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Eroica Fenice

La categoria Attualità contiene 886 articoli

Attualità

9 febbraio, giornata mondiale della lingua greca

9 febbraio 2020: giornata mondiale della Lingua greca e della Cultura Ellenica  Corfù, 9 febbraio 1857. La Grecia dà l’estremo saluto a Dionysios Solomòs, poeta di Zante, autore dei celebri versi dell’Inno alla libertà, inno nazionale della Grecia e di Cipro dal 1865 (in greco moderno Ύμνος εις την Ελευθερίαν). Composto nel 1823, nei primi anni della rivoluzione greca, consacra Solomòs poeta nazionale greco. Ti riconosco dal taglio / Terribile della tua spada / Ti riconosco dal tuo volto / Che con foga definisce la terra / Risollevata dalle ossa / Sacre dei Greci / E valorosa come prima / Ave, o ave, libertà. Grecia, 2014. La Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’Italia propone al governo greco di istituire una Giornata mondiale della lingua greca. Quale data proporre se non il 9 febbraio? Così, dal 2016, ogni anno, il 9 febbraio si festeggia la giornata mondiale di quel meraviglioso universo che si racchiude nella lingua e nella cultura greca.  L’invito a partecipare alla celebrazione di questa giornata è aperto a tutti, particolarmente accolto dalle scuole, dagli studenti dei licei classici che, tra le pagine del Rocci e una versione di Tucidide, considerano il greco croce e delizia. Tante le iniziative per festeggiare una lingua, una cultura che è alla base di tutto ciò che è bello e non soltanto in nome di quell’amore per la classicità di cui possono essere impregnati gli appassionati di Greco e Latino.  C’è chi ha definito il greco una lingua geniale. Andrea Marcolongo, scrittrice per La Stampa, D – la Repubblica e Il Messaggero, nella prefazione del suo libro d’esordio, La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco, scrive: “Ciascuno di voi, nel corso della sua vita, si deve essere imbattuto nel greco e nei Greci. Chi con le gambe strette sotto i banchi del liceo, chi a teatro davanti a una tragedia o a una commedia, chi nei pallidi corridoi dei tanti musei archeologici che affollano l’Italia – in tutti i casi, il senso dell’essere greco non sembra mai essere più appassionante e vivo di una statua di marmo. A tutti, ma proprio a tutti, prima o poi deve essere stato detto, oppure nemmeno è stato detto, perché da più di due millenni la voce che circola è sempre la stessa, tale da essere ormai sotto la pelle e dentro la testa di ogni europeo: Tutto ciò che di bello e di insuperabile è stato detto o fatto al mondo, l’hanno detto o fatto per la prima volta gli antichi Greci”.  Insomma un inno alla bellezza, un giorno da ricordare: 9 febbraio, giornata della Lingua e della cultura Ellenica. Save the date! Immagine in evidenza: https://www.athenanova.it/blog/didattica-greco-latino/tradurre-il-greco-antico-non-significa-capirlo/

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Polonia: il diritto all’aborto nel cuore dell’Europa delle tutele

