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Mussolini ha fatto anche cose buone: intervista all’autore Francesco Filippi

Uscito poco più di una settimana fa, “Mussolini ha fatto anche cose buone” è diventato sin da subito un caso, riuscendo a ottenere il nono posto nella classifica dei saggi più venduti in Italia. Già in ristampa, si propone di smontare tutti i luoghi comuni sull’ingombrante figura del Duce. Francesco Filippi, autore del libro, ci ha gentilmente concesso un’intervista. Scopri come è andata!

«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una verità». Si apre con la famosa affermazione del ministro della propaganda Joseph Goebbels il libro “Mussolini ha fatto anche cose buone” dello storico trentino Francesco Filippi, edito da Bollati Boringhieri. Il titolo dell’opera – nelle librerie dal 21 marzo – potrebbe trarre in inganno. Ma il sottotitolo che l’accompagna, “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo“, vanifica ogni dubbio in proposito. L’opera, infatti, rappresenta una ferma e sincera risposta alle false storie che, sempre più spesso, si sentono sulla figura del Duce, assolto dalla cattiva memoria in nome di qualche – presunta – opera architettonica o politica economica.

Dalla bonifica delle paludi alle case date a tutti gli italiani. Sono tanti i luoghi comuni che il libro intende sfatare. Al rigurgito nostalgico, attraverso una documentazione incontrovertibile, Filippi oppone quello che nella realtà il ventennio fascista fu, ovvero un marchingegno soverchiante che, servendosi di una efficiente propaganda, stritolò il popolo italiano. Un regime dispotico, violento e perlopiù incapace di risollevare l’economia, di opporsi all’illegalità e di rispondere seriamente ai bisogni dei propri sudditi. Anzi, come si legge nel libro, il lascito della dittatura fu un generale impoverimento, un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del paese e, infine, una guerra disastrosa.

L’intervista a Francesco Filippi

Filippi, molti politici italiani, come recentemente Antonio Tajani, ancora inciampano sulla figura di Benito Mussolini. Come spiega questo fatto?

A mio avviso, per un politico italiano ed europeo come Antonio Tajani, citare Mussolini non è mai un inciampo. Infatti, il totalitarismo di destra è una realtà storica con cui qualsiasi politico deve confrontarsi. Nelle sue dichiarazioni, comunque, trovo due questioni interessanti. La prima è che una persona come il Presidente del Parlamento, con una cultura politica democratica e conservatrice, ritenga di poter sminuire fatti così rilevanti quali il delitto Matteotti, le leggi razziali o, ancora, l’entrata in guerra dell’Italia. Quando, rivendicando il proprio antifascismo, asserisce che Mussolini ha fatto anche cose buone, non credo stia giocando una carta di carattere politico; piuttosto, riporta la narrativa italiana sul fascismo degli ultimi settanta anni. La seconda questione riguarda proprio l’opposizione a questo tipo di narrativa, che è arrivata non dall’Italia, bensì dall’Europa, dove la percezione del fascismo è diversa.

Storicamente, tale affermazione (“Mussolini ha fatto anche cose buone”) ha qualche fondamento? Come si è diffusa l’idea del Duce buono?

Il primo a diffondere l’idea del Duce buono è il Duce stesso, poiché il fascismo è il più grande costruttore e propugnatore delle leggende su di sé. Come tanti altri, è un regime di facciata, che soltanto apparentemente risponde ai bisogni e ai problemi della gente. Vengono spesso citate delle opere svolte in questa età, come l’ampliamento della rete stradale, che diventano esempio della efficienza del fascismo. Il punto è che quando il regime di Mussolini ha compiuto delle cose buone, lo ha fatto non per il benessere pubblico, ma per un bisogno propagandistico e quindi di apparenza. E poi, come scrive Carlo Greppi nella Prefazione, «anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno».

Colpisce il grande consenso che, nonostante tutto, Mussolini ha avuto e ancora può vantare.

Certo. Il rapporto fra uomo di potere e folla, molto forte in epoca fascista, ha inciso parecchio. L’altro giorno, ad esempio, ero a Roma e, guardando il balcone di Palazzo Venezia, pensavo che tutti i grandi annunci che hanno cambiato la storia degli italiani sono stati fatti lì, faccia a faccia con il popolo. La fascinazione odierna verso una figura dittatoriale, causa della privazione delle libertà civili degli italiani, ci fa capire due cose: in primo luogo che qualsiasi società in crisi ha bisogno di una simbologia forte; in secondo luogo che ancora si crede – a torto – che il fascismo fosse tale. Da qui, il tentativo di rifugiarsi in un passato che, in realtà, non è mai esistito.

Se le chiedo di dirmi la bugia più grossa o dannosa – per i posteri – sul fascismo, cosa mi risponde?

Certamente quella secondo cui Mussolini volle bene agli italiani. Per rendersi conto del contrario, basterebbe leggere la documentazione che le persone a lui vicine hanno lasciato. Galeazzo Ciano, suo genero, scrisse che il Duce provava piacere nel vedere gli italiani soffrire. In questo modo, infatti, sarebbero stati deboli e facilmente manipolabili. Si può asserire, perciò, che ebbe un rapporto assai ondivago con il popolo italiano, arrivando addirittura a disprezzarlo.

Ma quando c’era Lui i treni passavano in orario.

È forse l’affermazione più divertente da smontare perché nasce e viene diffusa dal fascismo stesso. Quando Mussolini giunse al potere, affrontò il problema del ritardo dei treni in maniera propagandistica. Tentò di fare qualcosa ma la crisi economica non lo aiutò: così, l’unico intervento forte nei confronti delle ferrovie fu il taglio del personale. Accortosi di non poter risolvere il problema, decise di obliarlo. Nel 1926, infatti, una serie di decreti, di leggi e di circolari prefettizie stabilirono che i prefetti avevano il dovere di fermare la divulgazione di notizie lesive dell’onore dell’Italia. Mai più, a partire dagli anni Trenta, si sentì parlare del ritardo dei treni. Nella percezione del popolo, questo significò risoluzione del problema.

A oltre settant’anni dalla caduta di Mussolini, ha senso dichiararsi antifascisti? Ad oggi, c’è il rischio di una deriva neofascista?

Umberto Eco afferma che «Mussolini non aveva nessuna filosofia: aveva solo una retorica». Essere antifascisti, in questo senso, significa stare attenti a come si dicono le cose, dare importanza al linguaggio e al lessico. E in una società di parola come quella in cui viviamo, essere antifascisti appare necessario. Inoltre, non mi piace la definizione neofascista perché non credo che esista un vecchio e un nuovo fascismo. Se storicamente questo nasce e muore con Mussolini, il modo e le idee fasciste non hanno tempo. Nel momento in cui c’è un sopruso o vale la legge del più forte, c’è l’ombra del fascismo.

Grazie a Francesco Filippi per la gentilezza e la disponibilità mostrate nella realizzazione di questa intervista.

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