Alessitimia: l’analfabetismo emotivo

Alessitimia: l’analfabetismo emotivo

Le emozioni fanno parte della vita, sono parte integrante e indispensabile di essa. Eppure esistono persone incapaci di riconoscerle e dare loro un nome. Non si tratta del classico cliché, legato all’egoismo e all’egocentrismo, destinato ad uccidere relazioni amorose e amicali. È l’alessitimia, una pseudo patologia, legata a uno dei tratti più determinanti della personalità: l’intelligenza emotiva, che pertanto diviene “analfabetismo emotivo”.

Gli alessitimici non sono in grado di esprimere a parole ciò che provano, collegando le proprie emozioni alle corrispondenti manifestazioni fisiche.

Ma analizziamo e approfondiamo il concetto.

Alessitimia. Origini e diagnosi

L’alessitimia (dal greco a- “mancanza”, lexis “parola” e thymos “emozione”, dunque “mancanza di parole per esprimere emozioni”) è stata individuata per la prima volta negli anni Cinquanta in pazienti affetti dalle classiche patologie psicosomatiche, rafforzando l’idea che tali fossero portati ad esprimere la sofferenza emotiva (altrimenti inesprimibile) tramite la sofferenza fisica.

Il termine alessitimia, conosciuta anche come analfabetismo emotivo, poi viene coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all’inizio degli anni Settanta, per definire un insieme di caratteristiche della personalità evidenziate nei pazienti psicosomatici. Il nome viene divulgato per la prima volta nel 1976 all’XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche.

Per diagnosticare l’alessitimia esiste un test, TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale), ossia una scala psicometrica di autovalutazione a 20 domande, creata nel 1985 e poi revisionata, atta ad identificare la presenza delle tre caratteristiche alla base del disturbo:

  • difficoltà nell’identificare le emozioni;
  • difficoltà nel descrivere le emozioni proprie e altrui;
  • pensiero orientato quasi solo all’esterno, e raramente introspettivo.

Dunque cos’è effettivamente l’alessitimia?

Alessitimia e anaffettività. Significato

Innanzitutto è opportuno dissipare alcuni dubbi e chiarire la differenza che sussiste tra l’alessitimia e l’anaffettività, due problemi che spesso vengono erroneamente confusi. A tal proposito, la dottoressa Elisabetta Scalambra, psicologa e psicoterapeuta, fa luce sull’argomento.

Ebbene, un paziente anaffettivo fa fatica a provare emozioni, mentre l’alessitimico le prova, non riuscendo però a riconoscerle e ad esprimerle in modo idoneo e consapevole. Nel secondo caso sussiste proprio un “deficit di vocabolario emotivo”, da qui anche la locuzione di “analfabetismo emotivo”. Una persona anaffettiva è incapace a provare ed esternare sentimenti ed emozioni quando ciò dovrebbe avvenire naturalmente, come per un lutto o in presenza di forte gioia. È una sorta di difesa a fronte di esperienze negative, come se il soggetto si anestetizzasse emotivamente. Ciò purtroppo isola la persona dalle esperienze e dai rapporti interpersonali, in quanto la difficoltà nel provare emozioni verso gli altri porta inevitabilmente ad un allontanamento, orientando la persona anaffettiva verso aspetti della vita più materiali, come il lavoro. Diversa invece l’alessitimia.

Attualmente l’alessitimia è riconosciuta come un costrutto “transnosografico”, associato cioè a uno spettro di condizioni cliniche, concernenti le problematiche legate alla sfera emotiva. A tal proposito, l’alessitimia non è nemmeno considerata una vera patologia, ma come deficit della regolazione affettiva, ossia della sua mentalizzazione.

