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Eroica Fenice

La categoria Riflessioni contiene 25 articoli

Riflessioni

Hikikomori, fenomenologia del guscio

Cosa pensiamo quando parliamo di adolescenza? Probabilmente la prima risposta sarà “è un periodo intermedio della vita“. Ormai consumata l’espressione “non si è né carne né pesce”. Definizioni su definizioni, risposte inconcludenti, perché tutte dallo stampo mortifero. La definizione dell’adolescenza è all’insegna della non-essenza, come insegna lo psicologo Stefano Maltese. La non definizione sottolinea una condizione di halfness, di incompiutezza, che in un’ottica psicopedagogica non agevola il dialogo, “perché tanto poi gli passa“. L’argomento delicato del fenomeno hikikomori, cioè dei ragazzi tartaruga, parte da qui. Indubbio lo scarto che la fase adolescenziale presenta con il periodo dell’infanzia o dell’età adulta. È l’età della vita (perché questa è la sua definizione corretta) delle prime relazioni, del contatto con il mondo della scuola, forse il più critico, con il mondo degli adulti, tanto nel riconoscimento dell’essenza umanizzata dei genitori, riconosciuti nella loro ridimensionata onnipotenza, tanto nelle vite degli insegnanti. Nell’alterità si conosce se stessi, ci si incomincia a porre le prime domande e c’è qui quel momento di rottura, che è una demolizione del guscio dell’infanzia e apertura al mondo selvaggio e sconosciuto. La differenza sta nel come lo si venga percepito: una grande avventura o il peggior incubo. Gli hikikomori e il lancio nel buio Partire dalla dimensione dell’infanzia per riconoscere il problema degli hikikomori non è scontato. L’ottica adottata è quella della teoria sistemica, caposaldo della realtà psicanalitica dei nostri tempi. Il sistema è costituito da un centro e da tutto ciò che vi ruota intorno, l’individuo e il suo spettro di relazioni. La falla di uno dei componenti del sistema è una ferita di cui tutto il sistema si prende (o dovrebbe prendersi) carico. Il sistema di un ragazzino di 14 anni alle soglie dell’adolescenza è quello che vede protagonisti la famiglia e la scuola. Mettiamo caso che quel ragazzo diventi adolescente e non sappia nemmeno il perché. Viene trattato semplicemente in modo diverso e incomincia a porsi domande. A quelle domande gli viene risposto con un continuo “è solo una fase” o “un giorno capirai“. E nell’attesa di quel giorno? Annichilimento. L’impossibilità di relazionarsi porta al cosiddetto ritiro, alla sindrome di hikikomori, dei ragazzi chiusi nel proprio guscio, perché se il mondo esterno non può sopportare il peso delle proprie domande, se il taboo nei confronti delle pulsioni sessuali e dionisiache non avrà un attimo di sosta, ma soprattutto se non sussisterà il dialogo, allora è meglio sparire. L’annullamento del peso corporeo porterebbe quindi l’adolescente a immergersi nella realtà virtuale, dove il peso del sé che il mondo non sorregge può essere in sospensione nella rete. La fobia della relazione ha la sua genesi nella fobia del rifiuto, perché una delle prime domande potrebbe essere: “chi sono io?“. Nessuna risposta, perché nemmeno gli adulti lo sanno. Una concezione rigida della divisione per età della vita crolla qui. Non rari i fenomeni dell’adultescenza, di quella cosiddetta condizione di stallo dell’adulto che è rimasto nel suo guscio e non si è riconosciuto nell’alterità. L’elogio del fallimento e spiragli di luce Il […]

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Culturalmente

Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

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Riflessioni

Salvini e la bambola gonfiabile: “È la Boldrini”

