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Eroica Fenice

Liliana Segre

Liliana Segre si racconta in La sola colpa di essere nati

Qualche giorno prima della ricorrenza della Giornata della memoria, volta a commemorare le vittime dell’Olocausto, è uscito per GarzantiLa sola colpa di essere nati“, un testo che è un dialogo a due voci tra Gherardo Colombo e la senatrice a vita Liliana Segre, che ha vissuto sulla sua pelle, ancora bambina, le stravolgenti conseguenze delle leggi razziali emanate nel 1938, fino al viaggio sul binario 21 che la conduceva verso quell’antimondo che è stato il campo di concentramento di Auschwitz.

Alle domande di Gherardo Colombo, che partono dall’analisi dei fatti svoltisi in quegli anni, si alternano le risposte della Segre, che sono affondi nella propria vita privata, lontana da ciò che accadeva e che a soli otto anni la portavano a lasciare la scuola, gli amici, la sua vita di bambina senza una spiegazione valida. Il libro è un’analisi lucida degli sconvolgimenti e delle conseguenze che quegli anni ebbero su milioni di persone, attraverso la voce pacata ma incisiva di Liliana Segre.

Gherardo Colombo è nato a Briosco (MB) nel 1946. Per oltre trent’anni magistrato, dal 2007 si dedica alla riflessione pubblica sulla giustizia attraverso l’associazione «Sulle regole».

Liliana Segre nasce il 10 settembre 1930 in una famiglia di origine ebraica. Sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, diviene testimone degli avvenimenti che ha vissuto in prima persona. Il 19 gennaio 2018 viene nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Liliana Segre, la memoria come cura contro l’indifferenza

Il racconto di quegli anni si intreccia e si delinea attraverso la ricostruzione storica testimoniata dalle leggi che vengono emanate via via in quel periodo terribile grazie alla voce di Colombo e alla personale esperienza della Segre. Una bambina uguale agli altri, cresciuta da un padre ebreo non praticante, quasi ateo, una madre che non ha mai conosciuto, gli amati nonni e uno zio aderente al Partito Fascista. La Segre attraverso la narrazione dei propri ricordi, tremendamente vividi, mette in evidenza come gli anni delle leggi razziali e dei campi di sterminio poi abbiano completamente stravolto la sua normalità di bambina che d’improvviso si ritrova a fare i conti con la propria appartenenza a una tradizione che non conosce ma per cui al contempo viene ritenuta colpevole, senza alcuna spiegazione.

Alle contestualizzazioni storiche di Gherardo Colombo, la Segre risponde con la propria esperienza di vita, affondi personali nella propria intimità dolorosa, tenuta nascosta per oltre quarant’anni, e che poi ha trovato nelle parole e nel dialogo non una cura, ma un balsamo su ferite sempre aperte, che si impara a gestire, mai a superare, con la speranza che la propria voce spinga a non permettere che vengano inflitte ad altri.

Dall’analisi degli avvenimenti privati e collettivi, l’emanazione delle leggi e le relative conseguenze che comportarono nella vita di comuni cittadini costretti prima a lasciare ogni contatto con la comunità, ad un isolamento forzato e poi ad una prigionia disumana e immotivata, si sviluppano interrogativi esistenziali che conducono a chiedersi come possa il pregiudizio farsi legge, fino a giustificare la violenza. C’era allora una via di fuga?

Il racconto della Segre, dallo spaesamento di bambina alla disumanizzazione programmatica dei campi, alla sua sopravvivenza quasi casuale, non si limita alla descrizione ma si fa analisi psicologica ed emotiva, delle sensazioni che le hanno permesso di restare umana, e soprattutto di non cedere alla politica dell’occhio per occhio dente per dente.

E una volta usciti dal campo però l’inferno non è finito; c’è da tornare alla vita di prima dopo aver guardato dentro l’abisso, dopo essere precipitati e dopo aver arrancato per risalire a mani nude, soli con le proprie forze, con l’ulteriore difficoltà di non essere visti, di non poter comunicare il proprio dolore a nessuno, perché chi non ha visto né vissuto non potrà mai comprendere.

Così, ciò a cui ci si aggrappa è la chiara evidenza di ciò che non si vuole diventare, di come l’odio non sia la soluzione, ma anzi una forma di omologazione. La Segre ci racconta come abbia dovuto reimparare a stare al mondo, lì dove nessuno può capire il dolore, e allora lo si chiude dentro di sé e ci si lascia logorare. Eppure quella stessa forza che l’ha condotta a mantenersi in vita nonostante le atrocità, la spinge a rinascere, a trovare l’amore in una persona che ha vissuto quello stesso inferno, e finalmente a riprendere in mano le sorti della propria vita; scegliere quotidianamente di non girarsi dall’altra parte e neanche di soccombere all’odio.

Ritrovare la normalità richiede anni e la forza di ricostruirsi, di sotterrare le macerie e ricominciare.

Liliana Segre trova la via della propria guarigione attraverso la propria testimonianza rivolta ai più giovani, affinché ciò che ha vissuto non accada più, e affinché chi la ascolti scelga sempre di non essere indifferente verso la vita propria e degli altri, scegliendo di vivere e non di lasciarsi vivere.

«Per questo ho voluto costituire una commissione contro l’odio, perché ho visto l’odio applicato, che si è preso le persone che amavo, l’odio che l’indifferenza di tanti non ha voluto contrastare».

Le parole e gli atti di Liliana Segre sono la dimostrazione che un’altra strada è possibile, e sta dall’altro lato dell’indifferenza e del ripagare con la stessa moneta; un cammino di attenzione e cura dell’altro e che la Segre rende vero e possibile con la propria testimonianza.

«Ma avendo perso queste persone care – e sapendo in che modo, anche se rigetto il pensiero – io dovrei odiare. E invece no. Io non concepisco l’odio, perché non posso accogliere in me i sentimenti che, provati da altri, hanno causato il mio dolore. Se odiassi condividerei il loro sentimento, e come potrei contrastarli, criticarli, come potrei essere contraria all’odio, combatterlo, se lo coltivassi in me stessa?»

 

Fonte immagine: ufficio stampa.

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