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La riforma della prescrizione è in vigore: cosa è cambiato

La riforma della prescrizione è in vigore: cosa è cambiato

La riforma della prescrizione è entrata in vigore ma non si placano le polemiche e slitta il vertice fissato a Palazzo Chigi. Cos’era, cos’è e cosa sarà la prescrizione penale in Italia.

Dal 1 gennaio 2020 è entrata in vigore la riforma della prescrizione penale, approvata dal primo Governo Conte nel gennaio 2019 e contenuta nel ddl Anticorruzione, meglio noto come “Spazza-corrotti”. Nonostante ciò, i dubbi sul contenuto e sugli effetti della riforma permangono, sia da parte degli operatori del diritto che delle stesse forze politiche, anche di maggioranza. Tra i più critici c’è il Partito Democratico, oggi alleato del M5S, che ha chiesto di rivederne il testo formulando una proposta di legge per la sua modifica, ma il vertice fissato per il 7 gennaio è stato rinviato oggi, a causa del sovraffollamento di impegni di Palazzo Chigi. La proposta, che consiste in un solo articolo, vuole ammorbidire la disposizione targata 5stelle-Lega dedicata alla prescrizione per evitare quello che è stato definito “l’ergastolo del giudizio”.

Di cosa parliamo quando parliamo di prescrizione

La prescrizione del reato ha come unico presupposto il decorso del tempo: trascorso un certo periodo di tempo fissato dalla legge, e diverso a seconda del tipo di reato, il reato (o presunto tale) si estingue e non viene più punito. A scanso di indignazioni, fanno ovviamente eccezione i reati puniti con la pena dell’ergastolo, che sono imprescrittibili, e questo anche prima della riforma. Dal punto di vista dello Stato, la prescrizione interviene quando si è affievolito l’interesse a perseguire un reato commesso in un tempo ormai lontano e che sarebbe anche inopportuno punire. Si aggiunga l’aspetto tecnico della difficoltà, e in alcuni casi impossibilità, di reperire prove e testimoni quando sono passati molti anni. Per l’imputato, invece, è una garanzia contro l’eccessiva durata del processo, che comporta costi psicologici, familiari ed economici considerevoli anche se si dovesse giungere all’assoluzione.

Le novità della riforma della prescrizione

La riforma, fortemente voluta dal Ministro della Giustizia Bonafede, è l’approdo della battaglia storica del Movimento 5 Stelle contro i tempi troppo lunghi dei processi italiani e l’uso strumentale dell’istituto della prescrizione: si applicherà ai presunti reati commessi dalla data di entrata in vigore della riforma e prevede il blocco assoluto della prescrizione dopo che sia stata emanata la sentenza di primo grado, sia di condanna che di assoluzione. Nelle intenzioni dei promotori questa misura garantirà la certezza della pena, così che nessun imputato colpevole resti impunito sfruttando il meccanismo della prescrizione.

Dall’altro lato, chi osteggia la riforma sostiene che il processo successivo al primo grado di giudizio rischia di diventare potenzialmente eterno, con buona pace delle garanzie dell’imputato e della ragionevole durata del processo. In particolare, lo scenario che spaventa di più è quello di una sentenza di assoluzione in primo grado, in cui la presunzione di non colpevolezza è ancora più palpabile, che aprirà ai successivi gradi di giudizio in cui il soggetto è nella “disponibilità” del potere dello Stato per un tempo indefinito (e potenzialmente infinito). Senza dimenticare che processi pendenti impediscono la partecipazione a concorsi pubblici, danneggiano la vita lavorativa o addirittura impediscono di assumere incarichi di lavoro.

Chi critica ritiene più opportuno intervenire con una riforma organica del processo, sia civile che penale, ridisegnandone tempi e fasi, per garantire durata e costi di giustizia più contenuti. In effetti, nell’iter di approvazione dello “Spazza-corrotti” l’auspicata riforma strutturale dei processi era prevista e non è un caso che la sua entrata in vigore sia stata fissata ad un anno di distanza. L’accordo nel primo Governo Conte prevedeva l’entrata in vigore della disposizione sulla prescrizione soltanto un anno dopo, ad inizio 2020, così da avere il tempo per lavorare e approvare un’altra riforma, quella che avrebbe garantito tempi più rapidi di definizione del processo.

Questa era la prospettiva per la complessiva riforma della giustizia italiana, che però si è arenata in Parlamento lasciando in piedi solo la novella sulla prescrizione.  Volgendosi al confronto con il resto dell’Europa, questa riforma ha permesso all’Italia di adeguarsi alla normativa di Spagna, Germania e Francia, dove la prescrizione – a determinate condizioni – si sospende a processo iniziato. È però vero che gli altri Stati europei possono vantare tempi di giustizia molto brevi, a differenza dell’Italia.

I paradossi della nuova prescrizione

A questo punto si manifestano i paradossi: la riforma sulla prescrizione, pur approvata già da un anno dallo stesso Parlamento che la critica ed ormai in vigore, così com’è porta con sé limiti e rischi che non possono essere né negati né sottovalutati, tanto che il giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese ha espresso la sua preoccupazione per una norma che “viola i principi costituzionali e di buon senso”. Dall’altro lato, secondo i dati recenti pubblicati dall’AGI, una riforma dirompente come questa coinvolgerebbe meno del 3% dei processi che vengono definiti in un anno.

Fonte immagine: https://pixabay.com/it/photos/giustizia-statua-signora-giustizia-2060093/

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