“Tu mi fai girar come fossi una bambola“, cantava Patty Pravo nel 1968, accusando di insensibilità un anonimo e crudele maschio, colpevole di trattare le sue donne come oggetti. Ma qui, siamo di fronte a ben altro tipo di “bambola”. È quella gonfiabile, che è valsa a Matteo Salvini, leader della Lega Nord, un bel posto in pole position sulle prime pagine di tutti i quotidiani. L’episodio risale a venerdì scorso, quando a Soncino, in provincia di Cremona, un comizio della Lega si è trasformato per l’ennesima volta in un tripudio di luoghi comuni e cattivo gusto: come se le due cose, del resto, non andassero a braccetto. Probabilmente i presenti non si sono neppure accorti di ritrovarsi nel bel mezzo di un grottesco teatrino: sul palco allestito appositamente per l’occasione, le abili maestranze del Mangiafuoco-Salvini hanno coinvolto centinaia di persone. È bastata una rapida scossa ai fili della frustrazione per tirare fuori l’indignazione repressa dei suoi simpatizzanti, burattini animati da una propaganda che si regge quasi esclusivamente sulla caccia all’immigrato. Matteo Salvini e la Lega: lo scandalo come cavallo di battaglia In questo, il capo del Carroccio si è spesso rivelato un maestro indiscusso. La parafrasi del “bene o male, purché se ne parli” docet da sempre e questo Matteo Salvini lo sa bene, specie in un contesto politico come quello attuale in cui la Lega rischia ancora di più di languire all’ombra del centro-destra e di Parisi, nuova linea guida delle forze politiche moderate. Ma si sa, un’opposizione come la Lega fa spesso dello scandalo il proprio cavallo di battaglia. Così come si sa che la stessa musica alla lunga annoia e per rianimare il pubblico sbadigliante c’è bisogno del numero sensazionale, quello delle bocche spalancate, delle espressioni estasiate e delle standing ovation. Per cui, dopo il solito panegirico sulla legalità, l’ordine e il respingimento dei barconi al largo delle coste italiane, minestrone pluri-riscaldato che rischia di non fare gola nemmeno più al 13/14 % del suo elettorato, Matteo Salvini si è lanciato prima in uno spogliarello alla “Basic Instinct”, accompagnato da una battuta piuttosto scontata sulla sua pancetta strabordante; poi ha iniziato a dirigere il coro alla voce “c’è un solo capitano“, col quale il suo pubblico di affezionatissimi non smette di acclamarlo da un po’ di tempo a questa parte. Ma il vero clou della serata si raggiunge poco dopo, quando sul palco fa capolino una bambola gonfiabile. “C’è una sosia della Boldrini qui sul palco“, annuncia insolente indicando la bambola, mentre la folla in visibilio cede a una risata collettiva, sguaiata, più adatta ai bivacchi di una bettola di periferia che a un raduno politico che si rispetti. Prima ancora che sulla stampa, la polemica prende piede sul web, dove il video della squallida performance trova addirittura consensi, mentre nei più suscita solo sdegno. “Le donne non sono bambole e la lotta politica si fa con gli argomenti, per chi ne ha, non con le offese“, scrive la presidente della Camera Laura Boldrini su Facebook, a dimostrazione che se ignorare […]

