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Eroica Fenice

Culturalmente

Maghi famosi: i 5 maghi che hanno fatto la storia della magia

Pochi sono a conoscenza del fatto che anche la magia ha la sua cultura. Così come nella storia della letteratura si possono rinvenire autori famosi, anche la storia della magia conta i propri maghi famosi. Dalla superstizione all’occultismo alla stregoneria, le pratiche misteriose hanno sempre generato suggestione e curiosità anche nei più scettici. La magia ha perfino un luogo d’origine, che è l’Egitto, terra di incanti e di riti profusi di fascino e mistero. Tra le branche che caratterizzano il campo della magia spicca quella dell’illusionismo, forma di intrattenimento che si serve di trucchi materiali o immateriali per produrre effetti scenici di grande impatto sugli spettatori. Numerosi gli illusionisti che hanno stregato e strabiliato con i loro numeri di magia, giochi di prestigio e manipolazioni traversate di mistero. Tra i maghi famosi che hanno fatto l’immortalità del fascino dell’illusionismo e della magia stessa, proponiamo quelli dalle storie più…magiche! Maghi famosi: vite, storie, curiosità 1. Jean Eugène Robert-Houdin Illusionista francese del XIX secolo, Houdin è spesso indicato come “il rinnovatore dell’arte magica”. Prestigiatore e illusionista di vasta fama, è accettato dai più in qualità di padre della magia da palcoscenico moderna. La rivoluzione apportata al mondo della magia da Houdin, certamente uno dei maghi famosi più sensazionali di sempre, è quella di aver reso gli spettacoli di magia, per la prima volta, performances eleganti e sofisticate. È lui a spostare il setting delle esibizioni magiche, da mercati e fiere a teatri e feste private di gusto più raffinato. Inoltre, sua e decisamente innovativa è la decisione di indossare abiti eleganti come quelli dei suoi spettatori, inaugurando una tradizione che si è perpetuata nel tempo: ancora oggi molti maghi onorano tale usanza indossando il frac per le performances. 2. Harry Kellar Mago americano cui spetta l’appellativo di “Decano dei maghi americani”, Kellar porta spettacoli di magia in cinque continenti, attivo tra il XIX e l’XX secolo. Rientra a pieno titolo tra i maghi famosi che hanno fatto la storia della magia per una delle illusioni sul palcoscenico più intriganti di sempre: la levitazione di una ragazza, spettacolarizzata nei termini di “Levitazione della principessa Karnac”. 3. Harry Houdini Mago di origini statunitensi, si annovera tra gli illusionisti ed escapologi più conosciuti della storia. La smodata fama di cui ha goduto è stata causata dalle sue cosiddette “fughe impossibili”. Houdini si mostrava in grado di liberarsi da manette, catene, corde e camicie di forza, dinanzi agli occhi sbarrati di un pubblico attonito durante le esibizioni. Per i più il suo numero più famoso risulta essere senza dubbio la cella della tortura cinese dell’acqua: posta una cassa di vetro e acciaio piena d’acqua, chiusa opportunamente a chiave, l’illusionista si dimostrava in grado di rimanervi sospeso a testa in giù. 4. David Copperfield Copperfield si inscrive a pieno titoli nella costellazione di maghi famosi di cui ci stiamo occupando. Riconosciuto spesso come erede di Houdini, il suo è un nome d’arte desunto dal romanzo di Charles Dickens. Copperfield si è affermato come prestigiatore e poi come […]

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Teatro

Non mi dire te l’ho detto di Paolo Caiazzo al Teatro Augusteo

Il teatro Augusteo di Napoli, nella serata dell’8 marzo, ha riso di gusto insieme agli spettatori per l’esilarante performance che ha ospitato: in scena  la prima di Paolo Caiazzo, con i due atti inimitabili della scoppiettante commedia Non mi dire te l’ho detto. La commedia, che è stata definita una sorta di “tragedia tutta da ridere”, riflette sull’evoluzione e…corruzione di una società soggiogata dai social networks, tra cui spiccano Facebook e Instagram, i quali hanno profondamente mutato le relazioni umane, non soltanto tra giovani ma anche tra i loro genitori. Per trattare il tema dell’ossessione dei social, che esercitano un vero e proprio controllo sulla nostra vita quotidiana, Paolo Caiazzo in Non mi dire te l’ho detto innesta un mix esilarante di intrecci, complicazioni, fraintendimenti, a partire dalla vicenda di una semplice coppia. I due coniugi, Guglielmo e Raffaella, vengono presentati come un’insoddisfatta coppia vicina agli “anta” e tutta assorbita nell’ossessione dei social, attraverso cui si ingannano e tradiscono a vicenda, dando luogo a un accavallamento di spassosissimi equivoci. Guglielmo decide infatti di prestare la sua casa all’amico Vincenzo, personaggio un po’ impacciato interpretato egregiamente da Caiazzo, per un incontro galante con una donna conosciuta sui social, celata da uno misterioso pseudonimo. A questo scopo, Guglielmo provvede, con menzogne preparate a puntino, a liberarsi della moglie. Nel cuore dello show una scoperta piomba sugli spettatori, inaspettata e irresistibile: è proprio Raffaella la donna misteriosa che deve incontrare Vincenzo, con il preciso intento di vendicarsi dei numerosi tradimenti del marito. Nel frattempo, altri personaggi si sommano a questa dinamica ironica ma anche amara, complicando gli atti e costruendo una spirale di inganni, bugie, vicende piccanti…e tanto altro. I social sono il motore delle loro relazioni compromettenti, la gigantesca “F” blu di facebook campeggia emblematicamente sulla scena. I due coniugi, tutti presi dalle loro baruffe amorose, hanno intenzione di adottare un bambino. A partire da questo ai personaggi già nominati si addizioneranno un ispettore per le adozioni e un’assistente sociale, anche loro calati pienamente in queste vicissitudini amorose. Brillanti e assolutamente geniali si rivelano anche i personaggi minori: una cubista travestita da Wonder Woman rimorchiata da Guglielmo, e il mitico prete Don Giusto, che si occupa dell’incipit e dell’epilogo della commedia. Zuffe, aneddoti sensuali, battute che tengono sempre desti, la micro-tragedia di una famiglia contemporanea, soggiogata al perverso gioco dei social ma, contemporaneamente, anche travagliata dagli stessi problemi di sempre. Paolo Caiazzo mattatore al Teatro Augusteo Diretta da Paolo Caiazzo, la commedia annovera i nomi degli attori Ciro Ceruti, Yuliya Mayarchuck, Franco Pennasilico, Ettore Massa, Felicia del Prete e Feliciana Tufano. Due atti effervescenti, che fanno piegare in due dalle risate ma anche soffermare sugli effetti collaterali dell’uso ormai virale che si fa del web. Uno show che si complica progressivamente, giungendo a omicidi multipli, che sconvolgono lo spettatore ma non lo scandalizzano, perché sempre trattati con serena leggerezza. La natura umana viene svelata nella sua interezza per mezzo del riso: le nostre manie e i nostri colpi di testa ci accomunano […]

