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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 631 articoli

Libri

Lupo Rosso di Marzia Scarteddu (Recensione)

Una rivisitazione della fiaba di Cappuccetto Rosso: Lupo Rosso di Marzia Scarteddu Nell’era in cui tutto è social e tutto è smart, le apparenze ingannano più del normale. Un like di troppo, una foto venuta male e la nostra reputazione è segnata per sempre. Chi sembra cattivo, lo resta agli occhi di chi gli sta intorno per sempre. Ma è davvero così che dev’essere il mondo? Una visione diversa ci viene offerta dall’autrice emergente Marzia Scarteddu che con il suo libro “Lupo Rosso” rivisita la cara e vecchia fiaba di “Cappuccetto Rosso“. Cappuccetto non è una brava bambina, ma una bambina determinata. E il Lupo non è il lupo cattivo, ma un lupo affamato di conoscenza: mangia per conoscere. Queste le parole di presentazione del testo, curata dal Laboratorio Zanzara ed edito da ADD Editore. Il libro è stato pubblicato da poche settimane ed è caratterizzato dalla narrazione dei fatti sia in italiano che in inglese, che si alternano fra le pagine. Un ottimo modo anche per aiutare i bambini nel conoscere meglio la lingua che studiano a scuola. Inoltre, ci sono all’interno del libro tante rappresentazioni grafiche e disegni ben fatti, che catturano subito l’attenzione. La prefazione è a cura di Stefano Benni, celebre scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Nel suo breve intervento l’autore riesce a cogliere in pieno il senso della storia senza troppi giri di parole: “Perché una piccola favola inventata secoli fa è diventata una grande favola che ha invaso il mondo, ed è conosciuta, in diverse versioni, dall’ Africa fino alle terre degli eschimesi? Perché in questa favola ci siamo noi. Tutti noi. Siamo tutti Cappuccetto Rosso, bambini spaventati che devono affrontare pericoli e paure, foreste buie e mostri.“ “Lupo Rosso” di Marzia Scarteddu è una lettura piacevole ma allo stesso tempo d’impatto, che lascia comunque un segno nell’animo del lettore. Nulla è come sembra, dietro ogni azione c’è sempre una motivazione che spesso siamo troppi pigri d’andare a cercare. La spensieratezza della piccola Cappuccetto che gioca felice nel bosco con le amarene mentre porta dei biscotti alla nonna malata e il suo buon cuore nell’approcciarsi anche al Lupo strappano un sorriso anche al più cinico dei lettori. L’Uomo Nero alla fine scoprirà poi la verità, apre la grossa pancia della Nonna che tanto spaventava la piccola Cappuccetto e trova al suo interno tante cose, persone, storie. Il libro di Marzia Scarteddu non è solo la rivisitazione di una fiaba, non è solo un libro per bambini ma per tutti. Forse addirittura più per gli adulti che per i piccoli di casa, che sanno guardare sempre oltre le apparenze con l’ingenuità che caratterizza la loro età. Un’ottima idea regalo, con la speranza di poter conoscere a fondo il “Lupo Rosso” che è un po’ in tutti noi.  

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Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith tradotto da Barbara Bartoletti

Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith è tra le pubblicazioni di novembre della Fazi Editore. La traduzione è di Barbara Bartoletti. Ecco la nostra recensione. Il vicario di Wakefield fu pubblicato per la prima volta nel 1766. Ci troviamo a Londra  quando Oliver Goldsmith, ormai ubriaco e al verde, ha terminato di scriverlo  da qualche anno ( Il romanzo fu scritto tra il 1761 e il 1762). Con l’aiuto del suo affezionato amico Samuel Johnson (dopo il loro incontro avvenuto nel 1761 circa, Goldsmith entrò a far arte del circolo letterario di Johnson al quale dedicò il romanzo stesso), Il Vicario di Wakefield fu venduto per 16 sterline a Francis Newbery  che lo pubblicò dopo due anni. Quest’ultimo non solo permise a Goldsmith di pagarsi l’affitto, ma anche di fare de Il Vicario di Wakefield uno dei romanzi più apprezzati e diffusi del Settecento e oltre. Il Vicario di Wakefield è stato sceneggiato, oltre che da registi stranieri durante il primo novecento, dal regista italiano Guglielmo Morandi (1959). Il Vicario di Wakefield: come le avversità servono a rafforzare l’amor proprio del meritevole La famiglia Primrose è una famiglia distinta per gentilezza e bontà d’animo in cui predomina una naturale affinità di mentalità e di persone. Il reverendo Primrose, vicario di Wakefield, la moglie Deborah e i loro sei figli vivono di una ricca eredità in una parrocchia di campagna. Cullati in uno stato di intensa felicità, la loro serenità è presto turbata quando, durante il matrimonio del primogenito George, a causa di un furto, vengono privati di  tutto il loro patrimonio e con esso di ogni felicità. Le vicende crudeli e le disgrazie che si scagliano sulla famiglia Primrose da quel momento in poi si susseguono con grande velocità. Un destino tragico e irrimediabile colpisce i Primrose in un vortice senza pace: la Provvidenza pare non avere scrupoli nei confronti di una famigli tanto meritevole. In un’era di raffinatezze e opulenza quale quella dell’Inghilterra del ‘700, la famiglia del vicario di Wakefield, senza più viveri, è costretta ad intraprendere una vita fatta di ristrettezze e rinunce: risulterà impresa difficilissima per Olivia e Sophia, le due figliole di casa, trovare validi sposi nel tentativo di elevare la loro posizione e mantenere intatto il loro onore. Entrambe vengono infatti rapite da un mascalzone aristocratico ingannatore e, il dottor Primrose, dopo aver creduto di perdere per sempre il figlio maggiore George, subirà il duro colpo inferto da un incendio che riduce in cenere la sua casa. Ma il vicario è un uomo dalla fede serrata, un uomo pronto a procurare conforto e speranza ai suoi cari attraverso la parola di Dio. Chi disprezza la religione,  troverà in lui un uomo che trae conforto principalmente dal futuro; egli sa che «la Provvidenza è più generosa con il povero che con il ricco perché rendendo la vita dopo la morte più desiderabile, allieta il passaggio sulla terra. In questo modo la Provvidenza ha dato due vantaggi agli infelici rispetto ai fortunati, in questa vita: una maggiore […]

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Intervista a Mariarosaria Conte, dal primo romanzo a “Bianca come la neve”