La Polonia e il diritto all’aborto. È entrata in vigore dopo mesi di fuoco e protesta, in Polonia, la norma restrittivissima contro l’aborto non consentito per malformazione del feto e che resta praticabile ora solo per casi di incesto, stupro o per evidente stato di pericolo della madre. Un giorno, viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale polacca una legge, nel nulla, in mezzo al caos, in sordina perché c’erano state così tante polemiche prima che era impossibile farlo diversamente. Un divieto enorme, caduto sulle teste delle donne della Polonia, nel cuore dell’Europa delle tutele, quasi a ciel sereno. Un assalto confezionato alla bell’e meglio contro la libertà dei cittadini e un passo rilevante verso svolte autoritarie e dispotiche da parte del governo. Eppure può sembrare una cosa da niente, svegliarsi ed essere privati di un diritto legittimo, già ampiamente leso e ora completamente ridimensionato e declassato. E può sembrare pure da niente che lo si faccia in un posto dove la storia ha insegnato più che agli altri posti e che all’improvviso si scordi ogni lezione strada facendo (eppure era ieri che si commemoravano i crimini contro l’umanità che si badi bene, non erano venuti fuori dal nulla, ma da un raduno di libertà). La verità è che non si tratta di una cosa da niente, non si tratta, prima di tutto, di cose, ma di persone. Di donne, con davanti un dolore immenso, che ora sono allo sbando, ai margini di una società, che parla di diritto alla vita e poi fa di tutto per renderla meno facile, più clandestina, sottomessa, senza scelte. Ed è paradossale perché a pensarci il partito di Destra polacco, Diritto e Giustizia (PiS) sostiene di combattere per il diritto alla nascita. Ma per ribadirne un principio ne calpesta un altro, lo stronca sul nascere, neanche dà il beneficio del dubbio. Non è un cortocircuito venuto fuori malissimo? Ora con la forma di una legge, fatta e inamovibile, che può essere contestata ma purtroppo rimane lì e nessuno delle voci grosse si scomoda per dire che è ingiusto e che anziché un passo avanti, si è un passo anni luce dietro. Per quanto si voglia dire o fare, interrompere una gravidanza è una possibilità, per quanto travagliata, che dev’essere tutelata. Ognuno, indistintamente crede nel diritto alla vita e lo difende. Però per difendere la vita non si deve per forza, davanti a una situazione tanto estrema, progettare l’esistenza di un altro a tavolino senza neanche pensarci due volte. Immagine: LifeGate

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Muro di Tijuana: le altalene rosa contro la barriera

Muro di Tijuana: le altalene rosa vincono il Premio Beazly Design of the Year 2020. «Il gioco realizza nel mondo imperfetto e nella vita confusa una perfezione temporanea.» Johan Huizinga È il 1990 quando, durante la presidenza di George Bush, ha inizio la costruzione del muro messicano (o muro di Tijuana), la barriera di separazione tra Stati Uniti d’America e Messico, meglio noto in Messico come muro della vergogna, il cui obiettivo è impedire agli immigranti illegali di oltrepassare il confine statunitense. Lungo oltre 3000 km, corre lungo il confine geografico tra i due stati. Un muro per difendere confini, un muro per combattere il terrorismo e l’immigrazione, un muro per dividere il mondo.  Uno dei confini più attraversati al mondo, che conta flussi di oltre 500 mila migranti all’anno. Un luogo di violenza, morte e desaparicion. È il 28 luglio del 2019 quando nel grigio acciaio del muro compaiono tre virgole rosa, tre altalene (il cui colore rosa è ispirato al memoriale del femminicidio delle donne assassinate di Ciudad Juarez) che immediatamente si impongono all’attenzione generale. The Teeter Totter Wall, altalene saliscendi che attraversano le sbarre del muro per abbattere le distanze, unire bambini e adulti attraverso il gioco, dimensione che non conosce divisioni e barriere. Una protesta pacifica in risposta all’approvazione della Corte Suprema dei progetti di consolidamento del muro, firmati Trump. L’installazione ebbe vita breve, quaranta minuti in cui bambini e adulti dei due paesi si ritrovarono meravigliosamente uniti dal gioco. Le immagini, tanto semplici, quanto forti, regalarono sorrisi in ogni angolo del mondo.   Ronald Rael, docente di architettura dell’Università di Berkeley in California e Virginia San Fratello, associata di design alla San Josè State University, gli artefici di questa incredibile idea, di recente insignita del  prestigioso premio Beazly Design of Year 2020, organizzato ogni anno dal Design Museum di Londra.  «Una delle esperienze più incredibili della mia carriera. Il muro di Tijuana è diventato letteralmente un fulcro per le relazioni Usa-Messico, e bambini e adulti hanno potuto connettersi in maniera significativa, riconoscendo come ciò che avviene da un lato della barriera possa avere una diretta conseguenza anche dall’altra parte.» Queste le parole di Ronald Rael che seguirono l’installazione temporanea, tentativo di connessione in un mondo che sempre più spesso divide. Queste, invece, le parole di Virginia San Fratello alla cerimonia di premiazione: «È diventato sempre più chiaro che i muri non funzionano. I muri non hanno tenuto i manifestanti violenti fuori dai nostri edifici governativi e non hanno tenuto il Covid fuori dal nostro paese. Dovremmo costruire ponti, non muri.» Tale progetto, meraviglioso nella sua apparente semplicità, dovrebbe indurre alla riflessione, scuotere gli animi di chi, alla bellezza della con-divisione, risponde costruendo barriere. Fonte immagine: www.wikipedia.org

