Lucio Battisti e Mogol: il loro legame e «I giardini di marzo»

Lucio Battisti: il legame con Mogol e «I giardini di marzo»

Quando si può dire riuscito un sodalizio artistico? Non bastano i numeri, non bastano gli ascolti o gli incassi. Se è di arte che si parla, si può dire di aver vinto quando ciò che ne deriva sono specchi riflessi degli amori, malinconie e inquietudini non di una sola generazione ma di tante. Lucio Battisti, grandioso e singolare musicista, e Giulio Rapetti alias Mogol, suo paroliere di fiducia, dal cantante denominato “il poeta”, ne sono un esempio lampante.

Cos’è che ha reso vincente il rapporto artistico tra Lucio Battisti e Mogol?

Le motivazioni potrebbero essere varie: la ristrettezza dei limiti dello stesso entro i confini professionali, il tempo estremamente prolungato di lavoro, il talento preso singolarmente dei due. In realtà, non si può individuare l’intangibilità: le melodie di Battisti, come racconta spesso Mogol nelle sue interviste, erano la tavola perfetta per accogliere i suoi versi, dal momento che parevano comunicare a priori. La poesia sembrava incastonarsi perfettamente nella musica, erano quindi i versi che si adattavano alle note e non viceversa.

La comunicazione e la ricerca della stessa era l’imperativo di Lucio Battisti e Mogol, sopra la divulgazione, sopra la politica, sopra gli orpelli

Il periodo fiorente del loro lavoro ha coinciso con i successi di grandi cantautori italiani che si occupavano di portare più possibile in auge il messaggio politico, Francesco Guccini su tutti. Le tematiche affrontate da Lucio Battisti e Mogol sono invece di natura prettamente amorosa, con delle importanti venature che fanno emergere disincanto, inadeguatezza, malinconia. Il contrasto è continuo e le interpretazioni di Battisti riuscivano a renderlo sempre intensamente. Oltre le tematiche sociali e politiche, si preferisce quindi andare sul privato, molto spesso scavando nella biografia di Mogol stesso.
Raccontare le paure, le fragilità e le ansie del quotidiano dell’uomo comune sono la chiave della popolarità di quasi 150 brani. Far riferimento alla popolarità, se parliamo di Lucio Battisti e Mogol, non è limitato al successo numerico, quanto alla capacità evocativa dei prodotti artistici. Se dopo decenni ogni rappresentante di ciascuna generazione a partire dagli anni ’70 può dire di riconoscersi in quei brani è perché vi sono codici immanenti che parlano a tutti indistintamente, a prescindere dal ruolo sociale, dalle inflessioni politiche, dalle esperienze di vita. Riferirsi alle condizioni esistenziali dell’uomo consente a ciascun ascoltatore di trovare la propria chiave, il proprio messaggio, dalle canzoni più impegnate a quelle più leggere.

Un brano che perfettamente esemplifica ciò è I giardini di marzo di Lucio Battisti

La canzone risale al 1973 ed è il brano d’apertura del quinto album intitolato Umanamente uomo: il sogno, firmato Lucio Battisti e Mogol, che  contiene altre canzoni diventati classici, tra cui E penso a te. Il testo non parla solo d’amore, vi sono inserite molteplici riflessioni poetiche sulla nostalgia, la solitudine e l’inafferrabilità delle cose. Mogol mette a nudo ricordi preziosi della sua vita ripercorrendo le difficoltà e le inquietudini di infanzia e giovinezza. 

