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Eroica Fenice

La Fiera dell'Est, un tour esperienziale a San Giovanni a Teduccio

La Fiera dell’Est, un tour esperienziale a San Giovanni a Teduccio

La Fiera dell’Est, visita ai luoghi simobolo di San Giovanni a Teduccio

 

Sabato 26 Gennaio, organizzato dall’Onlus Maestri di Strada, si è tenuta La Fiera dell’Est, un tour esperienziale per le strade di San Giovanni a Teduccio, quartiere nella periferia ad Est di Napoli.

La Fiera dell’Est, il tour

Accompagnati da Piazza Garibaldi da una navetta fornita da I Maestri di strada, arriviamo alle 10 a San Giovanni a Teduccio, in piazza San Giovanni Battista, davanti l’omonima chiesa. Ad accoglierci ci sono i ragazzi del progetto teatrale Trerrote e il “Maestro scalzo”, il fondatore di Maestri di Strada Cesare Moreno.
La storia di Cesare, originario di San Giovanni a Teduccio, è una storia ricca, intensa, fatta di impegno e resistenza civile. Una storia fatta di tantissimi bocconi amari ingoiati ma anche di straordinari traguardi raggiunti, attestati e riconosciuti da importanti onorificenze come il titolo di Cavaliere della Repubblica, conseguito nel 2001 per le sue attività dedicate alla lotta alla dispersione scolastica e al recupero degli adolescenti in situazioni difficili. Tali lustri, però, non sembrano importare a Cesare che continua ad avere i suoi sandali ben piantati sul terreno, dedito all’attività quotidiana della sua Onlus.

I sandali li ha iniziati a indossare, come segno di protesta, più di venti anni fa.
Era il 1998, partì, con l’appoggio del ministro Livia Turco, il progetto della scuola alternativa Chance, contro la dispersione scolastica nelle difficili zone di San Giovanni a Teduccio, Quartieri Spagnoli e Soccavo. I fondi erano stati ricevuti ma non arrivavano i banchi e quindi Cesare, per protesta per l’appunto, iniziò a indossare i sandali.

«Chance aveva ricevuto i vestiti, (i fondi della Legge 285), ma le istituzioni erano carenti nelle attività ordinarie e di base: le scarpe»

Il progetto terminò nel 2009, per mancanza di fondi, ma la missione educativa di inclusione fu proseguita sempre da Cesare con la sua Onlus Maestri di Strada, fondata nel 2006 e interamente sostenuta da fondi privati, alla quale poi si sono affiancate negli anni altre associazioni come Trerrote (Teatro, Ricerca, Educazione) e le Mamme Sociali, che aderirono fin dall’inizio al progetto Chance.

Davanti alla statua di San Giovanni Battista, Cesare, coadiuvato dal regista di Trerrote Nicola Laieta, ci illustra la storia di San Giovanni a Teduccio.

Comune autonomo fino al 1925, prima di diventare una municipalità della città di Napoli, San Giovanni può vantare diversi primati fin dall’antichità, da quando ospitava la villa di Teodosia, figlia dell’imperatore romani Teodosio, dalla quale trae il nome l’intera zona (Ad Theodosiam, con l’evoluzione della lingua e del dialetto divenne, a Teduccio). L’attuale stazione, inoltre, sorge sugli antichi binari della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, ed è stata sede della prima industria conserviera del Mediterraneo, la Cirio, e della prima industria ferroviaria italiana, le Officine di Pietrarsa.

Primati spesso obliati nella memoria e divenuti dei meri feticci da quando, tra gli anni ’60 e ’70, ci fu la chiusura delle fabbriche che comportò un lento e logorante processo di desertificazione industriale e impoverimento sociale. Lo sviluppo economico e industriale non fu accompagnato da uno sviluppo culturale che potesse permettere la creazione di un solido tessuto sociale. Quella che prima era una piccola comunità di pescatori, con i suoi costumi e le sue tradizioni, divenne un agglomerato di persone perse in un mare di cemento, ai margini della periferia di una città.
Nel film I Cento Passi con Luigi Lo Cascio, c’è una scena in cui Peppino Impastato, intento nell’osservare insieme all’amico il panorama occupato dalla recente costruzione di un aeroporto, dice: «In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte, poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere».

In queste parole risiede la più grande paura di Cesare e Nicola: la rassegnazione dei ragazzi, l’incapacità di reagire a un ambiente senza stimoli e prospettive.

