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Eroica Fenice

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Corrida: tradizione o carneficina?

Il ruedo è gremito di gente: tutti attendono l’inizio. Le musiche del paso doble creano l’atmosfera giusta. Ecco entrare le cuadrillas che si presentano al loro pubblico in una colorata sfilata: toreros e picadores sono pronti ad affrontare con maestria e destrezza tori feroci e cruenti in una lotta alla pari.

A chi spetterà la vittoria, all’uomo o al perfido animale?

I valletti aprono la stalla, il toril. Ne esce un toro, correndo, in cerca di una via di fuga. Gli spettatori applaudono. Il toro cerca di difendersi con l’unica arma in suo possesso, due solide corna. Ma subito viene trafitto al collo da una lunga lancia, la vara de picar, che inizia a renderlo inerme. Il toro sanguina. Gli spettatori applaudono. Il compito del picador a cavallo è terminato, ora tocca al torero. Con le oscillazioni di un manto rosso distrae l’animale e con uno spadino, lungo circa novanta centimetri, lo colpisce. Gli spettatori applaudono. Ad ogni colpo gridano un Olè carico di soddisfazione. Il toro è stato sconfitto, il torero è il vincitore. È stato particolarmente abile: gli spettano le orecchie e la coda del toro. Come trofeo da portare a casa. Compiaciuto, il matador esce dall’arena. Anche il toro lascia l’arena. Presto verrà macellato.

Folklore spagnolo. Un folklore, però, di cui va fiero solo un superfluo numero di cittadini iberici. Infatti ben l’82% della popolazione si è professata contro la corrida ma, per il momento, solo la Catalogna, le isole Canarie e, da qualche giorno, le Baleari ne hanno promosso il severo divieto.

Hemingway scrisse: «La corrida […] non è una gara o un tentativo di gara tra un toro e un uomo. È piuttosto una tragedia; la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo ma morte sicura per l’animale».

I sostenitori delle corride, infatti, difendono una tradizione millenaria fatta di lotte chiaramente impari. I numeri parlano chiaro: nell’ultimo secolo sono morti in arena quaranta tra toreros e picadores ma non è mai sopravvissuto un toro, se non a Marbella lo scorso agosto quando il torero Morante de la Puebla si è lasciato convincere da alcune contestazioni anti-corrida.

Ma come è possibile che i tori, sin dall’antichità simbolo di forza e potenza, trovino così difficoltoso avere la meglio su un uomo che gli gironzola intorno sventolando una stoffa rossa? Il discorso è tanto semplice quanto atroce.

Piacerebbe pensare che i simpatizzanti della corrida non sappiano delle torture a cui sono sottoposti gli animali prima di accedere al ruedo ma il male riservato loro è, ormai, alla portata di tutti. Rispettare la tradizione, fare finta di niente, cullarsi nella scusa che i tori vengono macellati anche se non partecipano alle corride e divertirsi: queste le loro leggi. Leggi pagate a caro prezzo dai tori che vengono drogati, purgati, i loro occhi accecati dalla vasellina, la gola e il naso ostruiti dalla stoppa. Per non parlare delle profonde ferite, degli abrasivi sugli zoccoli, della fame che sono costretti a patire in quella cassa buia, dove vengono tenuti fino al loro ingresso in arena.

E le autorità appoggiano questo scempio, in fondo la tradizione è tradizione. Mentre il dittatore Francisco Franco preferì non pubblicizzare le corride per non dare un’immagine negativa della Spagna, il re Juan Carlos, in carica dal 1975 al 2014, ne era un aperto sostenitore ed ancora oggi è ricorrente scorgerlo nelle prime file del pubblico di una corrida. Ogni torero, prima di sfidare un toro, viene benedetto da un prete che a sua volta assiste allo spettacolo per ricavarne denaro che andrà in beneficenza.

E qui si arriva ad un altro punto dolente della questione: gli introiti.

Quanto davvero conta il rispetto del costume e quanto, invece, il guadagno che se ne ricava? Le oscene morti dei tori regalano al Paese ben due miliardi di euro l’anno e i posti di lavoro nelle arene sono in continuo aumento. Così gli allevatori diventano ricchi. Le agenzie turistiche si assicurano la vendita dei biglietti. Ma i tori muoiono senza dignità.

L’encierro è l’azione preliminare di una corrida che si tiene durante le fiere più importanti della Spagna, come a Pamplona durante la festa in onore del patrono locale, San Firmino. Qui, il 6 luglio di ogni anno, il recinto dove sono custoditi i tori viene aperto. Gli animali scappano nella convinzione di essere stati liberati. Corrono per le stradine della città. Alle finestre la gente esulta e ai lati della strada il pubblico è in festa. Finalmente siamo liberi, penseranno i tori, liberi di correre, liberi di vivere. Niente di tutto ciò: in meno di tre minuti firmeranno la loro ingiusta condanna. Ottocentoventicinque metri li separano dalla Plaza de Toros, sede dello spietato patibolo. Entreranno nel ruedo tra gli applausi del pubblico e sulle note del paso doble. Un torero li sfiderà e vincerà il duello. Senza troppa fatica.

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