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Eroica Fenice

Che cos'è il metateatro? Definizione e storia

Che cos’è il metateatro? Definizione e storia

Con il temine metateatro si intendono comunemente una serie di procedimenti teatrali mediante i quali il teatro mette in scena se stesso, dando vita ad un tipo di rappresentazione scenica definita “teatro nel teatro”. Ma lungi dall’esaurire tutte le sue possibili forme in quest’unica definizione, il metateatro si avvale di molti meccanismi scenici all’interno dei quali il teatro rappresenta se stesso e parla di se stesso.

Una definizione completa di metateatro è quella data da M. Cambiaghi (in Le commedie in commedia, Mondadori, Varese 2009, p. 2), docente all’Università degli Studi di Milano di Storia del teatro contemporaneo e di Drammaturgia: «Si ha metateatro ogni volta che la finzione scenica rimandi direttamente al mondo del teatro, presentando tematiche relative alla vita degli attori, dei drammaturghi, reali o immaginari che siano, affronti questioni relative alla qualità dell’arte drammatica, oppure, più semplicemente, offra l’azione di personaggi consapevoli della finzione che essi stessi stanno agendo e a cui esplicitamente si riferiscono, come frequentemente avviene nella drammaturgia contemporanea».

Prima di giungere alla drammaturgia contemporanea, la presenza di procedimenti metateatrali si riscontra già in Aristofane (V a.C.), uno dei maggiori esponenti della commedia greca antica e Plauto (III-II a.C.), commediografo latino molto aperto a suggestioni e commistioni tra modelli greci e tradizione teatrale italica.

Nelle Tesmosforiazuse di Aristofane (in scena per la prima volta durante la festività delle Grandi Dionisie del 411 a.C.), infatti, si rappresenta la rivolta delle donne alle Tesmoforie, festa in onore di Demetra e Persefone, le quali si oppongono alla misoginia del tragediografo Euripide e alla caratterizzazione dei personaggi femminili all’interno delle sue tragedie. In tal caso, due sono i procedimenti metateatrali ravvisabili all’interno di tale commedia: il primo, che consiste nell’ingresso come personaggio all’interno della finzione scenica di un tragediografo realmente esistito e ben noto al pubblico, Euripide, e delle sue tragedie; il secondo, invece, che mette in atto un vero procedimento di “teatro nel teatro” attraverso diversi “siparietti” in cui Euripide attua alcuni travestimenti per rabbonire le donne delle Tesmoforie, con l’effetto di dar luogo ad una finzione all’interno della finzione.

Diverse, invece, sono le forme di metateatro rintracciabili nelle commedie di Plauto, il quale, pur riprendendo modelli della commedia greca nuova, tradizionalmente più chiusa verso procedimenti metateatrali e caratterizzata da un’identificazione assoluta tra personaggio e attore, risulta molto aperto verso la tradizione teatrale italica, dai tratti farseschi e dalla ricerca di contatto con il pubblico. Si attua così la rottura della cosiddetta “quarta parete”, ovvero la parete invisibile che divide il palcoscenico, luogo della rappresentazione scenica, dagli spettatori. Il teatro, dunque, irrompe fuori dalle pareti della finzione scenica per andare a mescolarsi con la vita vera ed il pubblico realmente presente alla rappresentazione.

E proprio al rapporto tra vita vera e finzione scenica si giunge ai primi decenni del Novecento, dopo una lunga evoluzione e molti secoli di conservazione ed innovazione teatrale, con il teatro di Pirandello. Il metateatro pirandelliano non comporta più solo una rottura della quarta parete e della finzione scenica, ma affonda le sue radici in una più profonda riflessione sul rapporto tra quest’ultima e la vita reale.

Con la cosiddetta “trilogia metateatrale” composta da Sei personaggi in cerca d’autore, Ciascuno a suo modo, e Questa sera si recita a soggetto, l’autore tenta una propria definizione di metateatro, oltrepassando il confine presente tra realtà e finzione teatrale e, soprattutto, ponendo in discussione l’esistenza stessa di una realtà oggettiva di cui il teatro sarebbe rappresentazione. Mettendo in crisi ogni confine esistente tra vita vera e finzione, il teatro pirandelliano si avvale dunque del metateatro per portare in scena la visione del mondo dell’autore, secondo il quale quella che comunemente si considera realtà non è meno illusoria ed evanescente del mondo fittizio inventato dall’arte.

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