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Riflessioni

In Italia insegnare diventa un reality

La scuola italiana sta per compiere un ulteriore passo verso il vuoto che incombe. È  di qualche giorno fa la notizia secondo cui la casa di produzione Magnolia, responsabile della messa in onda di programmi altamente culturali come l’Isola dei Famosi, è alla ricerca di insegnanti delle più disparate discipline, dall’inglese all’economia domestica, dal latino al canto. Una volta superati i provini, i “fortunati” insegnanti scelti per partecipare al programma dovranno dimostrare, non si è  ancora capito in che modo, che la scuola italiana è  da sempre basata su principi quali disciplina e metodo. La domanda a cui il format vuole rispondere è: può la scuola attuale competere con quella del passato? Il reality, infatti, si chiamerà Il Collegio, sarà ambientato nei dintorni di Bergamo e metterà a confronto i metodi di insegnamento rigidi del passato, in uso nelle scuole degli anni ’50 e ’60, con quelli moderni. Per fare questo, il format prevede che un gruppo di adolescenti tra i 14 e i 17 anni debba frequentare per quattro settimane un istituto dove sarà chiamato a sottostare alle ferree regole degli insegnanti e al controllo di supervisori integerrimi. I ragazzi, insomma, proveranno sulla loro pelle i metodi severi di un tempo, quando i docenti erano freddi e distanti e non c’era nessun aiuto tecnologico. Un reality può decidere quale sia l’educazione migliore? Chissà quante volte, parlando con persone che hanno terminato gli studi 20 anni prima di noi, abbiamo sentito tessere le lodi dell’educazione di un tempo. Quante volte il nostro maturo interlocutore ha iniziato il suo discorso dicendo: “Ai miei tempi era tutta un’altra storia! Quella, sì, che era scuola! Lì si studiava davvero, mica come adesso!”. E, devo ammetterlo, io stessa qualche volta lo dico ai miei giovani alunni, nonostante abbia terminato il liceo appena dieci anni fa. D’altra parte, vuoi per sentimentalismo nostalgico, vuoi perché in effetti il nostro ieri era migliore rispetto al nostro oggi, tutti tendiamo ad idealizzare ogni aspetto del passato, arrivando alla conclusione che “prima era meglio”. Avendo avuto a che fare con adolescenti che frequentano diverse tipologie di istituto, ho potuto constatare come gli insegnanti di oggi tendano a “premiare” con maggior facilità i propri studenti rispetto al passato. Vedo docenti più o meno giovani dare dieci in pagella come se nulla fosse, mentre la mia insegnante di latino e greco del ginnasio pretendeva tutto il programma alla perfezione per poter aspirare massimo al sette. Certo, per tutta l’adolescenza ho odiato quella donna, eppure è per lei che oggi sono a mia volta insegnante; soprattutto, grazie a lei conosco la differenza tra congiuntivo e condizionale: non posso dire altrettanto per le generazioni successive alla mia, formate da smartphone-dipendenti che entrano alla Feltrinelli solo perché c’è un Pokémon da catturare. Ora, trasformare la scuola, che già versa in una situazione non troppo florida, in un reality, può essere la soluzione? Panem et circensem reality Quando nell’antica Roma c’era qualche problema di ordine socio-politico o economico che potesse scatenare una rivolta popolare, l’Imperatore organizzava giochi […]

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Riflessioni

Noi siamo i giovani, noi siamo il domani

Dateci un numero, per piacere. Per quanto ancora dobbiamo vedervi ripetere gli stessi identici errori, mentre noi, che non c’eravamo quando li facevate per la prima volta, abbiamo già imparato la lezione? Si è deciso il destino prossimo di un paese, di un continente e di un mondo oggi, e le terribili conseguenze cominciano già a vedersi all’orizzonte. Non sarà domani, non sarà dopodomani, ma presto l’orrore si svelerà in tutta la sua forma. Non illudetevi, non è cosa relegata al Regno Unito, tutti noi abbiamo appena fatto un passo indietro storico. E tutto questo crea un tragico precedente per il futuro: uscire dall’Europa è possibile. C’è già chi affila i denti e le unghie, sognando di tornare ad un’era antiquata, impossibile da pensare e assolutamente inutile. Ma noi non ve lo permetteremo, e quando dico noi, intendo la nuova generazione. Quella spesso considerata “la peggiore storicamente” solo perché non abbiamo avuto la sfacciata fortuna di vivere una guerra e la fame ad essa collegata, come invece è toccato per secoli ai nostri predecessori. Ci considerano stupidi, vuoti e, spesso, hanno le loro buone motivazioni per farlo, non siamo mica perfetti, eppure sembra proprio, cifre alla mano, che siano stati i giovani inglesi, i giovani europei, gli unici a cogliere l’essenza di ciò che succedeva. Hanno votato sì, la maggioranza degli inglesi (e sottolineo inglesi) per il Leave, ma la stragrande maggioranza dei giovani ha scelto il Remain, ha scelto l’ Europa, ha scelto il futuro. I giovani hanno perso Ora si festeggia, l’impensabile è avvenuto: lo UK si separerà dall’UE e tornerà ad avere la tanto agognata predominanza sul proprio territorio. Il quale, all’indomani del Leave, sarà presto dimezzato, Eh sì, perché Scozia e Irlanda del Nord, i quali hanno votato per l’Europa, progettano già di separarsi, essere indipendenti e tornare nella comunità europea. Ma fanno bene a festeggiare, ha vinto la democrazia, ha vinto il popolo, anche se non si sa esattamente cosa ha vinto e molti Leave sono pentiti di non essere dei Remain. Certo, non si è arrivati a questa decisione magicamente, è il risultato di incomprensioni e problematiche da entrambe le parti. L’Europa non ha saputo cogliere e ascoltare il dissenso inglese e gli Inglesi non hanno voluto avere la calma di sedersi al tavolo, far capire quanto valevano e rinegoziare. Il futuro, ancora una volta, è stato deciso dal passato. Da chi, detto molto cinicamente, il futuro non lo vedrà affatto. Quindi grazie, a nome dei giovani europei, a nome dei giovani cittadini del mondo. La vostra passione per i muri e i confini, ormai impensabili vista l’era tecnologica in cui viviamo, si è manifestata ancora, ma noi tutti cittadini liberi del mondo l’affronteremo, come sempre, e la vinceremo, alla fine. Non è finita qui, stiamo solo aspettando che si consumi definitivamente il vostro tempo e, intanto, aumentiamo sempre più le forze. Il domani avanza, come l’alba di Calaf, e noi, coloro che la vedranno, vinceremo. Perché prima di essere inglesi o italiani, patrioti o cosmopoliti, europeisti o […]