Scrittrice, insegnante, ma prima di tutto madre, o forse tutte accezioni che si combinano insieme per poter delineare il profilo di una donna come Mariarosaria Conte. Napoletana, laureata in Giurisprudenza, Mariarosaria Conte scopre che la sua vocazione è quella di insegnare, perché proprio di passione si tratta per decidere di intraprendere questa professione con consapevolezza ed impegno. Inizia a scrivere storie, anche di un poco di se stessa come ogni autore che si rispetti, pubblica nel 2015 “Mare nell’anima”, l’anno successivo “Io, te e la dislessia” e da pochissimo per Ateneapoli “Bianca come la neve”. Partendo da quest’ultimo, abbiamo chiesto a Mariarosaria di parlarci di tutte queste sue sfaccettature. Con questo tuo nuovo romanzo, “Bianca come la neve” edito da Ateneapoli (qui la nostra recensione), siamo in realtà al secondo capitolo di una storia che vede protagonista una giovane donna, Morena. Ci sarà un terzo libro a chiudere una sorta di trilogia? No. Non credo. Come lettrice non amo le storie che si protraggono  a lungo. Tra l’altro ho  trovato sempre i secondi capitoli di quasi tutte le saghe che ho letto i migliori. Dopo il secondo volume,  in genere,  ho provato sempre un po’ di delusione. Ma non si può mai dire, a volte capita che siano i lettori stessi a spingere affinché le storie continuino. Per il momento,  non è in programma  un terzo capitolo e quindi  Bianca come la neve è un romanzo conclusivo. I romanzi dell’autrice napoletana: intervista a Mariarosaria Conte Cosa ti ha spinto a dedicarti nel racconto della vita di un adolescente, sottolineandone tutti i disagi e i sentimenti vissuti al quadrato durante questa età? L’idea nasce nell’estate del 2013 quando con le mie figlie (ancora molto piccole) affrontammo la lettura della saga di Twilight. Sulla spiaggia leggevo loro i passaggi più emozionanti e suggestivi del romanzo della Mayer. Le ragazze, però, volevano di più,  avrebbero voluto essere in grado di passare ad una lettura in solitaria godendo della magia delle parole scritte, in completa autonomia. Tuttavia, erano scoraggiate dalla mole delle pagine. Così,  sapendo  quanto adoro leggere e scrivere, e che avevo tanti manoscritti incompleti nel cassetto, mi chiesero di raccontare in un libro una storia che parlasse di  ragazzi e ragazze, di  storie di giovani  alle  prese con le prime ansie, le prime  palpitazioni, le prima cotte, con quelle sensazioni così intense proprio perché vissute in  un momento  delicato come quello dell’adolescenza.  Emozioni che  erano state vere   anche per me e che  stavo rivisitando con gli occhi di una madre, così venne fuori questa storia in un tempo ‘non tempo’ a metà strada tra la mia generazione e quella delle mie ragazze. Hai pubblicato nel 2016 con la 13Lab editore “Io, te e la dislessia” (qui la nostra recensione), un libro che ho avuto modo di leggere e che mi colpì molto soprattutto per l’intensità con la quale una madre difende la propria figlia contro la società che non capisce, ma con rispetto e bontà. Credi che le battaglie sociali di oggi nella […]

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“La magia della farfalla”: Gennaro Vitiello riadatta Federico Garçía Lorca

La collana Teatro Oltremodo: si parte col primo adattamento della rassegna teatrale, “La magia della farfalla”, traduzione e riadattamento di Gennaro Vitiello a “El maleficio de la mariposa” di Federico Garçía Lorca. Una collana di teatro che ama, svela e accarezza le contraddizioni, Teatro Oltremodo. Il nome ne suggerisce le asperità che si risolvono e si sciolgono spontaneamente, partendo dal volto cangiante di Partenope, alveo e porto franco del teatro più smodato, incondizionato e poliedrico. Una collana che, come suggerisce lo scritto del direttore Egidio Carbone Lucifero, parte dai sampietrini della città tentacolare e quasi famelica, dallo stridore della metropolitana e da quel viaggio sulle sedie del teatro, iniziato ai tempi di un’infanzia piena di luci e giostre che avevano l’odore dei luoghi del San Ferdinando. Una collana, edita da GM Press, che nell’idea di chi l’ha concepita è una lotta contro la polvere del silenzio dell’oblio e del deserto. Il primo appuntamento porta il nome di Gennaro Vitiello, regista e attore teatrale, nato a Torre del Greco, e depositario quasi illuminato di una vera e propria biblioteca teatrale, sconfinata e senza orizzonti. Il suo nome è legato a doppio filo con quello del Teatro Esse in via Martucci, dove il 27 dicembre 1966 ha portato in scena “La magia della farfalla”, testo inedito in Italia, traduzione e riadattamento di “El maleficio de la mariposa” del poeta, drammaturgo e regista teatrale spagnolo Federico Garçía Lorca. “El maleficio de la mariposa”, risalente al 1920, è la prima opera teatrale di quest’ultimo; non ebbe un buon successo di pubblico, e venne cancellata dopo essere stata rappresentata solo quattro volte al Teatro Eslava di Madrid. Di cosa parla l’opera? Di una farfalla ferita, fragile e palpitante simulacro della caducità della vita terrena, che sceglie di volar via nonostante l’amore che uno scarafaggio nutre per lei. I temi della farfalla, della vita sottile come un soffio di vento e dell’amore castrato e mai pienamente realizzato, sono i poli del Garçía Lorca maturo, sviluppati attraverso la fusione e la contaminatio tra forme artistiche diverse. Il bagaglio vivo e in fieri di quest’opera trasognata e che non ebbe il successo che avrebbe forse meritato, è stato accolto dalle larghe spalle di artigiano e maniscalco del teatro che era Gennaro Vitiello, che ne ha dato una traduzione e un riadattamento dai toni impressionistici e onirici, eppure saldamente lucidi e definiti. Dal marmo del poeta spagnolo, Gennaro Vitiello ha scolpito “La magia della farfalla”, commedia in due atti e un prologo, sgorgata direttamente dal magma delle “Obras completas” ma rivitalizzata con linfa nuova. Già dal prologo, il lettore viene informato circa ciò che i suoi occhi accarezzeranno: maneggerà una commedia umile e inquietante, i cui personaggi provengono dal sottobosco degli insetti. Gli insetti vivevano in una sorta di Eden puro e atavico, dove l’amore era uno smeraldo vecchio e prezioso, da cui scrostare la polvere e da lucidare con mansuetudine e discrezione. Si bevevano gocce di rugiada, in una sorta di Saturnia tellus, e l’amore veniva goduto placidamente sull’erba umida e baciata da sole […]