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Un futuro per Bagnoli: l’intervista agli ideatori del docufilm

Abbiamo intervistato per voi Raffaele Vaccaro, Stefano Romano e Salvatore Cosentino, ideatori e portavoce del progetto audiovisivo Un futuro per Bagnoli. La start-up Nisida Environment di Raffaele Vaccaro è il luogo di nascita del progetto di crowdfunding del docufilm Un futuro per Bagnoli, diretto da Stefano Romano e coprodotto dal fonico e attivista Salvatore Cosentino. La campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso (consultabile qui e ancora aperta per ulteriori donazioni) ha riscosso un immediato successo e, con il supporto dei suoi sostenitori e di Banca Etica, ha quasi raggiunto i fondi sufficienti alla realizzazione del progetto. I tre autori hanno raccontato del docufilm e si sono raccontati nella nostra intervista.   Non è la prima volta che la trafila di eventi che hanno riguardato l’area di Bagnoli e dell’ex-Italsider viene raccontata sul grande schermo, in film documentari e di finzione (L’ultimo, Bagnoli Jungle di Antonio Capuano del 2015): in che modo il vostro progetto è diverso dai precedenti? Guardiamo con stima e interesse le opere che raccontano ed hanno raccontato Napoli negli ultimi anni: pensiamo che abbiano aperto un percorso di scoperta per il grande pubblico della realtà complessa e stratificata di questa città. Al contempo, però, quello che ci ha spinto ad agire, a prendere la telecamera in spalla, è proprio il bisogno di raccontare questo quartiere dalla nostra prospettiva, una prospettiva che non vuole focalizzarsi solo sulle vecchie generazioni, sul documentario d’inchiesta o sulla denuncia, ma anzi identificare un nuovo futuro attraverso lo sguardo dei più giovani.  Le opere di Capuano ci hanno guidato in questo percorso di scoperta, ci hanno mostrato che raccontare Bagnoli è possibile. Ora è il tempo di farlo a modo nostro, da abitanti del quartiere, da giovani che vogliono costruire il futuro, da professionisti dello spettacolo che vedono ogni giorno quanta potenzialità c’è nelle strade di Bagnoli. Il docufilm seguirà le vicende di due giovani che, alla fine della loro adolescenza, dovranno decidere se restare a Bagnoli o cercare un futuro altrove: lo spopolamento di Bagnoli è un problema? Sentiamo il bisogno di riportare la problematica dello spopolamento anche nel documentario perché pensiamo che in questo quartiere abbia una sua specifica definizione. Il problema dell’emigrazione non riguarda solo Bagnoli: è chiaramente un tema che tocca tutto il Sud Italia, con effetti evidenti e nefasti. Qui però c’è una contraddizione che preme su questo tema. Vivere a pochi passi da un’area di dimensioni simili alla stessa Bagnoli, ma totalmente chiusa e improduttiva, ci fa interrogare: cosa ne pensano gli abitanti del posto in cui vivono e come si relazionano? Un tema su cui collettivi e movimenti di disoccupati costruiscono vertenze immaginando soluzioni lavorative all’interno di quella zona e sulla linea di costa. Lo spopolamento è un problema quando diventa l’unico modo per sopravvivere e non una scelta presa con serenità; vorremmo che questa situazione venisse a galla evidenziando le enormi possibilità che invece quest’area possiede. Il vostro obiettivo è di riportare l’attenzione nazionale ed internazionale sull’area di Bagnoli: come intendete diffondere il […]

