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Eroica Fenice

Esperimento-sfida: è di Prato la classe #socialzero

Una settimana senza cellulare e connessione internet: lo stimolante esperimento è stato proposto e realizzato da Marcello Contento, docente di Economia Aziendale presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Dragomari” di Prato, insieme ai suoi circa trenta alunni di età compresa tra i 15 e i 17 anni, che hanno accolto la sfida di rinunciare al telefonino e a ogni connessione con la rete Internet per ben sette giorni, con entusiasmo e curiosità di mettersi alla prova; un po’ per provocazione un po’ per gioco, sulla scorta di una partecipata lezione sull’era pre-digitale, l’insegnate ha suggerito di riporre, lo stesso in primis unitamente alla sua classe, tutti i propri irrinunciabili smartphones in una scatola, per una settimana di “disintossicazione” da Facebook, Instagram, WhatsApp, Ask e web. «Sveglia alle ore sette, doccia, caffè, jeans, camicia, parcheggio, auto e via in direzione scuola. Tra pochi minuti parte la nostra avventura. Al suono della campanella entreremo a scuola e inizieremo a vivere questa esperienza nel modo più semplice che esiste, facendo gioco di squadra, insegnanti e alunni insieme. Naturalmente non sarà facile prevedere i risultati, ma vi assicuro che comunque andrà i miei alunni hanno già vinto. Buona settimana a tutti. Ci vediamo lunedì prossimo»: così scriveva lunedì 15 maggio, nel primo giorno della sfida, il professore Contento, 35 anni, siciliano di Alcamo, sulla pagina Facebook “Social zero”, vero e proprio “diario di bordo” in cui è stato effettivamente possibile seguire l’andamento dell’interessante esperimento.

L’originale esperimento al suo VIA! 

Per gli studenti il primo giorno è stato il più duro: l’avvio è letteralmente avvenuto tra le lacrime; staccare la spina da quello che è ormai divenuto soprattutto per i teenagers un mondo parallelo, in cui tuffarsi ad ogni occasione, è apparso radicale e incolmabile. Silvia, 16 anni, ha pianto dopo aver consegnato il suo cellulare: «Ero “impanicata”, l’idea di stare senza il web per una settimana mi faceva morire, ma poi ho ceduto»; lo stesso professore Contento ha riconosciuto la sua difficoltà iniziale nell’abituarsi a vivere senza smartphone. Tuttavia, la classe ha trovato il modo di riempire i lunghi pomeriggi senza Internet con momenti di svago enigmistico, con una scampagnata presso una fattoria didattica, con visite ai musei di Firenze, con lezioni di teatro e con un aperitivo collettivo, rigorosamente senza social, nel centro di Prato. È stato così che le giovani “cavie” hanno iniziato gradualmente a riscoprire il piacere di una chiacchierata realmente sociale, frutto di organizzazione programmata e voluta, non meramente virtuale, distante e fin troppo facile ad aversi. Uno studente ha confessato: «Ho fatto le parole crociate con mia madre, abbiamo parlato insieme un pomeriggio, non succede mai»; il drastico esperimento, insomma, ha fatto sì che la quotidianità, per questa trentina di nativi digitali, diventasse davvero colma e tangibile.

L’esito della sfida #socialzero

Da disconnessi, il parlare ritorna a essere fondamentale: sia in famiglia, dove i cellulari sono ormai sempre più gli unici compagni di cene e dopocene, sia tra gli amici, dove si comunica sempre più abitualmente via audio su WhatsApp o immagini su Instagram. E in effetti, l’esito dell’originale esperimento ha confermato come, dopo la sofferenza iniziale, si siano rinnovate le lacrime dell’esordio, sebbene per il motivo opposto: «Non hanno pianto perché rientravano in possesso del cellulare, ma perché era finita una settimana così divertente e piena», ha spiegato il professore. I ragazzi hanno iniziato ad apprezzare la vita senza social tanto da proporre al docente di inaugurare una nuova settimana di astinenza. «Quando ho restituito loro i cellulari – conclude il professore artefice della sfida – non si sono precipitati a controllare i messaggi ricevuti e le notifiche. “Prof”, mi ha detto Amin, “è stata una delle settimane più belle della mia vita, ne facciamo un’altra?”. Alcuni genitori sono venuti a ringraziarmi: questo Paese si cambia con i piccoli gesti, con gli esempi; e se i miei ragazzi avranno un rapporto migliore con i familiari, potrò dire di aver insegnato loro qualcosa di importante».

Indubbiamente, questa piccola grande vittoria ci induce a riflettere sulla reale esigenza, per i giovani d’oggi, così visceralmente legati alla pseudo-vita social, di sganciarsi da una percezione erronea dei rapporti comunicativi e delle relazioni autentiche, e di riappropriarsi di sé, dei propri reali spazi mentali, familiari e amicali: soprattutto, è fondamentale che essi imparino a difendere il proprio privato dallo “spiattellamento” tanto in voga del proprio vissuto, che a lungo andare può far perdere il controllo del confine che necessariamente deve esservi posto. Anche perché la tecnologia non va demonizzata, semplicemente dosata; quanto essa può essere utile alla ricerca, alla conoscenza, al mantenimento dei rapporti parentali a lunga distanza, tanto la stessa può essere lesiva delle capacità di relazione, della percezione del reale, della salvaguardia del linguaggio. Proprio per questo, la proficua sfida del giovane docente va segnalata e posta a modello di futuri progetti, al fine di sperimentare la percezione di un tempo che, opportunamente gestito, può rivelarsi dilatato, da mettere a frutto con infinite, concrete possibilità

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