ciò che esiste senza ornamento. È l’oceano di notte, la spiaggia senza lidi, la campagna sterminata. È l’autentico cui ci siamo disabituati per paura della sua vastità. Abbiamo bisogno di leggi perché abbiamo bisogno di limiti. Il rumore, il decoro, l’inutile, sono le nostre consolazioni predilette. L’uomo è stato fatto dal bianco, ma non è fatto per il bianco: ciò che non è circoscritto non è controllabile, dunque non accettabile da noi ciechi paranoici che ci preoccupiamo di programmare le minuzie di una vita quando essa si dispiega proprio nell’ingovernabilità delle sue contingenze. Il vuoto è il bianco. Riempire il vuoto è cospargersi di colori, annegare nei colori, in un amplesso di colori che deve offuscare la vista, confondere e distrarre dalla necessità di autentico. Il contatto con l’autentico atterrisce. Siamo nati dalla terra ma oggi dobbiamo ergervi palazzi e multinazionali al fine di evitare il contatto con essa. Siamo nati dal bianco ma dobbiamo drogarlo di colori allucinanti per il terrore della sua purezza. La nostra nudità è più che mai fonte di vergogna. Il vuoto è anche nudità, e riempire il vuoto è anche vestirsi di griffe per allontanarsi dalla propria pelle. Cosa significa allora horror vacui, terrore del vuoto, in questa lettura? Il vuoto è anche il silenzio. È la pace immota, l’arrivo dopo il viaggio, la conciliazione dei contrari, qualcosa di troppo inumano perché l’umano lo possa gestire o solo accettare. Temiamo il silenzio perché ci restituisce a noi stessi, alla nostra verità, alla prima luce, all’imbarazzo di scoprirsi girovaghi nel mondo anche quando ci si illude di seguire un progetto o una via battuta. Siamo vagabondi che graffiano il vuoto cercando un appiglio. Nella maggior parte dei casi, ci riduciamo a inventare i nostri punti d’appoggio. Li costruiamo credendoli indistruttibili, fino a quando qualcosa si fa […]

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Culturalmente

Linguaggio forbito e come usarlo: le parole più ricercate

Linguaggio forbito: partiamo dalle etimologie. Pochi sono a conoscenza del fatto che l’aggettivo qualificativo forbito, associato di frequente a un linguaggio che si vuole colto, raffinato e accuratamente studiato, sia in realtà il participio passato di un verbo assai meno conosciuto di origine germanica, forbire. Il suo significato è quello di ‘lustrare, lucidare, restituire brillantezza’ in riferimento alle armi: da qui l’odierno significato di linguaggio letteralmente lustrato, brillante. Il linguaggio verbale non è solo il mezzo di comunicazione che caratterizza l’essere umano, ma anche espressione della sua cultura. Gli studi sociolinguistici sottolineano la correlazione tra la varietà linguistica adottata dal parlante e lo status socio-culturale d’appartenenza dello stesso. Dunque ricorrere a un linguaggio forbito è considerato da molti italiani indispensabile per ostentare un livello culturale elevato. È dunque interesse di molti italiani quello di imparare a scrivere e a parlare avvalendosi di un linguaggio forbito, considerandolo un efficace biglietto da visita e valido veicolo di una posizione culturale e socio-economica di prestigio. Curioso di sapere quali siano le parole ritenute più ricercate, per utilizzare un linguaggio il più possibile forbito? Oppure sei solo interessato ad arricchire il tuo lessico? Di seguito riporteremo le parole più caratteristiche di un linguaggio forbito. Linguaggio forbito: le parole da utilizzare Utilizzare un linguaggio forbito significa scrivere e parlare con uno stile linguistico innanzitutto grammaticalmente corretto, ma anche accurato, ricco, compito. Abbiamo selezionato parole ricercate, dal fascino desueto, parole spesso dimenticate, ma assolutamente da conoscere se si vuole adottare un linguaggio colto e forbito. Obnubilare: coprire, oscurare, celare. Verbo ormai desueto ma assai affascinante, uno dei suoi sinonimi ancora una volta appartenenti a un linguaggio forbito è, per esempio, ottundere. Meditabondo: detto di persona con stato d’animo pensieroso e riflessivo, assente dal mondo circostante perché assorto nei propri pensieri. I suoi sinonimi più conosciuti e tipici di un linguaggio più semplice e colloquiale sono sicuramente pensieroso o assorto. Disamina: sostantivo femminile con il significato di esame attento e puntuale di qualcosa, esso non è un termine molto usato al giorno d’oggi, ma ancora perfetto se si vuole ricorrere a un lessico e a un linguaggio forbito. Procrastinare: verbo ancora in uso ma appartenente a un linguaggio più altolocato e forbito, il suo significato è quello di rimandare, temporeggiare. Bistrattato: sinonimo del molto più ricorrente maltrattato, ha varie sfumature di significato, tra cui quella di rovinato, utilizzato senza riguardo, o duramente criticato. Lezioso: aggettivo qualificativo, da considerarsi arcaico nel significato di grazioso o piacente, è rimasto nell’uso con la sfumatura di affettato, stucchevole o svenevole. Un bell’aggettivo per chi ama curare il linguaggio. Preconizzare: verbo transitivo non comune; in senso stretto indica l’atto di annunciare solennemente, in senso più esteso può essere utilizzato come sinonimo di profetizzare, predire. Non basta ricorrere a un lessico che risulti ricco e colto per l’adozione di un parlare forbito: anche la capacità di articolazione del pensiero, il corretto e fluido utilizzo della sintassi con una spiccata predilezione per l’ipotassi e padronanza linguistica risultano essenziali a questo scopo. Si può dire […]