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Salvator Mundi: copia napoletana trafugata e ritrovata

È stata di recente ritrovata la copia napoletana di scuola leonardesca del Salvator Mundi, coeva al dipinto pseudo-davinciano venduto all’asta nel 2017 per l’esorbitante cifra di 450 milioni di dollari, dunque detentore del primato di opera d’arte più costosa della storia del mercato dell’arte. La tela era ospitata fin dal XVI secolo nella cappella Muscettola, ubicata all’interno della Sala degli Arredi Sacri del Museo DOMA di San Domenico Maggiore, il ben noto convento con basilica adiacente che costituisce uno dei principali monumenti partenopei. Il quadro era stato rubato tre mesi fa, in circostanze ancora non chiare, che dovranno essere esplicitate dalle indagini coordinate dalla procura retta da Giovanni Melill,o attraverso l’aggiunto Vincenzo Piscitelli. Poi, circa una settimana fa, il ritrovamento, effettuato dagli agenti della Sezione Reati contro il Patrimonio della Squadra Mobile nel corso di un’indagine, in un appartamento al primo piano di via Strada Provinciale delle Brecce. Il proprietario dell’appartamento dove il quadro è stato trovato, un trentaseienne incensurato, è stato sottoposto a fermo con l’accusa di ricettazione, benché egli abbia ammesso di aver scovato il dipinto in un mercatino dell’usato. Gli inquirenti, in attesa della convalida del fermo, hanno avvertito il priore della basilica di San Domenico Maggiore, che provvederà a verificarne la validità; nel frattempo l’opera, ritrovata avvolta nel cellophane e conservata nella parte superiore di un armadio in una cameretta, si trova sotto sequestro e sotto tutela della Soprintendenza, che dovrà esaminarne le condizioni. Le mille avventure del Salvator Mundi Avvincenti più che mai le vicissitudini del dipinto originale da cui è tratta la copia napoletana, connesse a quelle delle sue numerose copie: presupponendo una paternità davinciana, è plausibile che Leonardo abbia realizzato l’opera per un committente privato a Milano, poco prima di abbandonare la città nel 1499, per la caduta degli Sforza. Del quadro restano alcuni studi, i più noti dei quali sono i due disegni di drappeggi conservati nella Royal Collection presso il Windsor Castle. Persesi le tracce del dipinto, la sua memoria rimase affidata all’incisione eseguita nel 1650 da Wenceslaus Hollar. Seguì un nuovo gap dal 1763 fino al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera di Bernardino Luini, seguace di Leonardo, finché il quadro ricomparve in una piccola vendita all’asta nel 1958, dove fu acquistato per 45 sterline; in seguito svanì nuovamente per 50 anni, fino al 2005, allorquando riaffiorò sul mercato. Il dipinto nel 2011 è stato autenticato da alcuni tra i suoi maggiori studiosi, in occasione della mostra svoltasi presso la National Gallery di Londra, intitolata Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan; nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson, curatore dell’esposizione, aveva ipotizzato che Leonardo avesse realizzato il dipinto per la famiglia reale francese e che poi fosse stato condotto in Inghilterra nel 1625 dalla regina Enrichetta Maria di Borbone, sposa di Re Carlo I, risultando registrato nell’inventario della collezione reale. La copia napoletana del Cristo benedicente replica puntualmente l’iconografia del Salvator Mundi davinciano, messa a punto dall’artista e inventore nel suo periodo milanese, come attestano i […]

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Blackout challenge, una nuova sfida mortale su TikTok

