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Eroica Fenice

La compagnia delle illusioni

La Compagnia delle Illusioni a NapoliCittàLibro: intervista ad Enrico Ianniello

Attore, regista, traduttore, Enrico Ianniello coniuga talento recitativo e abilità narrative. A NapoliCittàLibro approda anche lui, Premio Campiello Opera Prima del 2015 con il primo libro “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” e autore del nuovo libro “La Compagnia delle Illusioni” (Feltrinelli editore).

La Compagnia del titolo è l’ultima speranza per il protagonista Antonio Morra, attore con alle spalle un ruolo importante in una fiction, che ora vive arrangiandosi in un gruppo teatrale amatoriale. ‘O Mollusco dovrà recitare dei ruoli che mutano la realtà facendola diventare una fiction “reale” in un contesto “vero”, perché “le persone non vedono ciò che è vero, ma rendono vero ciò che desiderano vedere”. Infatti Antonio riesce a sovvertire la sua vita in una perenne finzione fondendo l’illusione e la realtà. Un libro che suggerisce importanti riflessioni sulla miseria umana, sul sottile confine tra realtà e finzione, tra la vita e la sua rappresentazione.

Due chiacchiere con Enrico Ianniello

Come inizia la tua carriera di attore?

La mia carriera inizia con la Bottega Teatrale di Vittorio Gassman, a Firenze, nel 1989, per quanto concerne la formazione. La prima scrittura invece fu “Adelchi”, del Teatro Di Roma, con Arnoldo Foà. E, tra i giovani, c’era pure Marco Giallini.

Quali sono stati i tuoi grandi modelli di teatro e cosa credi di aver imparato?

Oltre ai grandi modelli del passato, Eduardo e Totò su tutti, miei modelli sono stati indubbiamente Toni Servillo e Leo De Berardinis. Da loro credo di aver rubato tanta tecnica e un’idea: il teatro è fatto di genius, di spirito originale, e quello non si insegna.

Tra pochi giorni torni a teatro con Isa Danieli al Teatro Sannazaro. Che rapporto hai con questa grande interprete?

Ho innanzitutto un grande rapporto umano. Sento grandi momenti di affetto, durante le prove, affetto che si nutre di stima reciproca e di grande ammirazione da parte mia nei suoi confronti. Ma la costruzione di questo affetto io l’ho perseguita anche da regista: non potevo tollerare che portassimo in scena da mestieranti una storia che racconta l’amore tra madre e figlio.

New Magic People Show è stato davvero un successo.  Cosa porti con te di questa esperienza?

Tutto. Sono stato il più acceso sostenitore dell’idea di metterlo in scena all’inizio, e sono anche riuscito a portarlo in Spagna per due mesi in un importante teatro. Lo spettacolo si replica da più di dieci anni, e ogni volta rinasce e vive con più forza di prima. Quei personaggi folli, ignoranti e autodistruttivi che fanno morire dal ridere le platee, io li amo profondamente, perché siamo noi.

Per molti sei il commissario Vincenzo Nappi di “A un passo dal cielo”, qual è il tuo legame con questo personaggio?

Nappi fa tanta simpatia, il grande pubblico lo adora perché lo trova affidabile, umano, gioviale e con un alto senso del dovere. Forse sono doti che oggi si coniugano difficilmente in un rappresentante dello stato, almeno nei politici e nelle loro uscite televisive colme di cinismo e poco altro.

Hai lavorato anche al fianco di Terence Hill.

Ho lavorato per tantissimi anni in teatro con Toni Servillo, al cinema con Nanni Moretti, ho studiato con Vittorio Gassman quindi ho frequentato, fortunatamente per me, sempre grandi personalità dal punto di vista professionale. Con Terence è molto bello perché ti rendi conto che stai lavorando con una persona nella quale viene proiettata tanta memoria di tanta gente. Noi avevamo continuamente fan che venivano a vedere le riprese e un giorno addirittura si è presentata una persona il cui figlio era stato battezzato Terence Hill di nome e poi c’era il cognome.

Chi è il protagonista de “La Compagnia delle illusioni” Antonio Morra, detto ‘O Mollusco?

Antonio Morra è un ex attore, a cui viene data la possibilità di tornare a recitare ma con un effetto immediato sulla realtà, addirittura con la possibilità di deviare la realtà, di mutarla secondo un copione. Noi lo prendiamo in un momento della sua vita di particolare delusione, in cui è particolarmente depresso, proprio in quel momento viene intercettato da una signora che si chiama Zia Maggie nel romanzo, perché non riusciremo mai a capire il suo nome vero qual è, e questa signora lo coinvolge nella Compagnia delle illusioni, cioè un’agenzia segreta che inserisce attori nella realtà, e lui comincia a lavorare con loro. E Morra non puo’ fare a meno di accettare di partecipare a questo enorme gioco, anche se le conseguenze sono assolutamente imprevedibili.

Anche Isidoro iniziava con un gioco attorno al nome. 

Il gioco intorno al nome a me serve a stabilire subito un accordo chiaro con il lettore: stai per leggere una commedia.

Il debutto da scrittore con “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” ed ora il secondo libro. Cosa lega i due libri e cosa lega i due protagonisti?

Sicuramente sono due personaggi che hanno perduto, seppur in diversa misura, la capacità di esprimersi nel modo a loro più congeniale. Isidoro non fischia più, Morra non recita più. Ma in realtà le vicende dei romanzi porteranno entrambi a cercare proprio nella loro virtù perduta la chiave della loro riabilitazione.

Uno dei temi principali del tuo nuovo libro è la maschera. Quanto c’è ne “La Compagnia della Illusioni” della tua esperienza di vita?

Naturalmente tanto, facendo io il mestiere dell’attore. Ma da lì ho pescato solo un po’ di tecnica. Il resto è quello che Enrico ha visto attorno a sé, soprattutto nella voglia di nutrire le proprie convinzioni solo con delle conferme, senza confrontarsi con idee diverse dalla propria.

Napoletano ed italiano, in una commistione di lingue. Quali sono le potenzialità espressive del dialetto?

Io penso che la lingua napoletana sia un bellissimo “scrastolamento” di specchi. Se l’orizzonte linguistico è il napoletano, dunque, la conseguenza non potrà che essere quella di vedere il proprio riflesso, prima o poi.

“Il fiore dell’illusione produce il frutto della realtà”.

È un verso di Paul Claudel ed è uno dei motti della Compagnia. Indica con chiarezza che l’illusione non è una cosa buona in sé: può essere il gioco attraverso il quale trasformiamo il presente nel futuro, ma il frutto che ci troveremo tra le mani non sarà che la conseguenza del seme che avremo deciso di piantare.

Soprattutto oggi il tema della diversità ci colpisce particolarmente. I personaggi dei tuoi libri che idea di normalità e di diversità vogliono trasmettere?

Vogliono trasmettere piuttosto l’importanza dell’idea di unicità. Per me non esiste la diversità, perché non esiste una normalità che la definisca per contrasto.

Grazie!

Fonte immagine: http://amazon.it/dp/8807033267/?tag=eroifenu-21

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