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Attualità

Lavori strani nel mondo: 10 mestieri che non ti aspetti

Lavori strani  e dove trovarli. Ti sei mai chiesto quali sono i 10 mestieri più bizzarri di sempre? “Che lavoro vuoi fare da grande?” ci domandano quando siamo bambini. Le risposte solitamente variano da calciatore a ballerina, da astronauta a dottoressa, per poi essere confermate o smentite con la crescita. Tuttavia, ben oltre la soglia dei lavori considerati canonici, cui siamo abituati nelle nostre società e città pullulanti di insegnanti, medici, operai, segretari, notai, commessi ecc., si profilano lavori strani, stranissimi. I mestieri, non convenzionali e assolutamente bizzarri, di cui ignoravi anche l’esistenza. Scopriamo quali sono i lavori più strani…che un giorno potresti svolgere anche tu! Lavori strani: 10 mestieri che ti sorprenderanno 1. Cercatori di palline da golf Ebbene sì, nel mondo si assumono figure specializzate nel raccoglimento delle palline, non solo sui campi da golf ma anche tra i boschi o nelle vicinanze di corsi d’acqua. Quando la pallina da golf finisce in acqua, la figura addetta al suo recupero è un vero e proprio sommozzatore, che deve immergersi e cimentarsi nella sua ricerca. 2. Tester di letti Questo mestiere, non troppo usurante o sgradevole, consiste nel testare la morbidezza e l’efficienza di letti destinati a hotel di lusso. Mica male? 3. Allevatori di lumache Si possono allevare ovini, suini, caprini… perché nessuno ha mai pensato alle lumache? Così come esistono terreni atti all’allevamento degli animali menzionati, esistono anche quelli più adatti alle lumache. Questione di prospettive. 4. Organizzatori di bagagli Queste figure professionali sono assunte soprattutto negli Stati Uniti, generalmente da famiglie benestanti prima di un viaggio, al fine di sottrarsi allo stress delle valigie, o da genitori per i bagagli dei figli in partenza. Stanco di occuparti dei bagagli prima di un weekend? Assumi un organizzatore di bagagli, al costo di (in media) 250 dollari l’ora. 5. Custodi di panda La notizia dell’esistenza di questo lavoro strano, stranissimo ma assolutamente piacevole circola da un po’ di tempo, e con essa anche il dubbio su se sia effettiva o una bufala clamorosa. Annunciamo con convinzione che i custodi di panda esistono davvero, e vengono lautamente stipendiati! Essi sono figure preposte alla cura, alla protezione e al sostentamento dei panda nell’arco della giornata, con un guadagno di circa 30.000 dollari al mese negli Stati Uniti. 6. Assaggiatori di cibo per animali Meno piacevole, ma ancora connesso al tema degli animali, è il mestiere di assaggiatore di cibo per animali. Prassi di numerose aziende alimentari che producono cibo per animali è quella di assumere  un team specializzato nel controllo della qualità di ciò che fabbricano…testandolo in prima persona! 7. Professionisti del lutto A Taiwan è tradizione, presso le famiglie più ricche, assumere a pagamento persone che piangano, cantino e partecipino a tutti i riti preposti alla cerimonia funebre in memoria del defunto. 8. Line sitters Stanco di fare la fila in posta, nei negozi durante i saldi, alla cassa dopo aver fatto la spesa? Esistono dei professionisti, i line sitters, disposti a fare le file al tuo posto dietro […]

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Riflessioni culturali

Frasi sulla libertà: le più famose e cercate di sempre

Frasi sulla libertà, frasi sull’essere liberi… a chi non è mai capitato di ricercarle sul web? Chi può dire di non aver mai digitato sulla barra di ricerca del web una di queste voci per esibire una didascalia efficace abbinata a una foto, per condividere uno stato interessante su Facebook, o solo per amore delle citazioni? Attribuire una definizione univoca al concetto di libertà è una di quelle operazioni impossibili che non cessano mai di appassionare. Il tema della libertà, la sua ricerca e conquista, impregnano profondamente la cultura occidentale, e non solo. Come accade per tutte le domande di senso che l’uomo si pone, l’interesse per la libertà non si disperderà mai e scrittori, intellettuali o semplicemente pensatori proseguiranno la propria “caccia” alla risposta definitiva. Per Aristotele libertà è azione volontaria, che il soggetto sceglie al di là di condizionamenti esteriori. Per la dottrina stoica libertà è spontanea obbedienza al fato. Il movimento settecentesco dell’Illuminismo, invece, considera la libertà uno stato naturale in cui versava l’umanità prima della corruzione portata dalla civiltà. Il suo contraltare, il Romanticismo, orienta il concetto di libertà verso connotazioni politiche, in riferimento soprattutto alla patria e alla storia dei popoli. Voltaire asseriva: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo.» Frasi sulla libertà: le 5 più famose Nella storia della letteratura e della cultura sulla libertà si è scritto tanto, si è detto tantissimo. Autori di ogni secolo e orientamento hanno espresso pensieri su pensieri circa l’essere liberi, interpretando il concetto come volontà, come assenza di costrizioni ma non condizionamenti, come arbitrio personale, come base della civiltà e del buon vivere con il prossimo. Ma quali sono le frasi sulla libertà più famose e significative di sempre? 1.La libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene. (Montesquieu) Montesquieu, dunque, attribuisce alla libertà un valore fondante, dal quale dipende  strettamente quello di ogni altro “bene”, per avvalerci delle sue parole, di cui possiamo godere. Senza la libertà tutto è vano: non esiste godimento se c’è costrizione. 2.Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù. (Fëdor Michajlovič Dostoevskij) Dostoevskij, come si evince dalla citazione, ha una concezione quasi stoica della libertà. Libertà è innanzitutto condizione interiore da conquistare, al di là di fattori esteriori. Non si è liberi finché non si padroneggia la propria interiorità. 3.La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale. (Benedetto Croce) Un concetto di libertà proiettato all’esterno, connesso alla convivenza con il prossimo. La libertà dell’altro è presupposto irrinunciabile della propria. Finché si sceglie deliberatamente di nuocere si è in catene. 4.Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare. (Gandhi) Una prospettiva sicuramente sovversiva e una delle frasi sulla libertà più potenti di sempre. Se risulta quasi automatico attribuire un valore moralistico alla libertà, è più interessante approfondire il significato di “libertà di […]

