L’uomo che pesò l’eternità di Giuseppe Bresciani | Recensione

L’uomo che pesò l’eternità di Giuseppe Bresciani | Recensione

“L’uomo che pesò l’eternità” è il nuovo romanzo di Giuseppe Bresciani, pubblicato da Altrevoci Edizioni nel 2025, che racconta la vita immortale di una figura leggendaria attraverso tre secoli di storia.

Che cosa significa attraversare i secoli portando sulle spalle non solo la propria memoria, ma il peso della Storia stessa? Questa è la domanda che Giuseppe Bresciani pone al lettore sin dalle prime pagine di L’uomo che pesò l’eternità”, un romanzo che sfida i confini della verosimiglianza per muoversi abilmente tra biografia immaginata, racconto storico e meditazione filosofica. È un libro che non deve essere creduto, anzi chiede di essere ascoltato, così come farebbe un vecchio sapiente seduto su una panchina innevata, pronto a rivelare verità che superano il tempo.

Bresciani costruisce la sua narrazione attorno a una scena iniziale di grande eleganza visiva. È il Natale del 1940, il primo Natale di guerra: Roma è sospesa tra la paura e la speranza, sotto una nevicata “che non si vedeva da secoli”. In questo scenario, un uomo anziano, elegante, stanco ed enigmatico, passeggia sul Pincio, parlando alle statue come ad un confessionale. Quel vecchio è il protagonista: un uomo che ha vissuto 246 anni, che ha attraversato rivoluzioni, corti europee, guerre, amori e catastrofi. Un uomo che “sa chi è stato ma non sa chi sarà”, come dichiara egli stesso nel primo capitolo.

Nel mondo, questo straordinario protagonista è noto come il Conte di Saint Germain, figura realmente esistita e attorno alla quale aleggiano da sempre moltissime leggende. Bresciani recupera questo mito e lo trasforma in una figura romanzesca incredibile, intensa, complessa. Il protagonista non è un superuomo o un eroe impermeabile: è un essere profondamente umano, in cui convivono fragilità, desiderio, malinconia, ambizione e lucidità. Conosce mille identità perché mille volte è dovuto rinascere. “Un uomo non è il contenitore che la sua etichetta anagrafica indica ma il contenuto fluido” afferma con una consapevolezza filosofica e autobiografica.

Fin dall’avvio, il romanzo si presenta un ibrido stilisticamente ambizioso. Da un lato, è un memoriale straordinario, dall’altro, una lunga confessione affidata a un pubblico inusuale: i busti del Pincio, nei quali il protagonista cerca conforto e giudizio. L’idea narrativa è brillante: il passato non è evocato per nostalgia, ma perché pesa. Non a caso, l’uomo decide di “raccontare la sua vita per sollevarsi dalla noia dell’attesa e dal peso di verità mai confessate e condivise”.

L’uomo che pesò l’eternità: un protagonista fuori dal tempo

Il narratore rivela le sue origini sorprendenti: nato nel 1694 nella villa medicea di Poggio a Caianonon è un caso” che la sua anima abbia scelto proprio quel luogo; figlio della principessa Violante Beatrice di Baviera e di un aristocratico ungherese, il protagonista attraversa tre secoli di storia con la naturalezza di chi non ha ormai più nulla da perdere e tutto da ricordare.

Ciò che colpisce è la dimensione intima del suo sguardo. Quando ci confessa di aver festeggiato la sua nascita 246 volte, non se ne vanta, ma lo dice con una sorta di pudore: “Chi è disposto a credere che si possa vivere tanto a lungo?”. Eppure, la sua storia richiede credulità: non quella ingenua del fantastico, ma quella consapevole del lettore che accetta l’ipotesi letteraria per ciò che è, uno strumento per vedere la storia con lo sguardo di chi non può morire. 

Cresce in un’Europa attraversata da tensioni politiche, fermenti culturali e misteri alchemici. Inseguito da un destino che non comprende ma che lo guida, si forma alla scuola della verità, dell’osservazione del reale e dell’esplorazione dell’invisibile. Il suo percorso lo porta in Boemia, in Transilvania, nelle capitali d’Europa dove si muovono sovrani, avventurieri, filosofi e truffatori.

