Ex Ilva di Taranto: morti sul lavoro e il caso Loris Costantino

Morire all’ex Ilva sembra essere diventata una tragica consuetudine. L’ultima vittima si chiamava Loris Costantino, aveva 36 anni, viveva a Talsano con la moglie e due figli e lavorava nell’area del siderurgico di Taranto per una ditta dell’indotto, la Gea Power. Il 2 marzo 2026 stava effettuando pulizie preliminari sulla linea E del reparto Agglomerato quando il grigliato metallico su cui camminava ha ceduto all’improvviso. Un volo di circa dieci metri, lesioni gravissime al torace e a un braccio, il trasporto d’urgenza all’ospedale Santissima Annunziata e poi la morte.

Cronologia e cause delle morti sul lavoro all’ex Ilva (Gennaio-Marzo 2026)

Data Vittima Dinamica e luogo dell’incidente
12 gennaio 2026 Claudio Salamida (46 anni) Caduta per cedimento grigliato in Acciaieria 2 (volo di 8 metri).
2 marzo 2026 Loris Costantino (36 anni) Caduta per cedimento grigliato Reparto Agglomerato (volo di 10 metri).
Elemento comune: Cedimento strutturale delle passerelle e carenza di manutenzione.

Le tragedie gemelle del 2026 e l’inchiesta “Ambiente Svenduto”

Cinquanta giorni prima dell’incidente di Costantino, il 12 gennaio, era toccato a Claudio Salamida, 46 anni, addetto al controllo sicurezza, precipitato da un’altra passerella per il cedimento di un grigliato in Acciaieria 2. Anche lui un volo nel vuoto, otto metri. Anche lui una famiglia spezzata. Stessa dinamica, stesso stabilimento, stesso epilogo. L’ILVA di Taranto, oggi gestita da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, è la più grande acciaieria d’Europa e insieme una delle più controverse. Anche gli studi di infortuni sul lavoro mostrano un quadro inquietante per il settore industriale italiano.

Dal 2012, anno dell’inchiesta “Ambiente Svenduto” coordinata dalla Procura di Taranto, lo stabilimento è al centro di una vicenda giudiziaria, sanitaria e politica senza precedenti. I giudici disposero il sequestro degli impianti dell’area a caldo per disastro ambientale, contestando emissioni nocive e un impatto sanitario drammatico sulla popolazione. La sentenza di primo grado del processo “Ambiente Svenduto”, arrivata nel 2021, ha riconosciuto un sistema di gestione che, secondo l’accusa accolta dal tribunale, anteponeva la produzione alla tutela della salute e dell’ambiente. Nel frattempo la Corte costituzionale, con diverse pronunce tra il 2013 e il 2018, ha esaminato la legittimità dei cosiddetti decreti “salva-Ilva”, provvedimenti con cui i governi succedutisi hanno consentito la prosecuzione dell’attività produttiva nonostante i sequestri, nel tentativo di bilanciare diritto al lavoro e diritto alla salute.

La politica e i sedici interventi normativi “Salva-Ilva”

Dal 2012 a oggi si contano sedici interventi normativi straordinari dedicati allo stabilimento, tra commissariamenti, proroghe, scudi penali per i gestori e deroghe che hanno sollevato più di una perplessità tra i costituzionalisti. Ogni governo ha promesso una soluzione definitiva: ambientalizzazione, rilancio industriale, riconversione. Anche l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha inserito il dossier tra le priorità, affidandolo al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Nell’estate scorsa è stata varata una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale. Nelle relazioni tecniche collegate, tra cui tre distinte valutazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, sono state evidenziate criticità e margini di incertezza nella stima del rischio sanitario in caso di prosecuzione dell’attività produttiva, richiamando la necessità di ulteriori misure di mitigazione. Documenti ufficiali che parlano di lacune nei modelli previsionali e nella valutazione cumulativa delle esposizioni, mentre la fabbrica continua a produrre.

