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Eroica Fenice

arte urbana

Profilo di emozioni a cielo aperto: arte urbana

È magia che grida, denuncia, che s’impone, anomalia che incanta: è l’arte a cielo scoperto che si fa guardare anche dai distratti, è arte urbana.

L’arte urbana, globalmente detta street art, non ha una definizione che la circoscriva in un modus o un periodo ben definito, anzi potremmo descriverla come l’insieme di tutte quelle forme d’arte che nascono e si stabiliscono in luoghi pubblici, a cui chiunque può accedere, artisti e curiosi. La caratteristica più forte dell’arte urbana è probabilmente l’artista che se ne fa messaggero: il fine è comunicare, che sia un sentimento che esige di vedere la luce, un muro da abbattere o una fiamma da tenere accesa in nome della speranza che il sole un giorno splenda davvero per tutti. L’arte urbana nasce, dunque, dall’immortale esigenza sociale di farsi ascoltare: un insieme di linee e colori sono i segni del linguaggio universale di chi ha qualcosa da dire. Sembrerebbe di ascoltare un dialogo a tre voci, quello tra il territorio, l’artista e la sua passione. Quando l’arte chiama, chi l’ascolta risponde con ogni mezzo.

Arte urbana tra graffiti e murales

Lo ha detto il più celebre tra gli esponenti della street art, il provocatorio Banksy, che “l’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”. Non per questo, però, l’ arte urbana va confusa e mischiata con il graffitismo e il muralismo.

Figlio della cultura hip-hop, il graffito è legato alla forma delle parole, alla vernice spray e all’identità del suo autore (al punto che il semplice logo o nome d’arte del “graffitaro” è da considerarsi un graffito). Non a caso, in inglese il fenomeno viene detto Graffiti Writing o semplicemente Writing: quando si parla di graffiti ci si riferisce, infatti, a scritte dagli stili più disparati, mai a disegni o simboli. Al graffitismo, inoltre, viene spesso associato il fenomeno del vandalismo, eppure i graffitari che hanno a cuore l’arte (e che su di essa, da artisti, compiono un lavoro di studio e di ricerca) si dissociano dai criminali che sfigurano edifici pubblici e d’immenso valore storico-artistico, delinquenti che difendono un reato come atto di denuncia sociale. Solitamente, infatti, le amministrazioni comunali mettono a disposizione spazi inutilizzati o periferici in cui chiunque può sentirsi libero di far passare la sua visione del mondo attraverso la bomboletta e i pennelli.

Ancora sui muri, ancora diversi, sono i murales. Un murale (in spagnolo mural) è a tutti gli effetti un dipinto senza cornice, un quadro fatto direttamente su una parete e che si estende su tutto lo spazio disponibile o necessario. Da strumento di lotta sociale a espressione creativa che impreziosisce un luogo e attira spettatori, i murales rientrano perfettamente in ciò che l’arte urbana è e rappresenta. Il muralismo colora, come ha ricolorato il quartiere romano di Tor Pignattara: è I Love Torpignart, un progetto supportato da gallerie d’arte e dai cittadini della zona (un tempo disastrata, oggi inserita negli itinerari di turisti interessati) che hanno visto le facciate delle loro abitazioni prendere vita attraverso i disegni di bravissimi artisti di strada. Il muralismo tiene anche compagnia: il Castello di Zakula si trova a Cormano ed è un vecchio capannone industriale abbandonato, casa di murales che si contendono dal muro più vasto a quello più piccolo. È Zakaria Jemai il conte Zakula che ha fatto di quella fortezza la sua dimora (letteralmente, dato che questo museo di street art è stato dotato anche di stanze, bagni e una cucina). Nel tempio di Zak coesistono malinconia e vitalità, artisti provenienti da ogni parte del mondo chiedono all’unico inquilino del castello di entrare e lasciare il loro contributo.

Ma soprattutto, il muralismo è rinascita: chi cerca qualcosa di straordinario è il benvenuto nel Parco dei murales di Ponticelli. Ideato e progettato da INWARD Osservatorio sulla Creatività Urbana, dal 2015 il Parco Merola non è più un semplice complesso residenziale quanto un vero e proprio museo a cielo aperto. Artisti da ogni parte d’Italia hanno partecipato alla creazione di questa metamorfosi. “Je sto vicino a te” è il monumentale murale del pugliese Hope (nome d’arte di Daniele Nitti), in cui, come simbolo della solidarietà e fratellanza che uniscono (e dovrebbero unire), su un tappeto di stelle tante case simili a palafitte sono collegate da ponti e strade, percorse da bambini, famiglie, semplicemente uomini. Si pensi alla bellissima Ael, protagonista del ritratto-murales “Tutt’egual song’e criature” del napoletano Jorit AGOch che, dopo averla incontrata in un campo rom di Scampia, ha deciso di dipingerla circondata da una pila di libri, gli stessi che Ael vorrebbe avere l’opportunità di studiare, per crescere e conoscere. O ancora “‘A Mamm’ ‘e Tutt’ ‘e Mamm’” della sarda La Fille Bertha, una rivisitazione della Madonna della misericordia di Piero della Francesca: una donna dai tratti dolci e stilizzati, agghindata come una principessa, che protegge nel suo mantello azzurro due bambini è un inno alla maternità e alla femminilità, un plauso a chi sceglie e accetta di essere madre insieme all’essere donna.

Insomma, l’ arte urbana somiglia a un sentimento, con i suoi sintomi e la sua consapevolezza di esistere, la difficoltà di essere spiegata, l’esigenza di essere sentita. È l’energia dei colori che straripano e dipingono gli occhi di chi guarda.

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