Abracadabra: etimologia di uno scongiuro

Abracadabra: etimologia di uno scongiuro

La voce “abracadabra”, presente in tutte le lingue europee, è una sequenza di grande efficacia ideofonica, alla quale vasti ambienti popolari annettono poteri magici.

Si tratta di un vocabolo in uso nella magia mistica antica che, nonostante le etimologie proposte, è definito per se stesso inintelligibile ed è considerato la parola universalmente più adottata fra quelle pronunciate senza traduzione nelle singole lingue. Molto in uso in età medievale a scopo magico-rituale, ha conservato una valenza incantatoria anche nel corso delle epidemie del Seicento, iscritto in triangoli lasciati sospesi agli stipiti delle porte. Ancora in uso a inizio del Novecento in ambiente contadino, esso era posto rivolto verso l’alto e solitamente indossato come ciondolo in metallo o come foglietto scaramantico.

Tuttavia, le vicende semantiche e culturali del termine, nonostante le origini ancorate nell’ombra per molto tempo, sono state ormai ricostruite in modo alquanto soddisfacente: esse ci riportano all’epoca umanistica per la diffusione nelle lingue moderne e agli inizi del III secolo d.C. per la prima attestazione letteraria.

“Abracadabra” nel Liber medicinalis: un amuleto contro la febbre

La prima occorrenza conosciuta di questa sequenza fonica è presente nel Liber medicinalis di Quinto Sereno Sammonico (II-III secolo d.C.), un singolare testo di argomento medico, che ben s’inserisce nel sempre più vivo interesse per l’ars medica che si sviluppa a partire dall’età imperiale. L’autore, mediante gli ingredienti proposti nel suo ricettario, mostra d’inserirsi in una secolare tradizione di medicina popolare, fondata sull’utilizzo di erbe curative, organi animali, fumi di oggetti combusti, amuleti e formule magiche. Si tratta di ingredienti tipici di un sapere medico prescientifico e preletterario, proprio di una cultura contadina: Quinto Sereno, sulla base di Plinio il Vecchio, Catone e Varrone, predilige infatti un approccio terapeutico tradizionale, valorizzando i prodotti  del suolo italico e dando spazio anche all’impiego di formule incantatorie, riflesso di livelli antichi di pratiche in uso nell’Italia protostorica, persistenti nella cultura latina. 

Ebbene il poeta, attivo presso l’imperatore romano Alessandro Severo, riferisce che, per guarire dalla semiterzana, febbre a intermittenza di un giorno e mezzo, una certa pratica terapeutica popolare prescrive di appendere al collo del malato un amuleto con un’iscrizione esorcistica composta di 11 linee sovrapposte, la prima delle quali formata dalle lettere della parola ABRACADABRA, e le altre dalle stesse lettere ridotte ad ogni linea di una unità: ciò, egli spiegava, avrebbe diminuito il potere dello spirito della malattia sul paziente.

Le origini di un esorcismo 

Nei rituali magici si sono da sempre impiegate parole oscure, in special modo di lingue straniere: le formule magiche tramandateci dalla cultura latina, infatti, benché inintelligibili già ai contemporanei, celano una derivazione da nomi orientali, persiani, accadici, aramaici, copti. La peculiare efficacia ideofonica della sequenza è potenziata dall’assonanza, che richiama una prassi diffusa e attestata nella latinità arcaica: basti pensare alla formula per guarire dalle lussazioni (daries dardaries astataries, huat haut haut, ista pista sista) riferita da Catone nel De agri cultura e a quella contro gli ascessi (reseda reseda, scisne scisne) attestata da Plinio nella Naturalis Historia.  

L’origine della sequenza “abracadabra”, che ha conosciuto una grande fortuna attraverso le pratiche della medicina popolare, indipendentemente dalla sua reale efficacia terapeutica, è stata spiegata dall’illuminante ricerca dello studioso Paolo Martino: secondo lo studioso, la genesi della formula sarebbe riconducibile ad alcuni esorcismi popolari penetrati nella prassi benedizionale bizantina ortodossa, che rivelano chiaramente la suggestione di ambienti sincretistici gnostici. Nello specifico, esso parrebbe connettersi al cosiddetto esorcismo kàt’àbras di S. Gregorio, un lungo scongiuro contenuto in un Euchologion  del 1153, conservato nel monastero del monte Sinai, il cui testo è strutturato in un lungo elenco di àbrai, ovvero spiriti maligni apostrofati uno ad uno con la propria qualifica. L’àyra – pronunciato àbra in ambiente latinofono – è, infatti, il vento malefico che penetra in uomini e cose trasferendovi la propria natura maligna: auratus in latino designa, appunto, lo “spiritato”. 

Poiché il rituale richiedeva l’enumerazione scrupolosa di ciascuna àbra e si articolava in una serie di scongiuri “per singole àbrai, un’àbra dopo l’altra”, ovvero àbra kàt’àbras, la sequenza si è in tal modo lessicalizzata in abrakadàbra: la particella greca katà, infatti, conferisce un valore distributivo e iterativo all’azione, confermato anche in parlate italoromanze, come nell’espressione calabrese e siciliana “unu cata unu”.

La funzione dell’esorcismo per singole àbrai è stata nel tempo obliterata dall’opacizzazione della sequenza designante la pratica rituale: questa, perduta la trasparenza semantica ed etimologica nella coscienza dei parlanti, ha subito un processo di banalizzazione, che l’ha resa progressivamente un gioco di parole incomprensibili, ancorché denso di suggestione ideofonica, dunque impiegabile nella produzione di amuleti.

[Immagine in evidenza tratta da wikipedia]

A proposito di Adele Migliozzi

Laureata in Filologia, letterature e civiltà del mondo antico, coltivo una grande passione per la scrittura e la comunicazione. Vivo in provincia di Caserta e sono annodata al mio paesello da un profondo legame, dedicandomi con un gruppo di amici alla ricerca, analisi e tutela degli antichi testi dialettali della tradizione locale.

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