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Eroica Fenice

Mark Strand

Mark Strand e la poetica del futuro anteriore

«Nulla è il destino di chiunque»: questo epitaffio chiudeva la contro-copertina de “Il monumento”, pubblicato nel 1978, un testo formulato già come postumo da Mark Strand, “poeta laureato” americano, cantore dell’assenza, scrutatore brillante dei paesaggi della natura e dell’anima. A scorrere i titoli dei libri e premi di Mark Strand, negli Usa e all’estero, e a ripercorrere la sua parabola, costellata di tracce profonde impresse anche in Italia, dove è stato tradotto e molto amato, quest’affermazione nichilista sembra valicare la contingenza della morte, grazie allo sciame dei suoi tanti versi consacrati a quel futuro da “tradurre”, ossia “condurre tra”: un futuro particolare, ovvero anteriore. «Un tempo in cui le cose non solo saranno, ma saranno state» (Carlo Carabba, Prefazione a Il futuro non è più quello di una volta, Minimum Fax, 2006).

Mark Strand, un intellutuale raro

Uno dei massimi poeti americani e mondiali è recentemente scomparso; uomo di rara finezza intellettuale e padronanza dei meccanismi della scrittura poetica, autore di libri di poesia – dalle prime raccolte in volume del 1964, ad alcuni esempi di anticonvenzionali “liste poetiche” apparse nella rara plaquette “Chicken, Shadow, Moon & More” (2000) – oltre che di racconti, saggi, testi per bambini e volumi sull’arte, è stato tradotto in più di trenta lingue ed ha ricevuto alcuni tra i più prestigiosi riconoscimenti: la McArthur Fellowship, il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004).

«Scrittore dall’immaginario indimenticabile, Mark Strand riesce a catturare barlumi che si librano al margine del conscio». (The New Yorker). Nel grande paesaggio dell’immaginazione, il più kafkiano dei maestri americani si muove tra desiderio e disperazione, tra possibilità che non possono che svanire e compiutezza assoluta, unendo alchemicamente allusività e precisione, densità ed evanescenza. La sua scrittura ci trasporta in scenari struggenti di sconsolata felicità, presenze perdute, vita oltre la morte e morte in vita. In quest’atmosfera eminentemente romantica, fatta di luce lunare, bruma, vento, mari in burrasca ed interni angusti e spogli, Mark Strand ci fa assaporare «il miele dell’assenza» e c’insegna che «fissare il nulla è apprendere che tutti verremo spazzati, in un futuro che non è più quello di una volta»: un’eco fulminea, che dà il titolo alla raccolta più nota dell’autore, in cui egli declina, con ironica nostalgia, lo scacco del vivere tra il passato ed il tempo a venire. La scrittura gli impregna ogni parete della vita e dello spirito: «Mi sgoccia inchiostro dagli angoli della bocca. Non c’è contentezza pari alla mia. Ho mangiato poesia» (da L’inizio di una sedia). Per Strand l’io è collante e sottrazione, nell’acuta persistenza del mancare: «Dovunque sono, io sono ciò che manca. Quando cammino, divido l’aria e sempre l’aria si fa avanti, per riempire gli spazi che il mio corpo occupava. Tutti abbiamo delle ragioni per muoverci. Io mi muovo per tenere assieme le cose».

L’atto creativo del concatenare suggestioni e parole sgorganti è percepito da Strand come un magma incontenibile, la cui perpetuazione è garantita dal suo infinito rinnovarsi, oltre i vincoli finiti “imposti” dal ciclo vitale: « (…) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude, avrà paura della morte. Se un uomo ha paura della morte, verrà salvato dalle sue poesie. Se un uomo non ha paura della morte, le sue poesie forse lo salveranno, forse no. Se un uomo finisce una poesia, s’immergerà nella scia bianca della propria passione e verrà baciato dalla pagina bianca» (da Il nuovo manuale di poesia).

Oserei una postilla: i poeti che ami vorresti non morissero mai e, quando li ami, muoiono un po’ meno. 

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