Una nuova sfida mortale è comparsa su TikTok: la Blackout Challenge, un “gioco” che consiste nell’autoinfliggersi soffocamento utilizzando una sciarpa o una cintura, e resistere il più possibile prima di lasciare la presa. Lo scopo primario della prova estrema non sarebbe il suicidio, sebbene la probabilità di perdere la vita sia altissima, ma piuttosto raggiungere un fantomatico stato di euforia, dovuto al rilascio di endorfine da parte del corpo, a cui farebbe seguito la perdita parziale di coscienza. Ad accendere i riflettori su tale fenomeno è stato, nella giornata di mercoledì, il ricovero di una bimba di Palermo, di appena 10 anni, nel reparto di rianimazione dell’ospedale “Di Cristina”. Purtroppo, nonostante i tentativi dei medici, per la piccola non c’è stato nulla da fare e ieri la bimba è stata dichiarata clinicamente morta. I genitori hanno acconsentito all’espianto degli organi, mentre le autorità giudiziarie hanno proceduto al sequestro dello smartphone della vittima, al fine di indagare a fondo sulla vicenda. La Blackout Challenge non è l’unica sfida mortale lanciata sui social Gioco chiking,  Batman,  Eyeballing. E ancora  Planking,  Blue Whale,  Bird box challenge,  sono solo alcune delle numerosissime sfide che dilagano tra i giovanissimi sul web, rimbalzando da un social all’altro, alimentando quello spirito di emulazione che contraddistingue l’età adolescenziale, ed amplificato oltre misura dall’uso dei social. Lo stesso Tiktok, attualmente la piattaforma più utilizzata tra gli adolescenti, si basa esclusivamente sul concetto di ripetizione: gli utenti copiano i contributi di altri, in un loop infinito in cui tutti sono il clone di qualcun altro, attraverso la ripetizione di gesti ed espressioni. Se tuttavia, nella maggior parte dei casi tale meccanismo è per lo più innocuo, può diventare potenzialmente letale quando si superano i limiti. È accaduto con la Blue Whale, poi con il fenomeno Jonathan Galindo e, infine, con la Blackout challenge, di cui si parlava già nel 2018. Cosa si nasconde dietro la challenge? Legare la diffusione di questi comportamenti al solo spirito di emulazione è sicuramente riduttivo. Uno dei fattori determinanti è da ricercare nello spirito di ribellione tipico degli adolescenti: in virtù di questo, il voler superare i limiti imposti si configura come un modo per affermare se stessi, emancipandosi dalle figure di autorità e, allo stesso tempo, farsi accettare dal gruppo. Questo processo, che fa parte del percorso di crescita, può essere pericoloso per quei soggetti più fragili ed influenzabili, più predisposti a lasciarsi imbrigliare dalle dinamiche distruttive e disfunzionali di alcune di queste sfide.  Altro fattore alla base di molte sfide potenzialmente letali, compresa la Blackout challenge, è il bisogno inconscio di esorcizzare le proprie paure, prima tra tutte quella della morte. Spingersi sull’orlo del precipizio dà l’illusione di essere potenti, invincibili. Paradossalmente, quindi, gli adolescenti sfidano la morte per esorcizzarla e liberarsi dalla paura di essa. Tuttavia, come dimostra il caso della bambina di Palermo, non sempre questi meccanismi hanno esito felice. In conclusione, dietro quelle che sembrano delle stupide bravate ci sono l’insicurezza, il desiderio di accettazione, lo spirito di emulazione e […]

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Pierre Cardin: stilista visionario e inventore del prêt-à-porter