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Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Culturalmente

Numero 7: simbologia e curiosità | Riflessioni

Numero 7 : tutto quello che c’è da sapere sul numero più influente nella simbologia e nella tradizione mistica di tutti i tempi Studiato dalla numerologia, la disciplina che si occupa dell’analisi delle cifre, il numero 7 è da sempre associato ad accezioni particolari e anche a significati occulti di diverse culture e dottrine. Una patina di mistero e di remote tradizioni rende la sua fama e il suo fascino ineguagliabili. Numero 7: il significato nelle culture antiche In molte culture antiche il numero 7 indicava completezza.                                                                                    Nella tradizione esoterica rappresenta addirittura la perfezione; punto medio tra umano e divino, esso è anche emblema di un ciclo che si compie con sistematicità, un ciclo perfetto che riproduce fatalmente l’equilibrio della natura. Il ciclo lunare, per esempio.                                                                                                                                              I Babilonesi consideravano sacri i giorni multipli di 7 e li celebravano con appositi riti.                                          I Greci associavano il numero 7 al dio Apollo (sette erano le corde della sua lira). Nell’Odissea, sono proprio 7 le mucche di Apollo divorate dai compagni di Ulisse. 7 è anche il numero degli antichi filosofi greci.                              Gli Egizi associavano il numero 7 alla vita stessa.                                                                                                    La tradizione legata all’Antica Roma, poi, è strettamente connessa a questa cifra intrigante: 7 sono stati i leggendari re di Roma e gli oggetti che hanno reso la città eterna (l’ago di Cibele, la quadriga dalla città di Veio, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilione, la statua di Atena Pallade, i dodici scudi Ancili). Roma è la città delle 7 Chiese; allo stesso modo Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente, fu edificata su 7 colline. I Pitagorici definivano il numero in questione “anima mundi” e lo descrivevano come veicolo di vita. Secondo la loro dottrina, esso scaturiva dall’unità e non da un prodotto fattoriale; Pitagora stesso sceglieva i propri discepoli tra quelli con il 7 nel profilo numerologico perché considerati predisposti al […]

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Attualità

Leva militare nel mondo: la storia e il futuro

Leva militare: indagine sulla sua storia e su cosa ci attende in futuro | Riflessione Con leva militare intendiamo il “servizio effettuato dal cittadino di uno Stato presso le forze armate dello Stato stesso”. Essa ha durata variabile: se è a ferma breve, dura da 1 a 4 anni, se è a lunga ferma, si parla di “militari di carriera”, in quanto il servizio è permanente. La leva militare può assumere altre denominazioni, altrettanto diffuse, quali “servizio militare, servizio di leva, coscrizione militare..” Inoltre, e questo sarà il focus di cui ci occuperemo, può essere obbligatoria o volontaria. La leva militare in Italia è stata istituita con la nascita del Regno d’Italia nel 1861 e poi confermata con l’istituzione della Repubblica italiana. L’obbligatorietà della leva militare fu abrogata, in Italia, solo per mezzo della “legge 23 agosto 2004, numero 226”. Leva militare: dalle radici greco-romane alla modernità Quelle che tratteremo non saranno le radici più recondite della leva militare e quindi meno documentate. Partiremo, invece, dalle usanze in auge nell’Antica Grecia. Le leggi che regolavano la leva militare erano all’incirca le medesime per tutte le città-stato greche. I soldati erano gli stessi finanziatori degli equipaggiamenti necessari e quindi per adempiere alla leva occorreva far parte di un ceto sociale piuttosto elevato. Con il calare della grandezza dell’Antica Grecia, sempre più diffuso divenne il ricorso a mercenari o a soldati stipendiati. Anche nell’Impero romano per un primo periodo vigeva l’uso, nella classe militare, di equipaggiarsi a proprie spese. La fama legata alla grandezza dell’esercito romano risulta davvero imperitura: ovviamente l’evoluzione della struttura sociale a Roma ne ha condizionato profondamente l’assetto militare, soggetto a sua volta a continue ristrutturazioni. Una delle prime fasi dell’evoluzione della leva militare romana, tra le più significative, fu quella del servizio militare annuale obbligatorio, che doveva adempiere a doveri di protezione e fedeltà nei riguardi della Res Publica. Con il progredire della ricchezza e complessità in seno all’Impero, i soldati arruolati divennero professionisti sempre più specializzati. Essi erano salariati e costituivano unità militari profondamente compatte. La fanteria, composta da cittadini, era anche nota come legione ed era affiancata dalle truppe ausiliari (spesso formate da membri privi di cittadinanza romana). Roma ampliò smodatamente i propri confini e iniziò a necessitare di sorveglianza solerte: le guarnigioni fisse divennero il perno della sua tutela. Tuttavia, quando la grandezza della città eterna divenne talmente estesa da risultare difficilmente controllabile, fu necessario ricorrere sempre meno a criteri di omogeneità e di più a truppe mercenarie. L’avvento dell’Età moderna portò con sé quello della leva militare obbligatoria di massa, legata agli Stati nazionali. La Francia, a seguito della Guerra dei Cent’anni, fu la prima a introdurla. Tuttavia l’Età moderna è contrassegnata dal prevalere della leva militare volontaria, la quale beneficiò di numerosi progressi in campo scientifico e di introduzioni in quello tecnologico. Nel corso dei secoli la leva militare è stata oggetto di un dibattito non ancora esauritosi. La coscrizione obbligatoria spesso ricadeva su giovani, sottratti alle famiglie, privati della possibilità di dedicarsi […]

