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Basi neurali nel processo creativo: quando la cognizione incontra l’emozione

Quando pensiamo alla creatività nella nostra mente visualizziamo i nomi di diversi personaggi che con il loro “genio” sono passati alla storia. Einstein, Picasso, Bill Gates, John Lennon e potremmo continuare ancora per molto. Perché questi personaggi hanno lasciato un segno rispetto ad un comune mortale? William James nel 1890 definì la creatività una transizione da un’idea all’altra, un’inedita combinazione di elementi, un’acuta capacità associativa e analogica, una vera rivoluzione che segna il passaggio da un pensiero più lineare e schematico, ad uno maggiormente basato sulla sintesi, una rinnovata percezione che prende le distanze dal comune pensare. Il concetto di creatività è stato declinato in diversi modi nel corso del tempo, ma sostanzialmente il suo significato è rimasto invariato. Dalla lampadina di Einstein passando alla genialità a cui vengono associate personalità sregolate, disagiate, con problematiche di disadattamento e ritiro sociale, tossicodipendenza, sino a seri problemi di natura strettamente psichiatrica come la schizofrenia. Guilford definisce gli aspetti secondo i quali si distingue un pensiero creativo che vanno dalla fluidità, la capacità di produrre molte idee, alla flessibilità di cambiare strategia ogniqualvolta la situazione- problema dovesse richiederlo, l’originalità nel trovare risposte uniche, insolite e particolari, l’elaborazione che consiste nel perseguire una strada ideativa con ricchezza di particolari senza lasciare nulla al caso sino alla sensibilità ai problemi che si traduce nel selezionare alcune idee e organizzarle in forme nuove. Molti autori sono dunque arrivati alla conclusione che la creatività non è un evento singolo bensì un processo interattivo tra elementi cognitivi e emotivi. L’atto creativo contiene una componente di tipo cognitivo-esplorativa e una generativa. E’ come se dinanzi a sé la mente creativa passasse in rassegna una serie di modelli mentali come potenziali soluzioni al problema che le si presentano e nella fase esplorativa vengono valutate le diverse opzioni per poi essere selezionata quella migliore. Alcuni studi sui meccanismi neurali della creatività hanno esaminato il ruolo dell’ asimmetria emisferica (Martindale, 1999). Originariamente la creatività era considerata una funzione dell’emisfero destro, l’idea principale che i creativi utilizzassero soprattutto l’emisfero destro, mentre le persone razionali, meno creative l’emisfero sinistro. Tale teoria appare oggi semplicistica, a fronte della complessità del cervello. Studi recenti considerano la non esistenza definita di una lateralizzazione emisferica per la creatività e l’esistenza di diverse aree cerebrali attivate a seconda della natura del processo creativo in atto. Quando gli esseri umani sono impegnati con qualsiasi tipo di processo creativo, un gran numero di regioni del cervello quindi si attiverebbe. Le stesse regioni cerebrali sono quelle che si attivano anche in molti processi cognitivi cosiddetti “ordinari” (memoria, attenzione, controllo) pertanto, questi studi suggeriscono come la creatività possa essere considerata il prodotto di diverse interazioni tra cognizione ed emozione. Da quanto emerso dalla letteratura, sembra non esserci un accordo unanime tra i ricercatori su quali siano le precise aree cerebrali coinvolte nel processo creativo. Rimane abbastanza chiaro, tuttavia, il coinvolgimento della corteccia prefrontale, nonostante non si sia effettivamente ancora chiarita la misura di tale coinvolgimento. La conclusione è che il pensiero divergente non […]

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Linguaggio oggettuale: comunicare senza parole

Cosa si intende per linguaggio oggettuale? Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). La comunicazione è un processo complesso, un atto sociale che ci aiuta a vivere entrando in contatto con l’altro attraverso una comune rappresentazione della realtà mediata dal linguaggio. Tuttavia, lo sviluppo del linguaggio verbale non deve essere prioritario rispetto ad altri progressi del bambino. Nell’ottica infantile della costruzione del sé, molto importante diviene la conquista dell’ambiente grazie alla deambulazione. La conquista dello spazio significa indipendenza, autonomia. L’infante si sente distinto e può riconoscersi in quanto entità separata dalla madre. Comunicare per un ipovedente non significa solo parlare, ma vivere intensamente ciò che si cerca di esprimere facendo uso degli oggetti. La mancanza della vista riduce le capacità motorie ed esplorative del bambino per muoversi all’interno dell’ambiente. Il bambino cieco rischia di trovarsi, nei primi mesi di vita, immerso in un universo di suoni e odori che difficilmente riesce a gestire spontaneamente. Per questo motivo, l’esplorazione funzionale dell’ambiente e degli oggetti che lo compongono deve essere, nel bambino ipovedente, stimolata e organizzata dall’adulto: in questo modo gli oggetti che caratterizzano l’ambiente possono diventare contemporaneamente oggetti costitutivi (oggetti funzionali propriamente detti), ed elementi di comunicazione (significanti della comunicazione oggettuale). L’oggetto infatti, costituisce il significante di una richiesta: esso è espressione di quella parola taciuta, mancata, silenziosa. L’apprendimento di questa forma di comunicazione da parte di persone con seri problemi di vista avviene per associazione tra l’oggetto e la situazione stessa che dev’essere immediatamente successiva all’aver dato l’oggetto segnale. ( Es: quando il bambino prende l’oggetto bicchiere significa che ha sete, tale richiesta dev’essere immediatamente soddisfatta dandogli un bicchiere d’acqua). Il linguaggio oggettuale è per questo un sistema di comunicazione trasparente in quanto gli oggetti devono avere una buona somiglianza tattile con l’oggetto originale. Questi processi avvengono tramite la discriminazione di oggetti di uso comune cercando di far comprendere le caratteristiche rilevanti di un oggetto rispetto a quelle di ciascun altro. In questo modo i bambini ipovedenti con difficoltà di apprendimento, possono utilizzare un sistema di comunicazione non verbale legato alle loro abilità tattili e basato sulla rappresentazione di azioni e situazioni attraverso gli oggetti: la ricerca, il riconoscimento dell’oggetto e la sua ostensione all’adulto diventa elemento espressivo corrispondente ad altrettanti significati. Immagine: Pixabay

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ADHD: bambino iperattivo o vivace?

