Giorgio Caproni ha segnato la storia della letteratura e della poesia italiana del Novecento con la sua scrittura inconfondibile e dall’esperienza variegata: dall’Ermetismo al Vocianesimo ligure. Le poesie di Giorgio Caproni si distinguono per uno stile singolare e inimitabile che lo rendono tra i più amati e letti della sua generazione.
Indice dei contenuti
Poesie di Giorgio Caproni: raccolte e date di pubblicazione
| Titolo della poesia | Anno di pubblicazione | Raccolta di appartenenza |
|---|---|---|
| Il mare brucia le maschere | 1943 | Cronistoria |
| Oh cari | 1982 | Il conte di Kevenhüller |
| Per lei | 1959 | Il seme del piangere |
Biografia di Giorgio Caproni: la vita tra Livorno e la Liguria
Si ipotizza che la famiglia del poeta livornese abbia origini germaniche e che un suo zio sia stato il consulente linguistico di Giovanni Pascoli; suo padre era un ragioniere e lavorava presso una ditta di importatori di caffè, ma con un forte interesse per la scienza e sua madre, invece, aveva da sempre frequentato le case di moda dell’epoca, impiegandosi come sarta e ricamatrice, amante delle musica e del ballo. Caproni imparò a leggere molto precocemente ricevendo un’educazione religiosa da parte delle suore. Si appassionò da subito al teatro, soprattutto dopo aver assistito agli spettacoli della Cavalleria rusticana al Teatro degli Avvalorati; ai Poeti Siciliani e Toscani, alla Commedia di Dante. Oltre a scoprire la sua affinità con la letteratura, si distinse fin da subito per il suo carattere malinconico e il desiderio di trascorrere del tempo da solo, magari a scrivere poesie. Dopo essersi trasferito a Genova con la sua famiglia nel 1922, dove ebbe l’opportunità di studiare violino e composizione, fu proprio lo studio a condurlo alla scrittura della sua prima poesia, dandone maggiore priorità successivamente rispetto alla sua carriera da musicista. Si immergerà, poi, nella lettura e nello studio di autori italiani come: Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Vincenzo Cardarelli e Giosuè Carducci. Il poeta morì a Roma nel 1990.
Il mare brucia le maschere (1943): significato e analisi
Il mare brucia le maschere,
le incendia il fuoco del
sale.
Uomini pieni di maschere
avvampano sul litorale.
Tu sola potrai resistere
nel rogo del Carnevale.
Tu sola che senza
maschere
nascondi l’arte d’esistere.
La poesia è tratta dalla raccolta Cronistoria, pubblicata a Firenze nel 1943 dalla casa editrice Vallecchi. La critica, rispetto a tale poesia, riconosce la prima fase della produzione poetica di Caproni, nella quale lo stesso poeta ricercava una forma da dare alla sua scrittura poetica, oltre ad evidenziarne lo spiccato lirismo. Il fulcro tematico di queste due strofe è lo smascheramento dell’identità, in quanto la forza del mare demolisce la finzione delle maschere, spogliando l’uomo delle sue sovrastrutture, per presentarlo nella sua verità essenziale, privato, quindi, di qualsiasi forma di incasellamento, proiezione di aspettative e convenzioni sociali. Il mare brucia le maschere: l’accostamento mare/brucia evoca un’antitesi molto forte tra due elementi opposti che sono l’acqua e il fuoco, producendo un effetto ugualmente devastante, poiché il mare annienta violentemente, sterminando tutto ciò che tocca, esattamente come il fuoco. Il tono è quasi filosofico, essenziale, mentre l’atmosfera riflette esattamente il senso di una frammentazione dell’identità moderna, dato che l’uomo si ritrova completamente nudo con sé stesso. Il Carnevale e il rogo sono simbolici e testimonianza perfetta di quanto affermato prima: il secondo elemento è distruttivo, annulla le illusioni prodotte dal primo col travestimento. L’io poetico si rivolge a un tu che potrebbe essere una persona amata, una donna, presumibilmente che potrebbe crollare alla rottura delle maschere. Inoltre, ciò che cela la donna e che è essenziale, è l’arte d’esistere. La sola presenza silenziosa, senza maschere.