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Attualità

Femminicidio: a Bologna, l’ultimo caso

Dalle finestre e dai balconi delle donne italiane ancora sventolano i drappi rossi, iniziativa simbolo della lotta al femminicidio e alla violenza di genere; e, a pochi giorni dal caso di Sara, studentessa romana di 22 anni brutalmente uccisa dall’ex-fidanzato, l’hashtag #saranonsarà diventa virale sui social e viene condiviso da migliaia di persone. Sembra un paradosso, uno scherzo beffardo del destino: ma è proprio in questo clima di indignazione generale che non si fa attendere l’ennesima notizia di cronaca che vede di nuovo una giovane, vittima della violenza del proprio compagno. Dopo la triste vicenda di Sara di Pietrantonio, si parla di femminicidio per una giovane di Bologna Originaria della Toscana, ma residente a Bazzano-Valsamoggia e incinta al settimo mese, la donna è al momento ricoverata in prognosi riservata all’ospedale Maggiore di Bologna, dove l’equipe medica del reparto di Rianimazione ha riscontrato gravissime lesioni allo stomaco e all’esofago, tali da far pensare all’ingestione accidentale di soda caustica. Solo dopo una seconda indagine, è emerso invece che la sostanza in questione sarebbe un prodotto per lavastoviglie, un detersivo comunque altamente irritante. L’iter è sempre lo stesso: ripetuto, reiterato, così identico a se stesso da essere purtroppo ormai scontato. Anche in questo caso, difatti, subito si è pensato all’incidente, alla casualità, ad un susseguirsi particolarmente sfortunato di eventi. Dopo ulteriori indagini, fermato dai carabinieri per i crescenti sospetti sulla sua versione dei fatti evasiva e a tratti contraddittoria, il compagno 35enne della donna ha confessato. Sarebbe stato lui a versare di proposito la sostanza urticante nella bottiglietta d’acqua gassata da mezzo litro, che, all’analisi tossicologica, non è risultata in alcun modo contraffatta, come invece il 35enne bolognese avrebbe voluto in un primo momento far credere. Al momento, non sembra neppure chiaro del tutto il movente di un simile gesto da parte dell’uomo, che in attesa della convalida del fermo avrebbe dichiarato il timore di una presunta malformazione del feto e, probabilmente, una sua volontà di indurre la compagna all’aborto. Accertate le buone condizioni di salute del bambino: è la madre, una giovane donna,  quella alla quale, ancora una volta, non è stato risparmiato l’orrore di un compagno violento. Sono in migliaia ad esprimere il loro dissenso, anche e soprattutto attraverso il web Sono talmente frequenti i casi in cui compagni violenti si giustificano con la “perdita del controllo” che è lecito pensare si tratti di attenuanti per spiegare un fenomeno fin troppo diffuso, ormai quasi strutturale di una società fortemente sbilanciata. Chi parla genericamente di un’educazione maschilista, chi di un codice di valori sfasato rispetto alla bilancia temporale di un irrealizzato rinnovamento dei ruoli e dei costumi della società occidentale e anche chi attraverso Facebook si indigna e prende le distanze dal termine femminicidio: «Non ha senso parlare di “femminicidio”. Un omicidio è un omicidio e deve essere sempre garantita l’esemplarità della pena». Affermazioni di questo tipo si leggono sempre più spesso in rete, mentre dall’ospedale Cardarelli di Napoli torna a parlare Carla Caiazzo, la donna data alle fiamme all’ottavo mese di […]