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Cucina e Salute

5 piatti di Natale: la tradizione a tavola

I 5 piatti di Natale della tradizione scelti dalla nostra redazione Il Natale è finalmente alle porte, con le sue rituali promesse di shopping sfrenato, regali, atmosfere suggestive che ci restituiscono l’infanzia… E ovviamente tanto buon cibo! Natale è ogni anno sinonimo di rinnovato buonumore, di condivisione e di nuovi propositi in cui riporre fiducia. Ma Natale è anche luogo di tradizioni da rispolverare. E quale tradizione è più piacevole da riscoprire se non quella che si fa portare a tavola? 5 piatti di Natale: ecco le nostre proposte 1. La minestra maritata Il primo piatto dei nostri 5 piatti di Natale sarà tipicamente napoletano. La minestra maritata è una ricetta antichissima della cucina popolare partenopea. Il nome deriva dal fatto che carne e verdure si “maritano” in un equilibrio impeccabile e saporito, garantito dal brodo. La preparazione della minestra, infatti, comincia dal brodo: in una pentola si versa acqua, una cipolla tagliata, una gamba di sedano, un pizzico di sale e olio extravergine d’oliva quanto basta. Si aggiungono le carni necessarie a rendere così saporita la minestra maritata, cioè carne di manzo, pollo e salsicce di maiale. Le salsicce piccanti, le cosiddette nnoglie, risultano il must per insaporire la minestra. Le carni vanno prima cotte separatamente, per tipi. Il brodo di carne sarà pronto dopo un’ora, ma più tempo richiede la preparazione delle verdure, che consistono in scarole, cime di rapa, broccoli, verza, cicoria, e quindi si consiglia di cominciare a cucinarle il giorno prima. Come si cucinano le verdure? Lavandole, pulendole e lessandole, poi aggiungendole al brodo di carne. Si riprende la cottura per stufare le carni sommerse dalle verdure, fino a quando non saranno tenere, a coperchio chiuso. La minestra è pronta per essere gustata, in accompagnamento a dei crostini di pane raffermo. 2.L’insalata di rinforzo Il secondo piatto che presenteremo fa parte ancora della tradizione napoletana: è la celebre insalata di rinforzo, che rendono di nuovo protagoniste le verdure. In particolare, si prepara con un cavolfiore, olive nere, acciughe, cetrioli, capperi e le immancabili papaccelle, tradizionali nella cucina campana. Questa combo sensazionale verrà condita con olio extravergine d’oliva, aceto e vino rosso. Perché viene chiamata proprio “insalata di rinforzo”? Le ipotesi a riguardo sono più di una. Una è che il termine “rinforzo” faccia riferimento all’ingrediente essenziale della pietanza, cioè l’aceto, che ne “rinforza” il sapore. Un’altra, invece, ricorda che il cenone della Vigilia, per il quale l’insalata veniva tradizionalmente preparata, era in origine povero e a base di pesce magro, e questa pietanza serviva a “rinforzare” tutte le altre. 3.I cappelletti romagnoli Per il terzo piatto che presenteremo tra i nostri 5 piatti di Natale, ci spostiamo un po’ più a Nord, precisamente in Emilia Romagna, dove uno dei pezzi forti della cucina natalizia è rappresentato dai cappelletti romagnoli in brodo. Un piatto caldo, avvolgente e tutto artigianale. La preparazione dei cappelletti comprende i seguenti ingredienti: farina, uova, petto di pollo, ricotta, stracchino, burro, parmigiano e una scorza di limone. Strumenti di cui non si […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Le Stelle della Moda a Palazzo Caracciolo, la 5^edizione

Le Stelle della Moda si ripresenta nella suggestiva cornice di Palazzo Caracciolo MGallery by Sofitel, situo a Napoli in via Carbonara, per la quinta edizione domenica 18 novembre 2018. La paternità dell’evento spetta a Ludovico Lieto, direttore dell’agenzia Visivo Comunicazione, che ha ideato anche le precedenti edizioni. Le Stelle della Moda è una perfetta combinazione di alta moda e buon cibo: in passerella hanno sfilato i brand nazionali e internazionali scelti da Marisa Guadagnino per la sua prestigiosa boutique, la Noemi boutique, ubicata al Vomero in via Luca Giordano. Oltre alla presentazione della collezione autunno/inverno 2018, selezionata per la stagione in corso, le modelle si sono vestite di una piccola sorpresa che ha conquistato tutti: un’anteprima dei capi scelti per la stagione primavera/estate 2019. Un assaggio della moda che sarà, che ha sorpreso e deliziato gli ospiti della serata. La sfilata de Le Stelle della Moda, inoltre, ha esordito con la presentazione della nuova collezione dei gioielli Ramas, un brand realizzato completamente a mano grazie alla passione dell’orafo Raffaele Massarelli che lavora su pietre, perle naturali e metalli preziosi, e sa unire buon gusto ad amore per l’artigianalità. Le modelle si sono distinte per classe impeccabile e per un look curato nei minimi dettagli, merito dell’impegno del Team Leo e del talento nel campo del make up dell’Accademia di trucco Liliana Paduano. L’alta moda è approdata a Napoli, in uno dei suoi contesti più prestigiosi e sfavillanti: Palazzo Caracciolo, che si è vestito a festa per celebrare la quinta edizione de Le stelle della Moda, in cui un contesto partenopeo dal fascino squisito tocca le vette del buon gusto, grazie a grandi firme e a uno stile di ogni tempo, ma attento alle ultime tendenze. Le Stelle della Moda a Palazzo Caracciolo: alta moda e buon cibo Ma non è solo l’alta moda a essere stata protagonista a Palazzo Caracciolo, dove si è svolta la quinta edizione del prestigiose happening Le Stelle della Moda. Anche la cucina gourmet ha fatto il suo ingresso per compiacere gli ospiti. La peculiarità de Le Stelle della Moda è proprio quella di far combaciare la passione per lo stile elevato con quella per la buona cucina. Un cocktail party nel giardino di Palazzo Caracciolo ha intrattenuto i presenti prima dell’inizio della sfilata, a base di prelibatezze tipiche della cucina partenopea. Isabella de Cham, pizzaiola di talento e proprietaria di una pizzeria che porta il suo nome, situata a Rione Sanità, innovativa per essere la prima pizzeria totalmente al femminile, ha offerto una gustosa degustazione della sua specialità: la pizza fritta. Isabella de Cham si è formata accanto ai must della pizza napoletana, raffinando il suo talento naturale in cucina nel migliore dei modi. Gli ospiti, infatti, hanno potuto assaggiare due tipi di montanarine. Davvero arduo giudicare la più buona: la montanarina con salmone affumicato, pepe rosa e avocado e la montanarina alla genovese se la giocano alla pari in termini di bontà. Anche l’amore per il dolce che contraddistingue Napoli è stato degnamente rappresentato […]

