Mi chiamo Lily Ebert, Ebert | Recensione

lily ebert

Mi chiamo Lily Ebert, e sono sopravvissuta ad Auschwitz” (Newton Compton editori) è la commovente storia di una donna, oggi novantasettenne, deportata nel più famoso campo di sterminio con tutta la sua famiglia, quando aveva solo 14 anni. Il racconto di Lily parte da un episodio, realmente accaduto, che ha portato l’anziana donna a diventare una vera e propria star di Tik tok: quando è stata liberata, alla fine della guerra, le fu donata, da un giovane soldato americano, una banconota recante la scritta “buona fortuna e felicità”. Da allora Lily ha sempre conservato quel dollaro come una sorta di talismano, e anche come monito a non dimenticare mai ciò che aveva vissuto. Decenni dopo, suo nipote Dov ha l’idea di postare sui social la foto della banconota, per cercare il soldato perduto. Lo scatto diviene virale e, da qui in poi, la popolarità di Lily aumenta in maniera esponenziale. Il suo canale, in cui racconta la sua vita ai più giovani, vanta già  oltre un milione di followers, ed è destinato a crescere. Ogni giorno attraverso i social, Lily da voce a tutte le vittime della Shoah, affinché il ricordo resti sempre vivo nelle nuove generazioni. 

Mi chiamo Lily Ebert: un messaggio di speranza per allenare all’empatia.

Come tanti altri libri che trattano il tema dell’Olocausto, anche questo memoriale è pregno di ricordi dolorosi: la Ebert racconta, nelle sue pagine, la morte della madre e del più piccolo dei suoi fratelli; il dolore, la fame, il freddo; ricorda le vessazioni continue subite nei campi, le lunghe attese durante le selezioni con la paura costante di essere destinate ai forni.  E tuttavia, dalle pagine di Mi chiamo Lily Ebert traspare una donna dalla personalità forte e determinata che, nonostante la giovanissima età, è altruisticamente votata ad infondere coraggio a chi le sta intorno.  Proprio la sua indole, come lei stessa sottolinea, l’ha aiutata a resistere, stringendo i denti e aspettando il momento in cui la guerra sarebbe finita e tutti loro sarebbero tornati alla vita.

La vicenda personale  di Lily potrebbe essere racchiusa in due parole: resilienza e testimonianza. La prima, forse la più complessa e ricca, rappresenta la prima parte della sua vita, quella nella quale ha dovuto scavare in sé stessa per trovare la forza di non soccombere alla cattiveria umana. Questa parte è ambientata non solo ad Auschwitz, ma anche nei luoghi che l’hanno ospitata dopo la fine della guerra. La resilienza ha portato Lily fino in Terra Santa, spinta dalla voglia di costruirsi di nuovo una vita, per celebrare, in qualche modo, anche il ricordo di quanti non sono sopravvissuti all’Olocausto. Proprio qui, in Terra Santa e, successivamente, a Londra, inizia la nuova vita di questa donna che ha deciso di fare tesoro delle sue esperienze e di donarle al prossimo. Ecco quindi che, a poco a poco, prende forma la missione di testimonianza. Lily, così come tutti i sopravvissuti, è essa stessa una testimonianza vivente, un memento continuo di quanto l’essere umano possa essere malvagio. Eppure, ogni volta che, attraverso i suoi scritti o nei suoi brevi video, Lily parla di sé, lo fa sempre per lanciare un messaggio di speranza:  quello  di amare la vita, dir restarvi aggrappati nonostante il dolore, e vivere degnamente ogni attimo che ci è concesso di trascorrere sulla terra. 

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Marianna è nata ad Avellino 28 anni fa, si è laureata in Filologia Classica. Ama la musica, i cani, il gelato e la scrittura. Ha sempre con sé un taccuino per poter appuntare i suoi pensieri volanti

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