La psicologa di Eroica(mentis) parla del disturbo ADHD. Capita spesso che genitori e insegnanti si trovino di fronte a bambini che appaiono ai loro occhi piuttosto “vivaci”, e se ne lamentano. Sono bambini che non stanno mai fermi, giocano, saltano, mostrano una viva curiosità verso l’ambiente che li circonda, tuttavia vengono solitamente e in maniera impropria definiti come iperattivi. Ma qual è effettivamente la linea di confine tra un bambino definito iperattivo  e un bambino semplicemente un po’ più vivace? Facciamo però un passo indietro. Nel DSM-5 l’ADHD viene classificato come un disturbo del neurosviluppo che si riscontra secondo il manuale prima dei 12 anni. L’aspetto fondamentale dell’ADHD è un persistente pattern di disattenzione e/o iperattività e impulsività che influenza il funzionamento e lo sviluppo. Sul piano comportamentale la disattenzione si manifesta come distrazione/divagazione dal compito, difficoltà a mantenere l’attenzione e disorganizzazione. L’iperattività si riferisce ad un’eccessiva attività motoria, l’assenza di consapevolezza di potersi fermare è un primo indicatore che separa il normale carattere vivace del bambino dal sospetto di iperattività o ADHD. L’impulsività si evidenzia in azioni affrettate senza valutare le conseguenze che queste possono avere. Secondo il DSM-5 vi sono 3 tipi:  variante con disattenzione predominante variante con iperattività/impulsività predominane combinato Ai fini della diagnosi, è necessario, che i comportamenti di iperattività/impulsività e/o disattenzione siano presenti in più contesti e causino una compromissione significativa dell’attività globale del bambino. L’ADHD può presentarsi in associazione a difficoltà di apprendimento, al disturbo della condotta, ad ansia e depressione, al disturbo oppositivo provocatorio etc.. In età prescolare il sintomo prevalente è l’iperattività mentre la disattenzione diventa più preminente durante la scuola elementare. In adolescenza i sintomi iperattivi ( quali correre, saltare) si riducono e emergono sottoforma di irrequietezza, nervosismo o impazienza. In età adulta l’impulsività resta un aspetto problematico da gestire anche quando l’iperattività è diminuita. L’ADHD si manifesta in più contesti (lavoro, scuola, casa). In età evolutiva il contesto privilegiato per l’osservazione dei sintomi, è la scuola in quanto le prestazioni scolastiche risultano spesso ridotte e i risultati vengono raggiunti con molta fatica. Ad esempio, anche l’applicarsi in maniera incostante e/o inadeguata richie un’attenzione prolungata nel tempo difficile da sostenere interpretata dagli altri come pigrizia e irresponsabilità. Come intervenire dunque? Anche se non è possibile eliminare le cause del disturbo in quanto la sua origine è neurobiologica  e interferisce con il normale sviluppo psicologico del bambino, è possibile intervenire sull’aumento della durata dell’attenzione, sul controllo dell’impulsività, sulla consapevolezza delle proprie difficoltà e sull’apprendimento di strategie tramite un percorso integrato che coinvolga il bambino, la famiglia e la scuola. Sviluppare nel bambino abilità di self control e di adattamento e un training per le abilità sociali costituisce a specifiche tecniche e strategie per il miglioramento dei comportamenti problematici. Immagine: Pixabay

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DCA: aspetti psicologici e sociali del disturbo alimentare

La psicologa di Eroica(mentis) parla oggi dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Quello dei disturbi alimentari (DCA) è un argomento complesso in quanto sono implicati una serie di fattori fisiologici, psicologici, sociali e comportamentali che non possono non essere indagati e approfonditi in un contesto clinico e di ricerca. Tali disturbi rappresentano oggi tra i giovani, un’elevata percentuale di mortalità, sempre più spesso legati alla società capitalista, ai modelli per cui il corpo diventa il mezzo per essere riconosciuti e apprezzati. Siamo nel pieno di una “rivoluzione della comunicazione” che ha prodotto un aumento della velocità, del ritmo, del flusso, della densità e della connettività della vita sociale ed economica degli individui. In meno di vent’anni, infatti, software, computer, media digitalizzati, internet, la telecomunicazione mobile e il wireless hanno permesso una connessione tra gli esseri umani alla velocità della luce: attraverso il web, è possibile connettersi istantaneamente con più di un miliardo di persone, e di comunicare direttamente e contemporaneamente con ciascuna di esse, permettendo in questo modo, la veicolazione di una quantità di informazioni quasi impossibile da contenere e comprendere. «Abbiamo sempre meno familiarità con noi stessi e la grammatica visiva del nostro tempo ci spinge a vedere il corpo e la nostra immagine come un oggetto che non ci piace mai abbastanza, che si può e si deve perfezionare.» (Dalla Ragione & Mencarelli, 2012). Sicuramente possiamo individuare dei fattori cosiddetti predisponenti ai DCA (genetici, psicologici) che aumentano la vulnerabilità/probabilità che una persona possa sviluppare un disturbo di alimentazione. A questi possono associarci fattori definiti precipitanti costituiti da eventi rilevanti per la vita del soggetto come ad esempio un lutto, un’aggressione, una separazione, ma anche da avvenimenti apparentemente non gravi quali possono essere un brutto voto preso a scuola, essere presi in giro per il proprio aspetto, infine possiamo trovare i fattori di mantenimento ossia tutti quei fattori che possono impedire il ritorno graduale alla “normalità”. I disturbi alimentari insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile rispetto a quello maschile. Secondo gli ultimi dati in Italia sono circa 3 milioni di cui il 95,9% sono donne e 4,1% sono uomini. Nel caso dell’anoressia nervosa l’incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre per gli uomini è compresa tra 0,02 e 1,4 nuovi casi. Per quanto riguarda la bulimia si registrano ogni anno 12 nuovi casi per 100 mila persone tra le donne e circa 0,8 nuovi casi tra gli uomini. Si tratta di numeri davvero preoccupanti, che fanno dell’anoressia la terza più comune “malattia cronica” fra i giovani. Una criticità dalle conseguenze molto pesanti, se si considera che i pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni presentano un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei. Il numero di decessi in un […]

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Mappa delle emozioni durante l’emergenza: cos’è?