La scia di sangue: 25 lavoratori morti dal 2003

Nel frattempo, dentro i reparti, si continua a morire. Dal 2003 a oggi sono almeno venticinque i lavoratori che hanno perso la vita in incidenti nello stabilimento di Taranto. Cadute da ponteggi e passerelle, crolli di gru, esplosioni, schiacciamenti tra tubi e macchinari, travi precipitate dall’alto. Nomi e date che compongono una dolorosa poesia della morte operaia: Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, travolti dal crollo di una gru nel 2003; Saverio Paracolli, morto dopo giorni di agonia nel 2004; Silvio Murri, Gianluigi Di Leo, Giovanni Satta; Luciano Di Natale, Andrea D’Alessano, Domenico Occhinegro; Gjoni Arjan, Antonio Alagni, Zygmunt Paurovvicz e molti altri. Storie diverse, dinamiche differenti, ma un filo comune fatto di manutenzioni carenti, impianti vetusti, lavorazioni ad alto rischio.

Le indagini della Procura e il nodo manutenzione

Le morti di Loris Costantino e Claudio Salamida riportano l’attenzione su un elemento che inquieta: il cedimento di grigliati metallici su passerelle di servizio, strutture teoricamente sottoposte a controlli periodici. I sindacati denunciano da mesi lo stato di degrado degli impianti e la necessità di investimenti strutturali per la messa in sicurezza. Dopo l’ultimo incidente, la Procura di Taranto ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, sequestrato l’area e disposto accertamenti tecnici. Il sindaco della città ha dichiarato che, se quei luoghi non sono sicuri, la fabbrica deve fermarsi. Questi drammi ricordano come le storie dietro i numeri delle morti sul lavoro debbano spingerci a esigere maggiore prevenzione.

Taranto vive da decenni in un equilibrio precario tra lavoro e salute. Le perizie epidemiologiche agli atti dei procedimenti giudiziari hanno documentato un eccesso di mortalità e di patologie in alcuni quartieri esposti alle emissioni industriali. Allo stesso tempo, migliaia di famiglie dipendono direttamente o indirettamente dal siderurgico. È in questa frattura che si inseriscono le scelte politiche degli ultimi quattordici anni, sospese tra esigenze produttive, vincoli ambientali, trattative con investitori e interventi pubblici.

Riavvolgere il nastro forse serve a capire come si sia arrivati fin qui. Dal sequestro dell’area a caldo nel 2012 alla lunga stagione dei decreti urgenti, fino all’attuale amministrazione straordinaria, l’ex Ilva è rimasta un cantiere aperto, giuridico e industriale. Ma mentre la politica discute di piani industriali e transizione ecologica, dentro lo stabilimento si continua a camminare su passerelle che cedono. E ogni volta la scena si ripete: un volo nel vuoto, un’ambulanza che corre verso l’ospedale, uno sciopero di ventiquattr’ore, un’inchiesta giudiziaria. Poi il silenzio, fino alla prossima tragedia.

Crisantemi d’Acciaio

La morte crede di entrare
in quel che è buono e cattivo,
come un vento contabile
che drena mari e nuove montagne
senza distinguere il sale dalla ferita.
Ha mani d’archivio,
sfoglia i registri del giorno,
guarda gli strumenti,
il numero nudo degli uomini che fanno,
le mani che si affannano
dove sudano, lavorano, coabitano
con la ruggine che mastica piano.
La morte con la polvere rossa
prende il loro corpo
triturato dai giorni
tirati su a caffè
e pane duro di necessità.
Li conta come bulloni caduti,
come scintille che non fanno notizia
se non al buio.
All’incrocio nel quale si riconoscono,
sguardi brevi tra un turno e l’altro,
c’è cecità,
e l’indifferenza illuminata
da un neon malato
scivola sopra le tute appese.
La necessità, più dura della caduta,
produce una nuova specie:
uomini che respirano fumo
e chiamano futuro ciò che brucia,
che misurano il tempo a sirene,
e affidano la speranza
a un casco appeso a un chiodo.

 

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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