Pierre Cardin, lo stilista visionario deceduto lo scorso 29 Dicembre 2020, ha iniziato la propria carriera dopo un apprendistato presso Christian Dior e sin dal primo momento apparve chiaro che non sarebbe stato uno dei tanti couturier: infatti lo stilista italiano Pierre Cardin, naturalizzato francese, ha fatto la storia della moda con innumerevoli invenzioni rivoluzionarie, tra cui il prêt-à-porter, la moda di abiti sartoriali, ma prodotti in serie, da indossare tutti i giorni. Tra le sue collezioni più suggestive occorre citare “Space Age”, ispirata allo spazio, negli anni ’60, con abiti bianchi e dalle trame geometriche. A tal proposito il Brooklyn Museum di New York nel 50esimo anniversario dallo sbarco sulla luna, gli ha dedicato una mostra, ripercorrendo la sua carriera ed esponendo 170 pezzi provenienti dal suo archivio. Egli è stato definito come un grande maestro di sartoria, ma anche un uomo col fiuto per gli affari. È stato il primo ad anticipare il futuro della moda introducendo l’unisex, il concetto di abito che prescinde dal genere sessuale, una rivoluzione negli anni in cui la moda femminile si basava sull’esaltazione delle forme. E’ stato il primo ad introdurre la minigonna in passerella e nel ’66 fece scandalo la gonna con lo spacco. Introdusse le giacche senza collo per gli uomini e i pantaloni a sigaretta, oltre alla creazione di una collezione per bambini. Cardin è stato ignorato per diversi anni dal mondo della moda, soltanto nel 1980 al Metropolitan di New York è stato valutato il suo genio e la sua visione pionieristica. Egli ha rappresentato la decostruzione della norma e i suoi abiti sono stati indossati dai Beatles, Jacqueline Kennedy, Brigitte Bardot e Mia Farrow. Nel 1974 è stato uomo dell’anno, in copertina sul Time, il primo stilista della storia e l’aprifila dei numerosi colleghi italiani che lo seguiranno. Quando gli sono state poste delle domande riguardo il processo creativo ha affermato: «ho una pratica molto diversa dai miei colleghi: il corpo è assente, astratto, non penso al corpo. Cerco di mettere un materiale nell’indumento, in modo tale che assuma la forma dell’indumento». Con il suo decesso, la moda ha registrato un’enorme perdita, ma il suo genio non sarà mai dimenticato. Immagine: Fashion Network

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Amazon acquista 11 aerei per accelerare le consegne

Amazon acquista 11 aerei Boeing 767-300 per potenziare il sistema di spedizioni e ridurre i tempi di consegna. Durante la pandemia, soprattutto durante i primi tempi di lockdown totale, gli acquisti online sono stati un’ancora di salvezza per molti. Che si trattasse di giochi da tavolo, puzzle o qualunque cosa facesse trascorre il tempo più velocemente o che fossero oggetti essenziali che ci risparmiavano code chilometriche ci siamo resi conto di non poterne fare a meno. Così, solo qualche giorno fa, Amazon ha annunciato l’acquisto di 11 aerei Boeing 767-300 usati che verranno utilizzati per potenziare il sistema di spedizioni della prima azienda di commercio elettronico al mondo. La grande novità sta proprio nell’effettivo acquisto di mezzi che verranno utilizzati esclusivamente per le spedizioni Amazon. Fino ad oggi, infatti, il colosso americano aveva fatto affidamento su aeromobili in leasing per lo sfruttamento del carico aereo. Di questi undici Boeing, sette verranno acquistati dall’americana Delta Air Lines, gli altri quattro, invece, dalla compagnia canadese Westjet Airlines. Questi ultimi, in particolare, come annunciato da Amazon, sono già in fase di conversione da aerei per trasporto passeggeri a vettori cargo. Proprio per questo motivo saranno a disposizione dell’azienda già dal 2021, per i mezzi targati Delta, invece, bisognerà attendere il prossimo anno. Tutti gli aerei, compresi quelli appena acquistati, saranno comunque gestiti da appaltatori. Quest’ultima acquisizione, non solo indica una novità (abbiamo già spiegato che tutti gli aeromobili utilizzati da Amazon sono a noleggio), ma rappresenta un notevole consolidamento alla già ottima “flotta” del colosso di Bezos. Infatti, dopo quest’accordo gli aeromobili a disposizione di Amazon arriveranno a quota 85. Questo segna un incremento straordinario rispetto al 2015, quando fu annunciata la volontà di fondare una propria compagnia aerea cargo al fine di migliorare le capacità di spedizione. Amazon acquista 11 aerei e furgoncini per le consegne “in-house” Nel 2016, infatti, le merci viaggiavano con “soli” 11 aerei. Il fine, molto chiaro, è quello di garantire ai propri utenti (nello specifico gli utenti Prime) una tempestiva consegna degli ordini in tutti i paesi. Le prospettive, intanto, sono rosee. L’azienda aspira a raddoppiare il numero di mezzi a disposizione raggiungendo i 200 nel giro di pochi anni. Questa crescita e la riduzione dei tempi di consegna riguardano anche le compagnie di trasporto merci che, gradualmente, verranno messe da parte. Amazon, attualmente, continua a fare affidamento su fornitori come FedEx e UPS, ma questa espansione della sua rete di cargo aerei è solo la punta dell’iceberg di un progetto ben più ambizioso. L’intento è puntare a gestire in maniera totalmente autonoma le spedizioni. Basti pensare che sono già decine di migliaia i furgoni merci che l’azienda gestisce, garantendo la consegne dei pacchi in tempi estremamente ristretti. “Avere un mix di aeromobili sia in leasing che di proprietà nella nostra rete in crescita ci consente di gestire meglio le nostre operazioni, il che a sua volta ci aiuta a tenere il passo nel soddisfare le promesse dei nostri clienti”, ha detto Sarah Rhoads, Vicepresidente di Amazon […]

