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Eroica Fenice

Iliade

Iliade – la Guerra di Troia, in scena al Castello Lancellotti

 Iliade – la Guerra di Troia: un classico in chiave moderna in scena al Castello Lancellotti 

Le porte del Castello Lancellotti si aprono in una ventilata sera di fine luglio, per prestare le proprie mura a quelle più famose della storia: “Iliade – la Guerra di Troia” è il titolo dello spettacolo andato in scena sabato 25 luglio, con drammaturgia di Franco Nappi e Daniele Acerra, regia di Franco Nappi e con Chiara Vitiello, Franco Nappi, Daniele Acerra, Marco Serra e Andrea Cioffi.

Un numero esiguo di attori (al fine di rispettare le norme relative all’emergenza sanitaria ancora in atto) reinterpreta il poema omerico in chiave modernizzante, tenendo sempre sotto braccio la falsariga antica: “Cantami, o Diva, del Pelide Achille, l’ira funesta“, i celebri versi dell’Iliade riecheggiano all’inizio e al termine dello spettacolo, ma poi il ceco narratore prende la parola e parla a noi, uomini del ventunesimo secolo, con parole attuali delle gesta lontane, radici da cui si innalza e si dirama tutta la poetica occidentale.

Lo spettacolo è stato realizzato grazie alla collaborazione de Il Demiurgo con le associazioni Pro Lauro, Pro Loco e Feir.

Iliade: la Guerra di Troia

Attraverso la voce del ceco narratore i versi del poema prendono forma.

In scena anche i due protagonisti e artefici del mitico scontro: Paride, figlio di Priamo nonché principe di Troia, e Menelao, re di Sparta, legittimo consorte di Elena, il pomo della discordia. Il volere divino ha stabilito che Paride, il principe valente, decidesse chi fosse la più bella tra le dee; lui sceglie però Elena e, innamoratosi di lei, la rapisce. Paride e Menelao dividono la scena e si alternano in un monologo che insieme benedice e maledice la donna amata da entrambi, strappata dall’uno all’altro. Elena è solo evocata ma presente nel drappo rosso che i due stringono: Paride con languido amore, Menelao con fame di vendetta.

Un’altra donna funge, però, da bagliore che illumina la narrazione: rosse le sue vesti, morbide le ciocche, stringe al petto un fagotto nero, suo figlio. Una melodia anticipa i suoi passi; la sua ninna nanna è malinconica perché i suoi versi evocano un passato lontano, eroico ma tragico. La donna è Andromaca, moglie del valoroso Ettore, figlio di Priamo e fratello di Paride nonché capo dell’esercito troiano. La ninna nanna è la rievocazione di ciò che è accaduto, il ricordo del valore dei troiani e soprattutto di suo padre Ettore.

Di lì innanzi, i protagonisti si alternano in scena come spettri di un passato già scritto dal fato. Nonostante questo però, come lo stesso narratore ricorda, questa è una storia di carne e sangue e quindi anche di cuori che battono, di sentimenti, di valori.

Gli scontri, le alleanze e i patti rievocati seguono tutti le passioni degli uomini più che degli eroi: la decisione di scendere in guerra di Menelao e Agamennone, suo fratello e re di Micene, risponde all’esigenza di vendicarsi del torto subito ma soprattutto a quella di assediare e radere al suolo Troia; a prevalere è la sete di conquista dei due re Achei, messa in risalto nella straziante rievocazione del sacrificio della figlia di Agamennone, Ifigenia, condotta dal padre stesso all’altare nuziale, che si rivelerà invece quello sacrificale. Il dolore e la conseguente follia della madre Clitemnesta risuonano nella maledizione di Andromaca verso coloro i quali scelgono di condannare il sangue del proprio sangue per un mucchio di pietre e di terra.

Così, le parole di Andromaca e del narratore prendono corpo tutt’intorno, fantasmi di carne, ossa e sangue. Ma soprattutto di passioni, quelle che spingono Menelao e Paride alla lotta corpo a corpo con la conseguente fuga di quest’ultimo; l’amore non vale quanto la pelle, in fondo.

Alla vergogna e all’ignominia del vigliacco fratello dovrà sopperire l’eroe e capo dell’esercito troiano: Ettore scende in campo e si ritrova ad affrontare Aiace, il più valoroso tra i combattenti Achei nonché cugino del semidio Achille. Il combattimento è però decretato alla pari dagli dei e i due alla fine si scambiano gesti di stima reciproca, contraltare del precedente combattimento.

Ma l‘Iliade di Franco Nappi non è solo guerra: il racconto di Andromaca si scontra con l’immagine reale di Ettore, nella rievocazione del loro ultimo incontro, delle ultime promesse, delle parole d’amore che sembrano lenire ferite ancora non inferte, ma che restituiscono solo lacrime e lacerazioni; i due amanti devono separarsi e Andromaca è costretta ad accettare il destino dell’eroe troiano.

Gli avvenimenti che seguiranno passano attraverso le cadenzate parole del narratore, che richiama gli avvenimenti fondamentali di quella che è una guerra lunga quasi un decennio, insieme con Andromaca, affranta e fiera principessa, moglie ma soprattutto madre. L’ira di Achille per la morte dell’amato Patroclo per mano di Ettore è solo evocata. Come la stessa Elena, quel drappo rosso sempre stretto intorno al braccio dei due amanti che alla fine viene da entrambi ripudiato e gettato via, vecchio cencio macchiato dal sangue e dalla polvere di una guerra combattuta in suo nome. “Niente” è quello che resta, “Niente” è alla fine Elena per Menelao, “Niente” per Paride.

La ninna nanna svela il suo destinatario al termine dello spettacolo; il fagotto nero, anch’esso un cencio, è vuoto, il figlio di Ettore è nell’Ade e Andromaca canta e racconta la storia di suo padre, della sua città, della scelleratezza delle passioni umane, ancora e ancora, affinché possa penetrare fino alle viscere della terra. Cosa resta? Niente. Eppure ancora e ancora le gesta degli eroi, l’amore delle donne e degli uomini risuonano e si reincarnano in parole e poi in corpi.

Una guerra di passioni

L‘Iliade – La guerra di Troia di Franco Nappi è la narrazione di fantasmi che prendono corpo grazie a quell’arma potentissima che è la parola, la quale, mescolata ai sentimenti e alle passioni, diventa racconto immortale. L’Iliade è il racconto di uomini, pedine in mano agli dei, che qui però, in questa veste modernizzante, sembrano volteggiare in scena con in mano il proprio cuore, le proprie passioni più profonde e intime, palesate ed esternate. Fantasmi di carne e sangue ma soprattutto emozioni, scelte fatte per onore o codardia. Ciò che resta, alla fine dello spettacolo, è la percezione di aver toccato con mano tutte le corde intime dell’umano, tutte le sue passioni, quelle che continuano a muovere gli uomini ogni giorno e che lasciano lo spettatore con in mano un niente che è in realtà tutto. 

 

 

Fonte immagine: Il Demiurgo.

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