La psicologa di Eroica(mentis) oggi parla della mappa delle emozioni generata durante l’emergenza sanitaria. Ogni giorno l’azienda italiana Expert System, la quale si occupa di semantica e intelligenza artificiale, pubblica un monitoraggio delle emozioni e dei sentimenti degli italiani durante questo periodo di emergenza sanitaria nazionale. Come? In pratica viene effettuata un’analisi semantica dei post pubblicati sui social media nelle ultime 24 ore. Come? Una “emotion analysis” effettuata tramite una tecnologia di Artificial Intelligence (AI) è stata ed è in grado di elaborare automaticamente migliaia di testi per avere la sintesi di quello che sentono e pensano le persone scrivendolo sui social media. Per avere uno spaccato in tempo reale delle reazioni dei cittadini e del modo in cui sono cambiate le loro emozioni È quello che ha fatto Expert System, in collaborazione con Sociometrica, per oltre 2 mesi (dal 23 marzo al 29 maggio): sono stati raccolti e classificati, in tempo reale, migliaia e migliaia di testi pubblicati su Twitter, per cogliere, in tempo reale, l’evoluzione dei pensieri e dei sentimenti della popolazione di giorno in giorno. Mappa delle emozioni: come funziona? L’analisi basata sulle emotion consente di andare ben oltre le connotazioni positive e negative di un’emozione. Se infatti la sentiment analysis supporta la comprensione della connotazione positiva / negativa nascosta in un giudizio o in un’opinione, le emotion riescono a riconoscere l’emozione specifica espressa nel testo, garantendo un risultato dell’analisi molto più preciso, e quindi fruibile a livello operativo. Proviamo per esempio di voler applicare la sentiment analysis a un insieme di tweet che commentano una decisione del governo comunicata di recente, come è accaduto in questo periodo di pandemia in cui molti cittadini hanno riportato sui social i pareri su tutte le normative promulgate su distanziamento sociale, uso delle mascherine, bonus economici, smart working ecc. Utilizzando la tradizionale sentiment analysis si potrà arrivare a definire se il giudizio dei cittadini sia complessivamente positivo, negativo o neutro, creando così una mappa delle emozioni. In caso di esito negativo, occorrerà un approfondimento per capire cosa di quel provvedimento non è piaciuto ai cittadini. L’approccio basato sull’emotion detection ci darà invece un’immagine molto più chiara del punto di vista dei cittadini, suggerendo ad esempio che il provvedimento ha suscitato rabbia oppure ansia oppure speranza e consentirà quindi di attuare una strategia comunicativa in risposta, che possa andare a placare o rassicurare i cittadini, oppure a lavorare sul consenso che tale annuncio ha attivato. Tornando al caso specifico del Coronavirus, cosa hanno provato gli italiani durante l’emergenza sanitaria ancor in corso? Dopo le prime settimane di paura, ansia e sofferenza di fronte all’aumento dei casi positivi e tutte le incertezze derivanti da chiusure e spostamenti, sono cresciute molto le emozioni neutrali, e le emozioni cosiddette “maleducate” ( intese dal sistema come parole offensive ). Si sono scatenate le emozioni relative a rabbia e lamentele per le condizioni della riapertura, le lentezze burocratiche, le regole giudicate troppo restrittive, le violazioni delle regole stesse ecc. Non sono mancate emozioni positive (l’amore dimostrato […]

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Covid-19: L’importanza del benessere psicologico

“Non c’è salute, senza salute mentale” ha dichiarato a più riprese l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicando anche un documento contenente diversi messaggi con l’obiettivo di sostenere il benessere mentale e psicosociale tra i diversi gruppi sociali durate la pandemia. Non tutti posseggono infatti le stesse risorse per reagire efficacemente a intense condizioni di stress, angoscia e isolamento. L’emergenza sanitaria ancora in atto ha sicuramente esacerbato alcune nostre paure o ne ha fatte nascere di nuove. Ci sono persone più sensibili che sono predisposte ad insorgenza sintomatologica per età e/o condizioni psichiche preesistenti che può dare origine ad episodi di ansia, deflessione del tono dell’umore o peggioramento di patologie preesistenti. Diverse sono state le indicazioni degli esperti, in particolare di CNOP e ISS, su come “vivere” il più possibile al meglio questo periodo tanto delicato. Creatività e flessibilità sono le risorse che in questo periodo ci possono tornare utili e che probabilmente abbiamo anche già messo in atto senza nemmeno accorgercene. Conviene infatti concentrare l’attenzione su che è possibile fare anziché su ciò che ci è negato fare. Questo aiuta a fare spazio nella mente a tutto quello che è nelle sue possibilità in termini di come è possibile impiegare il tempo rilassandosi e spostando l’attenzione dall’invasione dei media con i suoi numeri e i continui aggiornamenti sull’emergenza minuto per minuto. Questi invece possono essere più funzionali se impiegati per mantenersi in contatto con il mondo esterno, in particolar modo durante le vacanze natalizie. A tal proposito, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha divulgato un Vademecum Psicologico Anti-Panico per i cittadini che consiglia di: – Attenersi ai fatti in maniera oggettiva – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che l’80% dei contagiati guarisce spontaneamente, il 15% presenta problematiche mediche gestibili, il 5% manifesta un quadro sintomatico grave e la metà di essi va incontro al decesso. – Riflettere sul rapporto tra paura ed efficienza in emergenza: quando la paura è nulla o moltissima, l’efficienza nel fronteggiare la situazione viene meno. L’ideale sarebbe vivere l’attuale scenario con consapevolezza e percezione equilibrata dei pericoli portati dal contagio del Coronavirus. – Non mettere in atto strategie sull’onda emotiva dell’allarme e del panico: la messa in atto delle semplici misure di sicurezza proposte è un buon modo per vivere con serenità la situazione. Invece, un’ansia elevata inibisce la capacità di ragionamento senza cui non possiamo garantire a noi stessi e agli altri una gestione ottimale della prevenzione al contagio. Inoltre, il CNOP raccomanda di: – Non ricercare compulsivamente le notizie ma aggiornarsi una volta al giorno e solo da fonti affidabili come il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore della Sanità – Entrare nell’ottica che le misure di sicurezza prese servono a proteggere le altre persone e non a proteggere solamente noi stessi. Per questo motivo è importante che tutti le adottino per il bene della collettività: non ignorare la disattenzione altrui, può essere utile spiegare l’importanza dei comportamenti di sicurezza agli altri con pazienza e calma. Reazioni di rabbia o disprezzo non aiuterebbero […]

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DaD: la scuola “spaziale” funziona davvero?