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Notizie curiose

Misteri ufologici in Campania: curiosità irrisolte

I misteri ufologici esercitano da sempre suggestione e fascino con la loro aura misteriosa. Essi vengono segnalati e documentati in ogni angolo del pianeta. Sebbene la comunità scientifica non dia fondamento matematico all’esistenza fisica degli UFO, questi continuano ad essere oggetto di studi ufologici. Oggi ci occuperemo dei misteri ufologici che caratterizzano la regione Campania, ancora oggetto di curiosità irrisolte. In primo luogo specifichiamo che con UFO, acronimo britannico, si intendono fenomeni aerei dalle cause non facilmente o immediatamente individuabili dagli osservatori in esame. Negli anni Cinquanta del Novecento il termine UFO alludeva a qualsiasi oggetto non identificato dalle verifiche di esperti. Nel corso degli anni, però, la sua accezione si è dilatata fino a comprendere qualunque avvistamento non identificabile. Il primo avvistamento pubblicamente annunciato fece coincidere l’acronimo UFO con il popolarissimo mito del disco volante. Misteri ufologici in Campania, un rapido excursus Da dove cominciare a trattare dei misteri ufologici che si segnalano nella regione Campania? Senza dubbio dalla fine: a marzo 2018, nella notte tra il 24 e il 25, si sono ricevute molteplici segnalazioni di avvistamento di oggetti volanti in tutta la regione campana, in particolare a Pozzuoli e a San Giuseppe Vesuviano, ma anche presso il lungomare di Napoli e i paesi vesuviani. Il Centro Ufologico Mediterraneo (C.UFO.M) ha dichiarato l’evento non rilevante per il loro campo d’indagine. Appurato ciò, numerose sono state le ipotesi tese a giustificare diversamente tali avvistamenti aerei: secondo alcuni studiosi, essi sarebbero stati causati dalla stazione spaziale cinese Tiangong-1 che avrebbe prodotto frammenti in caduta sulla Terra. Altri sostengono che la loro origine misteriosa sia da ricondurre a pezzi del vettore Soyuz Ms-08, proveniente dal Kazakistan. Ancora nel 2018, altri misteri ufologici hanno perturbato la Campania: una scia luminosa è stata avvistata a Benevento pochi mesi fa, dove qualcuno è riuscito anche a registrarla con il telefonino. Alcuni hanno raccontato di un unico bagliore incandescente che, fermatosi al centro del cielo, si sarebbe biforcato in due scie luminose. Nel 2011, in provincia di Caserta, lungo la strada statale Nola-Villa Literno, si è registrata la presenza di cerchi di grano in un campo. Sebbene non avessero la forma peculiare dei circular crops (difatti sono stati definiti pittogrammi), essi hanno attirato l’attenzione e le indagini degli studiosi di ufologia. Anche la località di Paestum non è sconosciuta ai fenomeni dei cerchi nel grano; di forma circolare e collegati tra loro da linee rette, essi sono ormai quasi sicuramente attribuibili alla mano umana, ma le storie e le suggestioni che li ammantano continuano a esercitare un potere magnetico in quella zona. Misteri, baluginii luminosi, oggetti non comuni che alimentano interrogativi, curiosità e osservazioni: tutto ciò rientra nel campo dei misteri ufologici. Il fenomeno degli avvistamenti UFO gode ancora oggi di una popolarità che prende le mosse negli Stati Uniti, negli anni Quaranta del Novecento. Gli avvistamenti UFO si enucleano in individuali (quando sussiste un solo testimone) e in collettivi (quando i testimoni sono multipli). A volte sono stati riportati come documentazione alcuni filmati dalla […]

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Food

Sciuè il panino vesuviano: in anteprima il menù invernale

Sciuè il panino vesuviano è uno dei must culinari che fanno faville in via Giovanni Boccaccio a Pomigliano d’Arco, provincia di Napoli. La location, tipicamente partenopea ma anche innovativa e giovanile, ha saputo cavalcare la “febbre” dei panini, e poi evolversi verso un’attenzione sempre crescente alla qualità delle materie prime e verso nuove opzioni, come quelle gluten free. Mercoledì 7 novembre 2018 Sciuè ha presentato un nuovo menù, originale e prelibato, che sarà disponibile nella location per tutto l’inverno. Sciuè il panino vesuviano a Pomigliano d’Arco: la storia Sciuè il panino vesuviano prende le mosse nel 2015 da una location di quaranta metri quadri messa a punto per i giovani e che fosse in sintonia con il gusto partenopeo. L’idea che ha permesso la nascita di un punto di ristoro fresco, gioviale e invitante è di Mauro De Luca, che decide di coinvolgere i figli Giuseppe e Marco in un progetto familiare che fa albeggiare Sciuè il panino vesuviano. Tutto parte da una concezione di famiglia come unione solidale e impegno congiunto. A ciò si associa una cucina gustosa, che fa uso solo di materie prime campane, che si attiene a standard di qualità e trasparenza e che si nutre della “ricerca del panino perfetto”. Tre anni fa, come conseguenza del successo conseguito nella città di Pomigliano d’Arco e in quelle limitrofe, il progetto si è espanso e ha dato vita a una nuova location. Centosessanta metri quadri, cucina a vista per dare l’opportunità ai clienti di assistere a ogni fase produttiva, design urbano. Una location originale, moderna, che fa sentire a proprio agio chiunque voglia mangiare bene: è il compimento del sogno di una famiglia. Un cult nel campo dei panini e molto di più: Sciuè il panino vesuviano offre scelte culinarie “vesuviane” ma aperte alla sperimentazione. Sciuè il panino vesuviano mette a tavola il menù invernale: Mercoledì 7 novembre 2018 Sciuè il panino vesuviano ha presentato in anteprima un menù invernale, perfetto per riscaldarsi e coccolarsi con prelibatezze di alta qualità. Per cominciare, i fratelli de Luca hanno servito un crocchè di baccalà su un letto di purè di patata viola. A seguire una polpetta di scottona realizzata con Antico Pomodoro Napoli (una varietà del pomodoro San Marzano) servita su cialda di pane e accompagnata da emulsione di basilico e fonduta di parmigiano reggiano 36 mesi. Di seguito una focaccia con genovese, preparata con farine biologiche tipo “0” e tipo “1” con corazza di marchigiana cotta a bassa temperatura, cipolla di Alife e scaglie di conciato romano. La degustazione si è consumata in abbinamento a “La Mossa”, biologico, del 2017, costituito per l’80% da Fiano e per il 20% da Moscato. Dopo aver gustato in anteprima tali prelibatezze, dal sapore studiato ma sfizioso, Sciuè il panino vesuviano ha servito un tris di mini panini. La farina con cui sono stati prodotti è di tipo “00”, ottenuta dopo 36 ore di maturazione. Il primo mini panino ospitava hamburger di marchigiana, pecorino bagnolese, noci, scarole napoletane, lardo di suino nero […]

