Divergenze: la casa editrice anticonformista | Intervista

Divergenze: la casa editrice anticonformista |Intervista

Divergenze e lo slow book

Divergenze è una casa editrice che nasce nel 2018 e vive sotto la direzione di Fabio Ivan Pigola con un team straordinario, che insieme amano il loro lavoro e da grandiosi appassionati credono fortemente nel valore della lettura e, per esteso, della cultura. Proprio per questo, Divergenze si ripropone di recuperare autori «messi ingiustamente in naftalina» e allo stesso tempo di scoprire talenti contemporanei che per altre case editrice sarebbero fuori dagli schemi della moda. Quello di Divergenze è un lavoro controcorrente – e da qui il nome – rispetto alle logiche del marketing, non solo nella scelta degli autori e delle autrici ma fin dalla composizione del libro: ciascun romanzo presenta una copertina essenziale pensata non per accalappiare quanto più pubblico possibile, bensì per regalare un’esperienza che possa essere di qualità sia sensorialmente che culturalmente per il lettore. Ecco perché Divergenze promuove lo slow book, la produzione lenta del libro divergente «dalla bulimia del business». Noi di Eroica siamo stati attratti dal pensiero e dal duro lavoro che si nasconde dietro a questa realtà, nuova per una società abituata al concetto del vendere e non dell’assaporare, e ne abbiamo voluto sapere di più. Di seguito l’intervista alla redazione di Divergenze!

L’intervista

Innanzitutto, complimenti per la realtà che portate coraggiosamente avanti. A proposito di questo, cosa significa Divergenze?

Grazie, ma più che dal coraggio Divergenze nasce dall’incoscienza. È infatti un progetto che col mercato non ha molto da spartire, tant’è diverge fin dagli intenti: recuperare opere e autori validi trascurati dalla bulimia del business, o messi ingiustamente in naftalina; promuovere nuove voci della narrativa o della critica; quindi destinare tutti i ricavi, al netto delle spese, ad onlus come Emergency.

Da dove o cosa nasce l’idea di promuovere lo slow book?

L’idea dello slow book nasce dal fondatore del marchio e altri due collaboratori, durante un pranzo gustato con la lentezza che dà il piacere di assaporare ogni cosa. Hanno pensato ai libri come cibo dello spirito e al gusto di realizzarli con la cura che meritano. Riuscire a farlo è un ulteriore aspetto che diverge dai ritmi dell’odierna editoria.

A che tipo di pubblico ha lo scopo di rivolgersi Divergenze?

Non abbiamo l’ambizione di avere un pubblico preciso, perché l’Italia è un territorio che ama la nicchia ma segue la massa. Per questo lasciamo siano i titoli a scegliere i lettori e viceversa: l’osmosi è una chimica involontaria che ha sede nella percezione, ovvero il sesto senso.

Quale valore ha la vostra idea editoriale in un mondo che ci vuole competitivi, sempre alla ricerca del prodotto all’ultimo grido?

Più che un valore, che viene dall’attenzione data – con varie forme di incentivo – dagli organi mediatici prima che dai destinatari della nostra passione, cioè i lettori, mettiamo i valori. Quelli in cui crediamo sono l’opposto della competizione, perché fare libri non è una gara, non è dimostrare qualcosa, e soprattutto non è realizzare prodotti generici: il libro è un tentativo artistico. Riuscito o meno, per noi quello è. L’arte è animata dall’estro, da una vocazione superiore che cerchiamo, con l’umiltà di mezzi artigianali e limitati, di valorizzare, o tradiremmo promozione e salvaguardia della cultura: le ragioni per cui esistiamo e operiamo.

Questi ultimi anni sono stati difficili per tutti. Cosa hanno rappresentato per Divergenze?

Gli anni della pandemia sono stati un’esperienza nuova, ma ogni giorno accade qualcosa di simile. Nella società schiava della finanza, i terremoti sono la normalità che serve a imporre la legge dei criminali globali. Dalle crisi energetiche e politiche al terrorismo e i virus di laboratorio, fino alla guerra pianificata per conto terzi: tutto contribuisce a incrinare l’idea di una filiera umana funzionale per secoli, ma da abbandonare se si vogliono produrre miliardi di dollari ora sanitari, ora militari o speculativi d’ogni tipo, con la complicità del comparto mediatico. È il medesimo concetto che ha prodotto realtà come i supermercati, le multinazionali, i colossi della distribuzione, capaci in pochi decenni di soffocare il circolo virtuoso dell’artigianato e dare al mondo una filosofia della precarietà qualitativa e spirituale che ha ridotto l’uomo a un mero consumatore da profilare e poi intrappolare nella ragnatela digitale. La stessa grazie alla quale ci parliamo, e con la quale Divergenze fa i conti da quando è nata, quattro anni fa. Dunque, nessuna difficoltà, oltre a quelle endemiche imposte dall’isteria collettiva con cui dobbiamo, volenti o nolenti, fare i conti, e trovare ristoro proprio nella piccola isola felice dello slow book.