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Culturalmente

Tatoo giapponesi: significati e interpretazioni

I tatoo giapponesi esercitano da sempre fascino e curiosità. L’arte di tatuarsi è infatti una pratica e una scelta antichissima, a cui l’uomo si sottopone per diverse ragioni, attribuendole le più svariate connotazioni. I tatuaggi sono perlopiù legati a esigenze di espressione di se stessi e si caricano quasi sempre di significati simbolici: si incide qualcosa sul proprio corpo per rendere manifesta la propria identità, la propria ideologia, la propria esperienza di vita. Non meno importanti possono essere le motivazioni estetiche: spesso si desidera e si effettua un tatuaggio sulla propria pelle per seguire una moda,  dunque per ragioni di approvazione sociale e cura del look. Ma più spesso un tatoo ha la funzione di segnare un rito di passaggio, un momento di cambiamento che va celebrato o esorcizzato. Tra i più scelti troviamo i simboli della cultura giapponese, essendo la cultura giapponese complessa e piena di miti e tradizioni le cui interpretazioni non smettono di esercitare fascino. Quali sono i tatoo giapponesi più famosi e qual è il loro significato? Tatoo giapponesi: i più famosi e significativi Prima di tutto, i tatoo giapponesi sono chiamati Irezumi e richiedono una tecnica particolare per la loro realizzazione. La storia dei tatoo giapponesi è particolarmente interessante in quanto possono essere divisi in due categorie distinte: quella dei tatoo punitivi e quella dei tatoo come decorazione del corpo. La cura del dettaglio, l’attenzione al colore e la precisione della linea sono tra i mantra del tatuaggio giapponesi. Spesso gli appassionati  scelgono di abbinarne diversi per costituire i cosiddetti Kara-jishi: l’accostamento di diversi disegni non è mai casuale e mira alla produzione di una vera e propria opera d’arte densa di significati. Tra i tatoo giapponesi più amati si annovera sicuramente il dragone: emblema di pace e saggezza nella cultura orientale, in contrasto con quella occidentale che gli affibbia connotazioni negative. Il dragone ha il potere di realizzare i desideri ed è di buon augurio inciderlo sulla propria pelle. Uno stesso discorso può essere fatto per il simbolo del serpente: anch’esso tra i tatoo più amati, il suo significato richiama la forza, il coraggio e l’acutezza, in netto contrasto con l’interpretazione occidentale che lo identifica con un’incarnazione di Satana. Fiori di ciliegio: tatuaggio tipico dei samurai, veniva scelto per esprimere la precarietà delle loro esistenze, costantemente incerte e in pericolo. I fiori di ciliegio simboleggiano la fragilità della vita, la sua natura effimera, ma tra le connotazioni che vengono attribuite loro vi è anche un richiamo alla rinascita. La fioritura rapida di questo fiore lo fa emergere tra gli altri, ma al contempo racconta la fugacità del tempo. La sua delicatezza lo rende vulnerabile al primo alito di vento. Chi sceglie questo tatoo, sta scegliendo di indossare un vero e proprio promemoria: la vita è fragile, passeggera, e per questo va protetta. Un altro tra i tatoo giapponesi più apprezzati è quello della geisha: letteralmente persona delle arti, lungi dall’essere sessualizzata nella cultura giapponese, la geisha rappresenta la bellezza, la fertilità, la sensualità, l’arte, […]

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Attualità

Sindrome dell’abbandono: perchè tutti ne parlano

Sindrome dell’abbandono: perché ne sentiamo parlare così spesso al giorno d’oggi? Cosa distingue la sindrome dell’abbandono quale disturbo della personalità diagnosticabile, dalla pura e normalissima paura di essere abbandonati dalle persone che amiamo? Si può porvi rimedio? Per rispondere a queste domande, occorrerà partire dalle origini e fare chiarezza su ciò che si intende per Sindrome dell’abbandono. La Sindrome dell’abbandono è l’eccessiva preoccupazione legata al pensiero e all’eventualità che persone a noi care ci lascino soli. Molti bambini ne soffrono in relazione alla figura materna, spesso come conseguenza della morte di una persona cara o di abusi emotivi o fisici. Dunque occorrerà in via preliminare distinguere la consueta paura da parte del bambino di essere lasciato solo dalla figura materna, dalla patologica preoccupazione che le persone intorno a lui scompaiano come prodotto di traumi psicologici su cui in alcuni casi sarà necessario intervenire a livello psicoterapeutico. Il bambino affetto da Sindrome dell’abbandono accuserà ansia da separazione, eccessiva preoccupazione al pensiero di essere lasciato solo e conseguente difficoltà a concentrarsi e a svolgere le attività più banali. Ma sono sempre di più gli adulti che manifestano i sintomi della Sindrome dell’abbandono. Sorge spontanea la seguente domanda: è possibile che oggi si sia più soggetti alla Sindrome dell’abbandono per una crescente precarietà e vuotezza dei rapporti umani cui assistiamo impotenti? L’attuale momento storico, pregno di preoccupazioni materiali, profondamente mutato dall’invasione della tecnologia nelle relazioni e negli scambi umani, ci rende più facilmente prede di disturbi quali questo tipo di sindrome? Non è facile dare una risposta definitiva a questo dubbio. La Sindrome dell’abbandono che affligge persone in età adulta può essere correlata a un eccessivo attaccamento a un partner, a un amico, a una persona cara appartenente alla famiglia. Studiare i sintomi con cui essa si presenta può essere utile a riconoscerla. Sindrome dell’abbandono: i segnali per riconoscerla e i danni a lungo termine Tra i sintomi della Sindrome dell’abbandono più peculiari per identificarla citiamo un sentimento di angoscia al pensiero di essere lasciato solo dalla persona verso cui si nutre l’eccessivo attaccamento o di uscire e svolgere attività in sua assenza. Il soggetto afflitto da tale patologia può anche accusare disagi e dolori fisici come mal di testa, mal di stomaco, nausea, fino a dei veri e propri attacchi di panico quando viene “abbandonato” dalla persona amata. Questo presunto abbandono può essere letto dal soggetto patologico in qualunque gesto: anche una chiamata mancata o un impercettibile atteggiamento di distacco nella persona con cui si è instaurato questa relazione morbosa può generare ansia, angoscia, preoccupazione smodata e panico. Se ci si riconosce nella maggior parte dei sintomi sopracitati, è opportuno consultare una figura altamente specializzata per intraprendere un iter psicologico al fine di uscire dal tunnel della Sindrome dell’abbandono. Sicuramente essa non può essere annoverato tra i disturbi mentali più gravi studiato in psicologia e psichiatria, ma gli effetti a lungo termine possono essere altamente nocivi e ostacolare una normale conduzione di vita, agendo negativamente sul percorso esistenziale di chi soffre di […]