DaD (Didattica a Distanza): ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Che lo si voglia oppure no, niente divide di più le famiglie, la scuola e la politica riguardo al tema della didattica a distanza, meglio conosciuta con l’acronimo DaD. Se da un lato alcuni genitori temono l’aumento dei contagi e mostrano preoccupazioni per i propri familiari, dall’altra la scuola “spaziale” non convince in termini di efficacia e funzionalità per cui si temono importanti conseguenze sulla formazione e sul futuro dei giovani studenti. La DaD funziona, ma la necessaria distanza formativa e soprattutto emotiva ha importanti ricadute sull’apprendimento a lungo termine. La prima e evidente distinzione da fare riguarda l’età dello studente: la presenza fisica in aula di studenti e insegnante è fondamentale soprattutto per le scuole di primo ciclo. Nella fascia d’età che va dai 6 ai 12 anni, la neuroplasticità del cervello è più elevata in particolare durante i processi di memoria e apprendimento. Anche se geneticamente possediamo grandi capacità di apprendimento ad esempio, se queste non verranno adeguatamente “allenate” e stimolate dall’ambiente e dalle relazioni, tale capacità resterebbe solo una potenzialità inespressa o può addirittura e in certi casi essere compromessa in situazioni future che implicano l’uso di tale potenzialità. La stimolazione cognitiva, emotiva e motoria proveniente nel nostro caso da un contesto altamente formativo ed esperienziale come la scuola, è importantissima in questa fascia d’età affinché i bambini possano imparare ad adattarsi alle esigenze dell’ambiente che li circondano. Fondamentale è l’apprendimento linguistico. Immaginate il caos delle chat, i microfoni delle piattaforme audio-video scarsamente funzionanti, la connessione rallentata, l’immagine del volto insufficientemente messa a fuoco. I bambini che in modo intermittente richiamano l’attenzione della maestra senza riuscire a farsi sentire magari perché sono più timidi, hanno la voce bassa, altri che invece si lasciano distrarre dai loro giochini perché trovano noiosa la lezione fatta a distanza. Manca l’attenzione, il pilastro dell’apprendimento. L’insegnante ha il compito di catturarla e incanalarla, ma questo diventa davvero complesso da fare se di fronte a sé ha uno schermo anziché i bambini in presenza. L’aula è lo spazio che contiene e fermenta la vita sociale dei bambini, l’attenzione e l’apprendimento dipendono molto dai segnali sociali. Ad esempio se al bambino gli si indica qualcosa il suo sguardo sarà rivolto prima al suo interlocutore (la maestra) e solo dopo si girerà nella direzione in cui la maestra sta guardando. Diversi esperimenti hanno dimostrato che quando al bambino gli si insegna una parola nuova, se il bambino interagisce con l’adulto e può seguire il suo sguardo verso l’oggetto che corrisponde alla parola, la impara subito. Se invece la stessa parola viene ripetuta anche più volte attraverso un microfono come accade in DaD, il bambino non la memorizza. La formazione in classe favorisce, inoltre, un altro aspetto importante dell’apprendimento, il coinvolgimento attivo. L’attivazione e lo sviluppo del pensiero riflessivo e ipotetico aiuta il bambino a fare chiarezza sollevando dubbi e ponendo domande rispetto ad un argomento o ad un esercizio che gli può sembrare poco chiaro, […]

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Disabilità: quando “l’essenziale è invisibile agli occhi”

Disabilità: inclusione, diritti, differenza. Un salto nel passato o un tuffo nel futuro. Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). Se pensiamo che appena il 31,4% delle persone affette da sindrome di Down con più di 24 anni lavora, prendiamo atto dell’esistenza di una manchevolezza legata ad alcuni riposizionamenti organizzativi all’interno di un contesto complesso che contiene ed accoglie la differenza come qualità specifica e irrinunciabile alla base del cambiamento sociale. Cosa manca effettivamente? Il collante. Una dinamica relazionale che riesca a tenere insieme l’impegno strettamente istituzionale con quello più largamente educativo e progettuale agito e promosso sul territorio. «L’essenziale è invisibile agli occhi» affermava il noto scrittore francese. La disabilità diventa un numero che aumenta a dismisura, ma senza lasciare traccia, senza un dopo famigliare e sociale. Questo fenomeno si manifesta in misura maggiore dopo l’uscita dal contesto scolastico che conduce il soggetto disabile alla dissolvenza sociale, all’assenza di un impegno lavorativo e al conseguente e inevitabile sovraccarico famigliare. Percentuali che sfidano la messa in gioco dell’autonomia, del senso di collaborazione, di una politica dell’inclusione che si ponga tra accettazione e sfida continua. 1 italiano su 4 dichiara di non aver mai incontrato nel corso della propria esperienza lavorativa persone disabili, senza trascurare che per 2 italiani su 3 la disabilità viene percepita come una limitazione fisica più che intellettiva. Bisognerebbe farsi carico della disabilità per vivere l’autonomia nella sua essenzialità, nel suo significato più profondo, per essere capaci di vivere l’indipendenza come prerogativa dell’organizzazione collettiva. Sorge la necessità di educarsi per educare, e questo esempio dev’essere dato da una buona politica attraverso un processo di coscientizzazione ed individuazione di quelli che sono i servizi e le possibilità offerte dal territorio per l’inserimento della disabilità nel mondo del lavoro. Appare evidente come oggi ci concentriamo sui molti disoccupati senza lavoro sottovalutando il dato di fatto che le persone con handicap hanno maggiori difficoltà di accesso nei contesti lavorativi limitando di fatto la partecipazione attiva all’interno della comunità, senza tralasciare uno spreco inaccettabile di competenze. Per fare questo è necessario entrare nella “loro” realtà, conoscendo le loro peculiari caratteristiche per organizzarle e inserirle in particolari contesti che li valorizzino. Un investimento sociale ed economico senza precedenti. Una sfida alla crisi economica, all’individualizzazione, ai mercati finanziari, alla globalizzazione. Rimettere in gioco i contesti organizzativi significa generare conflitti, creare disordine, quest’ultimo non deve intendersi come assenza di ordine ma va letto come una mancanza di relazione tra ordini diversi. La possibilità di includere la differenza costituisce un valore aggiunto al capitale umano in quanto apre prospettive inedite, di emancipazione e di crescita superando il limite che ci impone il nostro esclusivo punto di vista. Significa superare il confine della paura e del rischio per accedere al cambiamento e alla conoscenza dell’altro rimettendo in discussione se stessi e le proprie convinzioni. Sorge la necessità di recuperare una solidarietà collettiva di integrazione della differenza superando quelle barriere di rigidità e indifferenza che ostacolano la nascita di ecologie relazionali possibili e costruttive. Significa superare la mera […]

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Trauma psicologico: definizione e approcci

L’esperta di Eroica(mentis) ci parla di trauma psicologico. Iniziamo a definire l’etimologia del termine «trauma» che dal greco significa «ledere», «danneggiare» in riferimento al corpo (ad esempio, una lacerazione). Dal punto di vista psicologico, può essere definito «ferita dell’anima», come qualcosa che impatta negativamente sulla realtà della persona alterando il suo equilibrio. Esistono diverse forme di trauma psicologico a cui può andare incontro una persona nell’arco della vita, come i «piccoli traumi», esperienze negative e disturbanti non particolarmente intense e destabilizzanti (ad esempio, un’umiliazione), discussioni con persone significative della nostra vita. Accanto a questi «piccoli traumi» definiti anche «traumi t» , vi sono i «grandi traumi» o «traumi T». Essi fanno riferimento a tutti quegli eventi che portano alla morte o che possono ledere in maniera significativa e determinante l’integrità fisica propria o delle persone a cui teniamo. A questa categoria appartengono eventi di grande impatto traumatico come disastri naturali, abusi, incidenti. Diversi studi hanno tuttavia dimostrato che nonostante le diverse tipologie di trauma psicologico, gli individui reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi. Questo è un dato molto significativo, in quanto evidenzia come le persone rispondano al trauma in maniera completamente differente: alcune di queste, ritornano, entro un breve periodo di tempo, a condurre una vita normale, altre reagiscono in maniera più intensa e grave tanto da impedire la ripresa normale della propria quotidianità. Ma quali sono le conseguenze? Essere stati coinvolti in un evento traumatico porta ad alcune conseguenze non solo di carattere emotivo, ma anche fisico. Alcune ricerche hanno dimostrato che gli individui che hanno impattato con un evento traumatico, portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala. Un’esperienza traumatica molto forte si ripercuote anche sul corpo rilevandone una stretta connessione. Questo accade perché l’elaborazione delle informazioni è un meccanismo innato per cui l’esperienza traumatica viene “digerita” a livello mnestico in maniera riadattata e ricostruita quando la persona narra l’accaduto. Molte persone continuano ad avere pensieri intrusivi relativi al trauma anche molto tempo dopo l’accaduto. Riportano sensazioni angosciose che impediscono di condurre una vita serena e soddisfacente, il passato continua a farsi presente tutte le volte che può o quando nell’ambiente vi sono elementi che fungono da “riattivatori” dell’accaduto successivamente all’evento. Il soggetto rivive continuamente la situazione traumatica provando le stesse emozioni e le stesse sensazioni giù vissute. Il senso di irrealtà (la sensazione di essere dentro ad un film) dove tutto ciò che circonda la persona diventa irrilevante associato alle reazioni fisiche (tachicardia e nausea) e la ricerca di aiuto e vicinanza, sono le reazioni tipiche che proteggono da un crollo psicologico. Ci sono poi diverse reazioni successive all’evento, tra queste: problemi di sonno (sonno leggero, si hanno incubi o sogni ricorrenti), difficoltà di concentrazione durante la lettura, mentre si guarda un film), vulnerabilità (paura del futuro, facile irritabilità), pensieri intrusivi. Quando vi sono reazioni di questo tipo è bene rivolgersi ad un professionista specializzato nel trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress traumatico. […]