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Cucina e Salute

Cenetta veloce e sfiziosa d’autunno: scaloppine ai funghi

Cenetta sfiziosa e veloce, pronta in soli 15 minuti: scaloppine ai funghi Il ritorno dell’autunno, si sa, porta con sé giornate lavorative stancanti, lo stress del rientro, il buio che cala prima e un’aria fresca che mette sempre appetito. Ritorna l’autunno e insieme a lui anche il languorino che ci coglie rientrando a casa stanchi e con nessuna voglia di perdere troppo tempo in cucina. E allora, cosa c’è di meglio di una cenetta veloce e sfiziosa come coccola autunnale? Ecco la ricetta delle scaloppine ai funghi. Cenetta veloce e sfiziosa d’autunno: scaloppine ai funghi, pronte in 15 minuti Per realizzare le saporite scaloppine ai funghi, una cenetta veloce e sfiziosa d’autunno che renderà più piacevoli e golose le nostre serate dopo il lavoro, occorrono circa 15 minuti: in un tempo record, dunque, porterete in tavola un secondo di carne semplicissimo da preparare e delizioso da gustare con un buon bicchiere di vino rosso. La ricetta consigliata è adatta per due persone e richiede un livello di esperienza in cucina davvero minimo. Per portarla a termine sono necessari i seguenti ingredienti:  1. 200 grammi di vitello 2. 300 grammi di funghi champignon surgelati 3. 1 spicchio di aglio 4. Pepe nero q.b 5. 25 grammi di burro 6. Olio extravergine d’oliva q.b 7. Rosmarino q.b 8. 20 grammi di farina 9. Sale q.b Si comincia dalla carne di vitello, che deve essere tagliata in fettine sottili. Ogni fettina, poi, deve essere ricoperta di farina da ambo i lati, facendo attenzione a eliminare l’eccesso. Dopo averle infarinate, si passa al condimento: le fettine verranno dunque salate e pepate. Nel frattempo, procedere nella preparazione dei funghi surgelati: non occorre attendere il loro scongelamento, basterà rimuoverli dalla busta e sciacquarli con acqua fredda. In una padella antiaderente, si porrà metà del burro che la ricetta prevede e si aggiungerà dell’olio extravergine d’oliva a piacere, fino allo scioglimento dello stesso. A questo punto si potranno adagiare nella padella le fettine di vitello. Quanto tempo dopo saranno pronte? Non c’è un tempo preciso da attendere, bisognerà rivoltare le fettine fino alla formazione di una sottile crosticina. Una volta cotte, le fettine di vitello verranno poste in un piatto a parte e coperte per evitare che si freddino mentre si prosegue con la preparazione dei funghi. Nella stessa padella dove è stata cotta la carne si scioglie con un altro po’ di olio extravergine d’oliva il resto del burro e si aggiunge l’aglio. Dopo circa un minuto si inserisce la quantità prescritta di funghi, solamente sciacquati, che devono essere saltati per due-tre minuti, fino alla loro cottura. Si aggiungerà pepe e rosmarino a piacere. La ricetta è ultimata: si potranno ora unire le fettine di vitello ai funghi, e se si intende gustarli caldi, si potrà riprendere la cottura a fiamma bassa di entrambi, posti nella stessa padella, per un altro minuto. Le scaloppine ai funghi sono pronte a riempire uno stomaco brontolante per la stanchezza e la frescura autunnale! In soli quindici minuti è stato […]

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Cucina e Salute

Dal ricettario della nonna, le melanzane sott’olio a crudo

Imprescindibili nel ricettario di qualunque nonna italiana, le melanzane sott’olio a crudo costituiscono una tradizionale conserva estiva. La conservazione sott’olio, una procedura naturale che evita la prolificazione di batteri dannosi, è un metodo di preparazione delle melanzane semplice, rapido e comodo. Le melanzane a crudo sott’olio si preparano perlopiù in estate, e una simile preparazione ne consente la conservazione per tutto l’anno. La melanzana, emblema della cucina mediterranea, è uno degli ortaggi più gustosi e versatili della nostra alimentazione. Grazie al ricettario della nonna può conservare a lungo il suo sapore caratteristico e prelibato con pochi, semplici passaggi. Direttamente dal ricettario familiare: come preparare le melanzane a sott’olio a crudo. La ricetta che illustreremo per realizzare questa squisita conserva estiva è indicata per realizzare cinque barattoli di melanzane sott’olio a crudo. Per iniziare è necessario munirsi di melanzane crude, di una pentola, di un torchietto, di una ciotola, di cinque barattoli muniti di tappo, di un litro di olio extravergine d’oliva, di sale, aceto, uno spicchio d’aglio. Tra le varie spezie da utilizzare si annoverano origano secco tritato, pepe secco, peperoncino, qualche foglia di alloro e, se si desidera, anche delle bacche di ginepro. Le melanzane a disposizione devono essere almeno quattro; prima di mettersi all’opera, è indispensabile lavarle accuratamente e sbucciarle. Solo in seguito si potrà procedere con il taglio, prima a fette, in seguito a listarelle. Dopo, inserite in una pentola, bisognerà versare aceto e sale in abbondanza, per poi coprire la pentola con le melanzane ed esercitare una pressione al di sopra per favorire la mescolazione degli ingredienti. Quanto tempo deve trascorrere affinché sale e aceto impregnino per bene le melanzane? Minimo due ore. Al loro termine, si potranno scolare le melanzane e trasferirle in un torchietto, dove si procederà a pressarle per trenta minuti a intervalli regolari. Occorreranno almeno 24 ore di riposo a seguito della pressatura, durante le quali le melanzane verranno cotte dall’azione dell’aceto e perderanno l’acqua accumulata. In ogni caso, concluse le 24 ore, si consiglia di strizzare le melanzane accuratamente per ridurre ulteriormente la presenza di acqua. A questo punto avrà inizio l’aggiunta delle spezie: in una ciotola, si aggiunga prima l’origano secco, poi il peperoncino. Nei barattoli, invece, sarà opportuno realizzare degli strati in cui la distribuzione dei sapori dovrà essere il più possibile omogenea. Posizionare le melanzane pressate con aceto e sale all’interno dei barattoli. A questo punto, alternare alle melanzane aglio, alloro, pepe e le bacche di ginepro e versare l’olio affinché le copra interamente. Si consiglia di avvitare solo leggermente il tappo, così da consentire la traspirazione, e di preferire per la conservazione un luogo fresco e non esposto a luce. È consigliabile sterilizzare prudentemente i barattoli prima di trasferirvi le melanzane a crudo sott’olio. Per la consumazione bisognerà attendere un mese, durante il quale l’aceto cuocerà le melanzane crude e permetterà la loro conservazione anche nelle stagioni più fredde. Dopo questo periodo di “gestazione” i barattoli di melanzane sott’olio a crudo sono pronte per entrare dal ricettario […]

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Culturalmente

Il galateo a tavola: obsoleto o intramontabile?