Oh cari (1982): l’interpretazione del testo
Apparivano tutti in trasparenza.
Tutti
mamma.
Tutti
nell’imprendibile essenza
dell’ombra.
Ma vivi.
Vivi dentro la morte
come i morti son vivi
nella vita.
Cercai
di contarli.
Il numero si perdeva nel vuoto
come nel vento il numero
delle foglie.
Oh cari. Oh odiosi. Pensai
d’amore e di rabbia.
Pensai alla mia mente accecata.
Chiusi la finestra.
Il cuore.
La porta.
A doppia mandata.
Oh cari è un componimento appartenente alla raccolta poetica dal titolo Il conte di Kevenhüller (1982). Una delle più intense poesie di Giorgio Caproni che veste i panni di un io poetico che vede delle figure: non si tratta però di esseri umani, bensì di fantasmi vaganti, figure incorporee che suggeriscono la presenza-assenza di un mondo reale. Vivi dentro la morte / come i morti son vivi / nella vita: in questi versi che creano una forma circolare, non solo dal punto di vista formale (in quanto si riprende la stessa parola declinata in maniera diversa, una volta come voce verbale, la seconda, invece, come sostantivo), ma anche dal punto di vista contenutistico, perché coloro che sono morti continuano a vivere, e, contestualmente, i vivi recano con sé un senso di morte nell’animo. Le parole sembrano evocare un senso di evanescenza, eccetto per il sostantivo mamma che è l’unico a trasmettere un’idea di concretezza e affetto, rispetto ai fantasmi della mente e della memoria. Inoltre, i ricordi, proprio come quanto evocato dal simbolo delle foglie, molteplici foglie che si agitano nel vento, sono impossibili da gestire e sono innumerevoli. Il contrasto vita-morte è analogo, poiché presente in Oh cari – Oh odiosi: entrambe le combinazioni presentano un’ambivalenza, un conflitto tra il desiderio di tenere accanto le persone amate e, al contempo, di respingerle. La parte conclusiva della poesia mostra un climax ascendente che scandisce un grado di chiusura sempre più profondo e complesso con un andamento dall’esterno all’interno: dalla finestra (la parte che comunica con l’esterno), il cuore (l’emotività umana) e la porta (l’accesso più intimo a sé stessi).
Per lei (1959): la poesia di Giorgio Caproni per sua madre
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l’eleganza povera,
ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari
La poesia è tratta dalla raccolta Il seme del piangere (1959) e riflette sull’essere una poesia, è una metapoesia: Per lei voglio rime chiare, / usuali: in -are. L’io poetico sta comunicando il modo in cui desidera scrivere e cioè con rime semplici come le rime baciate, rifugge dall’impiego di una poesia artificiosa, fatta di rime crepuscolari, prediligendo una lingua molto più naturale. Chiare – usuali – aperte: ventilate: è ben radicata ed è trasparente l’idea di voler dire qualcosa di autentico, di vero, per costruire significati trascendentali e oscuri. Annina era così schietta: questo verso sancisce il legame affettivo con la madre o con qualsiasi figura femminile alla quale lui si rivolga, pertanto, la composizione diventa un atto d’amore, più che un esercizio stilistico. Emerge dal testo anche una certa musicalità a livello sensoriale, attraverso: i suoni fini (di mare) dei suoi orecchini; le tinte delle sue collanine, versi che evocano suoni e colori, non solo per gli orecchini e le collanine, ma anche per il mare e il corallo.
Fonte immagine: Wikipedia (Dino Ignani: http://www.dinoignani.net/giorgio_caproni.html)
Articolo aggiornato il: 9 Maggio 2026

