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Eroica Fenice

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Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini.

«Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico.

La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile.

Donna etrusca, le testimonianze storiche

L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati.

Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole:

«Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli».

Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli.

La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco.

I nomi e i cognomi

Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano.

Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro interessante esempio proviene dal Louvre di Parigi. Si tratta di una pisside con incisa la parola “Kusnailise”, traducibile con “nella bottega di Kusnai”. Questa “Kusnai” doveva essere a capo, con molta probabilità, di un’attività commerciale da lei gestita.

La vita pubblica e coniugale

Altra grande differenza con le società greca e romana è che la donna poteva partecipare ad eventi pubblici, religiosi e persino sportivi, come dimostra la riproduzione della parete sinistra della Tomba delle bighe di Tarquinia conservata al Museum of Fine Arts di Boston. Se si dà un’occhiata alle tribune degli spettatori possiamo notare la presenza di donne di ogni età e una di queste, in particolare, abbraccia il marito che le è seduto accanto. Per Jean-Paul Thullier questo è un gesto che enfatizza ancora di più l’esistenza della parità di sessi tra gli etruschi.

Questo particolare viene enfatizzato dalla più famosa tra le tombe etrusche e che sarà capitato a tutti noi di vedere all’interno dei libri di storia: quella degli sposi da Cerveteri, conservata al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma che raffigura una coppia di sposi sdraiati sul kline, il letto usato per i banchetti. Si resta difficilmente indifferenti al tenero abbraccio che le due figure si scambiano e al sorriso amichevole che rivolgono agli osservatori, quasi come se volessero invitarli al loro banchetto.

Il culto della madre

All’interno della famiglia la donna aveva una posizione di rilievo. In caso di perdita del proprio marito era lei a dedicarsi all’educazione dei figli, con cui aveva un rapporto affettuoso rispetto a quanto avveniva, ad esempio, nella società spartana.

La figura materna era considerata una vera e propria divinità, come dimostra una delle statue più famose: la Mater Matuta, un’urna cineraria conservata al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Si tratta di una rappresentazione della dea preitalica del mattino, identificata dai romani con Aurora, nell’atto di allattare un bambino.

Ma sono tante le sculture che mostrano la naturalezza del rapporto tra madre e figlio con una mentalità quasi vicino alla nostra. Una di queste, conservata al Louvre, è una statuetta di bronzo che mostra una madre nell’atto di sollevare le braccia del figlio, come se stesse giocando con lui.

Tutte queste immagini di donne libere, emancipate e uguali in diritto agli uomini erano però destinate a sparire. I contatti che gli etruschi ebbero dal IV secolo a.C. con le altre popolazioni portarono a una regressione del ruolo della donna, sempre più inquadrata nei limiti della sfera privata.

Immagine in evidenza: Wikipedia

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