Galateo a tavola, regole obsolete o ancora utili? Considerato da molti obsoleto e da altri intramontabile, il galateo consiste nel complesso delle norme convenzionali che definiscono le aspettative di un dignitoso comportamento sociale. Si parla di galateo soprattutto per identificare una serie di prescrizioni soprattutto per quanto riguarda il comportamento a tavola. Oggi si è dinanzi al seguente dilemma: ha ancora senso rispettare certe regole sociali oppure è tempo di accantonarle per una maggiore flessibilità e spontaneità quando si tratta di intrattenere relazioni civili? Il galateo a tavola: iniziamo dall’etimologia Galateo, vocabolo che designa il sistema di convenzioni che determinano il corretto comportamento da osservare nelle situazioni civili e sociali, deve la propria fama a Giovanni Della Casa. Tra il 1551 e il 1555, infatti, Della Casa redasse un trattato battezzato “Galateo overo de’ costumi” in cui erano elencati consigli su come vestirsi, conversare e comportarsi a tavola e, più in generale, nelle occasioni sociali. L’idea gli era stata trasmessa da Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa (da qui il nome Galateo). Il galateo a tavola, l’ABC che ognuno dovrebbe conoscere. Prima di schierarci dalla parte di chi sostiene l’anacronismo del galateo o di chi lo addita ancora come buon costume da seguire, sarà opportuno conoscere l’ABC del galateo a tavola. Tutto comincia dalla postura: non bisogna poggiare i gomiti sul tavolo, né piegarsi verso il cibo. Solo le mani possono essere appoggiate sul tavolo, ed è conveniente spostare il cibo verso la bocca, e non la bocca verso il cibo. Il tovagliolo, invece, va posto opportunamente sulle gambe (e non legato intorno al collo per paura di macchiarsi la maglietta). Vietato dire buon appetito: o perlomeno così prescriverebbe il galateo originale. Nelle cerimonie nobiliari, infatti, il cibo era considerato soltanto una cornice, mentre il fulcro era rappresentato dall’incontro sociale e dall’intrattenimento degli ospiti. Chiaramente, è bene osservare questa norma solo in occasioni formali e non risparmiarsi un gioviale “buon appetito” quando si è con amici o parenti. Chi mangia per primo? Ovviamente, i padroni di casa. E affinché il banchetto possa avere inizio, tutti gli ospiti devono aver preso posto. Ma giungiamo alla parte più problematica che il galateo implica: l’apparecchiamento della tavola. Le posate devono occupare il posto a lato del piatto, posizionando le forchette sulle sinistra (in ordine di utilizzo) e sulla destra i coltelli e, più esterno, il cucchiaio. La lama del coltello deve essere rivolta verso l’interno, a significare che l’ospite è gradito. Sempre a sinistra occorre disporre un piattino per il pane, che è l’unico alimento a poter essere toccato con le mani. Esso va spezzato in bocconi e portato alla bocca, evitando di fare la famosa (ma non sempre opportuna) scarpetta. E per le bevande? Esiste un codice anche per quelle. Se si sceglie di fare un brindisi, tutti i commensali devono portare il bicchiere alla bocca, anche senza bere. È bene inoltre versare l’acqua prima ai propri vicini e poi a se stessi, e bere solo dopo aver inghiottito il boccone. Mai chiedere […]

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Fun e Tech

Facebook e security breach: 50 milioni di utenti a rischio

Facebook ha dichiarato un security breach e rischia un sanzionamento di 1,4 miliardi di euro dalla Comunità europea per aver messo a rischio i dati e la privacy di 50 milioni di utenti, che quotidianamente accedono al social network più importante ed utilizzato di tutti i tempi. Le responsabilità della società capitanata da Mark Zuckerberg non sono ancora ben note. La conferma del security breach di Facebook ha avuto luogo venerdì scorso, in data 28 ottobre 2018. Se la Comunità europea accerterà che la compagnia di Zuckerberg ha trasgredito ad alcuni punti del nuovo regolamento europeo di salvaguardia dei dati personali (il GDPR), la multa potrebbe addirittura salire. Facebook e security breach: nuovo attacco hacker nell’anno nero di Facebook Un nuovo security breach colpisce la piattaforma di Facebook, il secondo dopo lo scandalo del Cambridge Analytica, gravato sulla “fedina penale” di Facebook a marzo del 2018, la quale utilizzò 87 milioni di profili Facebook per fare propaganda elettorale a favore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La società Cambridge Analytica, di proprietà di Robert Mercer ma guidata da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, avrebbe utilizzato i dati dei profili Facebook di quasi 90 milioni di utenti per prevedere e influenzare le scelte elettorali pro Trump (attraverso armi di persuasione come annunci politici di parte). Il 21 marzo 2018, Mark Zuckerberg, ha ammesso le responsabilità della propria società nell’accaduto. Dunque un vero e proprio anno nero per Facebook, che deve fare i conti con un nuovo security breach e giustificarsi ancora, mettendo a repentaglio per la seconda volta la fiducia investita dagli utenti dopo lo scandalo Cambridge Anlytica. Il GDPR, il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali, è entrato in vigore a maggio di quest’anno, proprio per correre ai ripari dopo i mea culpa pronunciati per il più importante attacco hacker della storia di Facebook risalente a marzo 2018. Se il GDPR risulterà davvero violato, la sanzione cui la società di Facebook dovrà andare incontro corrisponderà al 4% del suo fatturato annuale globale. Facebook e security breach: per capirne di più Il security breach che rende ancora più cupo l’anno nero di Facebook si è servito di diverse “vulnerabilità” della piattaforma, come la funzione “Visualizza come” e una nuova versione prevista per il caricamento online di video (in vigore da luglio 2017). Ancora una volta, dunque, gli utenti di Facebook devono temere per la protezione dei propri dati personali, non solo su Facebook ma anche su piattaforme cui è possibile accedere mediante le credenziali di Facebook (come nel caso di Instagram). La commissione irlandese per la tutela dei dati personali, la Data protection commissioner, messa al corrente della questione da Menlo Park, ha intenzione di indagare ancora sulla natura del coinvolgimento di Facebook in questo security breach. Si è affermato infatti che “Facebook non è stata in grado di chiarire la natura della violazione e il rischio per gli utenti in questo momento”. Sicuramente Facebook dovrà approfondire la questione con tempestività, chiarendo le proprie responsabilità circa […]