Secondo la definizione che ne dà Treccani, è un “disturbo che compromette la consapevolezza e la capacità descrittiva degli stati emotivi esperiti, rendendo sterile e incolore lo stile comunicativo… Nella mente degli individui alessitimici le emozioni si confondono con le sensazioni corporee percepite… Essere alessitimico non comporta la completa assenza di emozioni, quanto piuttosto una carenza nella componente interpretativa e valutativa degli affetti”. È proprio qui la chiave di lettura e interpretazione del concetto di alessitimia: nella persona alessitimica manca il codice semantico che permette di raccontare e comprendere i sentimenti e le emozioni; ci si può arrabbiare, per esempio, ma non si è in grado di identificare cosa si sta provando e perché.

L’alessitimia rende dunque complicato accedere al proprio universo emotivo, identificando le proprie emozioni e quelle altrui, e le reazioni fisiche legate ad un vissuto emotivo sono completamente slegate dalla parte emotiva. Il disturbo che affligge gli alessitimici è chiaramente conseguenza di un disagio psicologico, che si manifesta attraverso una risposta fisica, come asserisce la dottoressa Scalambra. La manifestazione fisica del disagio è una sorta di campanello d’allarme, che rappresenta proprio quelle emozioni che non trovano un linguaggio idoneo alla propria espressione. E tale incapacità di interpretare le proprie e altrui emozioni sfocia in una conseguente assenza di empatia.

Alessitimia. Caratteristiche e cause

Le conseguenze e caratteristiche dell’alessitimia sono notevoli e molteplici. Gli individui con alti livelli di alessitimia posseggono una ridotta capacità nel riconoscimento di espressioni facciali emotivamente connotate; e poiché l’abilità di tale riconoscimento è prevalentemente collegata al corretto funzionamento dell’emisfero destro, viene ipotizzata la sua disfunzione, con assenza di esperienza emotiva. I soggetti con lesioni corticali all’emisfero destro mostrano uno stato mentale di indifferenza e torpore emotivo.

Inoltre gli alessitimici esibiscono un impoverimento del pensiero simbolico, proprio legato alla capacità descrittiva e interpretativa delle esperienze emozionali. La loro capacità immaginativa e onirica è ridotta, talvolta inesistente. Tali soggetti tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di esse, preferiscono l’isolamento.

L’alessitimia provoca alterazioni della sfera cognitiva, orientando il soggetto ad un pensiero concreto, pratico, esterno dunque più che introspettivo, come se l’individuo fosse spettatore più che attore della propria vita. I dialoghi mancano di intensità emotiva e mancano i riferimenti a vissuti interiori, desideri, paure e sentimenti: un alessitimico sarebbe in grado di descrivere dettagliatamente un evento di lite con il partner, senza però comprendere di aver sperimentato la rabbia.

Come già accennato, l’alessitimia provoca alterazioni della sfera affettiva, con la difficoltà nel valutare e interpretare le emozioni, nel riconoscere cosa sussiste alla base del proprio sentire emotivo e nel discriminare tra stati emotivi e sensazioni corporee: l’emozione è, per un alessitimico, la mera percezione fisica.

Ne consegue ancora un’alterata interazione con l’ambiente, in quanto, nonostante l’alessitimico goda di un buon adattamento sociale, potrebbe sviluppare difficoltà in ambito relazionale.

Anche l’alterazione dell’espressività corporea ne è conseguenza: la rigidità posturale e l’assenza di movimenti espressivi del volto creano una barriera che inficia la conoscenza intima da parte dell’altro. Si crea una maschera che impedisce il riconoscimento e il contatto con la parte più profonda di sé. E poi ci sono scoppi improvvisi di emozioni intense, scatti d’ira, pianti e paure.

È difficile identificare un’unica causa nell’insorgere dell’alessitimia, in quanto fenomeno complesso che risente di diverse condizioni sociali, culturali, educative, e di fattori neuro-psico-fisiologici.