La scelta del titolo non è casuale. Il mese di marzo è il mese in cui ha inizio la primavera, simbolo di rinascita e di amore, tema ripreso più volte nel brano. Un’altra interpretazione può invece avere a che fare con la struttura narrativa del testo. Come sarà evidente dalla successiva analisi, il mese di marzo è caratterizzato emblematicamente da continue variazioni meteorologiche, allo stesso modo, il brano ci fa spostare continuamente i piani temporali attraverso riflessioni sul presente intervallate da flashback.
Lo stile testuale di Lucio Battisti è sofisticato, la metafora e il simbolismo sono evidenti, i ricordi legati al passato in cui evince il senso di vergogna, l’amarezza, la malinconia, la fuga in riferimento ad accadimenti pratici sono simmetricamente collegati all’epilogo del brano stesso e alla verità espressa nel ritornello: la mancanza di coraggio nell’affrontare se stessi e i propri sentimenti.
La melodia è malinconica e ciò si sposa perfettamente con il testo nostalgico, specialmente nelle strofe. Poi gradualmente avviene un cambio, ci sono degli archi che trasportano l’ascoltatore nel ritornello evocando immagini sognanti e naturali: «in fondo all’anima cieli immensi e immenso amore» ; «fiumi azzurri e colline e praterie dove corrono dolcissime le mie malinconie». La musica va via via contraendosi sul finire del ritornello accompagnando il senso di ciò che comunica lo stesso, non a caso Lucio Battisti era un maestro della melodia.

Di seguito si riportano parti del testo de I giardini di marzo di Lucio Battisti e Mogol intervallate da piccole analisi in riferimento a quanto detto sopra:

Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti
All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
E alla sera al telefono tu mi chiedevi perché non parli

Il famoso incipit è emblematico, solo leggendolo la linea vocale incerta di Lucio Battisti sembra quasi trasparire. Il tema principale è proprio la mancanza di soldi collegata al ricordo della figura materna che indossava sempre lo stesso vestito. Il primo sentimento che traspare è l’amarezza, che forse è collegata alle difficoltà persino di andare a scuola. Poi c’è il primo senso di vergogna, di inadeguatezza: la timidezza del non riuscire vendere i libri fuori dalla scuola, a differenza dei suoi compagni.
Non riuscire ad essere parte di un gruppo e di una comunità è un riflesso diretto delle proprie limitazioni psicologiche e il «perché non parli» che Lucio Battisti canta a chiusura della seconda strofa è un invito implicito a reagire. Invito accolto subito dopo nel ritornello:

Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Nel ritornello, si ritorna sul piano temporale del presente attraverso una serie di domande retoriche che vogliono quasi evidenziare la necessità di allontanare il passato. Si apre una finestra che affaccia direttamente nel cuore del narratore, in questo caso Lucio Battisti, rivelando amore, speranza, immensità del sentimento costantemente negata e voglia di accogliere le bellezze della vita. Ma la chiusura del ritornello traduce la mancanza di coraggio per paura di un rifiuto del mondo o di una donna amata.

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori
E le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori
Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti “Tu muori”
“Se mi aiuti, son certa che io ne verrò fuori”
Ma non una parola chiarì i miei pensieri
Continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri

La terza e ultima strofa, oltre ad essere caratterizzata da un ritmo più sostenuto, calca ancora la mano sul trauma della sua condizione, tradotto nel «Tu muori». Il morire, come monito, come constatazione, è una frase che lui dice a se stesso. Si muore un po’ quando non si vive a pieno, nel testo lui sceglie di farselo ricordare dalla figura dell’amata, alla quale l’autore mai è riuscito a rivelare i suoi sentimenti, mentre lui riesce ed essere solo spettatore della sua propria vita e del nuovo amore di lei, confinandosi in un turbinio di apatia.

Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Con dolcezza e crudezza insieme, il brano si conclude col secondo ritornello. Il protagonista/narratore, a cui Mogol prima e Lucio Battisti poi hanno dato vita, non ha il coraggio di scegliere l’amore, la donna che ama diventa quindi “un’attrice di ieri”.
Qual è quindi il senso ultimo della canzone? La paura è la nostra peggiore nemica e spesso l’illusione della sua grandezza non ci permette di ridimensionarla, impedendoci di vivere come vorremmo.

Fonte immagine per l’articolo su Lucio Battisti e Mogol: copertina dell’album Umanamente uomo: il sogno di Lucio Battisti

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