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Culturalmente

Il porto sepolto (e insepolto) di Giuseppe Ungaretti

Il porto sepolto Mariano, il 19 giugno 1916 Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde Di questa poesia mi resta quel nulla d’inesauribile segreto A distanza di più di un secolo i versi di Giuseppe Ungaretti sanno ancora piombare sull’occhio che li attraversa con tutto il peso specifico di una rivelazione. Attraversare è proprio il termine indicato. La sua è una poesia che non si fa leggere, si fa attraversare. Profetica e attualissima al contempo, la sua eco non si disperde, ma rintocca con la cadenza di tutte le cose che occultiamo nel nostro porto sepolto. La solitudine delle parole di Giuseppe Ungaretti è garanzia della loro grandezza, un po’ come accade tra gli uomini. La loro verticalità è simbolo della loro statura, alta, monumentale. Il verso franto infrange la nostra disattenzione, le nostre dissimulazioni. Versi liberi, come lo era lo spirito di Ungaretti, inguaribile sperimentatore ma eternamente classico, alla ricerca di un significato sia nel deserto della sua Alessandria d’Egitto che nelle montagne d’Italia, la prima cosa che lo suggestiona quando decide di visitare Lucca, la terra dei suoi avi. La brevità di questi versi fa la loro longevità. Ungaretti ci consegna la descrizione di una sorta di rito sacro che non capiamo. È lui a capirci. Il suo porto sepolto rende insepolta la nostra verità più recondita. Che cos’è il porto sepolto? Il porto sepolto che Giuseppe Ungaretti menziona nella prima parte della poesia non è solo uno. Sono due. Il porto sepolto della sua infanzia biografica, quello che gli frullava nell’immaginazione per una leggenda che circolava ad Alessandria d’Egitto, suo paese natale. Gliene avevano parlato due amici egiziani, di questo porto inabissato nel mare, che tutti conoscevano e nessuno aveva mai visto. Il secondo è un porto sepolto simbolico, spirituale, un giaciglio color nero pece dove dormono inquietudini, nevrosi, attese e tutte le parole con cui potremmo esprimerle. Ungaretti inventa un viaggio. Immagina di cacciare la testa nell’abisso del mare e di nuotare fino a questo porto sepolto. Di raccattare i canti, i fogli sparsi, gli scritti abbozzati che vi sono conservati, intatti sul suo fondo. Di ordinare i versi che imprimeva, in fretta e furia, nella carta che avvolgeva le pallottole con cui doveva sparare in guerra. È un pellegrinaggio, un viaggio iniziatico che compie per la sua umanità e per la propria umanità. Risale con la stessa testa che aveva cacciato in quell’oscurità e disperde i suoi canti. Cioè ce ne fa dono. E ci restituisce un porto ora insepolto, in cui è ben visibile il nostro segreto, quello che volevano conservare inabissato. Il miracolo della poesia di Ungaretti è proprio questo. Attraverso una parola che diventa assoluta, sacra e solissima, essa sa cantare la verità che ognuno dissimula, il segreto che tentiamo di ottenebrare, il ricordo che non doveva riemergere. Il porto insepolto è un luogo mitico, ma anche tremendo per la sua tangibilità: è l’armadio dove giacciono i nostri scheletri, il letto dove si […]

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Attualità

Morta Inge Feltrinelli, “the queen of publishing”

Morta la notte scorsa a Milano all’età di 87 anni, Inge Feltrinelli era la presidentessa della Casa editrice Giangiacomo Feltrinelli dalla scomparsa del marito avvenuta nel 1972, ma anche un punto di riferimento per la cultura italiana.  Si spegne la donna che i periodici inglesi avevano battezzato “the queen of publishing”, la regina dei libri. Proprio ai libri Inge Feltrinelli ha devoluto interamente la propria esistenza: a quelli che ha difeso, a quelli che ha diffuso, a quelli di cui si era circondata. “I libri sono tutto, i libri sono la vita” asseriva una delle editrici più intraprendenti e temerarie mai affermatesi. La Casa editrice Feltrinelli la commemora con queste parole:“prendendosi l’impegno di continuare a percorrere la strada da lei tracciata” e prosegue definendola “fonte quotidiana di ispirazione per le attività dell’intero Gruppo, Inge Feltrinelli. È stata la guida più esigente e lo sguardo più innovativo, l’entusiasta promotrice di nuove attività come la diga più invalicabile a difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della cultura e di tutte le manifestazioni di pensiero libero. Fotografa, fotoreporter, grande appassionata di moda, di arte e di ogni forma di creatività, aveva difeso con coraggio la stessa esistenza della casa editrice Feltrinelli, alla scomparsa del suo fondatore. Ci lascia una donna che sapeva distinguere la qualità e che ha portato in Italia e a Milano, nel corso degli ultimi cinquant’anni, scrittrici, scrittori, editori, intellettuali internazionali animando un contesto di inestimabile ricchezza” Morta Inge Feltrinelli, ma la sua battaglia sopravvive Inge Schönthal Feltrinelli è stata un’editrice, giornalista e fotografa. Nata negli anni Trenta, figlia di ebrei tedeschi, naturalizzata italiana, era custode vivente della memoria del Novecento. Nella sua vita e nella sua attività rilucevano ancora le polveri di quel ribollire di inquietudini e cambiamenti che ha caratterizzato un secolo grandioso e anche terribile, terminato solo da un paio di decenni. Centrale nell’esperienza di Inge Feltrinelli è stato sicuramente l’incontro, avvenuto nel 1958 con Giangiacomo Feltrinelli, che sposerà due anni dopo. Già a partire dalla clandestinità del marito, la gestione della Casa editrice Feltrinelli è stata affidata alle sue mani sapienti, ma è diventata definitiva solo nel 1972, anno della dipartita del marito. Motivata a salvare dalla disfatta la Casa editrice del marito, Inge credeva davvero di poter cambiare il mondo, anche dopo che suo marito aveva smesso di crederci. Gestì l’ente che aveva ereditato lavorando dietro le quinte, sempre paziente e rispettosa nei confronti del lavoro altrui. Nel frattempo, si dedicava alla formazione umana e culturale di chi, dopo di lei, si sarebbe occupato di quel piccolo gioiello editoriale: suo figlio Carlo. La stessa Inge diceva del figlio “è molto schivo, non ama la vita mondana, però il vero lavoro lo fa lui e lo ringrazio”, mentre il figlio sperava che sua madre un giorno o l’altro si decidesse a scrivere la propria biografia. Ricordata come una donna ironica ma sempre discreta, Inge ha ospitato numerose riunioni del Gruppo Feltrinelli nella casa che condivideva con Giacomo, e quando nella Casa editrice venne introdotto un nuovo amministratore si adattò […]

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