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Eroica Fenice

Marco Sentieri: passione, gavetta e sacrifici | Intervista

Marco Sentieri: passione, gavetta e sacrifici | Intervista

Si è fatto conoscere al grande pubblico con Billy Blu, brano che gli ha permesso di partecipare alle fase finale della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2020, ma Marco Sentieri è lungi dall’essere un esordiente. Prima di interpretare la canzone scritta e composta da Giampiero Armenti (autore di grandi classici della canzone italiana come Perdere l’amore), il cantante originario di Casal di Principe (CE) si è esibito in lungo e in largo per lo stivale con la band Due Quarti, aprendo decine di concerti per artisti come Clementino, Rocco Hunt e i Neri per Caso.

Anni di sudore e sacrifici ma soprattutto di passione, quella che ha spinto Marco a inseguire il suo sogno: la musica. Una carriera costruita attraverso la gavetta non solo in Italia ma anche in Romania dove Marco Sentieri ha vinto due festival internazionali nel 2016 George Grigoriu e Dan Spataru ed è arrivato tra i dieci finalisti dell’X-Factor Romania, dove spesso viene chiamato come ospite in diverse trasmissioni. 

Oggi, Marco Sentieri si appresta ad iniziare un ciclo di incontri nelle scuole per la sensibilizzazione sul bullismo e sul cyberbullismo, dei quali tiene molto a parlare e che, come ci ha raccontato durante la nostra intervista, ha subito in prima persona.

Intervista a Marco Sentieri 

Ti sei fatto conoscere al grande pubblico con la tua partecipazione a Sanremo Giovani, non sei però un esordiente assoluto ed hai alle spalle una lunga carriera, vuoi parlamene?

Ho iniziato da piccolissimo, amavo tantissimo cantare già a 5-6 anni. Ogni qualvolta avevo l’opportunità cantavo al karaoke, al piano bar, feste private… queste cose che succedono in famiglia ed io venendo dal sud si festeggia ad ogni cerimonia. Poi verso i 12 anni, ho iniziato a farlo più seriamente iniziando ad incidere dei brani grazie al sostegno della mia famiglia e verso i 16 ho iniziato con i primi live seri, le prime band. Sono andato avanti facendo tante esperienze, tanta gavetta, tante feste di piazza, pub… Nel 2016 ho partecipato ad X-Factor in Romania dove tra l’altro ho anche vinto due festival internazionali (George Grigoriu e Dan Spataru, nda).

Come sei capitato in Romania?

La mia etichetta discografica è rumena (Divas Music Production, nda) e mi trovavo lì per rappresentare l’Italia per dei festival internazionali e durante un day-off dove non avevamo nulla da fare e quindi andammo nell’albergo accanto al nostro dove stavano facendo le audizioni per X-Factor. Da lì mi richiamarono fino ad arrivare alle fasi finali, sono stato tra i dieci finalisti. È stata una cosa molto casuale ma è stata un’esperienza che ha contribuito tantissimo ad arricchire il mio bagaglio artistico.

Hai inoltre aperto tantissimi concerti per artisti come Clementino, Rocco Hunt, i Neri per Caso…

Sì nel mio lungo periodo di gavetta ho fatto spesso da apripista e anche queste cose qui mi hanno dato tanta tanta esperienza. Quando mi chiedevano a Sanremo “Marco come mai sei così sereno, così sicuro di te?” probabilmente ero così anche grazie ai tantissimi live fatti anche davanti anche a trenta persone. Ho suonato per tantissimi anni a livelli diciamo ‘bassi’, ma sono esperienze che valgono, ti forgiano personalmente e professionalmente.

Ora tu riesci a vivere di musica? Già ci riuscivi prima?

Sono circa 7-8 anni che vivo solo di musica. Ho sempre lavorato perché si fa fatica a vivere di musica però negli ultimi 7-8 anni, un po’ per esigenza perché persi il mio lavoro da rappresentante, provai ad aumentare il numero di serate che facevo, arrivando addirittura a 140 serate l’anno. È un percorso tortuosissimo e veramente impegnativo, dopo anni di serate nei locali e nelle piazze è arrivata poi questa occasione di Sanremo: il sogno di una vita.

Come è nata appunto questa collaborazione con Giampiero Artegiani che ha scritto la musica e i testi di Billy Blu?

Anche qui è stato tutto molto casuale. Mi trovavo a Bucarest perché di tanto in tanto faccio delle ospitate lì in televisione. Ebbi una chiamata con un amico intimo di Giampiero, il maestro Adelmo Musso, e mi disse che doveva farmi ascoltare un brano di Giampiero e credeva che io fossi l’unico a poterlo cantare. Il provino era molto diverso da come poi l’ho modificato e cucito sulla mia pelle: era un brano tutto parlato. Quando l’ascoltai mi rapì subito, avendo vissuto delle esperienze non molto positive alle elementari ebbi un brivido e decisi di sposare la causa anche perché nella mia mente fermentava da tempo l’idea di portare un messaggio importante ad un grande pubblico. C’è stato quindi un incrocio astrale ed è avvenuto quello che è avvenuto.

