Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Napoli Città Libro: riflettendo su Dante con Filippo La Porta

Napoli Città Libro: riflettendo su Dante con Filippo La Porta

«Filippo La Porta non necessita di presentazioni» ammette soddisfatto Andrea Mazzucchi, docente di Filologia Dantesca dell’Università di Napoli “Federico II”. Studioso, saggista e critico militante, La Porta discute il 25 maggio nella Sala del Capitolo nella cornice di Napoli Città Libro del suo recente lavoro pubblicato dalla Bompiani: Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio. L’immensa bibliografia su Dante sembra arricchirsi di una lettura critica dai connotati innovativi.

Parlare di Dante può sembrare ai molti rievocare un passato remoto. Il poeta della Commedia rappresenta una irriducibile alterità che necessita di irrompere nei nostri giorni. Proprio la divina composizione è al centro degli studi di La Porta, che dichiara di convivere ormai con la Commedia da ben dieci anni. Dante si trova a dialogare con un novello Virgilio, rappresentato dalla filosofa francese Simone Weil. Il suo pensiero apre la riflessione di Filippo La Porta, folgorato dalle connessioni ritrovate fra la realtà e la relazione con il bene, e la desertificazione e la sottrazione del reale con il male. Questa è la chiave di lettura con la quale all’interno di Il bene egli altri si attraversa la Commedia.

La genesi del libro è da ricercarsi in un La Porta quindicenne, illuminato dalle parole di Pier Paolo Pasolini, da lui considerato un intellettuale stimolante. Assisteva spesso ai suoi discorsi, ma non ha mai avuto con lui un dialogo faccia a faccia, come invece è accaduto con Elsa Morante. Filippo La Porta ha trovato curioso come Pasolini avesse inteso con uno slittamento semantico, parafrasando la Weil e ispirando Morante, le buone e le cattive azioni, definendole rispettivamente «reali» e «irreali». Il giudizio non è in termini prettamente morali, bensì proiettato in una dimensione tutta empirica per il bene, e quasi metafisica per il male.

Il punto di vista di Filippo La Porta è quello di educatore. Vorrebbe far comprendere al figlio che quando era ragazzino e non rispettava un insegnante, o non dava risposta a chi lo interrogava, il suo non era un andare contro un precetto morale astratto e aleatorio, bensì la negazione di un effettivo principio di realtà. La realtà non è negazione, sostiene La Porta, ma consiste nella relazione che si stringe con un dono, «dare realtà». Dunque il prestare attenzione, rispondere a una domanda, questo edifica il reale. La morale si fonda sul riconoscimento dell’altro. Prerogativa essenziale di tutto ciò è il desiderio dell’esistenza del prossimo, decidere che l’essere è meglio del nulla. «Un mondo di creature è da preferire a un mondo in cui ci sono solo io. Agire eticamente fa esistere il mondo. Il male è raggelarlo».

Il professore Andrea Mazzucchi rimembra l’«onnivora disponibilità verso il reale» che Gianfranco Contini aveva trovato nell’atteggiamento di Dante. «È una pulsiva fame lessicale, costante celebrazione di porzioni di realtà alte e basse in una lingua molteplice e conforme», ribadisce Mazzucchi. Filippo La Porta analizza ancor più da vicino lo scritto dantesco, riconoscendo quale peccato capitale più grande non la lussuria, come il catechismo propina ai più giovani, bensì la superbia, che insieme all’ira e alla lussuria stessa Dante, con spie letterarie che con una buona guida possono essere rintracciate, in qualche modo ritrovava in sé.

Responsabile di conseguenze positive e negative è l’immaginazione. «L’immaginazione è come il colesterolo, può essere buona e cattiva» afferma con brio e semplicità La Porta. «Il male è generato da una ipertrofia di cattiva immaginazione». La superbia è una forma di immaginazione cattiva, perché il dato originario per Dante (abbiamo tutti una madre comune, Maria) è garante di uguaglianza. L’invidia deriva da invideor, “vedere troppo l’esistenza altrui”, ma la vita non è interamente felice o totalmente triste, tutto è commisto. Dante si perde nel fumo dell’ira, che acceca. L’accidia è pigrizia morale, come quella del narcisista che teme il reale perché prevede avversità, il conflitto. L’avarizia è l’immaginazione del possesso, ma San Paolo ci dice che siamo nati nudi e moriremo nudi, nemmeno la nostra vita è nostra. La lussuria e la gola non sono analizzate da Dante con moralismo bigotto, le sue anime parlano del dolce mondo terreno. Dante edifica la realtà nel riconoscimento dell’altro, nel vedere le ombre come cosa solida, odendo nell’Empireo i vagiti puerili dei bambini battezzati, descrivendo San Bernando nella sua vecchiaia, ma soprattutto apprendendo l’esistenza di un desiderio tra le anime del Paradiso: di essere ricongiunte ai loro corpi. Questo desiderio non è egoistico, ma rivolto agli altri, poiché le anime, ricongiunte ai propri corpi, potranno essere riconosciute dai cari defunti.

Filippo La Porta si domanda: «La modernità culturale può accettare di guardare in modo sano le cose?»

Dante è a noi così vicino quando «inciampa, sviene, incespica, si addormenta sul più bello», ma così lontano nell’atto della visione. Il percorso di Dante è una positiva metamorfosi dell’io, è il transumanar che significar per verba non si poría, da verme a farfalla. L’unica trasformazione che la modernità immagina è quella di Franz Kafka, da uomo a verme.

Filippo La Porta conclude con un unico, fondamentale spiraglio di luce: «il riconoscimento del legame che cuce amorevolmente tutte le cose dell’universo».