Divergenze ricerca la qualità di e in un libro. Quali sono le linee guida per valutare le proposte che vi arrivano e le riscoperte del passato?

Le linee guida sono molto semplici e severe nel contempo. La qualità anzitutto non è data dal successo di un’opera ma dai suoi contenuti, da ciò che rappresentano sotto vari aspetti, tra i quali non si può trascurare l’attualità. Perché dai classici dell’antichità ai lavori del nostro fertile Ottocento, ci sono libri che parlano al lettore e generano immagini, domande valide tuttora, e sapranno avvincere, turbare e quindi arricchire in qualunque futuro. Per le nuove proposte la procedura è identica: vengono date in lettura a un comitato di trentasei collaboratori, e per essere prese in considerazione devono convincere ciascuno di loro, nessuno escluso. Può apparire un metodo troppo selettivo, perché accontentare trentasei palati è difficile anche per gli chef più esperti, ma l’ampiezza di valutazione mette al riparo da comprensibili abbagli e cantonate. Non ne azzera la possibilità perché siamo umani, ma l’umanità è fatta anche di limiti individuali e collettivi che dobbiamo riconoscere e imparare ad accettare. Ci sia concessa l’attenuante della buona fede.

Passato e presente: in Divergenze riportate alla luce echi di un tempo che per altri editori non venderebbero, ma anche progetti nuovi. Ai giovani che hanno il sogno della penna, cosa vi sentite di dire?

Se un’opera ci piace non calcoliamo quanto può vendere, o nel nostro catalogo troveresti nomi noti, che garantiscono una mole notevole di notorietà e quindi di acquisti, ma tradiremmo il fine della qualità di cui abbiamo parlato poco fa. Perciò insieme a firme di pregio figurano molti autori per nulla famosi, o del tutto sconosciuti, che incontrano il favore dei valutatori e per fortuna quello del pubblico, di quei lettori che sono i veri padroni di Divergenze. Pure qui si potrebbe ricorrere a un esempio. Quando pubblicammo Goyescas tanti dissero che era un salto nel buio, e l’autrice troppo giovane per avere un pubblico. «Fosse almeno una youtuber o una sportiva, un’attrice, una cantante, ma è nessuno» argomentò una voce autorevole, e la redazione, tra i ringraziamenti, ribatté che chiunque è nessuno, in campo artistico, prima di avere avuto l’opportunità di esprimersi, e vendere non rientrava nei nostri orizzonti. Con il tempo, Goyescas è stato definito «uno dei dieci romanzi fondamentali per capire la poetica del sud Italia» ed è arrivato alla terza ristampa in tre anni. E mica per merito nostro: no, l’artista è Francesca Maria Villani. Noi le abbiamo solo dato lo spazio che ci piace concedere a chi, benché giovane, ha un talento evidente. A coloro che nutrono il sogno della penna ci sentiamo di dire che è un sogno fatto di lettura prima che di scrittura: un pittore non si improvvisa, un musicista neppure, per non parlare di un medico, e giacché i libri sono espressioni artistiche con proprietà curative, chi scrive dovrebbe studiare quanto un pittore, un musicista e un medico assieme. Ci vuole la padronanza dei mezzi, delle conoscenze, le quali non sono solo stilemi per essere conformi alle richieste del mercato e quindi appetibili agli occhi del pubblico. Un percorso lungo, ma anche tanto dolce se animato dalla passione, che è il carburante utile a far girare il motore di ciascuno di noi. Poi le occasioni non mancano. Nel proprio angolino Divergenze bandisce, di tanto in tanto, iniziative rivolte a chi ha buone doti. Forse non le pubblicizziamo a tappeto perché nemici delle trombonate; preferiamo una forma più discreta, come quella di Fiori di carta.

Per quanto riguarda la realizzazione del libro, certamente non lo si giudica dalla copertina, eppure Divergenze anche a lei riserva una particolare attenzione. Per voi un romanzo, sia da un punto di vista materiale sia nel contenuto, che tipo di esperienza deve essere per il lettore?