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Il manifesto del comunismo digitale di Michele Tripodi

Il giorno 30 novembre è stato presentato alla stampa il testo Il manifesto del comunismo digitale, scritto da Michele Tripodi e pubblicato per Cavinato Editore International. Il manifesto del comunismo digitale: alcune tematiche salienti Il manifesto del comunismo digitale si presenta come un libretto di riflessione – sociale, politica, economica – su quella che è la storia del comunismo dagli albori a oggi e sul suo perpetuo scontro verso il capitalismo. L’intenzione dell’autore è quella di mettere in risalto gli aspetti negativi del capitalismo ( «un ricatto continuo praticato dal forte sul più debole e sulla illusione di uno scambio di utilità, che tuttavia risulta sempre impari. Per il forte l’utilità è reale, è profitto, per il debole è solo illusione e sotto-compenso che non lo libera dallo stato di soggezione in cui, secondo questo automatismo infinito, si ritroverà per tutta la vita», scrive l’autore), indirizzando i lettori verso le dottrine – sociali, politiche, economiche – comuniste. Alla parentesi storica sul comunismo e sul capitalismo, seguono capitoli densi in cui si argomenta circa gli esiti del secondo («un incastro pieno di sbarramenti, trappole», scrive ancora l’autore) e le prospettive del primo in direzione collaborativa («una società “comunista” nel senso letterale del termine, ovvero capace di “mettere in comune” tutto, dai pensieri alle idee delle persone, dalle teorie ai bisogni dei popoli»). Gli aspetti particolari della sua trattazione sono rivolti alla questione del capitalismo come “contraddizione interna”, basata fra l’altro su strane e distorte logiche economiche, anelli malmessi di catene che producono «ricchezza vacua all’infinito in un processo senza fine e senza freni»; anelli e catene che, inevitabilmente, portano al ripetersi ciclico e drammatico della «crisi di ritorno che pesa esclusivamente sulle giovani e future generazioni […] Il capitalismo, avendo esaurito le risorse, in questa fase si sta nutrendo del futuro di milioni di giovani, alimentandosi con la linfa che dovrebbe servire alla loro crescita e, irreversibilmente, bloccandola». Consequenzialmente, Michele Tripodi affronta il tema della speculazione finanziaria come matrice della bancarotta, un tema fra l’altro che mi riporta alla mente i ben articolati saggi e le profonde riflessioni di Zigmut Bauman; in particolare nel Capitalismo parassitario, il tema che il pensatore e sociologo è quello del fantasma creditizio e dell’indebitamento esponenziale che induce alla depressione economica e con essa alla contemporanea “depressione umana”. I pericoli di questo tipo di “capitalismo aggressivo” (o “parassitario”, riprendendo l’espressione di Bauman) si estendono ferali dal campo socio-economico al profondissimo humus umano tutto: «il clima e le dinamiche insediative ed antropologiche» – scrive Tripodi – e l’ambiente naturale e sociale, l’esistenza umana stessa viene minacciata e distrutta; un concetto che riprende grosso modo nella sostanza ciò che già, fra l’altro, aveva a chiare lettere espresso Bauman nel testo precedentemente ricordato (mantenendoci, ancora, su un dialogo fra i due scritti): «Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare […]