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Riflessioni culturali

Sognare parenti morti, tra superstizione e psicologia

Sognare parenti morti si annovera tra i tipi di sogno che più sanno suscitare curiosità, inquietudini e domande. L’interpretazione dei sogni è una pratica antichissima e suggestiva, legata tanto a precise correnti culturali e religiose quanto all’innata curiosità dell’uomo, che si interroga da sempre sulla causa e sul significato da attribuire a ricordi, immagini e situazioni che popolano il suo sonno. In realtà quasi mai i sogni che animano le nostre notti passano inosservati dinanzi alla nostra attenzione, ma è indubbio che sognare parenti scomparsi faccia particolarmente leva sulla nostra emotività, scatenando interrogativi e perplessità. Sognare parenti morti: tre possibili interpretazioni Numerose e differenti le interpretazioni da attribuire al sognare parenti morti. La maggior parte degli psicologi che si occupano di decifrare l’attività psichica resa celebre dagli studi sull’inconscio di Freud concorda sul fatto che sognare parenti defunti sia sintomatico della nostalgia e dell’attaccamento che si prova per un caro scomparso, e che appartenga a un processo di metabolizzazione del lutto. Soprattutto se la scomparsa del parente è recente, sognare la persona defunta in vita palesa un dolore ancora non elaborato, che sta causando turbamento profondo e talvolta non cosciente. Oggi la psicologia tende a differenziare l’atto di sognare parenti morti in tre categorie: 1.Sognare parenti morti che parlano: Sognare un familiare scomparso nell’atto di dirci qualcosa denota la necessità di ricevere un consiglio da una persona fidata per una scelta delicata che non ci si sente pronti a prendere. Nella cultura popolare, se si sogna un parente morto che parla bisogna accogliere il consiglio, che procaccerà fortuna e una buona sorte. 2.Sognare parenti morti vivi: Un sogno simile è spia inequivocabile della nostalgia e della non accettazione per la lontananza di una persona, che si vorrebbe ancora vicina. Quando la dipartita del parente in questione è recente e non si ha ancora avuto il tempo di elaborarla consciamente, può capitare di sognarlo ancora vivo e vicino a sé. 3.Sognare parenti morti arrabbiati o che piangono: Soprattutto se il familiare in questione è associato a una nostra idea di saggezza e di coscienza, se si attraversa una fase della propria vita in cui si percepisce senso di colpa o di fallimento per qualcosa, sognare un parente morto arrabbiato o dispiaciuto potrebbe significare proiettare fuori di sé il proprio bisogno di una guida solida. Sia la cultura popolare sia la psicologia si interessano da sempre allo spettro di significati legati al sognare parenti morti. Molte interpretazioni legate alla scaramanzia e al folclore lo associano a una premonizione di buona sorte e di una fortuna che è in procinto di capitarci. Ancora la cultura popolare insiste sul prestar fede a eventuali parole o raccomandazioni pronunciate dalla persona scomparsa nel sogno: esse avranno un corrispettivo nella realtà, sono profezie cui credere oppure indicazioni per occasioni o guadagni fortunati. Un numero suggerito da un parente morto in un sogno deve necessariamente essere giocato perché arrecherà grandi fortune. La psicologia, a cui in questa sede consigliamo di dare ascolto, insiste invece su un altro genere di […]