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Mario Paciolla: il coraggio che merita la verità

Mario Paciolla era un giovane napoletano che lavorava per la pace. E lo voleva così tanto che questo suo desiderio gli ha fatto perdere la vita, il 15 luglio 2020, in una maniera articolata e misteriosa, banalmente archiviata come “suicidio per impiccagione”. Aveva 33 anni ed era in Colombia per conto delle Nazioni Unite, inviato per assicurare il rispetto degli accordi di pace tra il Governo colombiano e gli ex guerriglieri FARC, stipulati nel 2016 dopo 40 anni di scontri, in realtà mai completamente conclusesi. Infatti, il caso Paciolla si colloca in una ben più profonda rete di atti intimidatori, attuati dai gruppi armati che si contendono da decenni il controllo della regione di Caquetá, nella Colombia sudorientale, territorio particolarmente ambito dalle mafie locali per interessi che riguardano la produzione e l’esportazione di cocaina, la deforestazione massiva e le licenze petrolifere. Mario si occupava anche di incontri con le autorità locali, della stesura dei report della Missione, oltre che di un bellissimo progetto di riconversione: il fiume Caguán, utilizzato in passato dai trafficanti di droga per il trasporto di cocaina, grazie a “Remando por la Paz – Rafting for Peace”, è divenuto luogo di allenamento e simbolo della Nazionale colombiana di Rafting che, ai Mondiali in Australia, ha partecipato con cinque ex guerriglieri e tre contadini di San Vicente del Caguán. Il confine tra riconoscenza e ingratitudine in luoghi così culturalmente fragili e con equilibri quasi inesistesti è sottilissimo. Il 29 agosto 2019, l’esercito colombiano effettua un bombardamento sul centro di comando di RogelioBolivar Cordova, detto El Cucho, il comandante di una delle fazioni di dissidenti delle Farc, volenteroso di interrompere il processo di disarmo e smobilitazione decretato dagli accordi di pace. Paciolla era stato incaricato di stilare un rapporto sulla vicenda in cui avevano perso la vita ben sette minorenni. Proprio questo documento viene utilizzato impropriamente  poco dopo dal senatore Barreras per denunciare pubblicamente il fatto che Botero, ministro della difesa, aveva tenuto nascosta all’opinione pubblica la morte dei minorenni, causando le dimissioni dello stesso. Allora Mario comincia a sentirsi in pericolo: il suo rapporto, contenente il suo nome e cognome, che doveva rimanere riservato, era stato utilizzato per un attacco politico di enorme portata. Decide di chiedere il trasferimento, di essere aiutato, ma l’ONU lo ignora. Ne parla con la madre, con gli amici, con la fidanzata. Rivela di avere paura ed esprime il suo ultimo desiderio: bagnarsi nel mare di Napoli per non sentirsi più sporco. Mario acquista un biglietto di ritorno, ma la notte prima di partire, la sua vita finisce. Tante sono le ragioni che portano a scartare l’ipotesi di suicidio. Non entriamo in merito, ma vogliamo sottolineare certi aspetti improtanti, per cui vale la pena sapere di Mario e della sua vita. Grazie al video introduttivo gentilmente inviato dai genitori di Paciolla, al racconto di alcuni studenti che hanno inquadrato il contesto della cooperazione colombiana e l’esperienza di Mario stesso e grazie anche alla preziosa memoria dei suoi amici (impegnati nel comitato “In memoria […]