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Una principessa in fuga, il nuovo romanzo di E. von Arnim (Recensione)

Una principessa in fuga è la nuova uscita in casa Fazi Editore della ben nota scrittrice inglese Elizabeth von Arnim. Dopo il successo ottenuto con Un incantevole aprile e Il giardino di Elizabeth, il libro torna con una nuova traduzione a cura di Sabrina Terziani. Una principessa in fuga di Elizabeth von Arnim, storia di un’insolita principessa La von Arnim è nota per scrivere libri che siano incentrati su protagoniste femminili e nemmeno stavolta le aspettative vengono deluse. Priscilla è una giovane principessa stanca della vita a corte e della vita sfarzosa che costantemente è costretta a vivere. I suoi desideri rappresentano ideali di libertà: vorrebbe scappare via, fuggire da tutto ciò che non è necessario per lo spirito e andare lontano, vivendo solo di semplicità e modestia. Per questo decide di allontanarsi di soppiatto dalla corte di Kunitz dove vive, senza dir nulla a nessuno, aiutata dal suo precettore Fritzing. Tuttavia, la vita che era stata sognata da entrambi, una vita appartata e dedita a lavori umili che plasmano l’anima, non si presenta secondo i loro piani. Non appena arrivano al villaggio inglese di Symford, entrambi devono affrontare la dura realtà: una principessa non è fatta per stare in mezzo alla gente; per quanto nobili siano gli intenti di Priscilla, il suo passato pieno di deferenza e servitù l’ha resa totalmente inadatta alla vita quotidiana. Suo malgrado, ella si troverà ad affrontare paure che fino ad allora sembravano solo fantasie recondite, e soprattutto sarà se stessa la più grande nemica che dovrà sconfiggere per tentare di sopravvivere. Una principessa in fuga è un libro che si presta molto bene alla riflessione riguardo soprattutto le nostre abitudini e il nostro stile di vita, duro a morire per quanto ognuno si sforzi a modificarlo radicalmente. Se da una parte Priscilla può avere il merito di aver cercato con coraggio una vita totalmente all’opposto di quella vissuta fino ad allora, dall’altra parte si potrebbe dire che la decisione presa e vagliata anche dal povero Fritzing sia stata del tutto superficiale, quasi un capriccio dettato dalla noia contingente. Di qui una domanda che potrebbe essere rivolta a tutti noi: quando pensiamo di voler cambiare vita, esattamente capiamo fino in fondo il significato e le conseguenze che un tale gesto potrebbe apportare nelle nostre vite? La risposta è semplice: non sempre. Ed è per questo che Priscilla deve essere presa ad esempio, non tanto per il coraggio che ha messo nel compiere una scelta così ardita, quanto nell’umiltà di aver riconosciuto, alla fine, quanto potesse essere pericolosa una decisione del genere se presa nella totale superficialità.

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Bianca come la neve di Mariarosaria Conte (Recensione)