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Disturbi specifici di apprendimento: il ruolo della scuola

Disturbi specifici di apprendimento: qual è il ruolo della scuola? Negli ultimi anni e in particolar modo nei contesti scolastici e formativi, si è sempre più sentito parlare di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Se da un lato questo favorisce una maggiore conoscenza e sensibilizzazione al tema, dall’altra genera situazioni in cui diventa ancora oggi complesso caratterizzare il disturbo sulla base di una diagnosi che necessita la considerazione di diversi indicatori. La legge 170 del 2010 definisce i diritti dei soggetti con specifiche e/o differenti modalità di apprendimento, primo fra tutti avere un P.D.P. (Piano didattico personalizzato) mediante il quale il bambino ha diritto ad usufruire di provvedimenti dispensativi e compensativi. Il piano dovrà contenere le strategie e le metodologie didattiche più idonee ai fini di una maggiore efficacia dell’apprendimento. Diventa, ad oggi rilevante considerare la connessione intrinseca tra gli aspetti emotivi, cognitivi, motori e osservare come il termine «disturbo dell’apprendimento sia un’espressione ombrello che raccoglie una gamma diversificata di problematiche nello sviluppo cognitivo e nell’apprendimento scolastico, non imputabili a fattori di handicap grave» [C. Cornoldi]. I Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), così come evidenziato dalla Consensus Conference del 2010, sono di origine neurobiologica, lasciano intatto il normale funzionamento dell’intelligenza, non compromettendo di fatto altri tipi di abilità se non quelle dominio-specifiche che possono riguardare la lettura, l’orotografia, la grafia e il calcolo. I DSA costituiscono un diverso stile di apprendimento dovuto ad una neurodiversità. Una scuola a misura di bambino Oggi è fondamentale una scuola che crea e non una scuola che replica. Bisognerebbe uscire per questo dall’idea secondo la quale “l’errore è da evitare” e rivoluzionare un sistema di credenze e attribuzioni controverse che incidono sull’idea che ci facciamo dell’apprendimento e di guardare alla conoscenza come ad un processo dinamico e aperto. Quelli che noi consideriamo “bravi studenti” posseggono non solo una competenza specifica relativa al compito da risolvere, ma un’abilità sociale nel riuscire a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali all’interno di una sistema di attese reciproche (studente-insegnante). Diventa difficile all’interno di uno scenario variegato e in continua evoluzione, gestire la complessità, accoglierla e conoscerla assumendosene rischi e responsabilità. Il concetto di apprendimento comprende tutto l’arco di vita del soggetto, e la scuola insieme agli insegnanti deve essere in grado di rispondere alla pluralità delle differenze promuovendo una concezione di sapere differenziale e flessibile attraverso l’uso di strumenti in grado di rispondere in maniera efficace alle attitudini personali di cui ogni soggetto è portatore nel rispetto e per la valorizzazione di competenze diverse. Motivazione e autostima predittori dell’apprendimento Se un insegnante crede che uno studente sia meno dotato lo tratterà, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri. Lo studente interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza. L’autostima è un predittore della capacità di apprendimento, in quanto fornisce una rappresentazione del sé, delle proprie abilità e delle proprie competenze. I bambini con DSA – secondo numerose ricerche – presentano bassi livelli di autostima, bassa motivazione e stili di attribuzione disfunzionali. È dunque necessario individuare le caratteristiche di ogni […]

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FAB: quando le emozioni positive lasciano il segno

È un argomento di cui non se ne parlato molto, ma che tuttavia ha destato fascino e curiosità tra i ricercatori di tutto il mondo. Il cervello umano è programmato per ricordare più a lungo le esperienze che hanno destato in noi emozioni positive, situazioni che ci hanno trasmesso serenità e gioia e che con più facilità tendiamo a ricordare con maggiore frequenza. A sostenerlo è un gruppo internazionale di ricercatori guidato da Timothy Ritchie del Dipartimento di Psicologia dell’University of Limerick, secondo cui questo processo servirebbe a preservare il nostro equilibrio attraverso il superamento di momenti negativi. Questo fenomeno è noto sotto il nome di Fading Affect Bias (FAB), tuttavia già noto alla comunità scientifica, anche se non era ancora chiaro se si potesse estenderlo a tutte le culture. Il nuovo studio pubblicato sulla rivista Memory, mette in evidenza che questo fenomeno porta allo sbiadimento dei ricordi negativi e dunque nocivi e che riguarda tutte le culture. Il FAB tiene in sé un aspetto funzionale per la salute psicologica: “aiuta le persone ad elaborare la negatività e ad adattarsi in maniera efficace ai cambiamenti che si verificano nell’ambiente circostante mantenendo una visione positiva della vita, favorendo dunque il superamento delle difficoltà”. Come i ricercatori sono riusciti ad ottenere questi risultati? Gli esperti hanno coinvolto 562 individui tra afro- americani, neozelandesi, ghanesi, tedeschi, nativi americani e hanno chiesto loro di raccontare in forma scritta le loro esperienze di vita e di riferire le emozioni che hanno provato nel momento stesso in cui stavano riportando alla memoria l’esperienza. Gli studiosi hanno dunque effettuato un confronto con le emozioni vissute nel passato con quelle riportate nel presente, rivelando che il fenomeno FAB si verifica indistintamente in tutte le culture a prescindere dal background socio-culturale dei soggetti. Questa capacità di mantenimento dell’intensità delle emozioni positive ha dunque una funzione adattiva e auto regolativa rispetto all’emozione negativa provata in quanto nel momento in cui il ricordo negativo riaffiora alla memoria, esso si presenta in maniera meno intensa, depotenziato nel la sua carica emotiva. La presenza di questa straordinaria capacità mentale va a congiungersi ad un concetto fondamentale in psicologia, quello di resilenza, ovvero l’attitudine dell’individuo a resistere all’impatto di eventi negativi mettendo in atto molteplici risposte (coping). La resilenza fa riferimento all’importanza di puntare proprio su quegli fattori protettivi che aiutano l’individuo a rialzarsi, infatti la presenza si un sistema immunitario nel nostro cervello ci consente di superare quelle situazioni frustranti che nel momento stesso in cui le abbiamo vissute pensavamo di non poterle mai superare.

