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Eroica Fenice

Cancella, che io riscrivo

Indignati. Amareggiati. Stanchi.

È così che si presentano i cori che inquinano il web, forse le piazze, probabilmente le teste di chi ha ritenuto di dover arricciare le labbra in una smorfia di disappunto e di dirsi oltraggiato dallo spettro di un provvedimento che cancella o meglio cancellerebbe con un cassino tutto nuovo e pulito l’insegnamento della Storia dell’Arte dalle scuole italiane. C’è chi tenta di ribellarsi, chi cerca di capire quanto vera sia la notizia  relativa alla cancellazione della Storia dell’Arte e chi invece si accanisce contro altri insegnamenti, reputandoli meno ‘importanti’ della Storia dell’Arte, e si domanda perché non porre in discussione anche quelli. Dopotutto, a chi può interessare della Religione o dell’Educazione Fisica? A chi? Non sono certo materie utili! Ma neanche sapere chi è Caravaggio e distinguere un artista impressionista da un dadaista è utile; come è assolutamente inutile conoscere il pensiero di un filosofo qualsiasi o saper distinguere un testo in prosa da uno in rima. Si vive lo stesso, anche senza pittori, scrittori, filosofi e musicisti. Ma si vive lo stesso anche senza scoprire cosa accidenti c’è su Venere e senza conoscere le probabilità che ha l’Orso Polare di essere ancora sulla Terra tra cento anni.

Si vive lo stesso, certo, ma come?

L’attenzione non va posta sull’ipotetica abolizione di questa o quella disciplina, sull’utilità o l’inutilità pratica di questa o quella conoscenza; l’attenzione va rivolta alla conoscenza in sé, che non è solo un diritto – come spesso si professa –, ma è anche e soprattutto il mezzo per vivere anziché esistere e accontentarsi dei pensieri altrui. Conoscere Delacroix non corrisponde a conoscerne lo stile e qualche sciocco dato biografico, ma corrisponde a essere a conoscenza di uno spaccato della storia dell’umanità, significa cercare di intrufolarsi nella vita di chi è vissuto e ha voluto lasciare un’impronta del suo passaggio, un’impronta che grida “devi farlo anche tu, devi costruirla anche tu, l’impronta”.

Non è la Storia dell’Arte che va via, ma la voglia di lasciarla, quest’impronta, di costruirsi da sé, di distaccarsi dalle immagini tra loro identiche, che sono frutto di una laboriosa industria che s’affanna a sformare sagome tutte uguali. E sì, ho scritto laboriosa, perché lo è: è un’industria che lavora notte e giorno, quarantottore su ventiquattro, e s’ammazza di fatica e suda e lavora ancora, perché è terribilmente impegnativo estirpare le coscienze e ammutolire la ragione. È impegnativo, ma non impossibile, purtroppo. E allora teniamola alta, questa attenzione, ammazziamoci di fatica anche noi: notte e giorno e sette giorni su uno e sudiamo e rimbocchiamoci le maniche e sudiamo di nuovo, perché chi vuole inebetirci non se le prende mica, le ferie.

Il cassino tutto nuovo e pulito tenterà sempre di cancellare ciò che è scritto sulla grossa lavagna delle opportunità e degli insegnamenti, reputando quei contenuti ‘inutili’, ma questo non deve essere un problema. Quand’ero bambina, ci si impegnava a cercare tra l’erbetta o sull’asfalto dei piccoli sassi che chiamavano ‘gessetti’, perché usati per fare scritte bianche sull’asfalto nero, proprio come il gesso sulla lavagna di scuola; il cassino tutto nuovo e pulito non c’era tra l’erbetta e l’asfalto: si poteva scrivere, ma non cancellare. Che l’industria laboriosa fabbrichi pure i suoi cassini, il nostro gessetto è tra le strade, che aspetta solo d’essere trovato, anzi, lo pretende.

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