Elogio del vuoto: intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy The Void

Elogio del vuoto: intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy The Void

Godersi il vuoto, Enjoy The Void. Accarezzare il vuoto e addomesticarlo, senza temerlo. Ogni slancio creativo nasce da un vuoto, da un buco ben piantato sulla bocca dello stomaco e l’arte è da sempre il modo migliore per anestetizzare le fessure dell’animo, conviverci più o meno placidamente e superarle.

Lo sa bene Sergio Bertolino degli Enjoy the Void, gruppo alternative rock con base in provincia di Salerno, nel Cilento. Dalla Calabria fino a Manchester, passando per il non luogo che è posizionato nel centro del vuoto di ciascuno di noi, Sergio ci ha raccontato la storia avvincente di questo gruppo, le sue sfaccettature e i suoi riflessi, portandoci ad esplorarli in tutta la loro pienezza: è un viaggio dal respiro universale, che parla un linguaggio comune a chiunque abbia mai provato a sublimare i propri grovigli per mezzo dell’arte.

Intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy the Void: il vuoto come condizione necessaria per cercare incessantemente l’arte

1) Buongiorno Sergio, grazie per aver accettato il nostro invito. Innanzitutto, chi sono gli Enjoy the Void? Come lo spiegheresti a un tuo amico se foste seduti davanti a un caffè? E perché questo nome?
Buongiorno, grazie a voi per l’invito. Enjoy the Void è un gruppo alternative rock con base a Sapri. Comincia come progetto solista: ho scritto ed arrangiato personalmente tutte le canzoni. La BAM! (bottega artistico-musicale) di Sapri mi ha proposto d’inciderle nel loro studio; poi con i musicisti coinvolti nella registrazione dell’album si è creato un gran feeling musicale e un’amicizia da cui è venuta fuori l’idea di formare una band. Il nostro sound attuale combina strutture pop-rock e influenze disparate: elettronica, blues, jazz, psichedelia, hip hop, funky, ecc. Per quanto la nostra proposta musicale sia eclettica, variegata, c’è una coerenza di fondo, sia a livello sonoro che testuale.

Scrivo i testi in inglese, perché son cresciuto con la musica anglofona; mi viene naturale farlo. Trattiamo tematiche complesse, molte delle quali hanno a che vedere con la dimensione interiore… Pensieri, paure, emozioni, desideri in cui certi tipi di sensibilità possono facilmente riconoscersi.
Il nome Enjoy the Void (Goditi il Vuoto) nasce dal pensiero seguente: credo che una vita senza slanci, desideri sia impossibile, oltre che inutile. Il desiderio scaturisce sempre da una mancanza, da un vuoto appunto. Bisogna apprezzare, godersi il vuoto, conviverci positivamente (benché sempre in un’ottica di superamento) in quanto rappresenta il presupposto creativo senza il quale non ricercheremmo né realizzeremmo alcunché.

2) Hai vissuto a Manchester. La musica inglese ha sfornato il meglio: Beatles, Led Zeppelin, Pink Floyd, The Who, Cream, Genesis, Queen, Bowie, The Clash, The Animals, Jethro Tull, fino ad arrivare agli Smiths, Editors, The Cure, Kasabian. La domanda sulle influenze è un po’ banale, ne sono consapevole, ma credo che mi tocchi proprio chiedertelo. Cosa hai carpito maggiormente da una città come Manchester e com’è stato viverci?
In senso musicale Manchester è fantastica. Ha una storia pazzesca, avendo sfornato band come Smiths, Stone Roses, Joy Division, Oasis, Chemical Brothers e tante altre. La musica è vissuta in maniera meravigliosa: puoi assistere a concerti ovunque, anche in locali insospettabili, ed è quasi sempre musica di grande qualità e di tutti i generi. Le persone del posto partecipano calorosamente ai live e preferiscono le proposte inedite, originali; difficilmente ho trovato cover band. Non c’è proprio paragone rispetto alla realtà italiana.