Quando c’è, la rassegnazione è molto più difficile da arginare rispetto all’aggressività, come racconta Nicola, perché quest’ultima è comunque una forma di reazione, di vitalità che va incanalata in altre direzioni, mentre la passività è un vuoto e costruire su un vuoto è frustrante non solo per i ragazzi ma anche per gli stessi educatori. La rassegnazione porta con sé la depressione e anche l’incapacità di riflettere, di distinguere ciò che è giusto o meno per se stessi. In questo modo, si continueranno a vedere le cose per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere, ad aver paura dei cambiamenti e ci si continuerà a crogiolare nella propria inerzia.
Dopo la statua, siamo condotti a Piazzetta Mao Tse Tung che affaccia sui due murales di Che Guevara realizzati dal writer Jorit Agoch che li fece precedere da un breve scritto sui social, per l’occasione letto da Carmine, un ragazzo del gruppo di Teatro:

«Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici, sì è vero ma lo siamo in modo diverso, siamo quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo. E in qualunque luogo ci sorprenda la morte che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi. Il guerrigliero impugna le armi per rispondere all’ora del popolo contro l’oppressore e lotta per cambiare il regime sociale colpevole di tenere i suoi fratelli inermi nell’ombra e nella miseria. Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca storica si potrà avere la libertà senza lotta»

Parole forti, intense, dettate da un amore, quello della lotta per la libertà, che potrebbero sembrare contraddittorie, ma che invece mostrano una maniera di rapportarsi alla vita emotivamente viscerale e assoluta. Una meccanica molto simile a quella con cui si rapportano molti ragazzi di San Giovanni e quelli delle periferie di tutto il mondo, come spiega Nicola, che crescono in un disordine emotivo disastroso, in cui ogni minima facezia può causare effetti catastrofici. Il disordine emotivo non rimane confinato all’”interno” ma si ripercuote su ogni aspetto della vita, anche in quelli più pratici. Obbiettivo principale dei Maestri di Strada è quindi quello di insegnare ai ragazzi a riflettere su stessi e a gestire le proprie emozioni. Per farlo c’è bisogno di un sostegno, di un tessuto sociale che permetta loro di sentirsi parte di una comunità.

Vediamo poi anche gli altri due murales retrostanti il Bronx, quello di Niccolò un ragazzino autistico accanto al murales di Maradona (Dios es umano), un binomio antitetico sulla grandezza e allo stesso tempo la fragilità della condizione umana; visitiamo il Parco Troisi, dove alcuni ragazzi ci spiegano la pratica del Calisthenics, e facciamo una breve sosta a casa di Maria, una Mamma Sociale che ci offre una gustosa merenda, dove assistiamo a una piccola parte dello spettacolo “Me Sfasterij”.

Il tour fa la sua penultima tappa sul lungomare, dove Ciro, membro della comunità di pescatori, ci racconta, con molta distensione, alcune eroiche gesta della Napoli dei contrabbandieri di “Meroliana” memoria.

Dopo queste tappe, appare più nitido il progetto dei Maestri di Strada di creare dei collegamenti tra le persone e i luoghi simbolo di San Giovanni per creare un’identità.
Il tour si conclude a casa di Cesare che insieme a Maria, un’altra Mamma Sociale, imbastisce una grandissima tavolata per il pranzo (ne eravamo tantissimi, almeno 25, nda).

Dopo il pranzo abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di Maria e di Giuseppe Di Somma, un educatore di Maestri di Strada, e nuovamente le testimonianze di Cesare.

La Fiera dell’Est, considerazioni

Quello che colpisce è la grande lungimiranza di questa enorme rete di cittadinanza attiva costituita da Maestri di Strada, Trerrote e Mamme Sociali. Sono consci, ma forse anche un pizzico troppo severi con se stessi, di essere soltanto all’inizio di un percorso di cittadinanza e resistenza civile dai tratti utopici. C’è ancora tanto da fare ma non si tirano indietro, progettano il tutto con grande determinazione, competenza e cognizione di causa. C’è spazio per l’intraprendenza, per le idee, ma non per l’improvvisazione, non portano avanti i loro progetti a casaccio, tanto per, animati da un superficiale senso borghese cristiano della carità.

Lo fanno, prima di tutto, cercando di stimolare la passione negli educatori, (che sono molto spesso psicologi, insegnanti, pedagogisti, non persone a caso), che devono farlo in primis per loro perché lavorare in progetti di inclusione per ragazzi in zone difficili è un lavoro che comporta molti fallimenti e molte frustrazioni. Bisogna lottare non solo contro situazioni familiari e sociali spesso irrecuperabili ma anche contro l’elefantiaca macchina burocratica dei servizi scolastici e sociali, troppo lenta e incapace di sanare davvero i problemi, e la stessa esasperazione e incapacità di molti insegnanti a rapportarsi a queste situazioni così difficili. Lavorano inoltre cercando accordi e convenzioni con le scuole e le università (con loro lavorano e hanno lavorato tanti studenti tirocinanti di facoltà come Scienze dell’Educazione, nda).

Già da adesso stanno progettando il futuro formando alcuni dei ragazzi più grandi del quartiere come peer educator, educatori alla pari a metà strada tra un insegnante e un fratello, che possano avere le competenze del primo ma l’informalità e l’affetto del secondo.

Un impegno giornaliero faticoso che portano avanti con tenacia a più livelli, da quelli più formali (accordi con università, seminari etc etc) a quelli più pratici e concreti, che possono consistere nel progetto teatrale ma anche soltanto nell’ascolto di una lamentela di un ragazzo.

 

 

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