È in queste peregrinazioni che si accende la scintilla: la ricerca della pietra filosofale, dell’elisir di lunga vita, della chiave per sospendere il decadimento fisico. La sua lunga esistenza non è un dono del cielo ma una conquista, un esercizio di volontà, conoscenza, disciplina. Non c’è magia priva di fatica: tutto ciò che ottiene lo strappa alla natura.

Un testimone della storia

Intorno a lui passa la grande storia. Frequenta corti, seduce regine, si guadagna il rispetto di monarchi e intellettuali, incrocia figure come Cagliostro, Marie Antoinette, i rivoluzionari del 1789. Vive in prima persona l’affaire della collana, le tensioni che precedono la presa della Bastiglia, i fermenti dell’Illuminismo. È testimone diretto dell’incendio della modernità: la Rivoluzione francese, la nascita dei diritti dell’uomo, i nuovi ideali che scuotono un mondo in trasformazione.

Uno dei momenti più affascinanti del romanzo è la scoperta del bambino sepolto a Munkacs: un fratellastro nato nel suo stesso giorno, mese e anno, morto il giorno in cui lui stesso fu creduto morto da bambino, prima di “risvegliarsi” diverse ore dopo un fulmine. È in questo episodio che il romanzo abbandona ogni ambiguità e cita esplicitamente la dimensione del mistero. L’immortalità non viene mai spiegata: esiste, e basta. È un dato da accettare come si accetta il mito.

Quest’uomo che vive tre secoli assiste al ripetersi della follia umana, delle guerre, delle rivoluzioni, dell’ingordigia e della violenza. Partecipa ai tumulti di Madrid nel 1936, osserva la crudeltà della modernità, l’illusione del progresso, l’evoluzione scientifica e i suoi abissi. Passa attraverso l’industrializzazione, la Prima guerra mondiale, la Belle époque, l’ascesa dei totalitarismi. L’effetto è quello di un’ininterrotta immersione in un mondo in costante mutamento, filtrato dallo sguardo disincantato e febbrile di chi “ha navigato per tre secoli sulle acque impetuose della storia”.

L’uomo che pesò l’eternità: l’amore come redenzione e condanna

Tra avventure, sfide e miracoli, la parte più vibrante del romanzo è quella dedicata all’amore. Non un amore unico, ma un archetipo: l’eterno femminino” che il protagonista insegue per tre generazioni. Ama Ortensia, poi la figlia, poi la nipote, un ciclo che riproduce l’idea stessa di eternità e ripetizione. Ama donne famose e donne comuni, muse e ombre, e in ognuna cerca la stessa cosa: la misura del proprio desiderio di infinito. È l’amore a renderlo vulnerabile e a ricordargli che, per quanto abbia superato la morte, resta esposto al dolore, alla perdita, alla nostalgia. 

Il ritorno al presente

Il cerchio si chiude sul Pincio. Il vecchio si trova ancora lì, mentre Roma si prepara alla cena di Natale. La neve ha smesso di cadere, il buio avanza, e la persona che aspettava non è arrivata. Allora emerge la domanda essenziale, quella che attraversa tutto il romanzo e che l’uomo non può più ignorare: vale ancora la pena vivere? Oppure è arrivato il momento di “affidarsi al sonno che solve et coagula”?, come egli stesso mormora nel prologo, evocando l’ultimo mistero dell’alchimia? Il romanzo trova qui il suo punto più luminoso: l’eternità pesa, e pesa davvero. Non è un dono, non è un privilegio: è un fardello che solo chi l’ha sperimentata può comprendere.

L’uomo che pesò l’eternità è un’opera che invita a riascoltare, a rileggere. La forza dell’autore sta infatti nel costruire una memoria fittizia che sembra più reale del vero, e nel tratteggiare un protagonista che resta impresso nella mente del lettore per la sua complessità, per la sua malinconia e per quella tenace capacità di attraversare il mondo senza appartenervi mai del tutto. È un libro per chi ama la grande narrativa storica, ma anche per chi cerca un testo capace di interrogare il senso ultimo dell’esistenza.

Fonte immagine in evidenza: ufficio stampa

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