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Genitorialità consapevole: una simbolica “nascita a tre”

La psicologa di Eroica(mentis) parla di genitorialità: cosa vuol dire essere genitore? Essere genitore, cosa significa oggi? È una scelta che va oltre il desiderio di “avere un figlio” e che non coincide necessariamente con il decidere di diventare genitori. Può sembrare una banalità sottolineare questa differenza, in realtà sostanziale ed importante. La genitorialità consapevole è un percorso di crescita e di cambiamento, che vuol dire, dal punto di vista pratico, assumersi delle responsabilità che richiedono tempo e impegno; dal punto di vista psicologico, è un complesso percorso di adattamento di acquisizione di una nuova identità, come madre e come padre; dal punto di vista della coppia rappresenta la realizzazione di un desiderio condiviso. L’arrivo di un figlio assume un significato sociale e intergenerazionale in quanto garantisce la prosecuzione generazionale di quella famiglia d’origine mantenendo il continuum biologico, psicologico e culturale del proprio patrimonio familiare. Il genitore deve essere testimonianza, non deve cioè educare solo attraverso le parole. I comportamenti e le azioni, il modo di essere dimostreranno al figlio come stare al mondo via via che i bisogni fondamentali (protezione, nutrimento) si legano a bisogni emotivi e relazionali , di crescita. Più che educare inteso come sforzo di ammaestramento del bambino prevale un dover essere che è indipendente sia dalla persona del genitore che da quella del figlio. Educare significa anzitutto mettere in gioco il proprio modo di essere autentico e infondere nel bambino sicurezza o insicurezza, fiducia o sfiducia, stima o disistima di sé. Françoise Dolto, nota pediatra e psicoanalista infantile francese nonché autrice di numerosi volumi sull’infanzia e sulla genitorialità, ha proposto l’immagine metaforica dell’albero per spiegare meglio questo concetto: «L’albero giovane è un germoglio piccolissimo e fragile ma già sappiamo se avrà tre o quattro rami principali. In seguito potranno svilupparsi le fronde, ma avrà sempre i suoi tre o quattro rami principali che ne hanno costituito la struttura di partenza.» I genitori dovranno essere inoltre portatori di fede e non di fiducia (essa implica la necessità che sia ricambiata) pertanto devono essere disposti a perdere, ad abbandonare le loro aspettative/ideali sui figli o qualsiasi tipo di progetto/idea. In questo modo il bambino potrà sentirsi amato senza il rischio di colludere con i desideri del genitore che vuole che diventi ciò che lui/lei non è riuscito a realizzare nella vita o al contrario che possa rispecchiare esattamente le scelte personali e professionali. Da questa forma di rispetto deriva lo sviluppo della fiducia in se stesso e la possibilità di espressione autentica che lo aiuterà a non avere timore di deludere le aspettative dei suoi genitori. Promettere senza fare promesse. Le promesse che facciamo ai nostri figli non dovranno essere promesse di felicità legate prevalentemente all’idea secondo la quale per essere felice è necessario possedere oggetti o cose. Un bambino è felice se non viene chiuso nel mondo degli oggetti. Potrà essere felice se i suoi genitori lo aiuteranno a scoprire nuovi mondi, a fare nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi progetti. Non si diventa genitori per essere […]

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Adolescente: i suoi mondi e i suoi linguaggi

La psicologa di Eroica(mentis): il mondo dell’adolescente. L’adolescenza risulta essere un tema largamente diffuso e trattato sotto diversi aspetti, spesso lo si ritrova associato ad espressioni o condizioni quali dipendenza, immaturità, ingestibilità, conflittualità con il mondo. Con difficoltà si riesce ad andare oltre per guardare al fenomeno in tutta la sua compiutezza e complessità. Incontrare l’adolescente significa oggi guardare al di là della psicopatologia e scovare l’affascinante quanto controverso mondo interno che caratterizza questa specifica fase del processo evolutivo e relazionale. La vicenda adolescenziale è definita come evento critico che ha come obiettivo la separazione dalle figure di riferimento e l’individuazione come adulto pronto a costruire per sé un destino inedito, ma non senza aver sperimento sulla sua pelle la trasgressione delle regole, l’opposizione al mondo adulto e familiare, la depressione, l’esaltazione, l’ambivalenza emotiva. L’obiettivo da assolvere, in questa delicata fase di crescita, è la trasformazione che si realizzerà solo e se l’adolescente potrà sperimentare i suoi vissuti all’interno di legami di appartenenza che possano sostenere gli eventi critici in termini evolutivi e non disgregativi o, in extremis, patologici. Ma in quali legami l’adolescente potrà fare esperienza di appartenenza e sostegno? La famiglia, il gruppo dei pari, il mondo degli adulti. Questi sistemi interagenti tra loro con i quali l’adolescente si confronta quotidianamente definiscono via via la sua identità e la qualità delle sue relazioni future. Nella famiglia il nostro adolescente avrà modo di sperimentare il senso di protezione e di accoglienza, ma anche il conflitto, la solitudine. Ne sono un esempio le espressioni del tipo: –Tu non capisci niente- A 18 anni me ne andrò da questa casa!- Tu non hai avuto la mia stessa esperienza e non puoi sapere cosa significa. In questo sistema il giovane potrà farà esperienza delle sue emozioni più profonde, sia negative che positive che andranno a definire ciò che sarà; maggiore sarà il bagaglio emozionale acquisito è meglio saprà sentire e muoversi tra i legami affettivamente pregnanti. In adolescenza il gruppo dei pari è fondamentale in quanto rappresenta un vero e proprio spazio fisico e psicologico di condivisione, sperimentazione del nuovo, esplorazione, messa alla prova delle proprie abilità o dei propri limiti. Nel gruppo dei pari tutto ciò che viene pensato e sentito viene messo in azione automaticamente senza essere meditato o posto al vaglio del ragionamento. Un esempio sono le famose “bravate” o le giustificazioni del tipo: L’ho fatto senza pensare (alle conseguenze!). Quante volte i genitori si sono trovati a sentire queste scuse? Se da una parte il gruppo sostiene la trasgressione, dall’altra gli consente di sperimentare il cambiamento tollerando il più possibile le ansie da esso derivanti perché in esso è insita l’opportunità di potersi rispecchiare emotivamente. Il mondo degli adulti rappresenta la via attraverso la quale l’adolescente cerca di affermarsi nel presente delineando quelle che sono le sue ambizioni future. È il modello verso cui egli si orienta per crescere e affermarsi. Esso costituisce la spinta propositiva interna per raggiungere i propri progetti. Se l’appartenenza al mondo dei pari […]