Uscito a novembre in libreria, Bianca come la neve è l’ultimo romanzo dell’autrice napoletana Mariarosaria Conte pubblicato da Ateneapoli Editore. Morena è una ragazza semplice, assennata, studiosa oltre che impegnata in varie attività extrascolastiche e con un gruppo di amici fidati con cui trascorre le sue giornate. Al rientro dalle vacanze estive da Oti, durante le quali si è fidanzata con Davide, più grande di lei di un paio di anni e appartenente alla “Napoli bene”, deve fare i conti con diverse complicazioni che renderanno il rapporto tra i due difficile da gestire. Se in vacanza i suoi genitori le avevano lasciato maggiore libertà, una volta in città la giovane è costretta a mentirgli pur di ritagliarsi del tempo da dedicare al suo amore. Davide si dimostra paziente, malgrado questa nuova situazione non gli vada tanto a genio, e le propone di conoscere i suoi amici. Una volta entrata in contatto con loro, le insicurezze e l’inadeguatezza di Morena non tardano a emergere rendendola ancora più impacciata fino al punto che, pochi giorni dopo una festa, il suo principe azzurro perfetto come un Dio la lascia dicendole che sono troppo diversi e, per questo motivo, la loro storia non può avere un futuro. Distrutta e addolorata, Morena si chiude in se stessa allontanando la madre, il padre, la sorella minore Giulia, l’amico del cuore Lorenzo e le amiche di sempre Claudia, Federica e Fiorenza, sprofondando in una acuta depressione che la porta all’anoressia. Preoccupati per le sue condizioni, i genitori decidono di mandarla a vivere per un periodo dagli zii a Roma dove, col passare dei giorni, la ragazza riesce faticosamente a riprendersi. Tornata a Napoli, tuttavia, la aspetta un’altra prova: riuscire a non perdere il prezioso equilibrio ritrovato dopo essersi confrontata con le persone care da lei trascurate durante i momenti bui e con chi ne era stato la causa scatenante. Bianca come la neve di Mariarosaria Conte: fragilità e forza di un’età delicata Mariarosaria Conte in Bianca come la neve torna a narrare – lo aveva già fatto nel libro Mare nell’anima pubblicato nel 2015 – della sedicenne Morena che, alle prese con il primo amore, reagisce come molti suoi coetanei lasciandosi travolgere dalle tante emozioni positive e negative che da esso scaturiscono influenzandone e plasmandone in maniera, a volte confusa, il carattere e il modo di comportarsi. “… Non capivo più niente. Da sempre avevo creduto di essere bianca e pura come la neve che brilla nelle giornate di sole in montagna, tanto simile a diamanti sminuzzati e capace di accecarti col suo chiarore. Forse in me esistevano zone d’ombra inesplorate. Fatto sta che non mi riconoscevo più. Ero smarrita. Perplessa. Triste.” Il fragile equilibrio emotivo di Morena si spezza con la delusione derivata dall’infrangersi di un sogno, idillico e perfetto, costruito sull’idealizzazione della persona amata che, dopo averle fatto scoprire una felicità inaspettata e meravigliosa, la fa precipitare in un baratro oscuro che la porta all’anoressia. Mariarosaria Conte tratta di una malattia molto diffusa tra i più […]

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Luigi Ottogalli ne Il mistero della cripta di Kastellorizo

