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Eroica Fenice

Panegirico agli U2

Panegirico agli U2

 U2, In the name of love

“Gli U2 sono probabilmente l’ultimo gruppo di cui la gente ricorderà il nome di tutti e quattro i componenti”. Bono Vox, The Edge, Larry Mullen Jr e Adam Clayton devono essersi sentiti gonfi d’orgoglio quando ascoltarono queste parole. Ricevere un complimento da un collega fa sempre piacere, figurarsi da una leggenda quale Bruce Springsteen. D’altronde si tratta di una delle più grandi band della storia della musica. Entrata nel mito negli anni in cui il rock stava cedendo lo scettro del potere discografico.

Ascoltare gli U2 rode l’anima, è un’esperienza mistica consigliabile a chi ha voglia di credere nell’esistenza di Dio, Buddha o chi per lui.

I favolosi ’80

 The Joshua Tree è il disco perfetto, con quella sequenza iniziale impressionante di singoli di successo mai più rivista in una singola opera. Where The Streets Have No Name, I Still Haven’t Found What I’m Looking For e With Or Without You: qualsiasi gruppo avrebbe basato la propria carriera su quella triade favolosa, su cui è inutile spendere altre parole. E invece no, gli U2 regalano altre perle meravigliose che hanno il solo difetto di vivere all’ombra di quei tre grandi successi. L’armonica selvaggia di Trip Through Your Wires, la chitarra sinuosa di Bullet In The Blue Sky, gli acuti di In God’s Country. The Unforgettable Fire è lo zenit creativo degli U2, il vertice di tutta la produzione New Wave mondiale. È un disco che va trattato con cura, ascoltarlo troppo spesso è come guardare negli occhi un basilisco. A Sort of Homecoming non è un malinconico ritorno a casa, è l’accoglienza che ogni disco dovrebbe dare al proprio pubblico. Pride è l’inno degli anni ottanta, Promenade l’affresco visionario di una città dove ognuno di noi abita e Bad un toccante pensiero sul tunnel dell’eroina. Hanno emozionato con le turbe giovanili di Boy, le cui angosce adolescenziali vennero approfondite nel successivo October. All’epoca il rock si cibava letteralmente di sesso e di droga, loro avevano come valvola di sfogo la fede. Gloria, ad esempio, ha un ritornello cantato completamente in latino. Non è rock, non è new wave né pop, è un salmo cantato da San Tommaso con mille anni di ritardo. E poi quella sinergia unica tra la voce di Bono e la chitarra di The Edge.

How long must we sing these songs?

Dal vivo gli U2 sono forse la più potente band della storia della musica. Live indimenticabili, diventati album altrettanto memorabili come Under A Blood Red Sky, con le canzoni di War e i virtuosismi ritmici di Sunday Bloody Sunday. Quest’ultima crea dipendenza, perché non è una canzone di protesta, ma solo Sunday Bloody Sunday. Poi è venuto Achtung Baby, album di separazione tra realtà differenti, che siano queste la Berlino Est o Ovest o il rapporto controverso tra Bono e suo padre. Come in One, diversa ad ogni ascolto ma nella quale ci si ritrova sempre di più col passare degli anni. E che fa parte di quella ristrettissima cerchia di canzoni che ancora commuove come al primo impatto. Dopodiché il vuoto o nulla, con il già evidente calo di Zooropa ma che ebbe il merito di supportare un tour fantascientifico per gli effetti visivi e sonori.

Gli U2 hanno smesso ormai da un ventennio i panni delle rockstar per vestire quelli del politico di turno. Sempre più presenti ai grandi summit politici, al contrario sempre più assenti negli studi discografici. Qualche guizzo qua e là, tipo No Line On The Horizon, con il quale sembravano essersi ripresi. Fino alla ridicola comparsata megalomane di Songs Of Innocence e al contratto milionario stipulato con la Apple dietro l’iniziativa benefica del disco gratuito. E quanto fa male vederli inseguire a tutti i costi il successo da classifica, in un grottesco tentativo di ritardare la vecchiaia inevitabile. Quando sarebbero in grado di scrivere struggenti canzoni. Come nei favolosi anni Ottanta, In The Name Of Love.

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