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Cucina e Salute

Scatti d’ira: tutto quello che c’è da sapere

Scatti d’ira o attacchi di rabbia: se ne sente parlare molto meno rispetto alle tendenze “sorelle” rappresentate da ansia e depressione, eppure affliggono un numero di persone in aumento esponenziale. A ciascuno capita di provare sentimenti come la rabbia, la collera e la frustrazione e nessuno di essi è da demonizzare, ma da gestire con senso critico e della misura, perché appartenenti al variegato bagaglio emozionale cui ricorriamo in risposta agli eventi della vita. Tuttavia gli scatti d’ira di cui ci occuperemo non pertengono il normale piano dell’emotività dell’essere umano, ma si collocano tra disturbi patologici da affrontare con cautela e se necessario con l’opportuno sostegno psicologico. La rabbia in condizioni di normalità è una risposta emotiva che concerne lo spettro delle reazioni umane utile a esternare disaccordo, disappunto, collera rispetto a una situazione che avvertiamo come ingiusta. Sviluppatasi tra le sue reazioni primarie, la rabbia è servita all’essere umano nel corso della storia per garantirsi la sopravvivenza in situazioni di pericolo e come spinta propositiva al raggiungimento di un obbiettivo. Tuttavia quando l’ira raggiunge soglie difficili da controllare, diventa distruttiva e produce problematiche e disturbi nella sfera relazionale, sociale e lavorativa o arriva a incidere nella qualità della vita, si può parlare più specificamente di scatti d’ira. Scatti d’ira: rimedi a portata di mano Gli scatti d’ira possono manifestarsi attivamente o passivamente: scatti di ira attivi si esternano con la persecuzione o la minaccia a danno di persone, rottura di oggetti e comportamenti aggressivi. Gli scatti d’ira passivi, invece, riguardano la repressione sistematica del proprio stato d’animo. Nel caso in cui gli episodi degli scatti d’ira perdurino o raggiungano un’intensità allarmante si consiglia di ricorrere al parere di uno specialista per avviare un adeguato percorso psicologico teso all’eliminazione delle cause scatenanti degli scatti d’ira. In casi non patologici del tipo descritto, invece, può essere utile un ricettacolo di consigli e dritte semplici ed efficaci per imparare a controllare e incanalare diversamente gli scatti d’ira. 1. Respirare Può sembrare un accorgimento così elementare da risultare superfluo, eppure spesso è la soluzione più semplice quella di cui necessitiamo. Se ci sembra di perdere il controllo e di essere sopraffatti dalla rabbia e dall’indignazione, la prima cosa che dovremmo tentare di fare è respirare profondamente e contare fino a dieci. La semplice pratica della respirazione aiuta a prendere tempo, a soppesare adeguatamente la situazione e a reagire nella maniera più consona, contenendo episodi eccessivi e nocivi di ira. 2. Identificare la causa degli scatti d’ira Anche questa può apparire una dritta semplice, eppure non si tiene mai abbastanza in considerazione: per controllare uno scatto d’ira ed evitarne l’esplosione, bisognerebbe riflettere sul motivo o la causa che l’hanno prodotto. Una scortesia, una mancanza di rispetto, un dispiacere, un torto subito, un semplice nervosismo. Cosa sta producendo l’ira che ci sta assalendo? Chiederselo è oggettivare la situazione, padroneggiarla, gestire razionalmente le proprie pulsioni istintive. 3. Rilassarsi Con un corso di yoga, con un hobby rigenerante, con una buona lettura o con una chiacchierata con […]

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Culturalmente

Fernando Pessoa: le inquietudini e i segreti

Se si volesse provare a raccontare il genio di Fernando Pessoa, si dovrebbe cominciare proprio dal suo cognome. “Pessoa” in portoghese significa persona. In effetti attraverso la penna di Pessoa vissero e si conquistarono l’immortalità letteraria più persone: Fernando António Nogueira Pessoa (questo il nome completo) amava scindersi in tanti eteronimi, ovvero le varie persone a cui affidava il suo io tormentato e scomposto. Dichiarava di vivere da solo con se stesso e di aver individuato nell’isteria l’origine delle tante persone cui dava voce, forse per sopperire alla mancanza di un centro nella propria essenza. Misterioso, complesso, introverso e perennemente insoddisfatto: il portoghese Fernando Pessoa era questo e tanto altro. Il lascito della sua letteratura è denso di misteri e di significati difficili da decifrare ma nei quali ogni lettore ritrova un po’ delle proprie inquietudini più recondite. Fernando Pessoa: la vita, i sogni, la morte dello scrittore portoghese Riconosciuto come il più significativo poeta moderno del Portogallo, per i più Fernando Pessoa è la rappresentazione letteraria perfetta del Ventesimo secolo. Originario di Lisbona, dove trascorse la maggior parte della sua vita, durante il suo trasferimento a Durban in Sudafrica, a seguito della morte del padre, apprese impeccabilmente la lingua inglese, sebbene egli stesso dichiarasse che “la mia patria è la lingua portoghese”. A Lisbona abbandonò presto l’Università e cominciò a lavorare come corrispondente commerciale, giornalista per diverse riviste, animatore dei circoli letterari di Lisbona e traduttore. Ma la letteratura, la poesia e la divulgazione culturale furono la grande vocazione di una vita intera: addirittura Pessoa cercava di concentrare i propri impegni lavorativi in soli due giorni della settimana per poter dedicare i restanti alla propria passione. Morì in una clinica di Lisbona nel 1935 a causa di una crisi epatica, probabilmente causata da un abuso di alcool. La sua vita, caratterizzata da eventi poco significativi e sempre vissuti con discrezione, fa da sfondo a una produzione letteraria universale e folgorante. L’unico libro pubblicato in vita da Pessoa, quello che si fa più specchio della persona di Pessoa, è Mensagem (Il Messaggio). Una letteratura di evanescenza e enigmi La sua curiosa spersonalizzazione, insieme all’enigmaticità del suo stile, all’insoddisfazione esistenziale e all’affinità con il misticismo e l’occultismo, rendono Pessoa una delle figure culturali più influenti del Modernismo e della Letteratura europea in genere. Conoscere Fernando Pessoa è conoscere i suoi eteronimi, uno dei tratti più singolari della sua produzione poetica: in un universo di caos, frammentarietà, dispersione e disarmonia come quello che Pessoa riportava sulla pagina, egli si sentiva altrettanto privo di un centro, pluridimensionale, spezzato. Tra gli eteronimi più conosciuti si ricordano quelli di Ricardo Reis, Bernando Soares, Alberto Caeiro. 27.543 gli scritti inediti pervenuti in un baule dopo la sua morte, avvenuta silenziosamente come egli aveva vissuto. Il suo verso sciolto testimonia l’influenza di Walter Whitman. Un sottofondo di dolore, la sfiducia verso l’umanità e il mondo, lo spessore psicologico, un senso perenne di noia, la sua insaziabile ricerca, la concezione della letteratura come maniera di impaginare tutte le […]