Il mistero della cripta di Kastellorizo: edito da Edizioni il Frangente il nuovo romanzo dello scrittore poliedrico Luigi Ottogalli Nato a Milano, dove si laurea in architettura, Luigi Ottogalli ha svolto la professione fino alla folgorazione, quando è stato sommerso dalle acque blu del mare. Metaforicamente, s’intende, perché l’autore, appassionato di barche a vela ha deciso di lasciare matita e progetti per dedicarsi ad un altro grande sogno della sua vita: la navigazione. «Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire», raccontava Dino Buzzati. Luigi Ottogalli fa del dolce navigare non solo il suo mestiere, ma la sua vita. Mare e navigazione: Luigi Ottogalli in Il mistero della cripta di Kastellorizo. Un intreccio tra romanzo e racconto thriller che parla di passioni, di avventura, di storia e di cultura. Tra le righe de Il mistero della cripta di Kastellorizo troviamo una corteo di protagonisti sui generis: Marco, l’instancabile “traghettatore”; Violaine misteriosa donna ammaliatrice; un gruppo di ricercatori, anch’essi misteriosi, selvaggi e spietati. Il tutto sembrerebbe riportarci alla mitologia greca: una imbarcazione e i suoi eroi alla ricerca della risoluzione di un criptico e misterioso enigma. Da Venezia si viaggia alla volta di Rodi, passando per diverse altre isole greche, fino all’approdo a Kastellorizo: un viaggio instancabile sulla Belle Etaine, una barca rigata, vissuta, a tratti distrutta, ma pur sempre instancabile. Ci sembra di percorrere insieme ai protagonisti questo affascinante viaggio tra le rive calme o tempestose del Mediterraneo. Le descrizioni dei litorali raccontati da Luigi Ottogalli disegnano architettonicamente le rupi che affacciano sul mare. I luoghi visitati ci riporterano con la mente in quegli stessi posti che celano un misterioso intrigo. Un thriller che veste i panni di un romanzo, non si è mai fermi a terra, sempre in viaggio sulla Belle Etaine che continua a solcare i mari, senza mai tradirci. È interessante come tra le righe del libro siano utilizzati termini tecnici della navigazione che incuriosiscono il lettore alla ricerca dei loro significati: sembra di ascoltare un racconto e di imparare al contempo i trucchi e i segreti che l’esperienza ha insegnato a colui che naviga. Il lettore si trasforma così in un compagno di bordo, vive insieme alla sua brigata la necessità di ricercare le presunte armi di San Giorgio e viene infine sorpreso insieme all’equipaggio dei misteri che Luigi Ottogalli ha riservato agli ultimi capitoli del romanzo. Il mistero della cripta di Kastellorizo si trasforma in uno scrigno di sapere: Luigi Ottogalli crea un’architettura complessa, tra storia, cultura, ed esperienza di vita. Come Dino Buzzati, lo scrittore all’approdo ha fretta di ripartire. Noi lettori, fretta di rileggere dove il prossimo viaggio lo condurrà.

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Coma Empirico – Tutta la notte del mondo (Recensione)

Coma Empirico – Tutta la notte del mondo è la prima edizione cartacea, edito Becco Giallo, delle riflessioni di Gabriele Villani, in arte Coma Empirico. Coma empirico – Tutta la notte del mondo Coma Empirico è uno dei webcomics più seguiti d’Italia, le sue illustrazioni sono diventate per gli oltre 300mila followers uno specchio dentro il quale riconoscersi.  I temi trattati dal malinconico personaggio di Gabriele Villani è un mix di cinismo, romanticismo, musica e tenerezza. I personaggi sono vari, da una luna parlante, una ragazza, un gatto risoluto , ma il verso protagonista è un ragazzo (a volte bambino) che vive di incertezze e paura. Il tutto immerso in un ambiente dalle tinte scure e contrasti netti, in una dimensione quasi astratta. Nelle sue illustrazioni, adesso stampate su carta, Coma Empirico racconta i disagi quotidiani, le incertezze delle relazioni interpersonali con tutte le loro sfumature e soprattutto quella sensazione di inadeguatezza che molti adolescenti e ormai anche molti adulti vivono quotidianamente. Però c’è sempre un’àncora di salvezza, qualcosa o qualcuno dal quale farsi aiutare. Coma Empirico lascia che a chiudere il cerchio sia il lettore, l’unico in grado di trovare quell’appiglio in grado di farlo risalire da quella sofferenza. Un volume prezioso da sfogliare in quei momenti in cui si ha più bisogno di essere coccolati. Coma Empirico – tutta la notte del mondo, spiegata da Gabriele Villani «Tutta la notte del mondo – spiega l’autore Gabriele Villani – è un lavoro a cui tengo molto. Arriva in libreria due anni dopo la pubblicazione della prima vignetta di Coma Empirico e provo una certa emozione nel vedere finalmente le mie illustrazioni su carta. Ho sempre pensato che ci siano cose che tutti sentiamo ma alle quali non è facile dare voce: con questo fumetto ho voluto provare a farlo. Spero che in molti possano riconoscersi nel personaggio e questa lettura possa aiutare qualcuno a sentirsi meno solo, a realizzare che in fondo siamo tutti dalla stessa parte». Gabriele Villani  è un illustratore, disegnatore e musicista di 28 anni. Vive a Taranto, la sua città di origine, dove è tornato dopo il periodo di studi passato a Roma. Ha frequentato il D.A.M.S., Discipline Arti Musica e Spettacolo dove si è laureato nel 2014. Dal 2016 è il padre di Coma Empirico. Foto: Coma Empirico http://www.comaempirico.it

