Donne indiane nell’antichità: tra sacro e profano

Donne indiane nell'antichità: tra sacro e profano

Fin dai tempi antichi, le donne sono state considerate “inferiori” rispetto agli uomini e, per questo, non erano considerate degne di avere i loro stessi diritti. Ciò accadeva, e accade ancora oggi, in molti paesi, ad esempio l’India. L’India si è sempre basata su un sistema patriarcale, che prevedeva che il padre di famiglia fosse il capo di tutto. È proprio sulla base di questa idea che le donne indiane nell’antichità venivano trattate come inferiori.

La sottomissione delle donne indiane nell’antichità 

Una delle manifestazioni più grandi dell’oppressione delle donne indiane nell’antichità è il Codice di Manu. Esso prevedeva che la donna dovesse sottomettersi al padre nell’infanzia, al marito nell’adolescenza e al parente maschio più prossimo nel caso in cui il marito fosse morto. Tutt’oggi, nonostante i progressi, molte donne indiane sono costrette a sottomettersi a quest’impensabile tradizione.

Le donne indiane nell’antichità, oltre a doversi occupare della casa, non potevano leggere testi sacri o partecipare a riti religiosi. Esse avevano “valore” solo per mettere al mondo figli maschi. Per questo, in caso di morte del marito, le donne nell’antica India venivano abbandonate ed escluse, ed erano costrette a varie rinunce. La donna, ad esempio, doveva tagliarsi tutti i capelli, poiché ogni capello avrebbe permesso la reincarnazione del marito. Inoltre, doveva vestirsi di bianco, colore del lutto, e non poteva indossare né il Sindur (la polvere rossa che si mette sulla testa), né gioielli.

Molte donne indiane nell’antichità, dopo la morte del marito, erano anche costrette alla prostituzione o a fare l’elemosina per mancanza di soldi. 

Matrimonio di convenienza

Le donne indiane nell’antichità, e spesso ancora tutt’oggi, non potevano scegliere con chi sposarsi: la decisione spettava alla famiglia, e non poteva essere rifiutata. La scelta dello sposo si basava su motivi sociali ed economici.

Oggi in India ci si può sposare solo se si appartiene alla stessa casta, a meno che una donna non decida di sposarsi con un uomo di casta maggiore. Nel 500 d.C., invece, ci si poteva sposare in tarda età e senza molti ostacoli. A partire dall’invasione dei musulmani, però, la situazione cambiò. Con essa l’età da matrimonio iniziò ad abbassarsi: l’India è, difatti, uno dei paesi con la più alta percentuale di matrimoni infantili, e di bambine molto piccole che hanno già dei figli.

Secondo la tradizione, le donne dovevano sposarsi con un determinato uomo in base alla propria dote: più era alta la dote, più ricco sarebbe stato il futuro marito. Le donne che non potevano permettersela, pur di essere maritate, erano costrette dalla famiglia a sposare uomini poveri. Era possibile, inoltre, che le donne indiane nell’antichità, malate o rifiutate dalla persona a cui erano state promesse, si sposassero con uomini vecchi o malati. Nel 1961 la dote è stata vietata in India ma, purtroppo, ancora oggi molti matrimoni si basano su di essa.

Oltre al Codice di Manu, vi sono altre pratiche che le donne indiane nell’antichità dovevano osservare. Esse sono state abolite, ma sono ancora presenti in alcune zone.

  • Secondo la pratica Sati, la donna doveva essere bruciata viva insieme al corpo del marito morto;
  • In base alla pratica Jauhar, le mogli e le figlie dei guerrieri che avevano perso una battaglia dovevano essere immolate, per evitare la cattura da parte del nemico;
  • Per la pratica Purdah, invece, le donne dovevano coprirsi interamente il corpo con un velo, per nascondere qualsiasi forma all’uomo;
  • Secondo la pratica Devadasi, infine, le donne dovevano “sposare” la divinità di un tempio.

Ancora oggi, in diverse città indiane, le donne non hanno diritto di esprimersi liberamente, e sono costrette a sottoporsi a determinate pratiche, come l’ asportazione dell’utero, senza poter avere voce in capitolo. 

Fonte immagine: Pixabay

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