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Sebastian Colnaghi: fusione tra natura e web

Intervista a Sebastian Colnaghi giovane ricercatore italiano, oltre che appassionato di web. Un lavoro bello quanto rischioso il suo, che lo ha portato a scoprire, con un team di biologi, la Vipera del Meridione. Salve Sebastian, grazie per aver accettato questa intervista.  In cosa consiste il Suo lavoro? “Il mio lavoro consiste nella ricerca di alcune specie di rettili presenti in Sicilia. Nello specifico il mio impegno è volto all’individuazione delle vipere presenti sul territorio, per poi procedere alla misurazione e alla documentazione fotografica. Da circa due anni collaboro con Matteo Di Nicola, un biologo ricercatore di Milano, un lavoro certosino che svolgo non solo in Sicilia ma anche in altre regioni d’Italia come la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e l’Abruzzo, che sono diventate per me meta privilegiata di spedizioni finalizzate alla ricerca dei rettili presenti sul territorio nazionale. Il mio secondo lavoro che svolgo pienamente sui social è quello di sponsorizzare gadget e prodotti su Instagram”. Un lavoro sicuramente molto impegnativo, soprattutto per il degrado ambientale che purtroppo sempre più affligge i diversi territori e ambienti naturali. Qual è stata la ricerca più difficile e dove? “Molte volte stando sul campo sono esposto a tantissime intemperie come forti temporali e ad un clima molto variabile. Una delle mie ricerche più difficili è stata l’anno scorso in un weekend sull’Etna alla ricerca della Vipera aspis con il mio amico biologo; abbiamo dormito in un bivacco, tra pioggia, vento ed intemperie che hanno messo a dura prova le nostre ricerche, è stata un’esperienza unica, sofferente ma nel contempo entusiasmante. Nel lavoro di ricerca possono capitare pure delle disavventure come quando l’anno scorso, per una mia distrazione sono stato morso da una Vipera aspis, ma per fortuna è andato tutto per il meglio e con le dovute medicazioni il morso non ha prodotto nessuna conseguenza negativa”. Sebastian, cosa può dirci della Vipera aspis? “In Sicilia e nel Meridione è presente la Vipera aspis, nella sottospecie hugyi, un rettile estremamente importante per il controllo delle popolazioni di micromammiferi e, quindi, per l’equilibrio degli ecosistemi; una straordinaria specie, purtroppo minacciata dall’uomo che la teme inutilmente. Il veleno della Vipera aspis è una complessa combinazione di tossine, proteine ed enzimi con un’azione emotossica, molto variabili in funzione della specie, in ogni caso ogni morso è molto soggettivo, dipende dallo stato di salute della persona e dalla quantità di veleno che ha in quel momento l’animale. Normalmente negli ospedali, per tenere sotto controllo gli effetti del veleno vengono somministrati dei farmaci classici come cortisone, antibiotici o anticoagulanti nel caso di pazienti anziani più vulnerabili. Solo in presenza di reazioni sistemiche importanti si inietta il siero, non tanto per un concreto pericolo di vita, quanto più per ridurre la durata e l’intensità del veleno”. Quante specie ha trovato in Italia fino ad oggi?! “Negli ultimi anni sono state tantissime le specie di rettili che sono riuscito ad avvistare come ad esempio decine di esemplari di Vipera aspis e Vipera berus, per quanto riguarda i serpenti appartenenti alla […]

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