Jean-Christophe Grangé: L’ultima caccia | Recensione

Jean-Christophe Grangé

L’ultima caccia è in libreria dal 10 settembre, edito in Italia  da Garzanti e, con esso, Jean-Christophe Grangé si conferma uno degli autori di thriller più amati dai lettori. I suoi libri, tradotti in trenta lingue, occupano sempre i primi posti delle classifiche internazionali e il suo ultimo successo non fa eccezione. È il romanzo che segna il ritorno del detective Pierre Niémans, già protagonista de I fiumi di porpora,  dal quale nel 2000 è stato tratto un film con Jean Reno a ricoprire il ruolo principale. Con L’ultima caccia, Grangé torna alle atmosfere del romanzo che gli ha regalato la notorietà, I fiumi di porpora, e tesse una storia ricca di suspense e colpi di scena, dove gli orrori del passato sono la chiave per risolvere gli enigmi del presente.

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L’ultima caccia: sinossi e considerazioni del libro di Jean-Christophe Grangé

Per il suo nuovo romanzo, Grangé sceglie un’ambientazione per lui inusuale, ponendo la vicenda nel cuore della Foresta nera, dove gli alberi fitti formano un dedalo inespugnabile. Tuttavia, l’azione ha inizio in un’altra foresta, quella di Trusheim in Alsazia, dove il detective Pierre Niémans viene chiamato ad investigare sull’uccisione del giovane Jürgen von Geyersberg, rampollo di una nobile e stimata dinastia tedesca. Il suo cadavere viene rinvenuto, nudo e con evidenti segni di mutilazione, in una parte della foresta che fa parte dei possedimenti alsaziani della famiglia. Niémans sembra essere l’uomo perfetto per risolvere casi spinosi che richiedono sangue freddo e riservatezza in ogni fase dell’indagine. Perché è importante che non trapeli alcun dettaglio e si impedisca alla stampa di ricamare sopra le vicende di una famiglia tanto rispettabile.

Con l’aiuto dell’allieva Ivana Bogdanović e del comandante Kleinert, capo delle forze dell’ordine tedesche, Niémans si mette sulle tracce degli assassini, individuando, grazie al suo intuito infallibile, una valida pista da seguire: è quella della pirsch o caccia alla seguita, una ricerca silenziosa e solitaria alla preda, alla quale ci si avvicina il più possibile e, dopo un lungo appostamento, si conclude con un assalto all’arma bianca. Parte importante di questo rituale venatorio, di cui Jürgen era particolarmente esperto, è proprio la mutilazione dell’animale, del tutto simile a quella operata sul corpo della vittima. La risoluzione del caso, dunque, sembrerebbe da ricercare in seno ai gruppi ambientalisti, dal momento che l’omicidio pare rispondere al principio occhio per occhio, dente per dente. Ma più il tempo passa, più questa pista, all’inizio tanto promettente, si perde in sentieri secondari che sviano la polizia rischiando di far naufragare le indagini. Per arrivare alla verità, a Niémans e ai suoi non resta che stare al gioco e trasformarsi in predatori, prima che siano loro a diventare prede.

Una prima considerazione da fare riguarda sicuramente il tipo di scrittura che caratterizza i romanzi di Jean-Christophe Grangé: semplice ma impattante, cruda ed elaborata allo stesso tempo. Il fraseggio de L’ultima caccia è sempre ricercato, nonostante l’apparente colloquialità del testo e, in particolare, molto belle sono le descrizioni di paesaggi ed ambienti, sempre funzionali alla trama e alla definizione degli eventi. Spesso, inoltre, essi diventano la rappresentazione tangibile dell’atmosfera generale di claustrofobia e pesantezza che permea l’intero romanzo, e questo non vale soltanto per la foresta, da sempre simbolicamente accostata al pericolo, ma anche gli spazi, apparentemente aperti e luminosi, della casa dei Von Geyersberg, come a voler rimarcare un concetto centrale ne L’ultima caccia, e cioè che nessuno è mai veramente al sicuro.

Per quanto riguarda la trama in sé, L’ultima caccia è un thriller architettonicamente complesso, costruito attraverso una serie di richiami continui ad un passato storico, quello della Seconda guerra mondiale, pregno di significato, che qui diviene una possibile chiave di lettura per gli eventi del presente: ad un certo punto delle indagini, infatti, Niémans si imbatte nella storia dei Cacciatori neri, un gruppo di criminali senza scrupoli assoldati da Himmler durante la seconda guerra mondiale per rintracciare ed eliminare gli ebrei. Lungi dall’essere un semplice espediente narrativo, la scelta di inserire i Cacciatori neri nella trama permette all’autore di guardare al mondo della caccia non tanto come uno sport in cui l’uomo è vincitore, ma come un qualcosa di molto più complesso e sfaccettato.

Da una parte, una sfida tra l’uomo e l’animale, che canalizza l’atavica ferinità insita nell’essere umano e, attraverso una precisa ritualità, travalica la violenza e la morte a va a confondersi con una sorprendente forma di rispetto della fauna e del suo equilibrio; dall’altra, tuttavia, la caccia è vista anche come espressione violenta in cui il cacciatore può trasformarsi in preda, proprio come accade a Niémans e Ivana, braccati nella foresta e costretti a guardare in faccia le proprie paure. In senso lato, dunque, la caccia è un rito di passaggio: se giochi bene le tue carte porti a casa la pelle, in caso contrario, soccombi al più forte. 

Oltre alla costruzione della trama, notevole è l’impianto psicologico di fondo, evidente anche nella presentazione dei personaggi: Ivana, Niemans, la contessa Laura e ogni altro attore che si incontra nel corso della lettura, tutti vengono sapientemente tratteggiati da Jean-Christophe Grangé, che spesso permette al lettore di entrare nelle loro vite. Nel corso della lettura, infatti, più volte ci si imbatte in una sorta di monologhi interiori dei vari personaggi, soprattutto dei due protagonisti principali. Attraverso questo espediente narrativo, l’autore fa percepire al lettore i pensieri delle sue creature, le loro paure. Mette in evidenza sprazzi, apparentemente sporadici e casuali, dei ricordi che conservano impressi nella loro mente. In questo modo, pur lasciando intatta una  certa aura di mistero, rende questi personaggi “umani”, portando il lettore ad empatizzare con loro e ad accettarne i lati oscuri. Come la caccia ha un significato ambivalente, infatti, anche tutti i personaggi del romanzo presentano una duplice natura: tutti possono essere (e in effetti lo sono) cacciatori o prede.

Immagine: Pokaa

Chi è marianna de falco

Marianna è nata ad Avellino 28 anni fa, si è laureata in Filologia Classica. Ama la musica, i cani, il gelato e la scrittura. Ha sempre con sé un taccuino per poter appuntare i suoi pensieri volanti

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