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Culturalmente

Sanscrito: quello che c’è da sapere sulla lingua perfetta

La parola sanscrito significa perfezionato. Già dalla sua etimologia è possibile ricavare indizi sulla storia e le curiosità che caratterizzano questa lingua, antichissima ma ancora oggetto di studio e interesse. La prima definizione che solitamente si attribuisce alla lingua sanscrita è quella di “lingua più antica del mondo”. In effetti il sanscrito, appartenente alla famiglia linguistica indoeuropea, era parlato nel subcontinente indiano già dal X secolo a.C, periodo a cui risalgono le sue prime attestazioni. È considerata origine di moltissime lingue moderne parlate in India, nonché “lingua perfetta”. Se dovessimo paragonare il sanscrito a un’altra lingua, la sola cui potremmo accostarlo sarebbe il latino. Il ruolo svolto soprattutto in relazione alle altre lingue è il medesimo. Il sanscrito classico non apparteneva all’uso quotidiano ma veniva impiegato quasi esclusivamente dalle caste elitarie e in ogni forma letteraria, anche religiosa. Il mistero che aleggia intorno al sanscrito deriva in gran parte dalla stupefacente complessità del suo sistema linguistico: otto i casi, verbi con diverse diatesi, elevata capacità di costituire parole composte. Anche la sofisticatezza della sintassi e della grammatica di questa lingua ha contribuito a rendere il sanscrito particolarmente conservativo. Per secoli è stato considerato da linguisti e studiosi di diverse discipline punto di riferimento per comprendere la storia e l’evoluzione delle lingue indoeuropee. Soprattutto la fonetica ha ricercato l’origine di molti fenomeni linguistici fonetici nella lingua sanscrita, la quale, tra l’altro, presenta frequente radici greche. L’interesse di linguisti e studiosi da tutto il mondo per il sanscrito Una delle prime tesi che riconduceva il sanscrito allo stesso ceppo delle lingue germaniche e di quelle classiche, sempre con lo scopo di studiare la loro genealogia, fu quella presentata da William Jones della East India Company alla Royal Asiatic Society di Calcutta. Il suo lavoro spalancò le strade all’interesse verso il sanscrito da parte di linguisti di tutto il mondo, che svolsero intensi e lunghi lavori di comparazione del sistema di radici della lingua sanscrita con il sistema di radici delle lingue latino e greco. Ancor prima dell’intuizione di Jones, Filippo Sassetti aveva individuato e riportato in certe lettere personali somiglianze evidenti tra parole sanscrite e parole greche o latine. Anche sulla base di queste osservazioni preliminari, poi sviluppate da studi di linguistica mirati a riflettere tradizioni e trasformazioni della lingua e della storia d’Europa e d’Oriente, alcuni linguisti hanno ipotizzato che il sanscrito potesse essere lingua madre innanzitutto del latino e del greco, e di conseguenza anche di tutte le lingue da essi derivate. Al celebre linguista Wilhelm August von Schlegel spetta il merito di aver avviato lo studio del sanscrito in Germania. La prima grammatica di questa lingua, invece, è da ricondurre al lavoro del missionario Paolino da San Bartolomeo. Sanscrito: lingua morta, ma vivissima nella sensibilità contemporanea Il sanscrito è da catalogare tra le lingue morte, non essendo parlata da nessun popolo vivente. Descritto anche come l’idioma perfetto, la sua grammatica è in grado di analizzare ogni meccanismo linguistico. Ma questa completezza non nuoce alla sua produttività: essa appare in […]

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Culturalmente

La leggenda della Mano di Fatima: calarsi nel simbolo

Ti sei mai interrogato sulla leggenda della mano di Fatima, che è divenuto uno dei simboli più diffusi della cultura della nostra società, malgrado le sue radici musulmane ed ebraiche? Che si tratti di un tatuaggio, di un gioiello o di una calamita da appiccicare sul frigo, è impossibile non notare l’eccezionale popolarità della Mano di Fatima, incantevole amuleto che decora oggetti qualunque natura. Solo in pochi però conoscono la leggenda della Mano di Fatima. La Mano di Fatima è un palmo di mano dalle dita aperte, emblema di protezione. Denominata anche Hamsa (cinque in arabo), per la tradizione ebraica essa è invece la Mano di Miriam, sorella di Mosè e di Aaronne. La Fatima musulmana invece allude alla quarta figlia del profeta Maometto: proprio alla misteriosa figura di questa donna è legata la leggenda della Mano di Fatima di cui ci occuperemo. La leggenda della Mano di Fatima: storia di amore e salvezza Secondo la tradizione islamica, Fatima è la quarta e ultima figlia di Maometto, donna dotata della capacità di compiere miracoli. Tra i tanti, si narra che Fatima fosse in grado di portare pioggia nel deserto e che nel luogo in cui si recava a pregare sbocciassero fiori di squisita bellezza. Andata in sposa ad Ali, cugino del padre e quarto califfo, si rivelò una moglie innamorata, fedele e profondamente legata al consorte. Tuttavia una sera Fatima scoprì, sbirciando dalla finestra della sua casa, che Ali aveva intenzione di prendere una concubina, con la quale si accingeva a entrare in casa, secondo quanto la religione islamica consentiva. La sorpresa e il dolore per la visione distraggono Fatima, che si ustiona la mano nella zuppa bollente che stava cucinando, avendola immersa inavvertitamente, senza accorgersi del dolore fisico per la grave angoscia balenatale in cuore. Ali si accorse della grave ustione sulla sua mano e la aiutò a medicarsi, ma le comunicò ugualmente la decisione di prendere accanto a sé un’altra donna. Quando il marito si recò nella camera da letto con la concubina, Fatima, che secondo le norme islamiche non poteva opporsi alla sua decisione, prese a spiarlo da una fessura della parete. Proprio mentre Ali baciava la nuova compagna, una lacrima si staccò dagli occhi della devota Fatima e andò miracolosamente a posarsi sulla spalla di suo marito. Come colto da un’improvvisa rivelazione, Ali si rese conto d’un tratto dello sconfinato amore della moglie, e in virtù del dolore che le stava provocando decise di rinunciare all’idea di prendersi una concubina. La ferita alla mano di Fatima è assunta a sacrificio per il successivo “miracolo” avvenuto, che le ha concesso liberazione dall’angoscia e amore gioioso. A partire dalla leggenda della Mano di Fatima, profusa di mistero e di simboli culturali, si può comprendere meglio tutto il fascino e la risonanza di un amuleto dalla diffusione davvero virale. Una mano ferita ma curata con amore, destinata a portare protezione e amore a chiunque la indossi. La leggenda della Mano di Fatima suggerisce che essa simboleggi non soltanto protezione, […]