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Relazioni disfunzionali: ci si ammala, ma si guarisce

Relazioni disfunzionali: cosa ne pensa la psicologa di Eroica(mentis). Di relazioni ci si ammala ma di relazioni si guarisce, mai affermazione più vera. A volte capita di ritrovarsi in relazioni che non ci soddisfano o ci fanno stare male o ancora all’interno delle quali non ci sentiamo veramente compresi, ascoltati e amati. Ma quanto siamo effettivamente consapevoli del nostro malessere in molte relazioni disfunzionali per la nostra vita? Quando è difficile dire a noi stessi e all’altro che non si sta bene assumendoci, eventualmente, anche la responsabilità della fine di un rapporto? Dal momento in cui siamo inseriti in più sistemi relazionali, i nostri comportamenti dipenderanno molto da come avremo vissuto le relazioni precedenti, in famiglia e successivamente nei nostri sistemi sociali di riferimento. Il disagio e le difficoltà psicologiche che ne derivano, sono quasi sempre problemi di natura relazionale in quanto le relazioni rappresentano l’atmosfera in cui viviamo, sono quello di cui ci nutriamo e cresciamo ancor prima di venire al mondo. La mente relazionale necessita di essere capita, compresa in quanto «nessun uomo è un’isola», come affermò nel 1600 il poeta John Donne. Tuttavia, vi sono relazioni dannose, anche se è doveroso sottolineare che nessun rapporto è immune da conflitti e incomprensioni, di cui possiamo riconoscerne aspetti che ci fanno pensare che stiamo vivendo un legame non propriamente improntato sulla crescita e sull’arricchimento interiore. La mancanza di empatia, la non predisposizione all’ascolto, l’incapacità di considerare l’altro come diverso da sé, sono alcune delle componenti dei rapporti disfunzionali. Mentre le relazioni intime sono caratterizzate da sicurezza, ascolto, prendersi cura dell’altro, dalla collaborazione e della cooperazione verso interessi e obiettivi comuni, le relazioni disfunzionali, quelle che definiamo “malate”, sono improntate sulla sfiducia, sull’abuso di potere e sul controllo da parte di uno dei due partner. Le persone che si trovano a vivere all’interno relazioni disfunzionali, di solito, sono poco consapevoli e tendono a riproporre nella coppia schemi di relazioni a noi familiari che generano insoddisfazione e insofferenza; siamo talmente abituati a definirci in queste dinamiche a noi familiari da tendere spontaneamente e quasi senza accorgercene a ricrearle con il partner che ci scegliamo nella vita adulta. Si parla tanto di violenza domestica dove i ruoli di vittima e carnefice confermano una relazione che si definisce solo in rapporto ad un altro da possedere e/o da cui dipendere. Perché è difficile riconoscere un amore disfunzionale? Sicuramente vi è alla base la difficoltà di pensare ad un cambiamento nella relazione ma non sapere di fatto come realizzarlo per poi finire per cambiare il nostro comportamento e adattarlo a quelle che sono le necessità del partner. Un altro aspetto che rende difficile riconoscere un amore disfunzionale e chiuderlo, è quello di rispondere alle aspettative del partner esaudendo tutti i suoi desideri, essere accondiscendenti con l’altro in quanto si crede di non esserne abbastanza degni. Un altro aspetto non meno importante è insito nella difficoltà di risalire alla qualità dell’attaccamento avuto in età infantile con la figura di riferimento, una presenza non-presenza o addirittura […]

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Storie di un “sì” rinviato: coltivare la speranza ai tempi del Covid

Sono 70 mila i matrimoni rinviati nel 2020, un dato sconcertante e non di poco conto. Se pensiamo all’organizzazione che c’è dietro a questo evento, all’impegno investito personale ed economico (per le categorie dei professionisti colpiti dall’invio) la preoccupazione di dover rimandare, la rabbia e lo sconforto da esso derivanti, ha generato frustrazione e disillusione nelle coppie. Altre invece non si sono lasciate scoraggiare dal virus e hanno continuato nell’organizzazione pronunciando il fatidico “sì”. Ma come affrontare questo momento inevitabile di difficoltà? Mai come adesso la coppia viene messa alla prova ancora prima di unirsi in matrimonio. Ricordiamoci che è nei momenti di difficoltà, tensione e stress che possiamo sentire nel profondo la solidità del nostro legame con il partner e mai come in questo momento storico fare squadra e sostenersi reciprocamente aiuta a superare i momenti transitori di tristezza e ansia. Mantenere la calma, affrontare insieme i diversi passaggi che hanno determinato la scelta del rinvio, può aiutare la coppia a gestire con maggiore serenità la situazione. L’incertezza del futuro insieme ad un calo profondo di energia e progettualità, può alimentare difficoltà relazionali e di coppia già pregresse spingendo i rispettivi partner a rivalutare la decisione di sposarsi e di ricominciare individualmente la propria vita. Se da una parte dunque l’emergenza ha creato non poche difficoltà organizzative ai futuri sposi, dall’altra ha sicuramente stimolato riflessioni e ha dato ai partner diverse occasioni per pensare alla propria vita di coppia in tutti i suoi aspetti, quale migliore occasione di crescita e acquisizioni di maggiore consapevolezza di ciò che siete insieme? Resilienza, flessibilità, cooperazione, disponibilità all’ascolto, sono solo alcune delle cose che le giovani coppie potranno apprendere da questa esperienza e che possono accompagnarli nei momenti di difficoltà nel corso del cammino della loro vita insieme. Quando si decide di sposarsi la coppia vaglia tutti gli aspetti dell’organizzazione del matrimonio, considerando i pro e i contro di ogni scelta, scendendo, spesso, a compromessi secondo le proprie risorse. Questo progetto curato nel tempo, non rispecchierà più il “progetto” confezionato e perfetto nella mente degli sposi, ma con il rinvio della data, dovrà essere “rivisitato”. Si deve evitare per questo ogni comparazione con il progetto precedente e cercare di concentrarsi sul nuovo da organizzare. Le soluzioni ci sono e sono diverse, di certo il matrimonio non rappresenta il punto di arrivo ma bensì l’inizio di una vita insieme, una nuova famiglia che nasce e che progetta un nuovo presente. Il coronamento di un sogno che ad oggi è solo rimandato, ma che presto diventerà una realtà ancora più bella e desiderata perché, mai come in questo momento, celebrare l’amore in tutte le sue forme da luce e speranza al nostro futuro.