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Riflessioni

Donazione degli organi: scelta da eroi

La donazione degli organi, particolare procedura medica mediante la quale un soggetto può, sulla base di una scelta libera e consapevole, decidere di salvare una vita, si presenta indubbiamente come una delle maggiori forme di altruismo di cui l’essere umano è capace. Questa peculiare forma di “beneficenza”, nel corso degli ultimi anni sta acquistando sempre maggiori consensi, anche grazie alla crescente informazione e sensibilizzazione della popolazione. L’aumento della percentuale dei donatori non è però ancora sufficiente, ed in quest’ottica si rende necessaria una esposizione chiara e sintetica del tema, volta a definire esaurientemente perché donare, e soprattutto come farlo. La donazione è un atto di profonda generosità, grazie al quale è letteralmente possibile salvare delle vite. Malattie ed incidenti purtroppo ogni giorno affliggono migliaia di persone, e talvolta l’unica possibilità di salvezza è rappresentata da un trapianto. Le possibilità di ottenere questa operazione però sono molto basse, perché l’alto numero di richieste confrontato con il numero effettivo di donanti dà luogo ad una situazione tragica in cui la sopravvivenza è rimessa allo scorrimento in lunghissime liste d’attesa e spesso la morte sopraggiunge prima del proprio turno.  In una prospettiva cruda e razionale bisogna considerare che tutti potremmo donare, così come tutti, un giorno, potremmo necessitare di una donazione, per noi o per i nostri cari La donazione può avere luogo in vita (ad esempio donazione di rene, porzione di fegato ecc), ed in questo caso non sorgono particolari questioni, data la possibilità del donante di manifestare la propria volontà. Più problematica è l’ipotesi di donazione successiva alla morte, in quanto non sempre è possibile risalire alla volere del potenziale donatore. Quando non risulta una dichiarazione di volontà del soggetto, favorevole o contraria all’espianto degli organi, la scelta spetta ai familiari dello stesso. Questa decisione è particolarmente sofferta ed è per questo che ogni individuo dovrebbe personalmente operare la propria scelta, quando è in grado di farlo. Le modalità mediante le quali è possibile acconsentire alla donazione dei propri organi sono essenzialmente quattro: Compilare il tesserino blu del ministero della salute, da conservare presso i propri documenti personali. Compilare una dichiarazione su di un foglio bianco indicando le proprie generalità (nome, cognome, data e luogo di nascita) ed esponendo la propria volontà di donare. L’atto deve essere sottoscritto e conservato. Aderire al AIDO, Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule. Registrare la propria volontà presso gli appositi sportelli delle ASL e dei comuni convenzionati, o presso il proprio medico di famiglia. Per coloro che sono spaventati all’idea di donare, è importante comprendere che il prelievo degli organi ha luogo solo in seguito all’accertamento di morte con criteri neurologici. Tale operazione è realizzata da un collegio di medici esperti, secondo una procedura espressamente disciplinata dalla legge. Solo con la morte, intesa come cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello, è possibile autorizzare l’espianto degli organi. Per essere chiari, contrariamente a quanto normalmente si ritiene, nè il coma, nè lo stato vegetativo, configurano morte cerebrale, e quindi in entrambi i casi l’espianto […]