L’apparato estetico dei nostri libri è ridotto al minimo. Non a caso c’è chi ci guarda con diffidenza, poiché privi di una grafica diretta a catturare l’attenzione di chi vive nell’èra dell’immagine: le nostre copertine non hanno fotografie o soluzioni rivolte a sedurre d’impatto, ma sul frontespizio riportano appena autore, titolo e logo, mentre in Quarta trovano posto una sinossi altrettanto minimalista e talvolta un’illustrazione. «Siete antichi», ci è stato detto. L’abbiamo preso come un complimento. Preferiamo – e non certo per snobismo – che i lettori vengano a cercare i contenuti, ai quali rimanda il colore del cartoncino scelto per contenere le opere. Tutti i volumi di Divergenze sono realizzati con le carte più pregiate reperibili da fonti rinnovabili, e non vi è traccia di plastificazione sia per tutela ambientale, sia per il piacere tattile che vogliamo riservare al lettore.

Se doveste parlare di Divergenze attraverso uno dei vostri libri, quale scegliereste e perché?

Un editore autentico ha il dovere e il piacere di amare come figli i propri libri, ecco perché non potremmo mai parlare di noi attraverso un solo titolo, ma neppure una stretta cerchia di essi. Sarebbe facile citare La rivoluzione, forse domani di Rosa Mangini, giunto alla quattordicesima edizione in un periodo nel quale il revisionismo storico minaccia le testimonianze sulla Resistenza, e quella novella parla degli umori dai quali è nata, nel 1941, tramite episodi e uomini realmente esistiti. Una novella rimasta inedita fino a quando il fondatore e due colleghe hanno trovato il manoscritto, vergato a pennino su fogli protocollo, al mercatino delle pulci di Bergamo. È l’episodio che ci ha convinti a dare vita alla casa editrice. Sarebbe facile farlo pure con La guerra dell’acqua di David Manzoni, opera teatrale definita “apocalisse morbida in due atti” in cui si agita un messaggio di cruciale importanza per il pianeta, narrato con una satira corrosiva e ristampato sette volte. E meno male che il teatro è definito “nicchia della nicchia” perché non fa numeri, è territorio di lobby e di gerontocrazie che si spartiscono le briciole, in attesa di consegnarsi prima o poi alle logiche televisive. Sarebbe facile menzionare i Due saggi dirompenti di Lucrezia Lombardo, che analizzano la deriva capitalista attuale senza limitarsi a tracciare una diagnosi del disastro sociale voluto dai potenti di cui parlavamo nel punto 5, ma offrendo i rimedi, anzi, l’unico rimedio concreto, attuabile, per tornare a sperare in un mondo civile, fondato sul rispetto reciproco e il senso di comunità. Sarebbe facile, insomma, spolverare il nome di Alfredo Oriani, il “grande maledetto” della letteratura italiana, di cui Gelosia è l’inizio di un recupero quanto mai dovuto (in un sondaggio del secolo scorso risultò l’autore italiano più letto dopo Alessandro Manzoni), lo sarebbe pure col Cesare Pavese di Storia segreta, da molti ritenuto il suo racconto più vibrante; e perché no con Avenida Libertador di Cristina Amato, o con il kolossal Edipo a Berlino di Francesca Veltri, entrambi in quarta ristampa. Sarebbe facile, ma come avrete intuito non amiamo il “vetrinismo” dei numeri, dunque lasciamo ai curiosi capaci di leggerci fin qui il piacere di scoprire – o risparmiare di farlo – cosa combiniamo. Senza dimenticare di ringraziarti per le domande e per l’implicita fiducia nel concedere spazio alle risposte.

Fonte immagine di copertina: Divergenze 

A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson nasce il 26 Marzo 1998 a Napoli. Nel 2017 consegue il diploma di maturità presso il liceo classico statale Adolfo Pansini (NA) e nel 2021 si laurea alla facoltà di Lettere Moderne presso la Federico II (NA). Specializzanda alla facoltà di "Discipline della musica e dello spettacolo. Storia e teoria" sempre presso l'università Federico II a Napoli, nutre una forte passione per l'arte in ogni sua forma, soprattutto per il teatro ed il cinema. Infatti, studia per otto anni alla "Palestra dell'attore" del Teatro Diana e successivamente si diletta in varie esperienze teatrali e comparse su alcuni set importanti. Fin da piccola carta e penna sono i suoi strumenti preferiti per potere parlare al mondo ed osservarlo. L'importanza della cultura è da sempre il suo focus principale: sostiene che la cultura sia ciò che ci salva e che soprattutto l'arte ci ricorda che siamo essere umani.

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