Di certo quelle sonorità mi hanno influenzato; credo si possano trovare molte atmosfere tipiche della british music all’interno dell’album degli Enjoy the Void. Ovviamente per un italiano del Sud non è semplicissimo viverci; si tratta, penso, di una delle città più piovose d’Inghilterra. Mi ricordo quando camminavo con ombrello ed impermeabile per andare a lavoro in pieno agosto, mentre i miei amici inviavano dall’Italia foto scattate al mare. Si lavora molto e sodo, e spesso – quando finisci – non hai molta scelta: o torni a casa o t’infili in qualche pub o locale, bevendo birra come fa la maggior parte della gente. Mai visti tanti ubriachi come a Manchester. Per parecchio tempo ci ho vissuto bene, poi ha cominciato a diventare pesante – anche perché non andavo molto d’accordo coi mancuniani; i loro modi, il loro sense of humour non m’appartenevano – e ho deciso di tornare in Italia.

3) Che rapporto hai invece con la Calabria? Sei originario di Reggio Calabria? E col Cilento? Ah, mi interessa anche sapere in che rapporti sei con la musica popolare.
Non amo la musica popolare. Non posso dirne granché perché non l’ho mai approfondita, né credo che lo farò. Sì, sono di Reggio Calabria. I calabresi mi piacciono, ma la mia città no. Da ragazzino volevo scappare e infatti ho vissuto fuori per 13 anni, prima a Torino poi in Inghilterra. Reggio non offre opportunità, né lavorative né tantomeno culturali. Non c’è da sorprendersi se, pur vivendo a Reggio, ho messo in piedi il mio progetto musicale a Sapri. Adoro il Cilento; non so se sono stato fortunato o cosa, ma ho conosciuto persone splendide, interessanti, e posti veramente magnifici. Un giorno mi piacerebbe viverci.

4) Parlaci un po’ del disco degli Enjoy The Void.
Credo sia un bel disco, con delle buone canzoni. Non sai mai cosa aspettarti perché ogni traccia è peculiare, ha un proprio sound; non puoi prevedere come si svilupperà il discorso musicale. Penso che vada ascoltato prendendo seriamente in considerazione i testi; gli arrangiamenti, infatti, sono stati costruiti a partire dalle liriche. Lo ritengo un album personale e abbastanza raffinato. Nulla è stato lasciato al caso. Pur lavorando su strutture volutamente essenziali, abbiamo sperimentato molto coi suoni e con gli incastri: c’è tanta roba dentro, una grande varietà di elementi tenuti in equilibrio da un sottile filo che collega tutti i pezzi. In quest’album abbiamo tentato di coniugare essenzialità e complessità (ma si tratta di una complessità “camuffata”; la priorità era che il messaggio fosse diretto). La nostra intenzione era di lanciare una proposta chiara, lineare (sebbene sfaccettata), che approfondiremo in modo ancor più elaborato nei prossimi lavori.

5) Progetti futuri?
Vogliamo suonare dal vivo, esibirci. La dimensione live è per noi ancora tutta da scoprire, e abbiamo molta voglia di farlo. Siamo solo all’inizio di questo percorso. Poi sicuramente penseremo a registrare un nuovo album, o EP, chissà. Le canzoni non mancano, ma per fare quello c’è tempo. Al momento diamo più importanza ai concerti.

A proposito di Monica Acito

Monica Acito nasce il 3 giugno del 1993 in provincia di Salerno e inizia a scrivere sin dalle elementari per sopravvivere ad un Cilento selvatico e contraddittorio. Si diploma al liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania e inizia a pubblicare in varie antologie di racconti e a collaborare con giornali cartacei ed online. Si laurea in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli e si iscrive alla magistrale in Filologia Moderna. Malata di letteratura in tutte le sue forme e ossessionata da Gabriel Garcia Marquez , ama vagabondare in giro per il mondo alla ricerca di quel racconto che non è ancora stato scritto.

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