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Disturbi specifici di apprendimento: il ruolo della scuola

Disturbi specifici di apprendimento: il ruolo della scuola

Disturbi specifici di apprendimento: qual è il ruolo della scuola?

Negli ultimi anni e in particolar modo nei contesti scolastici e formativi, si è sempre più sentito parlare di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Se da un lato questo favorisce una maggiore conoscenza e sensibilizzazione al tema, dall’altra genera situazioni in cui diventa ancora oggi complesso caratterizzare il disturbo sulla base di una diagnosi che necessita la considerazione di diversi indicatori.

La legge 170 del 2010 definisce i diritti dei soggetti con specifiche e/o differenti modalità di apprendimento, primo fra tutti avere un P.D.P. (Piano didattico personalizzato) mediante il quale il bambino ha diritto ad usufruire di provvedimenti dispensativi e compensativi. Il piano dovrà contenere le strategie e le metodologie didattiche più idonee ai fini di una maggiore efficacia dell’apprendimento.
Diventa, ad oggi rilevante considerare la connessione intrinseca tra gli aspetti emotivi, cognitivi, motori e osservare come il termine «disturbo dell’apprendimento sia un’espressione ombrello che raccoglie una gamma diversificata di problematiche nello sviluppo cognitivo e nell’apprendimento scolastico, non imputabili a fattori di handicap grave» [C. Cornoldi].

I Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), così come evidenziato dalla Consensus Conference del 2010, sono di origine neurobiologica, lasciano intatto il normale funzionamento dell’intelligenza, non compromettendo di fatto altri tipi di abilità se non quelle dominio-specifiche che possono riguardare la lettura, l’orotografia, la grafia e il calcolo. I DSA costituiscono un diverso stile di apprendimento dovuto ad una neurodiversità.

Una scuola a misura di bambino

Oggi è fondamentale una scuola che crea e non una scuola che replica. Bisognerebbe uscire per questo dall’idea secondo la quale “l’errore è da evitare” e rivoluzionare un sistema di credenze e attribuzioni controverse che incidono sull’idea che ci facciamo dell’apprendimento e di guardare alla conoscenza come ad un processo dinamico e aperto. Quelli che noi consideriamo “bravi studenti” posseggono non solo una competenza specifica relativa al compito da risolvere, ma un’abilità sociale nel riuscire a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali all’interno di una sistema di attese reciproche (studente-insegnante).

Diventa difficile all’interno di uno scenario variegato e in continua evoluzione, gestire la complessità, accoglierla e conoscerla assumendosene rischi e responsabilità. Il concetto di apprendimento comprende tutto l’arco di vita del soggetto, e la scuola insieme agli insegnanti deve essere in grado di rispondere alla pluralità delle differenze promuovendo una concezione di sapere differenziale e flessibile attraverso l’uso di strumenti in grado di rispondere in maniera efficace alle attitudini personali di cui ogni soggetto è portatore nel rispetto e per la valorizzazione di competenze diverse.

Motivazione e autostima predittori dell’apprendimento

Se un insegnante crede che uno studente sia meno dotato lo tratterà, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri. Lo studente interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza.
L’autostima è un predittore della capacità di apprendimento, in quanto fornisce una rappresentazione del sé, delle proprie abilità e delle proprie competenze. I bambini con DSA – secondo numerose ricerche – presentano bassi livelli di autostima, bassa motivazione e stili di attribuzione disfunzionali. È dunque necessario individuare le caratteristiche di ogni studente per progettare interventi su misura, stimolare i loro interessi affinché possano sentirsi incoraggiati a sperimentare e a sviluppare interessi creativi rimediando i punti di debolezza, costruire una rete di sostegno che possa contenerlo nei momenti di difficoltà. Se gli allievi saranno aiutati dall’insegnante, dai genitori e dai pari ad essere propositivi, a mettere in discussione gli argomenti trattati, a guardare a risolvere i problemi assumendo una visione più ampia e sistemica, allora sarà possibile migliorare il loro approccio all’apprendimento. Laddove invece l’allievo non dimostri consapevolezza delle sue potenzialità, è importante che l’insegnante e il genitore provvedano a sviluppare i suoi interessi stimolando i processi metacognitivi superiori dediti a controllo, alla gestione del sé e alla consapevolezza dei propri vissuti.

Lo stile che fa la differenza

La valorizzazione di stili di apprendimento differenti, e dunque la combinazione di diverse intelligenze, significa oggi – in un mondo che corre e chiede prestazioni elevate – investire su di sé, sul proprio modo (e mondo) interiore di fare e di apprendere, all’interno di un processo che dall’esterno va verso l’interno. Significa, ancora, trasformare la funzione sociale e comunicativa dei segni (interpersonale) in funzione intellettuale (intrapersonale). Questo è possibile quando allarghiamo la prospettiva spostando il processo d’insegnamento da un codice concettuale astratto (verbale) a uno immaginativo, analogico, intuitivo. Significa non considerare lo studio come mera trasmissione della conoscenza dove il libro diventa l’unico ed esclusivo mediatore della relazione tra insegnante e studente. Costruire un significato oggi significa sviluppare capacità di sintesi creativa in grado di collegare unità isolate di cose, azioni, parole, frasi, all’interno di uno schema di riferimento che fornisca senso a queste unità. I soggetti con DSA sono in grado di far questo, di costruire sensi possibili, percorsi interpretativi differenti.
«La formazione, in particolare in questo periodo storico che noi tutti stiamo vivendo – si presenta come un progetto politico, come trasformazione della cultura, ma anche come grande consapevolezza del valore primario del sapere nella società mondializzata, come fonte insostituibile di libertà individuale e di sviluppo sociale.» [Alberici,2008].

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