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Ritorno a scuola: riflessioni e strategie per affrontarlo

Con molti dubbi e tentennamenti la data di inizio dell’anno scolastico sembra quasi alle porte così come le preoccupazioni che in questo momento attanagliano la vita scolastica e quella familiare. -Lo/a mando oppure no? -Aspettiamo e vediamo che succede? -No, se non arriva il vaccino mio figlio a scuola non ci andrà – Ho timore che il bambino si possa ammalare. Sono queste le principali domande e i timori che le famiglie stanno vivendo in un periodo in cui assumersi la responsabilità della scelta difficile del ritorno a scuola per la salute delle persone che amiamo sembra mettere a dura prova la nostra capacità di decidere per il meglio per sé e gli altri. Come comportarsi allora? Da premettere che il ritorno a scuola non sarà facile, ma questo non significa impossibile da gestire. Tornare tra i banchi rappresenta anzitutto un grande passo in avanti rispetto a ciò che abbiamo vissuto, è il recupero di un punto di riferimento per le famiglie e per i bambini molto importante da ogni punto di vista: formativo, relazionale, organizzativo, dopo un periodo di carico emotivo e di stress legato al brusco cambiamento che ha modificato gli equilibri familiari e lavorativi (smart working con tutta la famiglia) a cui si è aggiunta la faticosa gestione della didattica a distanza successivamente al lockdown. L’inizio della scuola rappresenta anche un disperato ritorno alla “normalità” seppur con grande difficoltà e limitazioni di cui saranno purtroppo protagonisti i bambini, soprattutto i più piccoli. Irritabilità, difficoltà di concentrazione, aumento di comportamento a rischio, ritiro sociale, stress, aumento/abbassamento costante del tono dell’umore, malessere fisico, costituiranno le problematiche che potenzialmente emergeranno con maggiore forza, ma possiamo affrontarle se solo restiamo uniti e condividiamo emotivamente questa nuova quotidianità sempre in sicurezza e con il supporto di uno psicologo all’interno della scuola per il personale scolastico e i ragazzi. Un ruolo chiave sarà assunto dai genitori che possono ridurre lo stress psicofisico dei loro figli recuperando le abitudini (già da casa) simulando, ad esempio per i più piccoli, il giorno di scuola (dalla sveglia presto, alla preparazione dello zainetto da portare con sé), sicuramente diverso da quello a cui eravamo abituati, ma fondamentale per la ripresa. I ragazzi avranno bisogno di essere compresi e sostenuti mettendo al primo posto i vissuti emotivi cercando di rimanere nel qui ed ora il disagio che taluni comportamenti comprensibilmente esprimeranno. Gli insegnanti avranno una doppia responsabilità, formativa e di riconoscimento del disagio dei loro studenti, avranno per questo bisogno di un valido supporto e confronto con lo psicologo. Saranno necessari tempi e spazi di riflessione e di elaborazione delle emozioni attiva ed esperienziale in sicurezza per i ragazzi e progetti ludici per i più piccoli per ricostruire attraverso gli strumenti psicologici (immagini e disegni) un significato nuovo e condiviso sull’esperienza del lockdown e sulle nuove sfide del presente. Tenere insieme ciò che è stato a ciò che ci aspetterà è molto importante perché consentirà di creare un collegamento di senso tra l’esperienza passata e quella presente facilitando […]

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Psicosomatica: tra perdita dei desideri e ricerca del sé

Psicosomatica: fenomenologia del rapporto mentre-corpo. È stato ampiamente discusso – nella letteratura filosofica e nella scienza – questo rapporto conflittuale che vedeva la mente come separata dal corpo: ancor prima del dualismo cartesiano, con Platone che fu il primo sostenitore della scissione, durante il Medioevo e successivamente con il Rinascimento seppur con un accezione diversa data al corpo definito in quel periodo storico ‘anima’. Tuttavia già gli antichi latini erano soliti pensare che ci fosse una reciproca influenza tra benessere fisico e benessere psicologico, riassumendo tale concezione nella celebre massima mens sana in corpore sano. Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne prima del 1860 scriveva: «Una malattia che noi consideriamo qualcosa di completo in se stessa, può dopo tutto non essere che un sintomo di qualche sofferenza in campo spirituale; e ancora: Il medico considera essenziale conoscere l’uomo prima di tentare di curarlo. Dovunque vi siano cuore e intelletto, queste parti dell’uomo coloriscono le malattie della sfera fisica con le loro caratteristiche.» La psicosomatica si occupa del funzionamento tra mente e corpo, messi in una relazione di scambio costante che consente all’individuo di evolvere o al contrario, se questo non viene concepito come un tutt’uno, di esprimere malessere e disagio con la comparsa di sintomi inevitabilmente collegati con l’attuale epoca che stiamo vivendo. Dal punto di vista storico-sociale, siamo passati molto rapidamente da un modello produttivo ad una società consumistica per cui la felicità appartiene all’acquisto di beni, i rapporti sono diventati interscambiabili, i desideri esauditi ad ogni minima percezione di mancanza o non corrispondenza con i nuovi ideali imposti dal mondo capitalistico. La realtà prende il sopravvento perdendo lo spazio, il contenuto, il corpo. Uno scollegamento inevitabile con la mente se tutto diventa veloce, solitario e colmabile ad ogni ora del giorno. Non c’è un momento in cui è possibile condividere. Tutto viene assimilato automaticamente senza riflettere e sentire, veramente e nel profondo, i propri desideri, i vuoti, il dolore, i conflitti.    La soggettività, le dinamiche interiori non elaborate bensì sostituite con altro o negate, non vengono espresse bensì agite ripetutamente nel reale e nel rapporto con gli altri sotto forma di sintomi che riflettono le patologie attuali (dipendenze, da videogame o da sostanze, ossessioni e compulsioni, anoressia, ansia e panico). È come se il corpo e la mente parlassero due lingue diverse elaborando messaggi che arrivano dall’esterno su due piani differenti senza mai incontrarsi. Si assiste ad un vero e proprio eccesso della realtà e del concreto a discapito dell’intersoggettività e al prevalere del piacere immediato. La realtà clinica dimostra l’importanza della psicosomatica: frequenti i casi in cui i pazienti presentano con tendenze ad evacuare i vissuti angoscianti investendoli sul corpo, a consumare compulsivamente oggetti (giochi, shopping, cibo), a manifestare distorsioni corporee legate all’immagine di un sé perfetto influenzato anche dagli attuali modelli legati alla forma fisica. Si passa dalla ricerca del piacere istantaneo a vissuti di inadeguatezza e insuccessi. Vi è una vera e propria perdita di contatto con i propri desideri che il terapeuta con l’aiuto […]

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