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Attualità

Profumi femminili: quale scegliere per lasciare il segno

Profumi femminili: la nostra top 5! I profumi femminili non sono soltanto mode passeggere per cui optare con l’obiettivo di stare al passo con gli ultimissimi brand. I profumi femminili sono la traccia che ogni donna imprime alla propria pelle per farsi ricordare. Il profumo è un segno, una dichiarazione: la persona che lo porta sta lasciando indizi su se stesso, su ciò che ama, su ciò che vuole comunicare all’altro. Proprio per questo la scelta dei profumi femminili non è facile e quasi mai viene fatta con leggerezza. Ogni profumo accenna a una storia e a una personalità e trovare quello giusto può risultare un’ardua impresa. In questo articolo consigliamo i 5 profumi femminili divenuti classici per il fatto di essere senza tempo e profusi di suggestione e seduzione. Quale sceglieresti per renderti immediatamente riconoscibile e indimenticabile? Profumi femminili: 5 profumi per raccontare la propria essenza 1. Lancome. La Vie Est Belle, Eau de Parfum Uno dei profumi femminili più in voga al momento è proprio quello che ha per testimonial Julia Roberts: la fragranza che esala è un delicatissimo e impeccabile mix di iris, fiori d’arancio e gelsomino. Vuoi portare addosso, sempre con te, il profumo dei fiori? Basta optare per questo romantico profumo, un bouquet delicatissimo e suggestivo, il cui prezzo si aggira intorno ai settanta euro. 2. Parfums Christian Dior. J’adore Presente sul mercato dall’anno 1999, questo profumo femminile è un classico intramontabile che continua a sedurre donne di tutto il mondo. La madrina è Charlize Theron, indicativo di quanto la fragranza di questo must nell’ambito della profumeria sia audace ma mai eccessiva, non banale e decisamente difficile da dimenticare. La durata del profumo è, secondo il parere di chi lo acquista, generalmente lunga. Definito “spiazzante” da molti la prima volta che lo si indossa, il profumo J’Adore di Dior è prezioso e seducente, sa di fiori ma serba anche la venatura più selvaggia della natura. Floreale e intenso, se si vuole puntare su un classico della profumeria consigliamo di optare per tale profumo femminile. 3. Giorgio Armani. Acqua di Gioia Prodotto dal gruppo Floreale Acquatico, firmato Giorgio Armani, la fragranza lascia largo spazio al limone, alla menta e al gelsomino. Consigliato per chi sta cercando una profumazione fresca, giovanile, che inneggi alla vita e alla voluttà. Molti clienti lo definiscono perfetto per l’estate proprio per il suo risultare quasi frizzante. Tra i profumi femminili, è sicuramente il must have per le ragazze giovani che vogliono lasciare una traccia fresca e gioviale. Il prezzo si aggira intorno ai sessanta euro. 4. Coco Chanel. Chanel N°5 Questo immortale profumo femminile è il più venduto della storia, con 80 milioni di flaconi acquistati dai clienti di tutto il mondo. Commissionato dal chimico Ernest Beaux e realizzato da Coco Chanel, il bouquet offerto da tale profumo è complesso, seducente, elaborato: non una mescolanza floreale lo caratterizza, ma una decisiva predominanza di muschio e gelsomino per un tocco lussuoso e anche lussurioso. Un profumo unico, simile soltanto a se stesso, […]

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Culturalmente

Frasi di filosofi: vademecum per una vita di libero pensiero

Le frasi di filosofi vissuti secoli addietro continuano a suscitare il nostro interesse, la nostra curiosità e il nostro innato bisogno di una guida spirituale cui affidarci per condurre una vita di spessore, gioia e solidità. Si cercano per soddisfare la necessità di dare un senso alle cose, di interpretarle e orientarle con lungimiranza, per sete di una conoscenza antica ma universale, per amore dell’essere umano e di tutto ciò che lo rende appassionato e curioso ricercatore. Passiamo in rassegna le frasi dei filosofi da leggere e imprimere nella propria memoria, come un prezioso ricettacolo da consultare ogni volta che avvertiamo l’esigenza di pensare criticamente, di farci guidare dalla libera riflessione e dalla saggezza classica. Gli antichi filosofi sembrano davvero aver detto tutto: lo dimostra il fatto che il loro pensiero si adatti perfettamente a ogni epoca, rivelandosi sempre attualissimo. Quella dei filosofi è una saggezza ineluttabile inscritta nella civiltà stessa, che ha costituito la radice della nostra cultura e della nostra umanità, e che si esprime attraverso la parola. Ecco le 5 frasi di filosofi da ricordare, piccolo vademecum per vivere con spessore: Frasi di filosofi: da Aristotele a Nietzsche 1. Se c’è una soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione perché ti preoccupi? (Aristotele) La nostra rassegna di frasi di filosofi famosi non poteva non cominciare da Aristotele. Nel suo pensiero, affannarsi per i problemi senza essere risolutivi è totalmente controproducente. Se esiste un modo, esso va solo trovato, quindi non c’è ragione per turbarsi. Se non esiste un modo, niente potrà migliorare la cosa per cui ci si affligge. Quindi che senso avrebbe angosciarsi per qualcosa che è comunque destinata ad andare per il verso sbagliato? Aristotele metteva in guardia sull’importanza di affrontare i vari tempi della vita, senza violarli e preoccuparsi inutilmente per un futuro che non si potrà comunque controllare. La calma e la leggerezza interiore faranno fronte a qualunque avversità. 2. Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo. (Aristotele) Tra le frasi di filosofi di cui ci stiamo occupando, questo pensiero breve ma di spessore è uno di quelli che più inneggia al valore dell’azione. Il pensiero, per essere d’utilità e non mera retorica, ha bisogno dell’agire, della messa in pratica di ciò che si apprende. Aristotele dà valore all’esperienza, all’atto, all’importanza di coniugare sapere e saper fare. Il miglior modo di verificare se si sa fare qualcosa è farla. I filosofi greci, infatti, non devono essere considerati teorici privi di attitudine alla vita. Al contrario, essi avvalorano l’accordo tra pensiero e atto. 3. Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare. (Socrate) Il pensiero di Socrate è impeccabile spia del suo metodo filosofico, che era dialettico e definito maieutico. Socrate crede nel dialogo e nel non insegnare qualcosa, ma nell’insegnare a pensare: la sua era una concezione dell’insegnamento originale e modernissima. Il focus della sua filosofia era l’apprendimento di un senso critico che permettesse di diventare liberi pensatori. Scardinare le proprie certezze e la fede […]

