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Eroica Fenice

Larisa Poutsileva

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (II)

Nel volume di poesia Il carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) appare sotterraneo e al contempo di primaria necessità il ricercare una lingua letteraria che possa definirsi propria di un paese allo scopo di poter comunicare. Una lingua che non si limita a un frammentario discorso poetico, ma che riesce a essere mezzo di comunicazione di e con altri paesi e altre culture. In tal senso è da intendersi la Lettera aperta degli scrittori bielorussi firmata il 17 novembre dell’anno passato; tra i firmatari, oltre Svjatlana Aleksievič (Premio Nobel per la Letteratura 2018), numerosi autori che hanno preso parte a questa antologia, testimoni di un bisogno nazionale che continua a trovare ostacoli nelle istituzioni che dovrebbero tutelare il popolo, magma vivo e pulsante di una nazione etimologicamente intesa.

Parole, quelle degli scrittori bielorussi, che esprimono con forza la volontà di rompere il silenzio che è stato costruito intorno a loro: «Negli ultimi quarant’anni non un solo Paese in Europa ha conosciuto una tale portata di fenomeni di repressione di massa. Durante questi cento giorni circa trentamila persone sono state arrestate, più di quattromila sono state ferite e otto sono morte. Nel nostro Paese vengono ignorati i diritti fondamentali dell’uomo. Nei confronti dei colpevoli di omicidio e lesioni non viene intrapresa alcuna azione legale. Gli arrestati vengono picchiati mentre hanno mani e piedi legati, una pratica abolita dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani, anche nei confronti dei criminali di guerra. Dalle bocche dei governanti è dato ordine diretto di espellere gli studenti dagli istituti di istruzione superiore e di licenziare coloro che non approvano la politica dello Stato. Si tratta di una chiara violazione dell’attuale Costituzione della Repubblica di Bielorussia. L’escalation di violenza, la diffusione dell’impunità, la privazione dei diritti costituzionali fondamentali dei bielorussi stanno portando ad una profonda e duratura crisi nazionale in tutti gli ambiti della vita pubblica: bancarotta economica, isolamento internazionale, caduta della Bielorussia in fondo alla classifica dei Paesi civili». A questa Lettera, di cui si è riportato solo un passo, è unicamente giunta la risposta degli scrittori polacchi, esprimendo messaggi di sostegno. La lingua poetica si fa, dunque, mezzo di diffusione politica; in questo senso è da intendersi il valore civile della lingua poetica bielorussa, di cui la Curatrice ci parla in questa fase mediana di questo dialogo (la prima parte di questa intervista è stata pubblicata qui).

Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice Larisa Poutsileva

Un tratto importante dell’affermazione della cultura letteraria bielorussa, come in quella di tutti i paesi, è l’affermazione della propria lingua. Anche in Italia, dopo l’Unità, letterati quali Alessandro Manzoni si preoccuparono di normalizzare una lingua che potesse essere nazionale; finanche nel Medioevo, quando per ovvii motivi era prematuro parlare di Italia come stato-nazione, Dante si pronunciò sull’argomento nel De vulgari eloquentia, senza, tra l’altro, annoverare il contributo di Pietro Bembo e degli altri intellettuali umanisti che originarono la Questione della lingua italiana. Questo per sostenere come la vicinanza delle intenzioni della poesia che definisce l’identità linguistica di un paese sia un fenomeno che non conosce confini e che una vicinanza tra Italia e Belarus’, come Lei auspica in chiusa all’introduzione al volume, è più che sentita. Per cui, è possibile intravedere nella poesia bielorussa una canonizzazione della lingua poetica dall’Ottocento ai giorni nostri?

Certamente. Per un lungo periodo nel Medioevo la vecchia lingua bielorussa è stata una lingua di Stato nel Gran Ducato Lituano. Nel ‘500 in questa lingua sono stati scritti i tre Statuti – importantissimi documenti socio giuridici –, è stato stampato il Vangelo, il primo tra tutti popoli slavi orientali. A partire dal Settecento, gradualmente, il bielorusso perde la sua ‘sovranità’ in seguito al processo di polonizzazione e, successivamente nell’Ottocento, dopo l’annessione all’Impero russo, nelle scuole viene vietato il suo insegnamento. Nella storia di tanti popoli ci sono dei periodi in cui in letteratura si utilizza una lingua non propria, perciò la letteratura bielorussa, e la poesia in particolare, include le opere scritte in latino come il famoso Il canto del bisonte di N. Gusovski, e in polacco. Nell’Ottocento comincia una massiccia russificazione, le opere scritte in bielorusso circolano solo clandestinamente, come il poema L’Eneide travestita di V. Ravinskij, la prima opera in bielorusso moderno. Come in Italia, anche in Belarus’ sono stati i letterati a dare il contributo decisivo alla formazione della nuova lingua bielorussa di base. A un recupero delle tradizioni dei contadini locali che parlavano in bielorusso, si volsero i poeti per lo più bilingui, di origine nobiliare: A. Rypinski, J. Barščeuski, V. Dunin-Marcinkevič. E come Dante, anche se molto più tardi di lui, alla fine dell’Ottocento, F. Bahuševič, un poeta,  ha avanzato un appello per la difesa della lingua considerata “volgare”, ma che, in realtà, era degna delle opere letterarie. Una decina di anni dopo cominciava l’epoca di risveglio nazionale Adradženne e, nelle opere dei poeti di questo periodo come A. Paškevič, Ja. Kupala, M. Bahdanovič e tanti altri, la nuova lingua bielorussa ha trovato la sua fioritura e i suoi canoni. Il “volgare plebeo” è diventato, citando Dante,  il “volgare illustre” cioè “cardinale, aulico e curiale”.

Ringraziando Larisa Poutsileva, ricordiamo che a breve su queste pagine digitali di Eroica Fenice ci sarà la terza delle tre parti dell’intervista Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva.

Fonte immagine in evidenza: casa editrice

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