Poesie di Chandra Livia Candiani: 3 che dovresti leggere

Poesie di Chandra Livia Candiani: 3 che dovresti leggere

La poesia non è mai stata così spiritualmente accogliente se non attraverso le parole di una delle più stimate poetesse della letteratura italiana contemporanea, che, con la potenza indisturbata della sua penna, riesce a decostruire, svuotare e ad abitare il dolore umano con leggerezza, accettazione e gratitudine esistenziale. Queste sono 3 poesie di Chandra Livia Candiani che non puoi fare a meno di leggere.

Titolo della poesia Raccolta di riferimento Tema principale analizzato
Tu tienimi La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (2014) Tenerezza, cura dell’altro e scioglimento delle difese
Eccomi qui La domanda della sete (2020) Vuoto vivo, presenza nell’assenza e libertà affettiva
Non so come tenere (Non specificata) Impotenza verso il dolore del mondo e spiritualità collettiva

Vita, studi e poetica di Chandra Livia Candiani

Il suo nome originario Livia Candiani è stato modificato in seguito a un illuminante viaggio effettuato in India e dopo aver fatto entrare il buddhismo e le pratiche meditative nella propria vita. Chandra significa luna in lingua sanscrita e le era stato attribuito dal suo primo maestro buddhista. La poetessa è russa, e ha vissuto in Bielorussia e in Francia, prima di stabilirsi definitivamente a Milano con la sua famiglia. Fa della poesia e della meditazione uno stile di vita e un mestiere, al punto tale da iniziare a insegnarlo a scuola ai bambini. Nel 1978 Laura Di Nola raccolse una serie di poesie che furono scritte precedentemente rispetto al suo viaggio in India e furono pubblicate in un’antologia dal titolo Poesia femminista italiana. Oltre alle pubblicazioni antologiche fino agli anni ’80, emergono altre raccolte pubblicate negli anni 2000. Tra queste, ci sono le famose edizioni Einaudi come: La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (2014), Fatti vivo (2017), La domanda della sete (2020) e Pane del bosco (2023). La Candiani ha scritto anche fiabe, saggi e dialoghi come Tenerezza (2017) e L’universo e la carità (2019).

Tu tienimi: la tenera richiesta dell’io poetico

Tu tienimi
e io mi trasformerò in meraviglia.
tra le tue mani,
al caldo,
quel caldo che di notte
fa crescere il grano.
Porta
il corpo amato,
come vita segreta –
preservata –
sotto lo spesso ghiaccio
della memoria.
Tu tienimi
come guscio di noce
nel pugno
fessura tra i mondi.
C’è silenzio tra te e me
c’è perla.
Ti tengo.

In questa poesia, tratta dalla raccolta La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, c’è una richiesta esplicita di semplice tenerezza e di quel caldo che, oltre a rinnovare il nido materno nel quale un bambino cresce, prima di essere partorito, allude a un affetto costante e immutabile, presente e concreto. È un caldo che nutre la terra, che si irradia di notte, quando c’è il silenzio. È la premessa di un’affidabilità, che abbassa le difese della bambina pugile che ha trascorso tutta la vita a difendersi da minacce esterne e che adesso scopre l’amore che alimenta la vita. Quello che tiene così. La bambina pugile è come un guscio di noce, intatta e inscalfibile all’esterno, fragile e disgregante nel suo interno, ma, l’incontro, la fessura, appunto, che si apre come ponte di comunicazione con l’altro, rimanda a qualcosa di molto più immanente, rispetto al piano terreno. La poesia codifica un messaggio rivolto alla modernità sfuggente, caotica e destabilizzante, offrendo uno spazio sacro, attraverso il silenzio, laddove la perla, il dolore della bambina pugile, è nata dall’ostrica, lucente, nella sua innata bellezza, grazie alla cura dell’altro.

Eccomi qui: l’oggetto ha un’anima nelle poesie di Chandra Livia Candiani

Eccomi qui
a vegliare
la tua assenza con la coda.
La casa stava così bene
intorno a te
che prendevi il sole
sugli zerbini di tutti
senza distinzioni,
che emettevi solitudine
e raccoglievi carezze per gatto.
Il tuo vuoto vivo non miagola,
sorride ringrazia
malinconico e discreto
è la tua solita lingua straniera
che mi scrive nel sangue
tocchi e soprassalti
di scompigliata infanzia.

Nella raccolta del 2020, La domanda della sete, la scrittura della Candiani si evolve e inizia a entrare in una nuova modalità di presenza: si accorda con la costanza, ma coinvolge il distacco, provocando uno stato di solitudine che non deve essere percepito come qualcosa di indotto, di causato da qualcosa o qualcuno. Non è una solitudine che lascia al buio, anzi, è una luce, è un profumo, è libertà nel soggetto poetico che, immaginando sia un gatto, riceve affetto e tenerezza, senza trattenere nessuno, senza costringere nessuno a fargli da padrone. Sceglie di non essere posseduto, di conseguenza, non lo richiede: il tuo vuoto vivo non miagola; vuoto vivo è un ossimoro che urla assenza ma che si riempie, paradossalmente di gratitudine, di gentilezza, di affabilità verso il prossimo. Non si è mai soli davvero, se si sceglie di esserlo. Il gatto miagola, come un uomo o una donna comunicano adottando un linguaggio diverso dal nostro, talvolta attraverso il corpo, il gesto, l’emotività che possono essere quella lingua straniera che, seppur sconosciuta, riporta a momenti di scompigliata infanzia, cioè a quando non era necessario, in una condizione originaria, infantile, dover colmare il vuoto attraverso il rumore.

Non so come tenere: il noi a cui si rivolgono le poesie

Non so come tenere
questo mondo in fiamme
non so come lasciarlo andare
il pensiero ustiona ma cuce
alla terra sfigurata,
a chi combatte a chi spegne
a chi perde il sonno, la qualità
di abbandono che chiamiamo sogni.

Che siate visitati dagli animali custodi
che i fiumi siano in piena confidenza
con le lacrime, ci sia un pensiero
che ci pensa e rammenta
come tener salda la terra
nel mondo che si abbuia.

Il sentimento che unisce tutti e che traspare dalla lettura di questo componimento è quello dell’impotenza di fronte ad eventi catastrofici come i conflitti internazionali, la crisi ambientale e la sofferenza universale. È un dolore, quello dell’impotenza, che lacera chiunque abbia un sottilissimo strato di pelle ed empatizza facilmente con gli esseri viventi che lo circondano. Il sentimento, in quest’ultima poesia, è figlio di un’emotività che non riguarda l’io poetico, non riguarda il Tu a cui si rivolge, ma un noi collettivo, e il rapporto così si estende all’umanità intera. Si inserisce la prospettiva della poetessa che mitiga il dolore, che ustiona ma cuce, che anche se ferisce forse può risvegliare le coscienze, farci creare connessioni e affrontare un problema che riguarda anche noi, sopprimendo l’indifferenza. Coloro che sfidano la paura di spegnere le fiamme in cui versa il mondo vengono omaggiati, perché privati del sonno, dei propri desideri e aspirazioni, abbracciando le sofferenze altrui e cercando una soluzione. Gli animali e i fiumi acquisiscono un’anima nella seconda parte della poesia, esattamente come gli esseri umani, versano lacrime, e le lacrime necessitano di rispecchiarsi nella natura, di trovare qualcosa di simile a sé stesse, come, appunto, i fiumi, senza percepire una sensazione di solitudine. Si insiste sul pensiero, sul ricordo che conducano a un atto, a una consistenza che preservi la Terra.

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Fonte immagine: Wikipedia (Ottavus)

 

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