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Riflessioni

Così Montesanto diventò Petru Birladeanu

Oggi, 26 maggio, la stazione di Montesanto, crocevia della Circumflegrea e Cumana, è stata intitolata a Petru Birladeanu, nel settimo anniversario della sua morte, avvenuta in quello stesso luogo a causa di una serie di proiettili vaganti sparati da un gruppo armato. Tra i presenti, il presidente EAV Umberto de Gregorio, Geppino Fiorenza, l’ Ass. Roberta Gaeta, Fabio Giuliani, referente regionale di Libera e Maria Teresa Nicastro, del presidio di Libera Vomero-Arenella. Petru Birladeanu, crederci è un dovere  Chi scrive, è un disilluso. Non so bene perché sia andato stamattina a Montesanto e cosa pensavo di poter ottenere. Io non ci credo più alla salvezza di questa città, da un po’ di tempo a questa parte. Ma qualcosa preme dentro di me affinché io non molli tutte le speranze, per farmi combattere e non restare sulla riva aspettando d’essere trascinato dalle onde. C’era poca gente stamattina, pochissima, eppure era un evento importante per la città e per il quartiere. Molto ha fatto lo sciopero, il resto il totale disinteresse. Si sono dette un sacco di parole cariche di significato, tutte molto belle, tutte molto sagge, ma sapevano di già sentito. Ogni parola era sacrosanta, ma in una città in cui il sangue scorre più spesso che in altre, si sentiva la retorica. Ma c’erano i ragazzi del liceo Pansini, c’erano i ragazzi del presidio e tante altre persone, di varie età, che sembravano così entusiaste, così sinceramente commosse da tutto ciò. Mi sono chiesto perché tutto ciò non attecchisse anche me, dove sbagliavo e la risposta non mi è arrivata fulminea e illuminante come se fossimo in un film, perché questa è la realtà dei fatti. La mia visione è mia, non deve essere per forza condivisa, ma ciò che ho condiviso con quei ragazzi è stato qualcosa di vero, è stata la speranza. Loro ci credono e non hanno alcun obbligo nel farlo, nessun motivo preciso. Potevano essere altro, come detto da Don Tonino Palmese, eppure hanno volutamente scelto d’essere ciò. Davanti ad un tale desiderio, una tale volontà, crederci diventa un dovere.  Quindi bisogna ringraziare loro, ma soprattutto Petru e tutti quelli che, come lui, sono morti come novelli Gesù, per espiare i peccati di noi vivi e ricordarci che lo siamo.  

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Riflessioni

Il Papa, i cani e i gatti: siamo umani o animali?

Sapete cos’è il click-baiting? Certo che lo sapete, ne siamo tutti, o quasi, vittime consapevoli e non. Creare un articolo, un link con il cosiddetto “strillone” per far cliccare più persone possibili su di esso e guadagnare in base a visualizzazioni e inerenti pubblicità. Tutto è lecito per farlo, oggi come oggi, anche se gli argomenti d’attualità sono sempre oro colato per gli avventori della rete. In questi giorni, uno dei casi suddetti, è quello del Papa e del suo presunto invito ad “amare meno i cani e più il proprio vicino”. Detta così, con un tono sprezzante che il Pontefice in realtà non ha usato nel pronunciare tale frase, la frase può irritare e accendere qualche dibattito. Il punto è che il Papa NON ha detto di togliere qualcosa a cani e gatti, ma ha aperto un discorso, condivisibile o meno, sulla differenza tra pietà e pietismo, usando una metafora di facile comprensione che usava gli animali domestici più diffusi. Non ci interessa schierarci da un lato o dall’altro, ma fare una sincera riflessione sul come mai questa frase abbia scatenato tanta veemenza e accolto tanta attenzione, portando addirittura l’AIDAA (Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente) a dar consiglio al Papa di “pensare ai preti pedofili”. Uomini o animali, chi vince la targa di “migliore”? Quel che il Papa voleva dire, probabilmente, è che molte persone danno più attenzione al proprio animale domestico che ad un mendicante bisognoso. Ma la molla scattata proviene da un’altra disputa di pensiero, la quale è coperta dall’ombra egemone di una ancora più grande e mai realmente giunta ad una conclusione comune: è l’uomo migliore di un qualsiasi animale? Perché se esso lo è, tutto torna, altrimenti la scelta di alcune persone, che appare ad altri insensata e inumana, diventa possibile. C’è chi non si pone minimamente il problema, considerando l’uomo, in quanto senziente, per natura superiore e gli concede il diritto quindi di soggiogare e dominare gli altri. Per altri, invece, la situazione non è così semplice e merita una discussione più lunga e articolata, dove vengono messi in campo argomenti scientifici e non. Sono decenni che la cosa va avanti ed è improbabile che troveremo la soluzione in questo articolo. Quel che ci chiediamo è come mai non tutti sono d’accordo col Papa e preferiscono di gran lunga gli animali? Un’altra discussione immensa, le cui possibili risposte sono svariate. Ci sono alcune persone che non riescono a rapportarsi al meglio con gli altri, per vari motivi, e trovano in quel rapporto col proprio animale domestico ciò che gli manca e finiscono col donare tutto se stessi al proprio animale. Ma parliamo di casi estremi di coinvolgimento emotivo, mentre la maggior parte delle persona ha, sì, un rapporto profondo col proprio animale, ma senza sostituirlo a tutto il resto. Quindi, la domanda è: come mai queste persone sembrano preferire, in alcuni casi, gli animali agli uomini? Potrebbe essere, ma non ne siamo certi, che sia perché  nessuna cane ha mai usato Dio, l’Inferno e l’eterno bruciare per […]

