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Eroica Fenice

Carvilio ed Aebutia: una singolare scoperta archeologica

Carvilio ed Aebutia: una singolare scoperta archeologica

La tomba di Carvilio ed Aebutia, riemersa in modo del tutto casuale a Grottaferrata, alla periferia sud-est di Roma sulla via Latina, costituisce una sepoltura eccezionale per le sue peculiarità. Nel corso di lavori per la rimozione di un traliccio nel terreno di un privato, riaffiorano, infatti, alcuni gradini discendenti in profondità fino a una porta di pietra ancora sigillata. Lo scavo ufficiale, iniziato nel maggio 2000, consente di appurare che le strutture riportate fortuitamente alla luce costituiscono un dromos, ovvero un corridoio a cielo aperto, scavato nel terreno o ricavato nella roccia, che conduce all’ingresso di una sepoltura. Come constatano gli archeologi, si tratta di una tomba romana di I sec. d.C. incredibilmente ancora intatta, nel cui sacello sotterraneo sono ritrovati due sarcofagi marmorei di ottima fattura con decorazioni a rilievo, che presentano l’incisione dei nomi dei due defunti: Carvilio Gemello ed Aebutia Quarta.

Quando i sarcofagi sono aperti, con grande sorpresa degli archeologi, i corpi si trovano ancora intatti: l’imbalsamazione cui furono sottoposti ha consentito uno straordinario stato di conservazione, tant’è che i resti di Carvilio sono noti all’estero come The Mummy of Rome.

I due sarcofagi di Carvilio ed Aebutia

Il corpo di Aebutia era appena percepibile perché ricoperto da un manto vegetale costituito da centinaia di piccole ghirlande; sul capo era posta una parrucca ben conservata, avvolta da una reticella tessuta con doppio filo d’oro finissimo terminante con una treccia. Il corredo personale è costituito da un anello d’oro a fascia, con castone in cristallo di rocca lavorato a cabochon, attraverso la cui superficie superiore convessa è visibile il busto di un personaggio maschile finemente eseguito su lamina in microrilievo. Le ossa della parte superiore del corpo recano evidenti tracce di combustione; inoltre il collasso del viso e del cranio ha consentito di ipotizzare che la sua morte sia avvenuta a causa delle diffuse ustioni riportate e che per questo la salma sia stata quasi interamente rivestita dalle ghirlande. Il corpo di Carvilio era avvolto in un sudario e ricoperto totalmente di fiori; grandi ghirlande in buono stato di conservazione ricoprivano la metà superiore del corpo, una delle quali disposta attorno alla testa. Il suo femore è stato trovato fratturato in due punti, inoltre si è riscontrata una elevata percentuale di arsenico nei capelli, sicché riguardo le circostanze della sua morte sono state ipotizzate sia una setticemia per una ferita o una caduta da cavallo, che un avvelenamento. 

È possibile ammirare i sarcofagi e una ricostruzione della tomba all’interno del Museo dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata, mentre l’anello, pezzo unico di grande pregio, è conservato nel Museo di Palestrina.

Chi sono i due sepolti dell’ipogeo delle ghirlande e perché si sono conservati?

Secondo gli studiosi, si trattava di una famiglia di rango elevato, come pare evidenziato dall’ubicazione della struttura: benché non si abbia alcun indizio circa l’assetto architettonico superficiale, l’ipogeo si trova, infatti, a pochi metri dall’incrocio tra due strade fondamentali alla periferia di Roma, nell’ambito della rete stradale del Colli Albani, ovvero la Via Latina e la Via Valeria. Aebutia pare corrispondere al ritratto di una ricca matrona romana, madre di due figli avuti da due mariti: Carvilio, nato dal primo matrimonio con Tito Carvilio, della famiglia Sergia, e Antestia Balbina, che curò la sepoltura, frutto del secondo matrimonio. Carvilio morì prematuramente all’età di 18 anni, mentre la madre lo seguì alcuni anni dopo, all’età di 40-45 anni; a seguito della perdita dell’amato figlio, Aebutia in suo ricordo fece presumibilmente realizzare il prezioso anello d’oro che è stato ritrovato al suo dito.

Carvilio ed Aebutia, dunque, sono tra i pochissimi corpi di antichi romani ritrovati in buono stato di conservazione al di fuori dall’Egitto. Il fatto che le due salme furono deliberatamente preservate e non cremate come era d’uso in quel tempo è spiegabile con l’influenza dell’Egitto a Roma giunta all’apice nell’epoca in cui vissero i due personaggi: Roma – che aveva un’incredibile capacità di assorbimento della cultura delle civiltà via via conquistate – subì, infatti, il fascino dell’Egitto appena assoggettato da Augusto, trasformatosi in una moda egittizzante che portò al trafugamento e all’importazione di statue, obelischi e lastre di pietra con geroglifici. L’imbalsamazione prevedeva di spalmare il corpo con balsami conservanti, in questo caso a base di mirra e colofonia, senza privarlo degli organi interni; inoltre il sarcofago di Carvilio era provvisto di espedienti finalizzati a far defluire i liquidi corporei ed areare il corpo, impedendo la penetrazione dei microrganismi. Infine, la presenza di un nocciolo di dattero, di tracce di caseina di capra sulla parrucca e la mancanza della consueta moneta posta nella bocca del defunto suggeriscono che Carvilio e sua madre fossero seguaci del culto egiziano di Iside, all’epoca molto diffuso a Roma, che ha reso possibili la loro eccezionale conservazione e il loro desiderio di sopravvivere alla morte. 

[Immagine di copertina tratta da Gramho]

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