Tuttavia tra le cause principali dell’alessitimia va sicuramente annoverato il sostrato familiare, in particolare il rapporto con i genitori durante l’infanzia, da cui dipende lo sviluppo psico-affettivo di ogni persona, perché è proprio nell’età infantile che la mente assorbe per poi trattenere nell’inconscio le esperienze sia negative che positive, quelle che poi si rifletteranno nei comportamenti e sugli aspetti cognitivo-psicologici futuri.

Spesso l’alessitimia nasce in risposta ad un contesto familiare in cui non è presente una relazione affettiva adeguata, che consenta al bambino di sviluppare le capacità cognitive utili a riconoscere e interpretare i propri stati emotivi. E ciò può dipendere dall’appartenenza ad un nucleo familiare autoritario, che lascia poco o nessuno spazio all’espressione emotiva e all’esternazione dell’affetto. O ancora dipendere dalla separazione dei genitori, soprattutto se in tenera età, con conseguente assenza di una delle figure genitoriali del bambino, o addirittura di entrambe, mancando così i riferimenti essenziali per una corretta e adeguata crescita emotiva.

E tra le cause dell’alessitimia possono annoverarsi anche effettivi eventi traumatici, che possono limitare e invalidare la capacità di conoscere, riconoscere e valutare le proprie emozioni.

Alessitimia. Comorbidità e disagi

L’alessitimia risulta significativamente correlata a diverse condizioni patologiche, sia di natura psicosomatica sia psicologica, come l’ipertensione, la dispepsia, i disturbi sessuali e la disfunzione erettile, l’abuso di sostanze e alcuni disturbi d’ansia. E ancora associata a disturbi psichiatrici, come il disturbo dello spettro autistico, i disturbi alimentari, fino a disturbi neurologici, come la sclerosi multipla e il morbo di Parkinson. Infine, l’alessitimia si può riscontrare nella sindrome di Asperger, in disturbi di personalità, come il narcisismo, e in caso di disturbo da stress post-traumatico e in soggetti con lesioni cerebrali traumatiche o acquisite.

È fuor di dubbio che una persona alessitimica, specie a livelli più alti di tale disturbo, provi sofferenza psicologica vivendo costantemente senza la bussola dell’emotività, confondendo sentimenti, desideri e reazioni fisiche.

Le numerose alterazioni descritte si riflettono inevitabilmente sulla vita del soggetto, dei suoi parenti e di tutti coloro che tentano di instaurare con lui relazioni affettive e/o amorose. Non provando empatia, è comprensibile come le loro relazioni vengano compromesse. La convivenza con tali persone è estremamente complessa, così come l’approccio e la mancata predisposizione all’ascolto e alla comprensione. L’incapacità di riconoscere determinate emozioni rende sicuramente frustranti sia il rapporto di coppia che quelli amicali. Molto spesso gli alessitimici oscillano tra comportamenti amorevoli e distacchi improvvisi e immotivati, facendo piombare il partner, e chiunque vi si relazioni, nel disagio e nell’inquietudine, convincendosi magari della loro totale mancanza di interesse per i propri stati d’animo, e mettendo in discussione la sincerità delle parole e di comportamenti precedentemente espressi con pseudo sicurezza. Infatti è questo il grande problema che insorge nelle relazioni sentimentali instaurate con persone alessitimiche: benché costoro si innamorino, non riescono a prendere coscienza dei propri sentimenti, non riuscendo a riconoscerli e svilupparli correttamente, fino magari a confondere tra “voler bene” e “amare”. È comprensibile dunque quanto debba risultare difficile mantenere saldi i legami affettivo-amorosi.

Terapia

Un alessitimico difficilmente sarà consapevole del proprio disagio, e dunque difficilmente chiederà aiuto, rivolgendosi ad uno specialista, se non all’insorgere di altri disagi più invalidanti cui l’alessitimia è correlata.

Ma a prescindere dalla consapevolezza del paziente, non esistono tuttora dati certi sulla possibilità di trattamento clinico: indipendentemente dalla sintomatologia presentata, la maggiore difficoltà d’intervento dipende dalla scarsa capacità di elaborazione cognitiva e di mentalizzazione, e ciò rende il sistema cognitivo di tali pazienti difficilmente permeabile al cambiamento.

