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Eroica Fenice

I migranti climatici: un report sui nuovi migranti

Migranti climatici: chi sono e quali sono i diritti delle vittime dei cambiamenti ambientali

Nell’Agenda 2030 (valida nel periodo 2015-2030), nella quale sono elencati 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (e 169 target specifici), concordati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, si rendono noti non solo preoccupanti dati relativi alla povertà, alla fame, all’istruzione, ai cambiamenti climatici, all’acqua e all’ambiente, all’uguaglianza sociale, ma si sottolinea anche l’urgenza di «adottare misure urgenti per contrastare il cambiamento climatico e i suoi impatti», specificando che proprio l’Asia e il Pacifico sono fra i più vulnerabili agli effetti dello stesso cambiamento climatico (obiettivo 13).

Sono infatti proprio i cambiamenti climatici ad aver contribuito alla definizione sociale dei cosiddetti migranti climatici. Tuttavia, questo termine era già stato introdotto da Lester Brown nel lontano 1976, quando il migrante climatico era chi era costretto ad allontanarsi forzatamente dalla propria residenza a causa di un estremo evento climatico e il numero dei migranti climatici non era ancora ben definito.

Poi, nel 1989, l’ex direttore dell’Agenzia per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), Mustafa Tolba, parlò di circa 50 milioni di potenziali migranti climatici. Nel 1990 l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) accese i riflettori sulle migrazioni quale conseguenza della “crisi climatica”, per poi accettare i pronostici del professor Norman Myers, nel 1997, che ipotizzò 25 milioni di persone, anticipando che il numero sarebbe cresciuto fino ai 200 milioni nel 2050.

Ebbene, nonostante le stime di Myers furono ritenute infondate, sembra proprio che l’ambientalista inglese avesse calcolato con una certa precisione, quanto sta accadendo attualmente. Infatti,  secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei paesi dell’Africa sub sahariana (86 milioni), dell’Asia meridionale (40 milioni) e dell’America Latina (17 milioni), potrebbero muoversi forzatamente. Dal 2008 sono già 25 milioni le persone che ogni anno sono costrette a lasciare le proprie case (Internal Displacement Monitoring Center (IDMC).

Ma chi sono i migranti climatici? Queste persone, costrette a migrare a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla propria vita presente e futura, sono stati definiti in più modi: migranti forzati dall’ambiente (forced environmental migrant o environmentally motivate migrant), rifugiati climatici (climate refugee), rifugiatia causa del cambiamento climatico” (climate change refugee), persone abitanti a causa delle condizioni ambientali (environmentally displaced person), rifugiati a causa dei disastri ambientali (disaster refugee),  “eco-rifugiati” (eco-refugee).

I migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro paese sia uscendo dai confini del proprio Paese. Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM).

Il riscaldamento globale, l’effetto serra e l’aumento delle temperature, l’acidificazione degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, l’innalzamento delle acque, il repentino mutamento delle condizioni meteorologiche, l’intensità di eventi meteorologici quali siccità e cicloni, incendi, piogge e inondazioni, l’estinzione di certe specie vegetali e animali, inevitabilmente costituiscono i principali fattori di alterazione della vita umana sul territorio.

Secondo l’IPCC gli impatti dell’emissione, se non ridotta, dei gas serra, principali responsabili del global warming, saranno disastrosi non solo per le specie e per gli ecosistemi, ma anche per le persone. Le principali vittime di questo fenomeno abitano proprio nelle regioni del Sud del mondo, soprattutto nei continenti asiatico e africano, dove il cambiamento climatico costituisce un ‘acceleratore’ della già iniqua distribuzione di risorse e acqua sul territorio. Ma le cause dei loro spostamenti sono connesse anche alle risorse dei propri paesi e comunità e alla posizione degli stessi.

La vulnerabilità è la caratteristica principale dei migranti climatici, ovvero la “propensione o predisposizione ad essere affetti negativamente” dai cambiamenti climatici, e “la mancanza di capacità di far fronte e adattarsi”.

Certamente, le problematiche che sorgono sono collegate alla necessità di far fronte a queste migrazioni: attualmente le città e le aree urbane (individuate dal rapporto “Groundswell. Preparing for internal climate migration della Banca Mondiale”) nelle quali si stabiliscono i migranti climatici (ipotizzato il 70% entro il 2050: la direttrice della Banca Mondiale, Kristalina Georgieva, lo ha definito population shock”), non sono in grado di gestire questioni come servizi sociali, abitazioni o lavoro. Pertanto non si può non pensare agli inevitabili costi umani che anche tale tipologia di migrazione portano con sé, cominciando a prevedere anche un aumento degli abitanti nelle baraccopoli (40% nel 2050), senza adeguate condizioni igienico-sanitarie e in estrema miseria. Filippine, Bangladesh, India, Somalia sono i paesi con i casi più estremi di questi mutamenti. E con l’aumento della densità demografica e della domanda di risorse aumenteranno anche le tensioni politiche e le possibilità di conflitto.

Inoltre, è ancora lontano un riconoscimento giuridico di queste persone che nel dibattito politico sono state spesso incluse fra i migranti a causa delle guerre o fra migranti per ragioni economiche. Nel 2016, nella Dichiarazione di New York dell’ONU veniva formalmente riconosciuto l’impatto dei cambiamenti climatici sulle migrazioni, ma anche dell’alta densità di una popolazione su un territorio, laddove magari siano già state riscontrate scarse risorse. Nel 2018 è stato approvato dall’ONU il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, con il quale si chiede l’approvazione da parte dei governi di piani che prevengano le migrazioni che si verificano per ragioni climatiche e che aiutino tali migranti.

Ma l’iter di riconoscimento sociale e giuridico di queste persone, spesso abitanti di territori che pesano davvero poco sul peggioramento dei cambiamenti ambientali, è ancora lungo, nonostante sia urgente aiutarle, sempre informandosi.

Per ulteriori approfondimenti, qui:

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https://www.meltingpot.org/In-Etiopia-il-cambio-climatico-costringe-i-contadini-a.html#.XjriZmhKjIU

 

 

Fonte immagine: publichealthpost.org

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