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Eroica Fenice

L'estate perduta

L’estate perduta e l’incontro con Pavese a Capodimonte

L’estate perduta e l’incontro con Pavese alla Reggia di Capodimonte

Il Napoli Teatro Festival ha presentato il 16 luglio in prima assoluta, presso il Cortile della Reggia di Capodimonte, con ben tre repliche durante la serata L’estate perduta – ballata per Cesare Pavese, uno spettacolo con Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Forni, Roberto Aldorasi, dedicato alla figura dello scrittore Cesare Pavese.

Quattro interpreti si presentano sul palco. Quattro voci e due strumenti. Leggono, cantano, si fanno il verso, si completano le frasi. Tutti, però, costituiscono un uno. Un solo, ed è Cesare, che si presenta nelle sue sfaccettature, con la voce interiore della sua anima, del suo prima e del suo dopo, e con il peso di una storia, quella della sua vita, sfregiata da profonde ferite.
Così, parla con sé stesso, con quello che era e con noi. Ma sempre nudo, come fosse da solo. Formula quasi un flusso di coscienza, mai arrestato, mai completamente inibito, scandito solo dalle melodie delle chitarre.
Nella cornice magica della Reggia di Capodimonte, le luci fioche e le voci emozionanti di questi quattro interpreti trasformano lo spettacolo in una ninna nanna, che ti culla e ti trasporta, ma improvvisamente ti colpisce e ti rivolta. Perché la vita di Cesare, come quella di ognuno, sembra sempre tendere agli eccessi. Così ci lancia in faccia uno spaventoso e meraviglioso dualismo, costante in ogni espressione.

Il dualismo campagna-città e L’estate perduta

Fin da subito si presenta il tema della contrapposizione campagna-città, che sorregge inevitabilmente quello di fanciullezza-maturità. Cesare afferma che la vita vera, per quanto aspra e contradditoria, l’ha trovata in città; che la crescita, la maturazione sono il prodotto di quel contatto con la città. Forse perché è più semplice camminare sulla strada che non ci appartiene, forse perché è giusto che certe cose, pure, vere e lontane, siano lasciate dove sono, senza toccarle. Ma il prezzo da pagare resta caro e Cesare pare sentire a pieno il peso di ciò che perde: l’estate. Quella che, negli anni in campagna, sembrava un tempo infinito e unico, pervaso da una noia che era serenità, che trasformava il vento in vuoto e il vuoto in musica, è andata perduta. Ora, in città, il vento si è trasformato in carne, in donna.

Il sesso, l’America e la solitudine

Ed anche l’amore, il desiderio di condivisione, addirittura il sesso finiscono per essere scissi, da donne spregiudicate, indipendenti, approfittatrici, che lo dominano e lo rivoltano a loro piacimento. Ma anche in questo caso, lui le subisce, perché, rapito, riconosce in loro, come nel sesso, la più profonda antitesi dell’esistenza: vita e morte.
Questa stessa contrapposizione è incarnata perfettamente nell’Italia del secondo dopoguerra e nel mito dell’America liberale e spregiudicata, quella che Cesare cercava in Hemingway, Lowell e la Stein, ma che non incontrerà mai realmente, se non nei suoi libri.
Particolarmente coinvolgente è la rilettura e la reinterpretazione della Genesi, in una forma caricaturale in cui Adamo ed Eva dibattono sul peso della solitudine che diviene il motivo scatenante del morso della mela.

Infine, la commovente lettura de “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ci lascia incantati e meravigliati, pronti ad applaudire con calore gli interpreti e, soprattutto, Cesare Pavese.

 

 

Fonte immagine: ufficio stampa

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