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Pizza e bolle: abbinamento perfetto? Ce lo dice il libro di Tania Mauri e Luciana Squadrilli

Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: c’era un tempo… C’era un tempo, nemmeno così remoto e lontano, dove il pairing pizza e bolle (intendiamo, bollicine di vino…) era assolutamente stigmatizzato, ostracizzato. Ma ci fu un tempo ancora più lontano dove il “pairing”, o per meglio dire, l’accoppiata di pizza e vino (soprattutto frizzante) era assolutamente normale: questo, poteva accadere per diversi motivi. Ad esempio, prima dell’arrivo del pomodoro e di ulteriori condimenti per il nostro disco di pasta preferito, una bella bevuta (magari di vino locale, giovane e frizzante) con un prodotto da forno caldo era l’ideale per rimettersi in forze ed affrontare un’intera giornata per strada, a lavorare. Con la diffusione della pizza all’estero (ricordiamolo, è tra i prodotti made in Italy… e vittima del conseguente Italian sounding, più famoso), soprattutto in terra anglo-americana, si è presa l’abitudine diffusa di bere birra in accompagnamento alla pizza, a discapito del vino. Negli ultimi anni, per fortuna, i due mondi di vino e birra si stanno ri-equilibrando accanto alla pizza. Ognuno sta trovando il proprio spazio e la propria fetta di adepti. In particolare, questo sembra proprio il momento di pizza e bolle (così come vengono chiamate le “bollicine” , i vini frizzanti, dagli amanti.) Ma cosa intendiamo, noi, con pizza e bolle? Con questo pairing, intendiamo la pizza – fritta o al forno, dalle varie farciture – accompagnata per quanto riguarda il beverage da vini frizzanti: tra questi, possiamo contare molti vini della Campania, primo fra tutti il Gragnano. Seguono a ruota – non inferiori in importanza, sia chiaro – Asprinio d’Aversa e Caprettone. Poi ci sono i vini piemontesi, veneti, gli champagne… Pizza e bolle: un libro che tutti aspettavamo Umilmente, mi pongo nella schiera di chi la pizza l’ha sempre accompagnata con il vino, preferibilmente frizzante. Quindi, attendevo con ansia un bignami di pizza e bollicine, e tutti noi enopizzofili (si perdoni, un neologismo)  siamo stati ben felici di accogliere Pizza e Bolle, l’ultimo lavoro saggistico di Tania Mauri e Luciana Squadrilli (fondatrici, insieme ad Alessandra Farinelli, dell’ottimo pizzaontheroad.eu). Insieme all’enologo Alfonso Isinelli, le autrici hanno intrapreso un viaggio viscerale nella cultura della pizza italiana, abbracciando più campi: il vino, come si può immaginare, è stato un ottimo e corposo “pretesto” per andare a recuperare la memoria di luoghi e le tradizioni di un tempo. Venti sono i pizzaioli che raccontano il loro modo di abbinare la pizza con le bolle, a loro volta “in abbinamento” a vignaioli e vini che, talvolta, li rispecchiano nel carattere. Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: la presentazione a Napoli Il 6 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di Via Capodimonte (Napoli), si è tenuta la presentazione napoletana di Pizza e bolle, con entrambe le autrici presenti, nonché una “folta” rappresentanza dei pizzaioli che sono protagonisti tra le pagine. A moderare l’evento, in maniera “frizzante”, tanto per restare in tema, la giornalista enogastronomica Laura Gambacorta, che non ha fatto mancare la sua in […]

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