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Eroica Fenice

Mbappè: avere 22 anni nella cultura del giovane per forza

È la nuova star nascente del calcio internazionale, Kylian Mbappè, incoronatosi come prossimo candidato al pallone d’oro dopo l’ottima prestazione contro il Barcellona.
Mbappè è giovanissimo, ha 22 anni e già sguazza nel successo come un giocatore para-normale con tanto talento e una buona dose di fortuna.
È strano: a 22 anni uno non sa mica molto della propria vita, forse neanche sa da dove cominciare esattamente. E non essere mediocri è essere vivi, nei momenti giusti, nelle tappe in cui uno deve stare, confinato lì ma perché è il corso delle cose, naturale, obbligato.
Sviare una tappa è complicato, potrebbe significare bruciarsi, saltare i pezzi e poi ritrovarsi a quarant’anni a fare la vita di uno che ha vissuto il doppio o la metà ma non quarant’anni.
Perché funziona così. Mbappè è un genio, gioca a calcio in una maniera che gli viene facile, è un vero prodigio e dopo la notte del sedici non c’è un solo francese a non conoscere il suo nome. Pure se è nato quasi ieri.
Che non è del tutto sbagliato, perché i giovani devono mangiarsi il mondo, lo devono prendere a calci (e lui ci sta proprio dentro, letteralmente).
Però questa cultura del giovane per forza e del “quanto prima” rischia poi di invecchiarli questi giovani tanto che il quanto prima può diventare prima del tempo. Uno è bombardato da “tutto e subito” per così tanti anni che poi finisce per stancarsi o si sente di meno se si dimentica l’avverbio per strada. Non è questo, non dev’essere questo.
Mbappè merita tutta la fama che si sta godendo adesso ma merita pure di fermarsi se le cose non andranno sempre forte.
E non sarà fare un passo indietro ma fare esattamente i passi che gli spettano, tutti, tutti. Perché ha vent’anni e il successo e le cose immediate non sono clementi con chi della vita non ha visto ancora molto.
È un campione nel campo ma la vera sfida è non sentirsi arrivato o pressato da una società impaziente, senza cura della persona, che le persone le vuole già fatte e confezionate, addirittura demonizzando il fallimento, che è una parte essenziale dello scoprirsi.
Ma questo non riguarda solo uno che ha avuto una buona serata in un grande stadio, perché le buone serate le hanno tutti, si sa, anche senza stadio. Riguarda ognuno di noi perché ci si ripete all’infinito di fare in fretta ma mai di vivere appieno soltanto e basta.

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