Tuttavia un possibile percorso al miglioramento prevede l’educazione emotiva, mirante a far sì che l’alessitimico acquisisca la capacità di riconoscere un sentimento e un’emozione nel momento in cui si presentano, dando a quelle emozioni un nome, un perché, riuscendo a condividerle verbalmente ed affettivamente e controllarle. Ciò sarà possibile grazie ad un percorso psicoterapeutico efficace, teso appunto ad aiutare le persone alessitimiche a riappropriarsi del proprio vissuto emotivo, compiendo passi avanti nella riconquista delle relazioni interpersonali, giungendo infine ad una più corretta e profonda comprensione di sé e degli altri, migliorando in questo modo qualitativamente la propria vita.

 

Fonte immagine: InSalute

A proposito di Emilia Cirillo

Mi chiamo Emilia Cirillo. Ventisettenne napoletana, ma attualmente domiciliata a Mantova per esigenze lavorative. Dal marzo 2015 sono infatti impegnata (con contratti a tempo determinato) come Assistente Amministrativa, in base alle convocazioni effettuate dalle scuole della provincia. Il mio percorso di studi ha un’impronta decisamente umanistica. Diplomata nell’a.s. 2008/2009 presso il Liceo Socio-Psico-Pedagogico “Pitagora” di Torre Annunziata (NA). Ho conseguito poi la Laurea Triennale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel luglio 2014. In età adolescenziale, nel corso della formazione liceale, ha cominciato a farsi strada in me un crescente interesse per la scrittura, che in quel periodo ha trovato espressione in una brevissima collaborazione al quotidiano “Il Sottosopra” e nella partecipazione alla stesura di articoli per il Giornalino d’Istituto. Ma la prima concreta possibilità di dar voce alle mie idee, opinioni ed emozioni mi è stata offerta due anni fa (novembre 2015) da un periodico dell’Oltrepo mantovano “Album”. Questa collaborazione continua tutt’oggi con articoli pubblicati mensilmente nella sezione “Rubriche”. Gli argomenti da me trattati sono vari e dettati da una calda propensione per la cultura e l’arte soprattutto – espressa nelle sue più soavi e magiche forme della Musica, Danza e Cinema -, e da un’intima introspezione nel trattare determinate tematiche. La seconda (non per importanza) passione è la Danza, studiata e praticata assiduamente per quindici anni, negli stili di danza classica, moderna e contemporanea. Da qui deriva l’amore per la Musica, che, ovunque mi trovi ad ascoltarla (per caso o non), non lascia tregua al cuore e al corpo. Adoro, dunque, l’Opera e il Balletto: quando possibile, colgo l’occasione di seguire qualche famoso Repertorio presso il Teatro San Carlo di Napoli. Ho un’indole fortemente romantica e creativa. Mi ritengo testarda, ma determinata, soprattutto se si tratta di lottare per realizzare i miei sogni e, in generale, ciò in cui credo. Tra i miei vivi interessi si inserisce la possibilità di viaggiare, per conoscere culture e tradizioni sempre nuove e godere dell’estasiante spettacolo dei paesaggi osservati. Dopo la Laurea ho anche frequentato a Napoli un corso finanziato da FormaTemp come “Addetto all’organizzazione di Eventi”. In definitiva, tutto ciò che appartiene all’universo dell’arte e della cultura e alla sfera della creatività e del romanticismo, aggiunge un tassello al mio percorso di crescita e dona gioia e soddisfazione pura alla mia anima. Contentissima di essere stata accolta per collaborare alla Redazione “Eroica Fenice”, spero di poter e saper esserne all’altezza. Spero ancora che un giorno questa passione per la scrittura possa trovare concretezza in ambito propriamente professionale. Intanto Grazie per la possibilità offertami.

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