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Perdonare: quando la libertà diventa una maledizione

Esiste una frase, più o meno sempre uguale, che viene utilizzata per dire, in poche parole, che una volta le relazioni duravano di più, che oggi abbondano divorzi, che nessuno ricorda cosa sia il vero amore. Questa frase è “i miei nonni sono stati insieme tutta la vita”. Nel mio caso è vero, i miei nonni sono stati davvero insieme tutta la vita. I miei genitori no, neanche dieci anni. E io? Io ho imparato a perdonare. È una cosa a cui penso parecchio, ogni volta che con il mio ragazzo si alza un po’ la voce, ogni volta che arriva qualche dubbio, ogni volta che la voglia di buttare tutto all’aria si fa sentire. Una volta le donne erano brave in questo, erano brave a perdonare, era un loro dovere. Perdonavano sempre, perdonavano i tradimenti, perdonavano le botte. E covavano l’odio, perché il diritto di andar via non c’era, per loro. Il diritto di “non” perdonare Una delle maggiori conquiste dei movimenti femministi non è stata solo il diritto di voto, non sono state solo le tutele sul lavoro, quelle nell’ambito della maternità. Una della conquiste più grandi è stato il diritto a dire no, a non perdonare, a non sopportare. Diritto che ben presto si è trasformato in un dovere, in una maledizione. Oggi basta guardarsi intorno per capire che poche donne sanno ancora perdonare, pochi uomini hanno imparato a farlo. Le persone si lasciano per un disaccordo, per un vaso rotto, per uno sguardo alla persona sbagliata durante la luna di miele. Matrimoni lampo privi del perdono, anni d’amore dimenticati per una piccola incomprensione. Ringrazio di avere il diritto di non perdonare, e non parlo solo dei tradimenti e delle botte – perché di quelli, grazie a Dio, non ce ne sono mai stati –, ma anche di una parola scortese detta in un momento di nervosismo. Oggi esiste il diritto di non perdonare. Ma quello che in molti sembrano aver dimenticato è che io ho anche il diritto di decidere di farlo. I miei nonni sono stati insieme tutta la vita. E di certo molte volte non si sono sopportati, ma si sono sempre perdonati. I miei genitori avevano il diritto di scegliere e hanno scelto. Ed ora che questo diritto ce l’ho anche io, scelgo di essere felice ogni giorno, di costruire qualcosa lasciando da parte magari quelle piccole cose che potrebbero darmi fastidio, lasciando da parte chi mi dice che “proprio non avrebbe perdonato, al posto mio”, lasciando da parte chi giudica. Non penso di essere una persona debole. Una donna cinquanta anni fa veniva giudicata se si prendeva il diritto di lasciare, oggi viene giudicata se si prende quello di perdonare. Quanta strada ancora c’è da fare.

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