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Eroica Fenice

Era de maggio. Inno struggente all’amore intramontabile

Era de maggio. Inno struggente all’amore intramontabile

Una struggente poesia d’amore. Una delle canzoni più belle che il repertorio classico napoletano possa vantare, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale: Era de maggio.

Era de maggio. Origini del capolavoro partenopeo

La nota e meravigliosa canzone partenopea nasce come poesia, attraverso i versi del grande poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, e musicata dal compositore Mario Pasquale Costa. Inimmaginabile inizialmente il successo che tale brano avrebbe riscosso, divenendo intramontabile, un’autentica dichiarazione d’amore che, ad oltre un secolo di distanza, ancora fa sognare ed emozionare cuori innamorati e non.

Di Giacomo scrive Era de maggio nel 1885, appena venticinquenne, inviando la poesia al grande musicista Costa, aggiungendo in calce al manoscritto: “Mario, ma quant’è bella!” Dopo un paio di giorni a Di Giacomo viene consegnato un rotolo di musica con la firma di Costa, recante questa postilla: “Salvato’, e chesta manch’è scema!” (Ovvero: “Nemmeno questa è da buttar via!”).

Nel medesimo anno la canzone viene poi presentata al Festival di Piedigrotta, che aveva consentito qualche anno prima, nel 1835, il trionfo di Te voglio bene assaje. Si trattava della più grande manifestazione canora napoletana, che portava la canzone della tradizione partenopea a un punto di svolta, rendendola per certi aspetti “rivoluzionaria”, in quanto molti autori desideravano che le proprie composizioni si rivolgessero alla gente comune e non d’élite. Le stesse poesie di Di Giacomo musicate sono in napoletano verace.

Da allora Era de maggio non è mai stata dimenticata, divenendo anzi un prezioso germoglio nel panorama culturale e musicale partenopeo.

Una tra le versioni più notevoli e toccanti è senza dubbio quella eseguita da Roberto Murolo. Tuttavia sono numerosi gli artisti italiani e anche internazionali cimentatisi mirabilmente nell’impresa. A tal riguardo vanno menzionati Franco Battiato, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Lucio Dalla, Luciano Pavarotti, Massimo Ranieri, Claudio Villa, fino a José Carreras e Mika. E ancora le straordinarie, calde e passionali voci femminili, che ne hanno notevolmente impreziosito l’esecuzione, quali Teresa De Sio, Mina, Mísia con la Piccola Orchestra Avion Travel, Maria Nazionale, Lina Sastri, fino alla commovente ed elegante versione presentata da Serena Rossi.

Era de maggio. Genere e significato

Era de maggio è una canzone d’amore, collocantesi in un genere specifico e particolare: la “mattinata”.

Contrariamente alla “serenata” (ben nota alla tradizione), in cui si inscrive Voce ‘e notte, ossia il tipo di canzone appassionata intonata da un innamorato a sera inoltrata sotto il balcone della sua amata, la mattinata è un genere meno noto, la versione diurna della serenata, così definita nel vocabolario dell’Accademia della Crusca: “Il cantare e ‘l sonare che fanno gli amanti, in sul mattino, davanti alla casa della innamorata, come serenata quel della sera”.

Era de maggio è inoltre una poesia, trasformata in canzone dal maestro Costa, riuscendo ad esaltare tutta la drammaticità dei versi di Di Giacomo, rendendoli sublimi e indimenticabili.

Era de maggio è comunque un inno alla gioia, alla speranza, una dichiarazione d’amore, di un amore pronto a superare il tempo e lo spazio. Un inno che sceglie come sfondo temporale il mese in cui sbocciano le rose e l’amore è pronto a rinascere dopo il gelo dell’inverno e delle attese: maggio. Maggio è dunque una cornice simbolica, metafora della stagione dell’amore.

La canzone si può idealmente dividere in due parti. Nella prima viene descritto il sofferto addio tra due innamorati, che avviene appunto nel mese di maggio, a cui fa da sfondo un giardino colmo di ciliegie. I due si preparano a salutarsi, in quanto il ragazzo è probabilmente in partenza per il servizio militare, promettendosi di rincontrarsi in quegli stessi luoghi, testimoni della nascita di un grande amore, e nella stessa stagione un anno dopo, per riconfermare la pienezza e la purezza del più sublime tra i sentimenti umani. La ragazza, distrutta dal dolore per l’imminente addio del suo amato (con la promessa di renderlo in arrivederci), con gli occhi gonfi di lacrime e restia a lasciarlo andare (perché come si fa a rinunciare a una parte del proprio cuore, della propria anima, del proprio corpo?), gli sussurra dolcemente: «Core, core! Core mio, luntano vaje, tu mme lasse e io conto ll’ore… chi sa quanno turnarraje?». E lui: «Turnarraggio quanno tornano lli rrose. Si stu sciore torna a maggio, pure a maggio io stóngo ccá».