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Culturalmente

Le statue greche raccontano l’eternità dell’arte classica

Le statue greche sono punti luce nella costellazione delle opere d’arte greca: non a caso la scultura greca che si colloca tra il 450 a.C e la morte di Alessandro Magno è definita classica e si pone come modello per tutta l’arte successiva, essendo considerato la vetta più alta mai lambita dalla produzione artistica di ogni secolo. La bellezza, eterea e intramontabile, delle statue greche non ha mai conosciuto oblio. La tecnica sofisticata, l’attenzione al dettaglio, la conoscenza dell’anatomia umana, la ricerca della perfezione sono peculiarità tipiche delle statue greche in età classica. Lo sguardo dello spettatore moderno continua a paralizzarsi e a subire il fascino ipnotico di un’arte sublime, impeccabile, data alla luce per sopravvivere all’uomo nei secoli. Di seguito si elencano le statue greche d’età classica che hanno fatto la storia dell’arte e della bellezza per maestria tecnica e grazia impeccabile.  Statue greche: 5 sculture classiche di intramontabile bellezza Doriforo di Policleto Scultura prodotta dal genio dell’artista greco Policleto e datata verso il II secolo a.C,  doveva essere originariamente bronzea, anche se oggi è possibile visionarne una copia marmorea al MANN di Napoli. Il Doriforo di Policleto è una delle statue greche più riprodotte al mondo: numerosissime versioni, piuttosto simili o molto diverse dal presunto originale, sono venute alla luce negli anni. La scultura raffigura un giovane nudo, dal corpo  muscoloso e di grande perfezione formale, che solleva la mano sinistra, mentre tutto il peso poggia sulla gamba destra. Evidente e impeccabile è l’applicazione del chiasmo, così come puntualissime sono le misurazioni matematiche effettuate da Policleto per portare a termine questo capolavoro dell’arte greca. Discoforo di Policleto Ricondotto spesso al periodo giovanile della produzione artistica di Policleto, il Discoforo è un’altra statua originariamente bronzea della galassia della scultura greca classica, raffigurante un uomo nudo, dall’anatomia tecnicamente impeccabile, che regge nella mano destra un disco e si appresta a compiere un movimento. Tutta la concentrazione dell’atto che il soggetto si accinge a compiere è leggibile dall’espressione. Il realismo dell’espressione e della resa del corpo risulta ancora oggi sorprendente. Amazzone Mattei di Fidia Tra le statue greche di cui ci stiamo occupando, l’Amazzone Mattei è sicuramente tra quelle più affascinanti per il suo dinamismo. La fanciulla raffigurata dall’artistica greco è colta nell’attimo prima di saltare a cavallo: la veste corta che indossa è scucita al livello del seno e il braccio destro è sollevato. Il movimento del soggetto è ritmato dallo schema del chiasmo, e la gamba destra è sostenuta da un tronco d’albero. Notevole è la presenza di oggetti che correda la statua greca: una faretra è posta sotto il braccio sinistra, un elmo è posato per terra, accanto ai piedi. La capigliatura è ondulata e l’espressione esprime la tensione del momento che precede il balzo. Afrodite cnidia di Prassitele Giunta a noi solo attraverso copie romane, come la maggior parte delle intramontabili statue greche, l’Afrodite cnidia è il primo nudo femminile dell’arte greca. La mano destra della dea ritratta copre pudicamente il pube, l’altra è catturata nel gesto […]

