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Le peggiori paure di Fay Weldon: tra i fantasmi nostri e degli altri | Recensione

Le peggiori paure di Fay Weldon, pubblicato da Fazi Editore e con traduzione di Maurizio Bartocci: viaggio tra i nostri demoni e quelli delle persone che amiamo

“Le peggiori paure” di Fay Weldon, edito da Fazi Editore e con traduzione di Maurizio Bartocci, è come uno di quei respiri quando fuori l’aria è gelida ed è tutto ghiacciato; quei respiri che formano una nube talmente fitta che sembra un tiro di sigaretta.
La nube evocata da questo libro è greve, vaporosa e dai contorni cupi, e avviluppa il lettore per non lasciarlo andare, tenendolo stretto per i calcagni e ancorandolo alle pagine con forza.
Il tema della perdita del proprio compagno, della vedovanza, è stato affrontato molte volte in letteratura: basti pensare al modo magistrale con cui Gabriel Garcìa Màrquez ne parla in “L’amore ai tempi del colera”, quando descrive la prima notte di Fermina Daza senza il contrappeso del marito Juvenal Urbino dall’altro lato del letto.

In modo analogo, ma allo stesso tempo antitetico, Le peggiori paure si apre con quest’immagine: Alexandra Ludd, celebre attrice, ha appena assunto lo status di vedova.
Alexandra è stata abituata, per dodici anni, a sdraiarsi nuda accanto a Ned, in quel letto striminzito che a lei nemmeno piaceva, perché lei amava i letti grandi e spaziosi; si sdraiavano e dormivano intrecciati fino al mattino, fino a confondere e mescolare le temperature – fredda quella di Alexandra, rovente quella di Ned – e a raggiungere, il mattino dopo, lo stesso grado di calore.

Alexandra non si era mai chiesta dove finisse il suo corpo e dove cominciasse quello del marito: un’unica entità, un’unica pelle, un unico amalgama di destini. Un po’ come la Fermina Daza di màrqueziana memoria.
Il libro si apre anche con immagini secche, decise e appuntite come spilli; il lettore è infatti catapultato nel freddo asfissiante di un obitorio:

All’obitorio, Abbie e Vilna fissavano la salma di Ned. «All’Ospedale di St James andai», cantava Vilna con la sua voce roca, «e il mio amor lì vi trovai. Terreo, gelido e spogliato su una bianca lastra abbandonato».
Si erano fermate poco distanti dal morto. Fuori c’era un sole accecante ma l’obitorio, che era una semplice struttura di cemento, non aveva finestre, era molto freddo e illuminato con luce artificiale. «A Ned piaceva sentirmi cantare», osservò Vilna. «Ho una voce bellissima, non trovi?». «Bellissima», rispose Abbie. «Da morto sembra più giovane», disse Vilna.

La morte non smette mai di essere compagna antica e nuova, contraltare perfetto della vita: si annida nelle pieghe delle lenzuola a righe del talamo rifatto ad arte, nella gioventù irreale dei volti dei cadaveri, nel vuoto fissato da Alexandra seduta sul letto del marito inerme.
Ned muore di infarto mentre Alexandra è via per recitare in Casa di bambola di Ibsen; Ned muore mentre lei è intenta a trasfigurarsi nella “lodoletta” delicata e palpitante che le rimarrà sempre sul volto come una maschera digrignata, quella “lodoletta” che dovrà continuare a impersonare anche dopo il trauma della vedovanza, nella finzione più estrema e stridente.

Uno come lui non l’avrebbe più trovato. Alexandra si sforzava di non piangere troppo perché tra una settimana sarebbe dovuta tornare in scena. Torvald l’avrebbe chiamata la sua «lodoletta» e lei, nonostante le vicende private, avrebbe dovuto tirare fuori una Nora somigliante a un’allodola nel modo più convincente possibile. Si richiedeva grande professionalità. Casa di bambola stava godendo di un successo inaspettato e di un inaspettato prolungarsi delle repliche: otto mesi fino a oggi.

Le peggiori paure di Fay Weldon è anche il libro del silenzio, delle stanze improvvisamente vuote, dei pavimenti cigolanti e delle case che riecheggiano di rumori nuovi e sinistri, come se l’assenza regalasse all’ambiente domestico una patina inquietante.  Ma è anche il romanzo delle luci accese come fari per scacciare la paura dei fantasmi, è il romanzo delle porte aperte e degli occhi spalancati sul corridoio.

Ultimo, ma non ultimo, è il romanzo dell’indagine, di se stessi e delle persone che amiamo.
Il romanzo, come recita il titolo, delle peggiori paure, quelle che non osiamo confessare nemmeno a noi stessi e che ci torturano nell’intimità della solitudine.

E quali sono le peggiori paure dell’essere umano? In cima alla lista c’è quella di scoprire verità scomode e torbide sulle persone che amiamo, anche dopo che una bara si è chiusa sul loro capo; ed è esattamente il gioco in cui si trova impelagata Alexandra, che viene avvolta – e con lei il lettore – in un gioco di chiaroscuri e maldicenze sui costumi del defunto marito.

Ned è davvero la persona che Alexandra credeva?
Con una prosa graffiante e chirurgica, la Weldon ci traghetta in un mare morboso di menzogne, equivoci e situazioni corrosive. Apparentemente scarno, lo stile dell’autrice e drammaturga britannica è in grado di evocare immagini ben calibrate, piene di cinismo e violenza livida e sinistra.
Il lettore, alla fine dell’opera, è come colto da una sbornia indecifrabile, con il capo pesante e quella nube pesante e vaporosa che gli spezza i respiri e lo rende cianotico. E non può fare a meno di chiedersi, come una litania, o un mantra ossessivo: “Quali sono le tue peggiori paure”?

Le peggiori paure.
Che Dio non fosse buono. Che si muovesse la terra sotto i piedi, che si spalancassero gli abissi, che le persone, precipitando, si aggrappassero le une alle altre in cerca di aiuto, senza che nessuno fosse disponibile. Che alla base di tutto ci fosse il male. Che la bellezza della sera, che si stava adesso depositando con un giallo bagliore sulla pietra dei granai del Cottage, le rondini che si libravano in aria per poi cadere in picchiata, un improvviso stuolo di farfalle fra l’erba alta davanti casa fossero la menzogna: un ingannevole splendore sul quale visioni di speranza baluginavano per un istante, e che molto, molto tempo fa il male avesse vinto sul bene, la morte sulla vita. Colei che fugacemente era apparsa per l’intrattenimento di Ned, brillantemente, a temporaneo vantaggio di Ned, era lei stessa disgustosa e transitoria quanto il resto dell’ignobile creato. Che nel ricevere la carne di Ned nel proprio corpo, così spesso e con tale potente consapevolezza d’amore – tanto da sembrare molto più di una eccitazione fisica, bensì un sacramento, una connessione alla fonte dell’universo, la luce di cui erano soffuse tutte le cose, che era lì, se si guardava bene, nel bagliore del sole sui muri di pietra, così come nella danza delle farfalle – che in questo lei fosse stata beffata.

Fonte immagine: fazieditore.it

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