È impossibile non lasciarsi trasportare dalla magia di un amore così delicato e così fremente insieme. Raccontato e descritto in maniera così semplice e così meravigliosa che la sensibilità diviene protagonista e una lacrima almeno è pronta a solcare le gote di chi fruisce di cotanta bellezza e magia.

Nella seconda parte viene minuziosamente descritto il ritorno dell’innamorato e il nuovo incontro tra i due giovani dopo un anno d’attesa e dolore per la separazione. In quel giardino di rose e ciliegie tutto sembra immutato, identico a come l’innamorato l’ha lasciato un anno prima. Ma qualcosa in realtà muta. Il ragazzo ricorda il momento del loro primo incontro davanti a una fontana, una fontana che non si secca mai, proprio come una ferita d’amore, che resta inevitabilmente aperta, perché non può e non deve guarire. Se ciò avvenisse lo stesso amore svanirebbe, come svanisce il dolore quando la ferita guarisce, ricucita dall’oblio del ricordo e di un immenso e incondizionato sentimento. Dunque la ferita d’amore langue nel ragazzo, ma sembra non essere più così per l’innamorata, la quale non corrisponde più un amore che sembrava appena un anno prima essere indistruttibile, forse per il troppo tempo trascorso, forse per le mutate situazioni, forse perché semplicemente un amore non davvero tale, non davvero immenso. Ma lui è tornato più innamorato di prima e ora con una cicatrice sul cuore destinata probabilmente a non scomparire mai. E così si congeda all’amata: «passa lu tiempo e lu munno s’avota, ma ‘ammore overo no, nun vota vico. De te, bellezza mia, mme ‘nnammuraje, si t’allicuorde, ‘nnanze a la funtana: ll’acqua llà dinto, nun se sécca maje, e ferita d’ammore nun se sana. Nun se sana: ca sanata, si se fosse, gioia mia, ‘mmiez ‘a st’aria ‘mbarzamata, a guardarte io nun starría! E te dico: Core, core! Core mio, turnato io so’. Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuo’!».

Era de maggio simbolo della tradizione e rivoluzione poetica e musicale partenopea

Era de maggio, oltre a vestirsi di bellezza e magia, segna una svolta nell’evoluzione della lingua napoletana. Il brano coinvolge vista, udito e olfatto in un tripudio di emozioni e sensazioni pure, eppure non manca d’essere bersaglio di molti tradizionalisti. Per quale motivo? È indiscutibile ed innegabile l’apporto dato da Di Giacomo in termini di originalità nel testo, nel lessico e nella morfologia. Con Era de maggio Di Giacomo modernizza la lingua partenopea, apportando una piccola grande rivoluzione con l’introduzione della trascrizione fedele della pronuncia delle preposizioni articolate e la rinuncia all’uso di termini divenuti arcaici, eliminando suoni aspri e optando per strutture vocaliche più dolci. E se a tal proposito molti critici tradizionalisti lo accusano di aver imbastardito il dialetto napoletano, Di Giacomo ha in mente un obiettivo molto chiaro: dimostrare che anche i più umili, che il popolo insomma possa essere capace di nutrire sentimenti puri e delicati, che elevano l’anima. E così rivoluziona la lingua, in modo che possa essere lingua del popolo. E riesce egregiamente nell’intento, centrando l’obiettivo con Era de maggio, i cui versi toccano le corde più profonde dei cuori all’ascolto, divenendo evocazione tra l’altro di un passato trasfigurato dal morbo del colera di quegli anni. Il tono nostalgico usato per descrivere l’amore, la primavera, la stagione del cuore e delle promesse ha un che di favola, rendendo Era de maggio un idillio di struggente delicatezza e simbolo insieme intramontabile della tradizione culturale e musicale, tatuato indelebilmente sui cuori partenopei e non.

 

Foto di: Informareonline.com

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