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Viaggi e Miraggi

Isolette italiane incantevoli dove trascorrere le vacanze

Isolette italiane da considerare come meta per le vacanze: la nostra top 5! | Opinioni Isolette italiane: luoghi incantati, di dimensioni ristrette, dal turismo selezionato, dall’offerta naturalistica e paesaggistica così vasta da lasciare l’imbarazzo della scelta. Eppure la maggior parte degli italiani non prende abbastanza in considerazione il ventaglio di isolette italiane di cui disponiamo come meta turistica su cui fiondarsi per l’estate. Il settore turistico è una delle risorse economiche più rilevante del nostro paese, destinazione amatissima da turisti di tutto il mondo e spesso data per scontato proprio da noi nella scelta del posto dove passare le ferie. Se sei stanco della routine ma anche di sfuggirle, optando per vacanze tradizionali e conformiste, ti accompagniamo in un breve tour alla scoperta delle isolette italiane incantevoli e naturalistiche, in cui dovresti proprio considerare di trascorrere le vacanze quest’anno! Isolette italiane: la top 5! 1.Procida La nostra rassegna non può che cominciare dalla più piccola isola campana. Procida è un’affascinante, graziosa isoletta italiana caratterizzata da una collina detta Terra Murata, sovrastata da un borgo di origini medievali. Tre i porticcioli presenti e la divisione in nove contrade dette grancìe. Marineria e industria turistica sono i cavalli di battaglia di questo isolotto campano. Ricordata per vari capolavori di cui è stata teatro, tra cui “Il Postino“, interpretato da Massimo Troisi, Procida è una deliziosa gemma mediterranea, profumata degli enormi e succosi limoni che dà alla luce, costellata da sentieri naturalistici, casette colorate, vigneti e insenature a picco sul mare. 2. Pantelleria Delizioso isolotto siciliano, si annovera tra le isolette italiane da visitare che offrono più ricchezze e attrattività. Di origini vulcaniche, è spesso definita “Perla Nera del Mediterraneo” per i suoi paesaggi esclusivamente rocciosi, mai sabbiosi, e per gli scogli di pietra lavica. Soggetta alla dominazione araba per più secoli, oggi ne conserva tracce intrise di fascino in molti aspetti della cultura locale. Destinazione amatissima dai vip per la sua vicinanza all’Oriente, per le prelibatezze culinarie e anche per la discrezione dei suoi abitanti. 3. Ventotene: esili illustri per una delle isolette italiane da scoprire Situata tra Lazio e Campania, il nome di questa isola selvaggia e suggestiva è associata a molti esili “famosi”: proprio a Ventotene, Augusto esiliò la figlia Giulia, Tiberio la nipote Agrippina e Nerone la moglie ripudiata Ottavia. Caratterizzata da una natura piuttosto incontaminata, Ventotene non vanta un gran numero di villaggi turistici o di attrazioni mondane, ma si presenta come il luogo prediletto dagli amanti del mare, della terra, del relax a contatto con Madre Natura. Si circola solo con vetture elettriche, bici, motorini e…a piedi. Grotte affascinanti, calette naturalistiche e poco spazio per il caos e il turismo di massa. 4. Giglio L’isola del Giglio, la seconda più grande isola appartenente all’Arcipelago Toscano, è una vera e propria gemma naturalistica. Calette isolate in una costa molto varia, panorami mozzafiato e percorsi da godersi a piedi rendono questa destinazione perfetta per chi ama addentrarsi nella natura. Giglio Castello offre ai suoi turisti un pittoresco borgo medievale, […]

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Napoli e Dintorni

Serata romantica: idee per trascorrerla a Napoli

Ogni serata romantica che si rispetti può essere paragonata a una ricetta da realizzare tra i fornelli: prima di mettersi all’opera, è necessario disporre degli ingredienti basilari. Nel caso di una serata romantica, affinché sia garantita la sua buona riuscita, è necessario che vi siano la persona giusta e lo scenario giusto. Per la persona giusta non possiamo far niente: l’arduo compito di trovarla spetta ai lettori. Ma per lo scenario, l’attività e l’idea giusta ci pensiamo noi! Ecco alcune idee per trascorrere una serata romantica in dolce compagnia che risulti davvero indimenticabile: Serata romantica: 5 luoghi ideali a Napoli 1. Marechiaro Pittoresco borgo di pescatori a un palmo dal mare, profuso di romantici ristorantini e reti di pescatori, Marechiaro è il setting perfetto per trascorrere una piacevole serata romantica, passeggiando mano nella mano e godendosi tutte le suggestioni del mare. Celebre per la sua “fenestrella”, affacciandosi dalla quale il poeta Salvatore Di Giacomo avrebbe composto la canzone napoletana Marechiare, oggi tale finestra è corredata da una lapide con lo spartito della canzone e il nome del suo autore. Deliziosa cornice napoletana, Marechiaro è una delle alternative più appetenti per una serata romantica di grande effetto,  a causa dell’incantevole panorama sul golfo di Napoli che offre a innamorati e non. 2. Il Belvedere di San Martino A San Martino si vede tutta la città. Si potrebbe cominciare così la descrizione del Belvedere di cui si può godere a San Martino, dopo una visita diurna alla celebre Certosa. Il Belvedere di San Martino offre una vista a perdifiato su Napoli, la possibilità di una passeggiata romantica sorseggiando una birra o sostando su una delle panchine presenti. Per una serata semplice e rilassante nessuna scelta è più appropriata del panorama mozzafiato del Belvedere di San Martino! 3. Caffè letterario Intramoenia a Piazza Bellini Agli albori di ogni storia d’amore, si sa, c’è un invito a prendere un caffè. Se si è all’inizio di una frequentazione e si desidera un setting non banale per chiacchierare, conoscersi meglio e trascorrere una serata in un luogo dal fascino indiscutibile, il Caffè letterario Intramoenia, ubicato a Piazza Bellini, è una valida alternativa. Il Caffè letterario consente un’efficace valorizzazione del centro storico di Napoli, prima abbandonata al degrado e all’incuria, sorgendo sul confine dell’antica città partenopea e facendosi originale vetrina di cultura, storia e bellezza. 4. Terrazza Calabritto Situato a piazza Vittoria, a ridosso del mare, Terrazza Calabritto è il nome di uno dei più romantici e famigerati ristoranti napoletani, che sa coniugare efficacemente l’offerta gastronomica alla bellezza naturalistica del golfo di Napoli su cui affaccia. Un menù interamente a base di pesce, una terrazza panoramica romantica e suggestiva, il wine bar messo a disposizione dei clienti…il ristorante Terra Calabritto è un posto glamour, mondano ma anche profondamente romantico. Uno dei piatti forti apprezzati dai clienti è l’antipasto a base di pesce crudo o la tartare di tonno: gusti leggeri, delicati ma indimenticabili per insaporire una cena romantica. 5. Ristorante Antonio & Antonio Ubicato a via Partenope, […]

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