A proposito delle tue esperienze da bambino, hai più volte raccontato di essere stato vittima di bullismo e di atti di violenza molto gravi, come quello della maestra che per punizione ti faceva abbassare i pantaloni, ti va di parlarne?

Sì ne ho parlato diverse volte. Era una forma di punizione che dava a noi maschietti. Stavo in seconda elementare, avevo poco più di sei anni e ho avuto questa brutta esperienza, ma non sono stato l’unico. Inoltre sono stato anche bullizzato dai miei compagni di classe in terza, quarta, quinta elementare. Avevo un aspetto diverso da quello che ho adesso, ero più paffutello, avevo le lenti degli occhiali spesse e venivo preso in giro per questi miei difetti fisici. È stata la musica a salvarmi, già a 12 anni come ti ho detto ho iniziato ad incidere le prime cose e quindi sono entrato in un mondo che mi ha dato una sicurezza interiore. Oggi sono il Marco che sono soprattutto grazie alla musica.

Nella canzone evidenzi comunque come certe violenze siano comunque il frutto di disordini e angosce personali.

Sì nel brano indicando il bullo dico “eri tu quello più debole, tu dentro stavi male”. Ovviamente, un ragazzo di 8, 10, 12 anni non riesce a perdonare e capire che chi gli sta commettendo una violenza è quello più debole. Però in realtà succede e per questo io credo che sia importantissimo parlarne quanto più possibile, cercare di sensibilizzare in qualsiasi modo possibile: canzoni, libri, spot, cortometraggi…

È un tema molto delicato, magari alla mia età lo si assolve in un certo modo ma quando si dice ad un bambino di otto anni “sei grasso” o magari gli sputi addosso o magari gli dici “sei un quattrocchi”, quel bambino si sentirà inferiore. Sempre per questo, partirò con un progetto dove gireremo per tante scuole e proveremo a parlare con i ragazzi. Non so se sia l’antidoto questo, però ci proviamo.

In cosa consisterà questo progetto?

Racconterò le mie esperienze, cercherò di dare consigli, di spiegare come ce l’ho fatta come d’altronde è già avvenuto a Sanremo perché il giovedì della settimana sanremese ho presenziato alla presentazione di un libro #cuoriconnessi di cui sono stato testimonial. È un libro promosso da Unieuro e Polizia di Stato. All’interno ci sono tante testimonianze che hanno subito atti di bullismo e in quell’occasione mi sono trovato a parlare davanti a tanti ragazzi dai 10 ai 16 anni ed ho raccontato loro la mia esperienza personale. La mia gioia più grande è stata quella di vederli attenti a questo tema, perché poi sai a 12-13-14 anni magari si pensa ma che vuole questo, ma che ne sa…

Invece ascoltando queste cose, non dico da un loro coetaneo perché sono più grande, ma un ragazzo che canta, forse arriva di più di una cosa detta da un professore per esempio. Ribadisco comunque non lo so se sono riuscito davvero a sensibilizzare, però se sono riuscito a rapire anche una sola persona e cambiare i suoi atteggiamenti è una grande vittoria.

Delle volte non pensi che, oltre ai diversi disagi emotivi che possono magari scaturire da situazioni familiari pregresse, certi comportamenti siano il frutto di una mancanza di opportunità di svago e divertimento?

Anche quello, certo. Non esiste una sola causa, esistono svariate cause che purtroppo non si possono evitare. Se un bimbo nasce da una famiglia distratta e disattenta piuttosto che in una famiglia malavitosa, un bimbo può avere frustrazioni anche se ha un genitore malato… Più che pensare a quale sia la causa, l’importante è parlarne e far capire loro che c’è la possibilità di uscirne. Oggi ci sono i mezzi per denunciare queste situazioni. Io quando ero piccolo queste cose non le dicevo a nessuno, me le tenevo per me perché non venivano prese sul serio neanche dai miei genitori.

Per tanti anni questa è stata una cosa nascosta, gli stessi ragazzi bullizzati non ne parlavano per non ammettere la loro debolezza. Quello che dico è che bisogna portare in piazza storie vere, portiamo in piazza questo messaggio, come il no alla violenza sulle donne, alla violenza sugli animali, alle discriminazioni razziali, territoriali. Bisogna parlarne di più poi quello che sarà non lo sappiamo, ma parliamone perché si possono creare dei mostri all’interno dei bambini.

Fonte immagine: pagina Facebook Marco Sentieri

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